sabato 30 gennaio 2016

Gujarat 17: Bhuj

 
Gruppo di studenti coranici in gita


Pastori del Kachch
Il Kachch rimane una terra continuamente in lotta con il mare che vuole riprendersela seguendo l'alternarsi delle stagioni. Con le piogge le acque avanzano e ricoprono quanto più è possibile penetrando a fondo per centinaia di chilometri fino a formare una o due gigantesche isole, poi arriva l'inverno e infine la calura siccitosa che lo trasforma in una fornace ardente che tutto prosciuga. Gli stagni e le lagune a poco a poco diventano velo leggero di acqua salsa e poi svaniscono del tutto lasciando una crosta dura e bianca. Terra inospitale al massimo eppure percorsa da pastori che si accampano lungo i bordi delle piste dietro un cerchio di sterpi spinosi con le lor tende di fortuna e le pentole appese a lungi pali. Terra comunque contesa e teatro di continuo conflitto col vicino potente, che sfocia di tanto in tanto in scaramucce anche violente per le pretensioni di spostare la linea del confine di qualche centinaio di metri al di qua o al di là di qualche stagno più grande. Forse c'è gas qua sotto e per questo i due eserciti sono condannati a guardarsi in cagnesco ancora per molto. Non c'è posto di frontiera a nord, non si può passare, oltre il deserto bianco arrivano solo i mezzi militari che rimangono qui a cuocersi anche sotto la fornace di maggio. 

Mandvi -  Vijay Vilas Palace
Puoi solo virare a sud per raggiungere quel mare che rimane la ragion d'essere di questo mondo fatto di fango secco e di salsedine. Un centinaio di chilometri e arrivi a Mandvi, uno dei tanti piccoli porti che un tempo costellavano le rive del mare Arabico, la via della spezia percorsa da Marco Polo durante il suo viaggio di ritorno. Qui respiri quell'aria araba di questa parte di mondo, fatta di commercio, di suk affollati, di calura soffocante. Quasi sulla spiaggia poco lontano dalla città il palazzo del locale Maharao, il signorotto di questa piccola regione, vuole mostrare lo sfarzo del potente che conosce anche il resto del mondo e quindi costruisce il suo palazzotto di piacere riempiendolo di richiami a quell'esotico occidente, visitato e sognato come massimo dello sviluppo possibile. Pur nelle sue linee tradizionali, mostra uno stile da casa di campagna inglese. Nell'interno, la raccolta di mobili europei rimane lì a prendere polvere mentre dal tetto arriva l'odore del mare al di là della linea di palme che separa il frutteto dalla spiaggia. Credo che adesso la famiglia intera preferisca starsene in qualche località esclusiva dell'Europa o dell'America, lasciando spazio alle torme di turisti locali che si aggirano salendo le larghe scalinate e sognando la vita sfarzosa di un secolo fa. 

Gli antichi cantieri
Quando torni in città il budello del bazar ti fagocita subito nel traffico convulso tra antiche porte e bugigattoli polverosi che ricordano i vicoli di Stone Town a Zanzibar, i vecchi suk degli emirati, le stradine calcinate dal sole delle città della costa yemenita. Fatichi a camminare detergendoti il sudore che scende copioso anche pensando che questo è il periodo più fresco dell'anno. Le tracce di un fiume inaridito corrono ancora in sinuosi percorsi sul fondo di un larghissimo alveo, prima di scivolare nel mare. Era la zona portuale e se lo risali verso l'interno vai a scoprire l'estrema delle stranezze di questo mondo. Nel periodo d'oro della città, questo era la parte del porto dove sorgevano i cantieri in cui venivano costruite le famose navi di legno che poi navigavano per il mare Arabico trasportando le ricchezze del paese, spezie verso nord, cavalli verso l'India, avorio e schiavi dall'Africa verso Oriente. I mastri d'ascia di Mandvi erano famosi per riuscire a costruire i giganteschi doha lunghi oltre venti metri senza l'uso di chiodi, ma con il solo sistema degli incastri. Ora lungo le rive in secca trovi ancora decine di navi quasi finite o a metà costruzione, abbandonate da decenni alla vendetta del tempo. 

