martedì 10 marzo 2009

Imputato alzatevi.

L'aria del tribunale mi terrorizza. Non c'è una ragione logica, ma le pochissime (per fortuna) volte che ne ho varcato la soglia, un senso di colpa inespresso mi azzerava la salivazione, anche se dovevo chiedere solo un timbro su dei documenti di adozione. Tranne una. In un altro tempo ed in un altro mondo, avevamo perso le valigie in aeroporto ed un taxi pieno di pendenti, rosari mussulmani e musica a palla all'interno, ma con i paraurti staccati e il parabrezza a tela di ragno, ci portava verso le trine bianche e le finestre di alabastro del centro di Sana'a. Una città di fiaba cantata da Pasolini e cristallizzata nel tempo. Sul lungo vialone dell'aeroporto il taxi procedeva ai trenta all'ora, cioè la la sua velocità massima, quando in fondo al rettilineo deserto una macchina uscì dal parcheggio e si immise lentamente sulla strada. La distanza, la folle velocità e probabilmente la mancanza di freni unita alla ritmata masticazione del qat del taxista provocò l'inevitabile cozzo, mentre noi ci tenevamo ben fermi al sedile, come su un autoscontro alla fiera dell'est. Il nostro scese, magnificando il suo danno (il paraurti che già in precedenza ciondolava), mentre il suo avversario controllava il lieve bozzo sulla fiancata, che però, come apparve subito in tutta la sua tragica evidenza, era una macchina di ambasciata. Arrivò, pronta, la polizia, che senza dire bah, afferrò il taxista per gli stracci (e la parola non è scelta a caso) e se ne andò sirenando a tutto spiano e lasciandoci in mezzo al guado. Non avendo i bagagli (perduti) fu facile fare l'autostop per raggiungere un fascinoso albergo nel centro, dove dimenticare l'inconveniente e pensare, passata la notte, ad immergerci nell'atmosfera della città. Due giorni dopo, trovammo ad attenderci nell'ingresso, un tizio barbuto piuttosto inquietante, con regolamentare jambija alla cinta, ma con sguardo basso e questuante. Risultò essere il fratello del taxista che ci chiedeva di testimoniare a suo favore. Ritenendo di poter dare una mano alla soluzione di un problemino assicurativo, lo assecondammo e, caricati sull'ormai noto taxi, fummo portati in un palazzotto del centro che non pareva essere la sede della Sai, essendo dotato di robuste sbarre alle finestre. In un ampio cortile, circondato da portici, apprendemmo infatti, essere quella la sede del tribunale giudiziario, dove si celebravano ogni giorni i processi. Avendo visto, nei giorni precedenti, nel bazar, diversi moncherini di mani e nasi mozzati, avevamo una idea del dipanarsi della giustizia yemenita, ma dopo la discussione di un caso, a noi poco chiaro dove il giudicato fu trascinato via con modi un po' rudi, quale fu la nostra sorpresa al vedere il nostro taxista condotto in catene dinnanzi al giudice. Non sembrava in gran forma psicofisica, anche se le catene alle caviglie non parevano pesanti. Recava in mano una cartelletta, contenente con ogni probabilità i dati del suo caso, che gli fu tolta sgarbatamente di mano e data con sussiego al giudice. Costui, in divisa militare, sedeva impettito ad una scrivania sotto il portico principale e si guardava attorno con noncuranza. Mentre eravamo stati fatti sedere a poca distanza, lui, fingendo di non averci notato, con cenni della testa, imponeva agli astanti, ed in particolar modo al difensore del precedente imputato, un comportamento più dignitoso e meno caciarone, evidentemente per non dare cattive impressioni ai due stranieri. Chi perorava la causa del nostro prigione, iniziò a chiarirne le ragioni con una certa foga, mentre Minosse lo richiamava di tanto in tanto alla moderazione, con piccoli gesti della mano e lievi aggrottamenti delle sopracciglia. Non avevamo capito molto e quando fu la nostra volta, si rivolse direttamente a me in un inglese assai corretto, ignorando Tiziana che, bionda e non velata, attirava molte occhiate dagli astanti, ma era pur sempre donna. Mi domandò lo svolgersi dei fatti e chiarito l'indubbio diritto di precedenza dell'imputato, dichiarò salvo il nostro uomo ed alzatosi, lasciò l'arengo, salutandoci con un breve cenno del capo e l'assemblea si sciolse. Furono subito tolte le catene al nostro amico che si profuse nei ringraziamenti del caso. Non riuscimmo a capire a quale pena sarebbe incorso, ma la legge yemenita non è tenera con i trasgressori. La giornata finì in gloria coi fratelli taxisti che ci aiutarono a recuperare le valigie, finite nel magazzino dell'aeroporto, incustodite tra sacchi di datteri e montagne di scatoloni dalle scritte in cinese. Ci assicurarono che tanto lì nessuno ruba nulla.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Il tuo buon cuore unito al senso civico,notoriamente poco sviluppato nell'italiano medio,te lo sei portato anche nel pericoloso Yemen! ciao GLM

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