mercoledì 27 luglio 2016

Terrorismi

dal web
Come si fa a non parlarne, far finta che non accada nulla se ogni volta che parli con qualcuno o che accedi a un notiziario, l'argomento è sempre lo stesso. C'è poco da fare le persone sono terrorizzate e d'altra parte come potrebbe essere diversamente, c'è già contemplato nel nome, questo significa terrorismo. E più aumenta la paura e più significa che il terrorismo vince, soprattutto perché spinge forze politiche altrimenti destinate a rimanere nelle fogne, a venir fuori, a sparare a zero i loro slogan di odio che aumenta la temperatura di fermentazione del mosto, che le fa trionfare ad ogni elezione, ad aumentare il rimbombo dell'odio senza quartiere che alimenta i social, che costringe i governanti moderati a spingersi verso provvedimenti estremi, aumentando, spinti dalla paura del popppolo, a controlli, costrizioni e deprivazioni della libertà che in momenti normali sarebbero avversati e che invece vengono richiesti a a gran voce proprio da chili dovrà subire. E' proprio qui che vince il terrorismo, in questo aiuto che da a queste forze e alle modificazioni allo stile di vita, da lui odiato, a cui ci obbliga. I danni effettivi, invece, i morti, i feriti, le distruzioni, che colpiscono i singoli in modo devastante e che distruggono le vite personali di coloro a cui accade, sono eventi che non entrerebbero neppure nelle statistiche delle piaghe dell'umanità, guerre, malattie, incidenti d'auto, carestie. 

Nelle prime ore della battaglia della Marna, morirono circa 20.000 persone, tanto per fare delle proporzioni. Ma, poichè a nessuno interessa veramente risolvere queste situazioni, che si possono soltanto affrontare alla fonte, sistemando, guerre, controlli e accordi governativi e soprattutto economici. Insomma tu non puoi fare affaroni, vendere compagnie aeree e soprattutto armi ai vari Qatar e Arabia Saudita che sono i finanziatori di questa gente, lasciare che succeda quello che è accaduto in Libia e in Siria e poi pensare che non succeda nulla. Quindi, io, nella mia ignoranza infinita, penso che per qualche anno tutto continuerà come prima, tra i cordogli generali e le lacrime di coccodrillo, mentre la curva degli attentati raggiungerà il suo massimo per poi ridiscendere lentamente per esaurimento naturale come è accaduto per i vari movimenti tipo quelli terroristici nostrani, mentre in molti paesi europei prenderanno il potere le destre più estreme e radicali. E' probabile che l'Europa grazie a ciò prosegua nel suo sfaldamento, con l'impoverimento economico che ne consegue naturalmente. Non ci si può fare molto purtroppo. Tutto ciò, che oggi ci sembra di portata così epocale però, rimarrà sui libri di storia come una cacata di mosca, forse neppure riportata.

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martedì 26 luglio 2016

Haiku affannato

dal web


Avrete notato un attimo di rallentamento nel mio inutile lavoro. Non dubitate, sono un po' preso per il collo da varie cosette, ma torno, torno, prometto. Tanto sono inchiodato qui da mesi e per altri mesi ancora lo sarò come le oche da fois gras. Speriamo almeno di non fare quella fine. Dai, ci si becca.