Doha abbandonati
Lunghe travi annerite dall'umidità del monsone spuntano dalle murate a pungere il cielo, assi contorte, legni colossali dalle basi sostenute da file di cunei, enormi arche di Noè che ancora paiono pronte per la finitura. Di altre invece solo lo scheletro secco e infragilito rimane sulla riva cosparsa di immondizie, tra branchi di cani randagi che vi cercano riparo. Un triste senso di abbandono di tempi andati gloriosi, quando arrivavano gli emiri e ingordi pirati a comprare i navigli famosi. Ti pare di ascoltare ancora un colpire di asce che frantumano assi e tronchi secolari per ricavar fasciame, immagini centinaia di uomini che trasportano, tirano funi, alzano carrucole, par di sentire ancora il triturar di seghe e tonfi di tronchi enormi che dalle foreste indocinesi vengono a trovar qui la loro morte gloriosa, dove invece non rimangono che spettri fumosi di un mondo finito da tempo. Lo spettacolo dal lungo ponte che attraversa il Rukhmavati per ritornare a Bhuj, intristisce l'animo, come la visita di tutti i luoghi decaduti che ancora portino su di sé i segni di un passato importante. 

Il Prag Mahal
Anche Bhuj però, la capitale del Kachch, è una città in completa decadenza. Un agglomerato di case e palazzi di cui intravedi ancora le tracce della ricchezza e dello splendore architettonico sotto la polvere, la sporcizia e le rovine che rimangono qua e là senza che nessuno abbia la volontà o la possibilità materiale di metterci le mani. Già attorno all'antico lago che fungeva da serbatoio di acqua una serie di rovine di templi abbandonati, lasciano immaginare un passato di splendore con le loro cupole di arenaria rossa dietro barriere di fili spinati essi stessi ormai consumati dalla ruggine del tempo. Un vecchio matto seminudo si frappone tra capre e maiali, nel viottolo dello scolo dei liquami che scivola nello stagno, impedendoti di tentare di raggiungerle. Ma è dentro quel che rimane delle mura del forte che ancora sorge al centro della città che puoi vedere le vestigia di un passato fatto di ricchezza e di ricercata raffinatezza. Tutto il palazzo antico ormai semidistrutto ed inagibile circonda il piazzale centrale dove adesso si ammucchiano tuktuk e motocicli sgangherati in cerca di clienti, tra vacche e randagi dagli occhi bassi e umidi. Sui muri diroccati si affacciano i bovindi traforati di pietra più raffinati ed eleganti che ho visto fino ad ora. 
I colori dell'India

Portali scolpiti e cupole ormai sfondate, forse il sito era abbandonato già più di un secolo fa. A fronte il nuovo palazzo costruito alla fine dell'700 con lo stile di un palazzo-chiesa nordeuropeo da un Maharao viaggiatore che aveva visto il mondo ed era affascinato dalla civiltà occidentale. Proprio nel periodo in cui l'Europa era presa dall'orientalismo e dalle chinoiseries, qui per straordinario ed inatteso contrasto, trionfano piastrelle blu di Delft, lampadari veneziani, teste impagliate da castello inglese, litografie nordiche. Cammini in saloni dai muri scrostati evitando di calpestare calcinacci caduti da soffitti che mostrano i cannicciati soprastanti, mobili polverosi e svergoli, quadri storti e tappeti corrosi dalle tarme, animali impagliati cosparsi da escrementi di piccioni. Una spettacolare atmosfera di totale decadenza avvolge i saloni, i corridoi, le balconate. Sulle terrazze puoi vedere i tetti spioventi con i contrafforti falso gotici segnati da crepe larghe una spanna che sulla torre dell'orologio ha lasciato il terremoto come ultimo ricordo. Poi per ritrovare l'odore dell'India ributtati nei vicoli del bazar aperto fino a tarda notte e respira profondamente, non c'è dubbio, la tua sete d'India rimarrà appagata. .

