sabato 7 gennaio 2017

Mороз

Mosca oggi - Foto E. Komaricev


Questa volta non posso più dire: eh, non ci sono più quei bei freddi di una volta. E va bene che ad Alessandria abbiamo scavallato solo attorno ai -5°C e in campagna ai -10°C, mentre quando nei gennai anche solo di una trentina di anni fa, anni 80, per non andar troppo indietro, quando mi arrivavano i vagoni delle patate da seme dall'Olanda alla stazione di Castelnuovo Scrivia, calava sempre a -20°C, però come dicono a Torino, fa sempre un bel ginicco. Quindi insomma, lamentarsi è delitto se pensiamo a quello che succede in Abruzzo e alto Lazio. Certo ricordo con tenerezza mia mamma che usciva per strada mettendo le calze di lana sopra le scarpe per non scivolare sul ghiaccio, ma allora, nel tempo del fungo cinese (chi se lo ricorda), la gente dava la colpa alle bombe atomiche. Intanto mi,scrive il caro amico Evgheni da Mosca che da lui si è scesi a -33°C e che oggi proprio non si sente di andare fino al parco, al massimo fino alla farmacia!!!! 

Accidenti che nostalgia per quel mondo fatato della Mosca invernale, tra fumi di vapore che invadevano i marciapiedi e puzzo di cattiva benzina che ammorbava l'aria uscendo dagli scappamenti delle poche Zigulì in circolazione o il fumo nero degli avtòbus, che scodinzolavano scoppiettando sul Kalzò. Le ragazze uscivano dalla porta della metro della Majakovskaja quasi correndo, tirandosi su il bavero della pelliccia lisa e calcavano ancor di più la shapka pelosa sulla testa nascondendo la massa bionda e vaporosa, gli zigomi alti da gatte siberiane rossi di freddo e gli occhi azzurro grigi che ti trapassavano come lame gelate, cercando di evitare il ghiaccio sui marciapiedi ingombri di ghiaccio caduto dai tetti. Però tutti sparivano subito dentro i portoni cercando di tenere il respiro perché ad ogni inalazione una fitta dolorosa ti si piantava in mezzo al petto e resistevi pochi minuti all'esterno. Rimaneva solo la tristissima figura del soldato di guardia, all'ingresso dei parcheggi degli edifici pubblici. Sembrava l'omino della pubblicità Michelin, gonfio come un pallone nei doppi o tripli giacconi imbottiti, il cappello foderato di coniglio con le patte calate che coprivano tutte le guance, sotto il quale vedevi solo gli occhi orientali socchiusi come fessure. Batteva i piedi ciondolando da una gamba all'altra anche se credo che ogni mezz'ora gli dessero il cambio per non farlo morire. 

I rumori erano attutiti, come tutto fosse avvolto dall'ovatta spessa e il crok crok dei piedi nella neve ti arrivava alle orecchie senza spigoli, mentre l'aria ti lasciava come un sentore di ferro nelle narici. Che piacere entrare in una casa qualunque, che fosse un ufficio, un locale o quella di un amico! Un senso di calore intenso, c'erano sempre più di 30°C, che assaporavi a lungo come se fosse una riparazione alla sofferenza del mondo esterno, senza far caso all'odore umido e sudaticcio che l'impossibilità di aprire le finestre, lasciava in ogni ambiente. Doppi, tripli vetri su cui il gelo disegnava le trine dei mondi delle favole d'inverno; in alto, i finestrotti che si potevano aprire in senso orizzontale, ma che nessuno poi apriva mai, sei matto? Seduto vicino agli amici a mangiare un borsch caldo o un bel piatto di pelmeni e poi kolbazà a fette spesse o il parmigiano portato dall'Italia, ridendo per qualche barzelletta scollacciata. Quante barzellette raccontano i russi! Più di Berlusconi in forma. Intanto spuntava sempre una bottiglia di vodka Na traich, vuol dire Per tre, nel senso che basta ogni volta giusto per tre persone, poi ce ne vuole un'altra e finirla tutta la bottiglia mi raccomando, se no il padrone di casa si offende. Che nostalgia! La saudaji è una gran brutta cosa, un sentimento dolce e amaro allo stesso tempo, in cui crogiolarsi in solitudine, che prende non solo i brasiliani lontani dal carnevale. Forse però, non è il dispiacere di non poter più rivedere un luogo lontano, ma soltanto il rimpianto per gli anni che non tornano indietro, assieme alla nostra gioventù.


P.S. Una cara amica che ha condiviso molto di questo mio sentire mi suggerisce questo pensiero di Majakovski: Ma la terra con cui hai diviso il freddo, mai più potrai fare a meno di amarla.


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3 commenti:

tentare, nuoce ha detto...

Rammento di una Hamburg Jungfernstieg da meno 20 all'audace: di quando die Alster ghiacciò e s'andava a piedi, atttraversando

Anonimo ha detto...

I finestrotti in alto si aprivano eccome....un inverno mia moglie si è rotta il dito pollice del piede destro per essere caduta male nel mentre apriva il famoso finestrotto, dopo essersi inginocchiata sul davanzale della finestra della cameretta dei bambini ed essere caduta malamente a terra.....quanti ricordi......

Enrico Bo ha detto...

Bei tempi amici miei, ma eravamo giovani.....

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