Anguria gonfia
cede la testa stanca
di sotto al pino


venerdì 22 luglio 2016

Taste of Varanasi 8


giovedì 21 luglio 2016

Taste of Varanasi 7


mercoledì 20 luglio 2016

Taste of Varanasi 6


martedì 19 luglio 2016

Taste of Varanasi 5


lunedì 18 luglio 2016

Taste of Varanasi 4


domenica 17 luglio 2016

Taste of Varanasi 3


sabato 16 luglio 2016

Taste of Varanasi 2


venerdì 15 luglio 2016

Taste of Varanasi 1


giovedì 14 luglio 2016

Città perdute - Thikse

Donna Ladakhi - India - agosto 1978

Dolma stava in piedi nel punto in cui il sentiero si spezzava in un angolo acuto per riprendere la salita verso l'alto a sinistra. Era diritta, con lo sguardo a valle ad aspettare qualcuno, come glielo permetteva il bimbo di almeno un paio d'anni appeso sulla schiena con una larga pezza di tela bianco sporco a strisce che, muovendosi continuamente la obbligava a passare il peso da una gamba all'altra per mantenere l'equilibrio. La pelle incartapecorita del suo volto, cotto dal sole dei 4000 metri non chiariva a sufficienza se ne fosse la mamma o la nonna. Il suo perak, il copricapo di pelle di pecora col pelo nero e riccio, rivolto all'interno era così bisunto e sdrucito da confondersi coi capelli aggrovigliati e parzialmente nascosti sotto le larghe ali che si aprivano avanti per proteggere dal freddo e dalle folate di vento teso e gelato. La lunga striscia di cuoio che lo completava sul capo scendendo fin quasi a metà della schiena era in assoluto contrasto rispetto alla povertà del resto degli stracci che la ricoprivano. Una serie di grossi pezzi di turchesi legati gli uni agli altri o incastonati in scatolette d'argento di varia foggia, quadrate o ottogonali, rivestivano completamente il copricapo. 

Forse lo aveva ereditato dalla nonna che, come è costume, glielo aveva lasciato alla morte, in qualità di prima nipote titolata a ricevere questo gioiello di famiglia, unico bene prezioso che l'avrebbe accompagnata nellavita. assieme ai lunghi orecchini conici fatti di rotelline di turchesi e coralli fossili impilati. Con un cenno del braccio ci indicò la direzione per arrivare dopo altri passi faticosi che ti spezzavano il fiato, fino al monastero di Thikse, circondato alla base dalle casupole scomposte di un paesino all'apparenza disabitato. Dopo poco bastò seguire quattro monaci bambini che andavano nella stessa direzione, anche se scomparvero in fretta quasi correndo sul sentiero di pietra e gradini sconnessi, quattro piccole tonache rosse che sparivano dietro il colle, svolazzando leggere come farfalle. Poi bastò andare nella direzione da cui proveniva il suono cupo delle lunghe trombe dei monaci che davano inizio alla cerimonia del mattino. Il cielo indaco del Ladakh sembrava un lenzuolo steso su un fondale preparato apposta per far risaltare i cubi bianchi del tempio dalle pareti a picco, scandite da file di finestrelle tutte uguali.

Thikhse - Ladakh - India 

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mercoledì 13 luglio 2016

Tramonti sul lago Dal

Lago Dal - Kashmir - agosto 1978

La shikhara è una piccola imbarcazione a fondo piatto che scivola leggera sull'acqua immobile e senza onde del lago Dal, a Srinagar la capitale del Khashmir. Nel 78, come in tanti altri posti ci si poteva andare senza problemi, era un luogo di estrema calma e piacevolezza, adesso dicono ci siano più grane, ma poi bisogna vedere, non ci credo molto, conla dovuta prudenza, spesso le situazioni sono sopravvalutate. Il lago è sempre stato considerato luogo di delizie e piacevolezze. La temperatura tutto sommato fresca e gradevole, comparata con altre zone dell'India, ha sempre fatto di questo stato un rifugio per gli indiani ricchi e per gli inglesi che durante l'impero ci venivano a svernare. 

Il lago è circondato di palazzi sulle rive, di giardini come quelli famosi di Shalimar, dove il maharaja veniva con le sue maharani, ma è proprio lo scivolare leggeri sulle acque ferme del grande lago, aggirarsi negli anfratti popolati di erbe palustri, di di spazi ricoperti di ninfee o di pratidi fuori loto, su cui ti verrebbe voglia di scendere e camminare, che rappresenta la parte più piacevole del soggiorno. Il barcaiolo spinge il legno con un corto remo con la pala a forma di cuore e canta canzoni d'amore. Poi quando il tramonto incendia le frange di nubi, te ne puoi stare sul terrazziono di una delle centinaia di house boat a bere un cocco, prima che cali la notte. Poi a passi incerti che fanno scricchiolare i legni del barcone puoi riposare dentro, quasi stordito dal profumo forte del sandalo con cui è costruita.