Mandria di zebù

SURVIVAL KIT

Templi di Bhuj
Hotel Gangaram & Guest House- Darbargarh Chowk, Malisheri - Bhuj - Hotel molto modesto, ma anche economico. 1200 R doppia con AC (1000 senza AC). Camere molto piccole ed estremamente spartane al contrario della hall. I servizi lasciano molto a desiderare. Niente cambi o pulizia stanze. Wifi a pagamento. Il proprietario, il sig Jethi è un tipo sveglio e molto particolare e gentile. Il lato positivo è che è proprio dietro i palazzi storici e in pieno bazar, quindi comodissimo per girare a piedi anche dopo cena. C'è un piccolo ristorante che a prezzi molto bassi (100/200 R) serve discreti piatti locali molto speziati, io ho avuto un pollo tandoori ustionante ma buono.

I bovindi del Rani Mahal
Darbargarh - Forte di Bhuj, Da vedere il Rani Mahal, antico palazzo del 600 in rovina chiuso dalle magnifiche finestre dello zenana che si affacciano sul cortile. I magnifici pezzi del museo dell'Aina mahal (20 R + 50 x foto), risistemato da poco  sono invece di un tale fasto con la loro profusione di argenti, miniature e pezzi antichi da offrire un'idea dello splendore dell'epoca. Altrettanto interessante il Prag mahal, (30R + 50 x foto)palazzo di fine 700 costruito in stile europeo, con mobili e pezzi europei all'interno in totale decadenza ed in attesa di trovare fondi per il restauro. Dalle terrazze e dalla torre bella vista della città e degli altri due palazzi situati all'interno del forte. Interessantissimo il vicino bazar, specialmente alla sera.

Mandvi - Sul mare a circa 50 Km a suud di Bhuj. Antica città portuale dall'animatissimo bazar. Da vedere l'antico porto fluviale con gli scheletri delle navi di legno gigantesche (doha) che venivano ordinate da tutta l'area degli emirati fino a Zanzibar. A 7 km dalla città non perdere il Vijay Vilas Palace, palazzo d'estate degli anni '20 del locale Maharao, molto elegante, un piano è chiuso perché ancora utilizzato dalla famiglia. Intorno frutteti ordinati e poi la spiaggia attraverso la quale si può raggiungere la città. Bella vista dalla terrazza. Naturalmente a fianco c'è anche un lussuoso hotel Heritage.

Il venditore di borse


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venerdì 29 gennaio 2016

Gujarat 16: La tribù Jat

Etnia Jat



Pastore Jat
Ma è ancora dura fatica, almeno un'oretta di strada dissestatissima che l'ultimo monsone ha quasi completamente portato via, per raggiungere l'isolata area di Fakhirani dove vive l'etnia mussulmana dei Jat, una tribù di allevatori molto riservata. Tutta questa zona sarebbe proibita senza permesso, ma l'ufficio è chiuso e sembra che in questo caso l'obbligo non valga. Le due famiglie che soggiornano da noi hanno detto che se c'è qualche problema di chiamare che ci pensano loro a farci visitare anche il White Desert. Speriamo bene, anche se il panciuto capofamiglia sembra una persona importante. Forse millanta solamente. Saroda è uno dei villaggi più grandi, più o meno 2000 persone e 5000 bufali. Il paese, fatto di capanne sparse su un'area piuttosto ampia, ne è letteralmente assediato tanto che devi farti largo tra le varie mandrie per arrivare nella zona centrale, una sorta di piazzetta davanti ad una casa, luogo comune di ritrovo degli anziani e forse degli sfaccendati del paese, dove si raccoglie il latte in attesa che arrivi un camioncino a portarlo via. . Questo non è zona di artigiani, per cui non avendo niente da vendere, i Jat sono un pochino più scontrosetti, nel senso che non ti oscurerebbero le statue nude per intenderci. 

Donne Jat - Foto ML Raviol
Insomma il gruppetto di vecchi che sta seduto davanti a questa specie di negozio tuttofare, non sembra abbia particolari entusiasmi al vederci calare dalla macchina con bellicosi zoom pronti a fare fuoco. Meru è hindù harijan e quindi tiene un po' la testa bassa e non si fa avanti più di tanto. Per fortuna il nostro Mohammed  li apostrofa subito con il consueto baishan, "fratello" che pare il giusto approccio in uso tra correligionari. I visi si spianano e il capo del villaggio si alza per accoglierci con i modi previsti dalla ospitalità consueta. Dopo averci dato il benvenuto ed essersi dichiarato onorato per la nostra visita, comunica che ci accompagnerà in giro per il villaggio dove possiamo visitare a nostro piacimento e fotografare ogni cosa desideriamo, sottolinea, indicando la serie di fotocamere pronte a sparare, purché, e qui la cosa viene rimarcata con una certa intensità, non si fotografino le donne. Accidenti, in verità il motivo principale per cui questo posto è particolarmente interessante è proprio il particolare modo di ornarsi il volto delle donne Jat, che consiste in una sorta di enorme e pesantissima staffa di ottone agghindata di stoffe colorate che le signore si appendono al naso facendolo passare attraverso la narice sinistra. 

Foto ML Raviol
Dato che l'enorme peso strapperebbe definitivamente il lembo di pelle, la soluzione è stata trovata legando la stoffa ad una ciocca di capelli che scende dalla fronte, cosa che permette un certo equilibrio alla costruzione. Diamo ampia assicurazione masticando amaro, vuol dire che cercheremo di rubarne qualcuna di soppiatto. Intanto ci facciamo largo tra torme di bufali di ogni dimensione seguite da da decine di ragazzini che si mettono subito in posa, c'è anche la scuola dove vanno in 250. Davanti alla piccola moschea, costruita dopo il terremoto (per questa i soldi sono arrivati, ma non per la strada purtroppo), il gruppo si schiera e si eseguono le foto di rito. Intorno, nelle aie tra le capanne le donne occhieggiano dandosi di gomito. Cerchiamo di risalire il sentiero e arriviamo in un cortile tra due case piuttosto grandi, una di moderna muratura , l'altra una semplice capanna fatta di bastoni ricoperti di stracci e teli di juta, ricordo della vita nomade di qualche decennio addietro. Le donne fingono ritrosia, in realtà si accalcano per mettersi in mostra nonostante l'occhio severo degli esponenti maschili che controllano soprattutto le mani in corrispondenza delle macchine fotografiche. 

Foto Tiziana Sofi
Mandiamo avanti le nostre femmine in avanguardia, che famigliarizzano immediatamente con le loro controparti, mentre noi mostriamo il massimo disinteresse. C'è una gran voglia di comunicare evidentemente e si capisce subito che le ragazze non aspetterebbero altro che gli uomini si togliessero dai piedi per mettersi in posa. Dai grandi veli colorati spuntano occhi che ridono, capelli corvini, corpetti variopinti e bracciali pesanti. Mancando la lingua comune ci si tocca, si fanno gesti, si magnificano ornamenti e vesti, è davvero facile comunicare quando si vuole e sottomano ci scappa anche qualche click. I cerberi severi poi ci portano via verso gli stagni dove i bufali dalle corna ritorte se ne stanno a mollo quatti quatti. Un luogo davvero poverissimo, senza nulla su cui costruire futuro, perduto nel nulla del deserto. Fuori del paese, altra gente, ai margini della palude, ancora più povera e deprivata di tutto, sono Harijan senza casta, zingari che devono rimanere fuori dal villaggio. Vivono sotto tende lacere e sporche, sono essi stessi neri e caliginosi. A loro è concesso solo di bruciare in grandi cumuli gli arbusti che crescono ai margini della palude e che vengono ammonticchiati sotto grandi coni di terra. 