Tramonto sul lago dalla houseboat


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domenica 10 luglio 2016

Tunisia - traversate

Sahara - Tunisia - gennaio 1978

Yussuf stava lì in quel picolo avamposto tra la sabbia ad aspettare qualche raro turista che avesse voglia di traversare in macchina il Chot-el-Jerid, l'immenso lago salato del sud della Tunisia, al margine del deserto vero, l'ondulazione infinita di dune che vanno verso sud, quando anche le palme più misere e asfittiche non ce la fanno più, semplicemente rinunciano ad esistere e lasciano spazio alla sabbia e al nulla. Stava lì senza affanni, sicuro che tanto tu non ti saresti avventurato da solo in quell'infinito bianco di sale coperto da poche dita di acqua, ma saranno state poi sempre poche dita? Anche se una serie di balises ad un centinaio di metri le une dalle altre, segnalavano una sorta di via tra le acque, lui sapeva che lo avresti preso a bordo volentieri, non foss'altro che per avere la tranquillità di seguire la strada giusta e 80 chilometri sono tanto in mezzo a un lago senza vedere le sponde, altro che passerella di Christo! Ogni tanto, quando le ali di acqua si alzavano un poco  di più ,nonostante la velocità rimanesse sempre uguale e piuttosto bassa, chiedevi come per una sorta di scaramenzia - Andiamo bene Yussuf, siamo tranquilli? - 

Lui ridacchiava sotto il caffettano scuro e pesante con cui si proteggeva dal freddo pungente della notte e faceva di sì con la testa. A gennaio la notte è gelata nel deserto e nessuno pensa al riscaldamento. Viveva in una tenda berbera ai margini dell'oasi, un gruppo di palme misere e rinsecchite. Forse la famiglia governava un piccolo gregge di capre, ma lui si era inventato quel lavoro, un po' strano, il traghettatore di macchine a piedi. Saliva con te, ti rassicurava sulla direzione da prendere quando dirigevi con una certa titubanza il muso dell'auto versola superficie bianca e piatta del lago e poi ti indicava la via, una sorta di terrapieno nascosto da pochi centimetri di liquido e tuttavia sufficientemente solido da sorreggere la vettura e permettere la traversata. La macchina avanzava come la prora di na nave, fendendo l'acqua bassa e sollevando una sorta di onda che si alzava dai due lati, lasciandotil'impressione di galleggiare. Certo dopo pochi chilometri l'essere lì da soli in mezzo a tutto quel sale che si raggruma in formazioni complesse, mentre l'acqua stagnante ti circonda in ogni direzione, dà un certo senso di precarietà. 

Sarà sempre solido il fondo o all'improvviso si aprirà una buca in cui sprofondare o il terreno sotto diventerà molle e limaccioso impedendoti di proseguire? Così la presenza di Yussuf ti rassicura e quando arrivi alla fine del cammino, superate le ultime concrezioni bianche, sculture immobili a guardia della impenetrabilità del resto del territorio, salta giù senza fretta, si prende il compenso pattuito e ti saluta con la mano mentre va a sedersi sotto ad un'altra palma, l'omologa della sua compagna dall'altra parte, ad aspettare che arrivi qualcun altro da traghettare in senso opposto. Chissà come avrà preso la sua primavera araba, Yussuf? Chissà se la rivoluzione dei gelsomini è arrivata tra le dune davanti al Chot o magari suo figlio avrà tentato con un altro tipo di traghetto la traversata a cercare una vita diversa da quella di suo padre traghettatore? Nel 1978 era troppo presto per immaginare un futuro di questo genere. Allora il deserto sembrava ancora una casa vivibile, bevendo thé alla menta e masticando datteri dolci davanti ad una tenda nera.