I carbonai Harijan
Sono carbonai che poi girano di villaggio in villaggio o stazionano sulle strade per vendere i sacchi di carbonella. Tra le tende arrivano bambine con otri di plastica sulla testa, l'acqua per la sera prelevata dallo stagno vicino, è ancora lontano il momento del gran secco. Lasciare questo non luogo è difficile, costa fatica, sotto sguardi muti che forse faticano anche a capire i perché. Come mai questa gente arriva fin qui e cosa vuole, perché rimane un po', gira intorno e se ne va senza lasciare  o prendere niente, su grandi auto che non trasportano nulla, arrivano dal nulla e verso il nulla se ne vanno? Alieni insensati che all'apparenza hanno tutto per starsene lontano da qui, in luoghi impossibili  da immaginare, difficili  anche da sognare. Una bambina saluta con la mano. La strada però va sempre più a fondo nel deserto. Diventa dritta e taglia come una lama nel burro. Cessa anche quell'icona di vegetazione che allude alla vita. 


Nel white desert
La piana è perfettamente rettilinea, il terreno liscio e senza confini sempre più bianco sporco, i ciottoli si trasformano in pietroline sparse, poi tutto diventa solo una distesa di sale con qualche traccia di acqua spessa e azzurra. E' il deserto bianco. Una sorta di molo lungo oltre un chilometro penetra in questo nulla candido, in cui si inoltra una fila di ammirati visitatori. Famigliole con torme di bambini su carretti trainati da dromedari, gruppi di ragazzi e ragazze rigorosamente separati che schiamazzano correndo verso il punto estremo, singoli in cerca di incontri, venditori di frutta e souvenir, insomma un sacco di gente che in verità turba un poco la sacralità del luogo, soprattutto sfinendoti con una continua richiesta di foto  e selfies. Deve essere dura la vita delle star. Intanto il sole a poco a poco scende dietro l'orizzonte perfetto, colorando di rosa la spianata. L'ora è tarda, si torna la campo, passiamo dal gabbiotto dei poliziotti, ma non ci ferma nessuno.

Tramonto nel white desert
SURVIVAL KIT

Foto ML Raviol
Banni dei Jat - L'area abitata da questa tribù mussulmana si chiama Fakhirani, I villaggi sono sparsi intorno e il più grande è Saroda. E' necessaria una guida per raggiungere queste zone assieme al permesso di cui ho già parlato la volta scorsa (100 R a testa). Vietatissimo fotografare le donne, gli uomini sono piuttosto fumantini al riguardo, per il resto verrete accolti con cortesia. Le tribù dei carbonai, hindu senza casta, stazionano invece attorno ai villaggi. 






White desert - Questo è il più grande deserto salato del mondo e anche la zona più calda dell'India, qui in estate le temperature arrivano facilmente a 50°C. Per raggiungerlo dopo aver preso i permessi al posto di blocco di Bhirandiara (se arrivate da Bhuj sono circa 50 km verso nord sulla 341), girate a destra verso Hodka per circa 10 km, poi verso nord seguite la pista asfaltata per circa 20 km attraversando Dhordo (belle bhunga con specchietti nelle pareti esterne). 

Arriverete ad un gate che attraverso una specie di molo lungo 1,5 km ,permette di arrivare a piedi in un bel punto di osservazione in mezzo al salares. Qui sarete a pochi km dal Pakistan. Ovviamente il periodo migliore per vederlo è quello più caldo quando l'acqua scompare completamente lasciando sale all'infinito, come nei salares boliviani o il Chot el jerid tunisino. Luogo pieno di fascino da non perdere. Qui si svolge anche un festival e comunque la zona è popolatissima di turisti locali, specialmente all'ora del tramonto.

Ragazze Jat - foto ML Raviol

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giovedì 28 gennaio 2016

Mi avete rotto le scatole coi nudi coperti!

Venus callipigia

Scusate ma non ne posso proprio più e siccome sono un bastian contrario, siccome non devo prendere voti o avere consenso neanche per fare il presidente della riunione di condominio e non ho niente da vendere tranne qualche libro che intanto non compra nessuno (a proposito se a qualcuno interessa clikkate a fianco), ho deciso che oggi dico la mia. Se non siete d'accordo, caricatemi pure d'insulti che mi farà solo piacere, vorrà dire che quantomeno qualcuno mi legge. Dicevo, sono esaurito dal fatto di scorrere il web e vedere, oltre alle battute, che van bene perché la satira si deve sempre accettare, ma l'odio e l'acredine sputata dai seguaci dell'opposizione più becera e sordida che mai governo abbia mai avuto, d'altra parte questa è gente che condivide qualunque bufala giri, pur di manifestare la propria carica di odio a prescindere. Sono esausto di leggere da parte di chi dovrebbe invece essere amico e sodale, appartenendo allo stesso partito, sorrisetti di sufficienza e dichiarazioni velenose pur di dare contro. Sono nauseato di sentire intellettuali e cultori dell'arte nullafacenti che in punta di forchetta pontificano sul dovere di non cedere a tradizioni, arte e quant'altro. Sono stufo di aprire giornali e televisione e beccarmi pippozzi di compunta indignazione da parte dei luridi politici di cui sopra, dei loro adepti e soprattutto dei giornalai (che in Italia di giornalisti ce ne sono pochissimi) che odorano la puzza che viene dal popolo bue e poi battono la grancassa sull'argomento tanto per seguire l'onda. Insomma sono esaurito dalla vicenda delle statue nude coperte, per la quale adesso si cercherà un capro espiatorio da sacrificare. Voglio quindi chiarire il mio punto di vista. 

Se dal comitato del cerimoniale dell'ospite hanno suggerito di seguire quella soluzione o anche solo se si pensava che questo desse fastidio, benissimo si è fatto a coprire i nudi. Perché questa mia antipatica presa di posizione controcorrente? Molto semplice. Qui, per ignoranza, superficialità o solo per infida malizia, perché in generale i politici sanno bene le cose ma le presentano nel modo che credono più favorevoli alla loro parte politica, si vuol accomunare cose che non c'entrano nulla tra di loro, per esempio il problema di integrazione che pone l'immigrazione e la visita di stato di una delegazione di CLIENTI, che inoltre aggiunge importanti implicazione geopolitiche, essendo l'unico nemico effettivo di quell'ISIS che tanto ci fa paura. Questo è il punto, qui non c'è un ospite che viene a farci visita e che prevede un paritario rispetto, ma arriva nel nostro negozio un CLIENTE con l'intenzione di fare acquisti e deve decidere se farli qui o nei negozi vicini dove andrà domani e nei giorni successivi. Il nostro negozio, su cui la nostra famiglia deve campare, perché non abbiamo nel retro un appezzamento di terreno in cui vengono su da sole le cose di cui abbiamo bisogno, ma che dobbiamo a nostra volta andare a comprare fuori se abbiamo i soldini, è da tempo un po' in crisi e quindi ha un disperato bisogno di clienti. Intellettuali, politici e giornalai se ne fregano di questo perché sono abituati a trovare la pappa pronta e a non doversela guadagnare, ma chi lavora nel commercio sa come ci si deve comportare per non fallire. 