Il bordo del Chot el Jerid

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sabato 9 luglio 2016

Petra - Gioco di specchi

Il siq che raggiunge Petra - agosto 1977


Che magico gioco di specchi! Esci da una spaccatura nella roccia e ti si apre uno scenario inaudito seppure così conosciuto. Ci entri e da lì rivedi come in un reload fantasy la stessa ferita nella parete di roccia da cui sei appena uscito. Una serie di sfumature di rosa continue dal pallido velo dei petali al più intenso rosso mattone. Esci da un mistero della natura ed entri in un altro mistero costruito e pensato dall'uomo che si guardano l'uno di fronte all'altro. Da un lato distingui le tacche dei costruttori issati a forza di braccia sulla parete quando ancora era vergine, dall'altro le corrosioni del vento e di un'acqua antica svanita tra le sabbie. Quale è più vera, quale completa l'altra? E' solo un gioco di pensiero che devi attenuare fino a farlo scomparire. Qui davanti non si deve pensare, soltanto guardare controllando l'emozione.



Petra -  El Khasneh

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giovedì 7 luglio 2016

Una valle in Nepal

Gandrung - Nepal - gennaio 1976

Non mi è mai piaciuto camminare; non so come dire, specialmente se appare come una cosa inutile, fine a se stessa, fatta per il piacere di farlo. Invece quando è capitato che fosse necessario, in quanto unico modo per arrivare in un determinato posto, allora è diverso. Va bene direte voi, chi è causa del suo mal pianga se stesso, però all'età di 30 anni, si può anche dire che me le andavo a cercare. Allora andare a camminare nelle valli himalayane era molto stimolante e quella quindicina di giorni nella valle del Kali Gandaki, una della più belle del Nepal, mi ha dato sensazioni che tengo ancora adesso preziose dentro di me. Era un su e giù continuo per colline corrose dalle piogge torrenziali del monsone estivo, circondate da quinte di neve eterna imponenti e capaci di intimidirti. Himachuli, Macchapuchari, Annapurna, Daulagiri, nomi che emozionavano solo a sentirli,mentre li guardavi dal basso pronunciandoli. Però quello mi è sempre bastato. Non ho mai sentito dentro quel desiderio di sfida e di conquista che ti muove a volerne violare la cima. Arrivare in punta. 

Questa è una motivazione tutta occidentale, che ti costringe a voler arrivare dove nessuno ha ancora messo il piede, una sfida con la natura e con te stesso che non riesce ad emozionarmi. Come la gente che ci ha sempre abitato, sotto quei monti, e che queste pulsioni non conoscono, anzi neanche le comprendono bene, io mi sono sempre sentito appagato di guardarle dal basso, ebbro di quei panorami estremi ma non troppo, piuttosto in sintonia con quella gente che lì attorno elabora la propria vita. Erano villaggi raggiungibili solo a piedi in giorni e giorni di cammino su sentieri erti o fatti a scale infinite che risalivano il fianco della montagna per poi ridiscendere a precipizio per raggiungere l'altra parte della valle. Landrung, Gandrung, Gorepani, nomi di villaggi tutti uguali di poche case volte a solatio per prendere anche gli ultimi raggi del sole durante l'inverno. Gente rude, quasi tutti Gurkha, stirpe guerriera, abituata a vivere con quello che dava la montagna attorno. Questa bambina che si trascinava il fratellino sulle spalle mentre governava un gruppo di capre nere e magre, su uno spoglio  pascolo invernale, guardava curiosa, forse si chiedeva che ci facessero quei due occidentali che di capre non ne avevano neanche una. 