I cinesi, che la sanno lunga in materia, dicono che non devi aprire un negozio se non sai sorridere, perché il CLIENTE HA SEMPRE RAGIONE. Se entra un idiota che pretende il filetto stracotto perché gli piace così, il bravo cameriere glielo fa portare e gli dice: ottima scelta signore, lei sì che se ne intende, anche se lo considera uno sciocco. Se un nuovo russo dal portafoglio rigonfio rifiuta il vestito meraviglioso da 5000 euro che gli viene proposto perché costa troppo poco, il bravo negoziante gli dice: ha ragione signore, ma i pezzi davvero speciali li teniamo riservati ai clienti come lei, eccole questo magnifico vestito da 15.000 euro e gli rifila uno scarto che teneva nel retro. In questi casi il venditore disprezza profondamente il gusto e la cultura del cliente, li ritiene profondamente inferiori alla sua, ma questo non ha nessuna importanza perché il rapporto tra venditore e compratore non è mai paritario, ma conflittuale. Questo è venuto a fare la delegazione straniera: comprare per 17 miliardi di Euro, cosa di cui abbiamo grande necessità e per la quale, se avessero chiesto di foderare il Colosseo, conveniva aggiungere anche i Fori Imperiali. Un simile comportamento non significa affatto cedere per piaggeria rinunciando ad una corretta reciprocità tra simili, ma un considerare quell'altra cultura, talmente inferiore alla nostra (cosa pensata tra l'altro dalla stragrande maggioranza degli italiani) da essere trattata come minus habens, sì ragazzino tieni il leccalecca così non ti agiti e fai il compito. Nessuno in Francia ha rotto le balle perché nel pranzo ufficiale con gli arabi non è stato messo il famoso vino francese, orgoglio e cultura del paese, perché 400 aerei da vendere sono un bel pacco di miliardi e pecunia non olet, specialmente se l'hai bisogno. 

Se venisse in Italia una delegazione dello Zimbundi, stato noto per essere governato esclusivamente da omosessuali, per spendere 50 miliardi in forniture meccaniche di vibratori e dildi, gli farei percorrere un corridoio con esposti tutti i più bei nudi maschili dei nostri musei, girati di spalle in modo che mostrassero ben bene le loro deliziose chiappe (inclusa la venus callipigia che non si sa mai). Però tutti questi grandi difensori dell'arte italica che vomitano su feisbuc la loro arrogante accidia, nella maggior parte dei casi di queste statue neanche sapevano l'esistenza, ma adesso si ergono a paladini della cultura italiota. Comunque se tutto questo non vi va bene, dovete rinunciare a monte ad un modo di vivere proprio della vostra cultura occidentale, fondata sul mercato, sul capitalismo, sul denaro e sulla tecnica, che nella vita di tutti i giorni vi fa tanto comodo e che alla quale nessuno per principio sarà mai più disposto a rinunciare. Questi sono i fatti. Perché i fannulloni pagati da noi per stare a Bruxelles, assenteisti molto di più di quello che timbrava in mutande e che invece di lavorare  stanno qui ogni giorno a riempirci i cabbasisi sul fatto che non ci si occupa delle cose importanti come il lavoro e legge Fornero, ma di idiozie come le coppie di fatto, adesso pompano mane e sera su una scemenza del genere beandosi dello sputtanamento internazionale, che così peggio va per noi e più loro sono contenti e voi li state a sentire e peggio poi li votate? Solo per raccattare qualche voto. E comunque tutte queste anime belle, cariche di dignità e con la schiena diritta, inorridite dal cedimento alle culture inferiori, perché non hanno protestato, non hanno detto una parola quando il Papa è venuto a Torino e si sono coperti i nudi dei cartelloni della mostra di Tamara de Lempicka? Eppure lì non avevamo niente da vendere. E con questo ho finito!

PS. Last but dont least bisogna considerare che Rohani è esponente dell'ala più moderata nel suo paese, anche lui in una certa difficoltà con i suoi legaioli e glilloidi locali vari e che dargli una mano evitando di metterlo in difficoltà con le sua ali più malevole, ci conviene assai, proprio nell'ottica di una geopolitica in cui si voglia davvero fare qualche cosa per l'ISIS e non chiacchiere da bar.