Oggi avrà una cinquantina d'anni, sempre che sia ancora viva e di occidentali, ne avrà poi visti passare chissà quanti. Forse si sarà sposata qualche anno dopo con un ragazzo del villaggio vicino e se non è morta di parto avrà scodellato un buon numero di ragazzini la maggior parte dei quali non sarà arrivata a cinque anni. Forse, come si vedeva dagli occhi svegli e curiosi, avrà usato la sua casa per ospitare qualuno di quei matti di passaggio, magari all'inizio facendo solo mettere le loro tende nel cortile e preparando qualche cosa da mangiare, un bad and breakfest ante litteram che ha permesso di vivere alla sua famiglia una vita non agiata ma tranquilla. Adesso magari ci sarà un cartello fuori su cui uno dei figli, andato a scuola, avrà compitato in lettere incerte Free wifi o homemade cooking, perché anche dopo 40 anni non ci sarà ancora la strada ma certamente internet sì e qualche suo nipote sarà seduto al bordo del villaggio con lo smartphone cinese in mado che posta su Facebook. Lalumai invece, così si chiamava quella bambina, scampata al terremoto, sarà dietro in cucina a preparare verdure tagliate o a cuocere chapatti in attesa che arrivi il prossimo gruppo di turisti.

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mercoledì 6 luglio 2016

Altro che cattivo umore!

Risultati immagini per populismo
da Fondazione Feltrinelli

Mamma mia che tristezza a leggere i giornali o ad ascoltare le notizie di ogni giorno, ma soprattutto che dolore a considerare la cosiddetta aria che tira. Certo forse sono rivolgimenti logici o addirittura automatici nello sviluppo delle società, eppure il fatto che producano disastri epocali che per decenni annichiliscono intere generazioni sembra non insegnare nulla e appena la storia li relega a fatti accaduti tempo fa, in maniera asettica da cui viene escluso il precedente orrore, tutto sembra subito dimenticato e tutto è pronto per ricominciare. Sono passati meno di cento anni da quando la crisi economica (crisi vera, mica questa robetta qua) ha generato i mostri che hanno prodotto decine di milioni di morti. Io sono nato nel 46 esattamente quando tutto questo era finito e la gente era talmente disgustata dall'eccesso di sangue e di morte che sembrava che queste cose fossere destinate a non poter mai più accadere, la gente aveva capito finalmente che nessuna crisi, per grave che fosse ne poteva giustificare la rinascita. Quella parte grande o piccola di schifoso egoismo, razzistica individualità, populismo d'accatto che vive in ognuno di noi, rimaneva definitivamente sepolta in fondo all'animo di ognuno e se per caso tentava di affiorare, veniva respinta con vergogna. 

Un politico che si fregiasse di questi labari veniva guardato con schifo ovunque e i pochissimi che ancora covavano questi veleni, si acquattavano nelle fogne della vita quotidiana, nascondendosi alla luce del giorno come bestie infette. Siamo riusciti a far diventare reale un sogno utopico, un'Europa Unita, uno dei modi più belli per evitare in futuro un rinascere di tutto questo. Tutte cose che hanno portato anche un enorme beneficio alla vita di tutti i giorni per tutti. Tutte cose così evidenti che solo l'ignoranza interessata non consente di vedere ed apprezzare. Qualcuno, i più bravi e i meglio guidati hanno saputo far rendere al meglio questi enormi vantaggi, altri più condiscendenti o meno capaci aiutati dalle pretensioni approfittatrici dei loro amministrati, li hanno sfruttati meno, ma sono stati pur sempre un enorme passo avanti. Sono passati 70 anni anni e io e tutti quelli nati dopo di me, grazie a tutto questo, non abbiamo più visto l'orrore della guerra, le abbiamo sentite e viste anche solo in televisione, dove però tutto diventa spettacolo e la morte stessa appare come una cosa lontana di cui discutere. Sembrava impossibile che si potesse tornare indietro. Eppure sono bastati pochi anni di difficoltà, minime rispetto a quelle del passato, per fare uscire da ognuno di noi, quel veleno che sembrava morto e non più esistente, per fare emergere dalle fogne quei figuri che sembravanon dovessere più esistere. 

Gli arruffa popoli son tornati, ogni giorno più potenti e devastanti, a spargere il loro miele avvelenato, a infettare l'aria della malevolenza che è la loro unica ragione di vita, per dividere, fomentare odio. I risultati si vedono crescere ogni giorno. In tutte le nazioni ci sono movimenti e personaggi che campano di questo fiele e si gonfiano sempre di più come una massa purulenta e cancerosa che vuole avvolgere tutto fino a diventare maggioranza, spacciata per democrazia. Certo, questo ha voluto il popolo, o perlomeno quelli che gridano in piazza. Fascismo, nazismo, bolscevismo, rivoluzioni culturali, orrori balcanici e polpottisti, sono stati suscitati, accettati e voluti dal popolo, questo popolo sovrano a cui si richiamano questi burattinai, per distruggere quanto è stato costruito con tanta fatica, una lunga e tortuosa strada in salita lastricata di errori e successi. Adesso tutto sta per saltare e lo farà inevitabilmente con tanti piccoli Shiva distruttori che danzeranno ebbri sulle macerie e sui cadaveri per ora virtuali di chi li ha seguiti e rafforzati. Sembra ormai inevitabile. Chi è in grado di arginare le maree lepeniste o i vari neonazismi che popolano Ungherie, Austrie, Olande e così via che fan da sponde e rafforzano i nostri felpati ruspanti, fratelli e insetti salterini. Io probabilmente sono abbastanza vecchio e riuscirò a non vederlo, ma sono ugualmente molto triste perché ho paura che mia figlia e la sua generazione sia arrivata a tempo, anche se sembrava impossibile, per vedere di nuovo gli orrori di una guerra.


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martedì 5 luglio 2016

Viaggio in Toscana 7 - Sulla costa

Massa Marittima - La cattedrale

Ma la Toscana non è solamente fatta di colline ricoperte di vigne ed olivi, di curve rotonde segnate da file di cipressi scuri, delle onde immobili delle crete senesi o dalla Maremma punteggiata di animali grandi ed alteri dalle lunghe corna. C’è anche una costa magnifica e non completamente occupata dalla colata cementizia della Liguria. Ci sono spazi più ampi che consentono ad una pineta ricca di trovare respiro e dignità, mentre arrivati alle dune costiere scorgi le sagome scure delle isole dell’arcipelago. Anche i paesi di mare hanno altro movimento rispetto alle località liguri, sempre affannate e alla ricerca di spazio vitale. Qui tutto appare più tranquillo, se vuoi più antico. Tralasciando Punta Ala, un’invenzione diportistica che a qualcuno non interessato all’argomento, potrebbe apparire come uno tra i più brutti posti del mondo, ecco Castiglione della Pescaia con il suo centro storico addossato al monte appena dietro la marina. 

Mura antiche, torri di avvistamento, chè il pericolo saraceno non è mai stato uno scherzo, vie in tormentata salita che raggiungono la parte alta del borgo. Qui puoi vedere il magnifico mare ai tuoi piedi, tra i fiori dei giardinetti nascosti dietro i muraccioli protettivi ed i profumi di resina della macchia e dei pini. Un’ultima sosta a Massa Marittima, che conserva tra le sue mura veri gioielli a partire dal Duomo che domina la piazza sghimbescia con la sua facciata importante, assieme ai tesori d’arte nascosti all’interno. Tra le storie di San Cerbone, santo anomalo dagli aneddoti gustosi, gli antichi palazzi che si affacciano sulle strette vie medioevali e i profumi di polpo e griglia che fuoriescono da piccole trattorie nascoste tra le case, tocca constatare che anche questa volta il viaggio è già finito.


Castiglion della Pescaia


SURVIVAL KIT

Ristorante EraOra - Massa marittima- Vicolo porte 10 - Un po' nascosto ma a due passi dal centro, si mangia su una bella terrazza in un ambiente gradevole. Panzanella di pesce gradevole, trofie al sugo di pesce e polpo in umido davvero tenerissimo e molto buono, però su un letto di spinaci da lasciare. Dolce. Curiosità di assaggiare la grigliata della sera che sembra il piatto forte. Prezzi piuttosto bassi per una zona così turistica.


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lunedì 4 luglio 2016

Cigni selvatici – Jung Chang 1991

Risultati immagini per Cigni selvatici – Jung Chang 1991



Un libro di grandissimo interesse, non certo per il suo valore letterario, aspetto in cui mi è parso piuttosto debole e immeritevole della notevole fama avuta, con milioni di copie vendute e innumerevoli traduzioni, ma piuttosto perché illustra con grande dovizia di particolari tutta la storia complicata e poco conosciuta della Cina del secolo scorso, fino all’esplosione economica degli ultimi trenta anni. L’autrice racconta le vicende personali della sua famiglia fin dall’inizio del novecento con la caduta dell’impero. I tre personaggi chiave della storia, nonna, madre e lei stessa con le loro stesse tristissime vicende tormentate e spesso angoscianti, sono protagoniste importanti della storia violenta di questo paese che ha vissuto un secolo davvero terribile, di guerre, povertà, massacri e violenze inaudite. Naturalmente lo stato di transfuga da un mondo chiuso ed impenetrabile quale era la Cina degli anni settanta, che stava appena uscendo dal Maoismo più crudo, influenza profondamente i giudizi dell’autrice, certamente condizionati anche dalle situazioni estreme che lei e la sua famiglia, come milioni di altri cinesi hanno dovuto subire. Depurando il racconto dai toni spesso esageratamente idillici o catastrofici, per cui ogni personaggio che si incontra è cattivissimo o buonissimo, ogni paesaggio è di una bellezza esagerata o di uno squallore senza fine, si apprezzeranno senza dubbio le situazioni particolari, alcune davvero gustose che riescono a raccontare la vita di tutti i giorni di un popolo che ha subito davvero molto dalla storia in un periodo nel quale quel mondo era da noi assolutamente sconosciuto e spesso mitizzato, proprio stravolgendo la portata di quegli orribili difetti che ogni tipo di totalitarismo porta con sé inevitabilmente. Un mondo in parte scomparso e oggi inavvertibile per chi viaggia in quel paese, ma che è assolutamente bene conoscere e ricordare.

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sabato 2 luglio 2016

Junglee girl – Ginu Kamani 1995




Dodici racconti brevi che sono stati pubblicati nel 95, quando l’autrice, indiana di Bombay, emigrata negli Stati Uniti con la famiglia, era poco più che trentenne. Vi si legge la sfrontatezza di una ragazza che vuol mostrarsi ribelle a tutti i costi, sia negli argomenti raccontati, spesso palesemente autobiografici, che nel modo di raccontarli. Una donna che non sopporta evidentemente lo stile di vita e le tradizioni che le sue origini vorrebbero imporle attraverso la sua famiglia, vorrebbe rinnegarle contrastandole eppure ne è pervicacemente avvinta ed affascinata. Ritorna spesso ai suoi ricordi di infanzia e i suoi personaggi sono adolescenti turbate e ribelli, appunto le junglee girls del titolo, ragazze “selvagge” e incontrollabili che non reprimono desideri e pulsioni anche se queste possono essere incomprensibili a chi della famiglia le circonda. E’ forse la cultura del nuovo mondo che irrompe prepotente in questo substrato antico e all’apparenza immutabile. Eppure per quanto faccia questa forza dirompente e dissacrante non riesce a cancellare l’antica anima indiana che sempre rimane lì, incancellabile e dominante, anzi probabilmente alla fine di questa lotta, ne esce sconfitta. Libro molto godibile per chi ama questa terra, proprio perché profondamente indiano, nelle situazioni raccontate e molto rappresentativo di quel contrasto incredibile che si vive in questo universo che si è trovato all’improvviso ad affrontare un mondo moderno con modi di vedere e di pensare assolutamente inaspettati. A venti anni dalla sua uscita è molto probabile che le ragazze di Bombay, anzi ora di Mumbai, trovino queste situazioni quanto mai attuali e credibili. Di lettura veloce non vi lascerà annoiati.

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Where I've been - Purtroppo ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 98 su 250!