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mercoledì 27 gennaio 2016

Gujarat 15: Le tribù del Rann





Girare per il Grande Rann è storia complicata e anche faticosa. I villaggi sono distribuiti su un territorio vastissimo e questo significa chilometri e chilometri di stradine e piste appena accennate e pesanti da percorrere. Ogni volta devi subire l'opzione tra la nuvola di polvere di limo fangoso seccato che avvolge subito l'auto non appena ti muovi od i sobbalzi spaccaschiena dove le tracce di asfalto antico non sono ancora completamente sgretolato. Spesso buche profonde provocate dai gorghi dell'ultima alluvione obbligano a deviazioni tra i rovi dei campi vicini. Il nostro Meru, assoldato tramite i buoni uffici del cuoco, è una guida improvvisata, che vive a ridosso dell'albergo, il cui merito consiste nel conoscere la strada e di essere introdotto presso i vari gruppi tribali, facilitando così l'accesso alle diverse comunità, tuttavia neanche parla inglese e le informazioni vengono così mediate attraverso le libere interpretazioni di Mohammed che però deve anche fare attenzione a non finire nei fossi. E' pur vero che il suo compenso è misero, ma di certo c'è sempre la speranza di una sostanziosa integrazione proveniente dalle commissioni che spera di portare a casa dai vari acquisti, in fondo quale turistaccio saprà resistere ai lavori dei più abili artigiani dell'India!

Qualche cosa alla fine casca sempre. Così si può vagare per giorni interi per questo spazio vuoto, fermandoti di tanto in tanto tra paludi ad osservare il volo dei flamingos o il becchettare degli ibis che si fanno largo tra gruppi di grasse oche del Nilo. Poi di tanto intanto, tra sequenze di sterpi ed avvallamenti, dove la scarna e assetata vegetazione si fa solo un poco più generosa vedi comparire le casupole o le capanne di qualche villaggio nascosto. Dalla forma puoi capire subito l'appartenenza, perlomeno quella religiosa. Nirona è un agglomerato di case bianche che si raggrumano attorno ad un paio di stradine tortuose che confluiscono su uno spazio centrale. Una, un poco più grande, col tetto dipinto di verde ed un piccolo minareto lo identifica come mussulmano. Un mini bazar e molta gente per le strade, forse anche da villaggi vicini, in fondo questo è già quasi una cittadina e anche se la maggioranza appartiene all'etnia Wasa Koli, noti facce di tutti i tipi che girano per il mercatino a fare acquisti prima di salire sulla corriera sgangherata che aspetta già stracarica su un lato della piazzetta. Turbanti, sari colorati, donne velate e zuccotti bianchi, addirittura una Jat che cerca di nascondere l'enorme staffa di metallo che le pende dal naso. 

Ali Lohar costruisce campane e campanelle battendo lastre di metallo con un martello dalla forma contorta su una piccola incudine piantata nella terra del suo laboratorio. Ce ne sono di ogni dimensione, piccole per le caprette, di medie per le greggi capitanate da grandi arieti dalle corna ritorte e di più grandi per bufali o zebù maestosi. I batacchi fanno uscire note sempre diverse, profonde o acute a disegnare una tavolozza di suoni variegata, ma in accordo come sembra di sentire tra la gente che popola la strada. Naturalmente c'è anche tutta la serie di campanelle religiose da appendere per scopi spirituali nei vari templi delle varie religione, pecunia non olet e qui non c'è integralismo, almeno così pare. Un vicino dipinge su rettangoli di stoffe preziose, alberi della vita con complessi arabeschi di tralci e viticci moghul che si intrecciano per riempire completamente il quadro; una cooperativa di donne offre collanine e bambole di pezza di mille colori, giocattoli di legno, stoffe e specchietti. A Bhirandiyara invece sono tutti hindù Megawal. Un gruppetto di bhunga rotonde di fango dipinte da poco di bianco splendente, tutte ricoperte di disegni colorati che raffigurano animali di fantasia, fiori intrecciati, personaggi delle storie sacre. 

Cucina di villaggio
Le donne hanno vestiti ricchissimi ed ampi, con gonne che brillano con mille frammenti di specchietti cuciti tra le pieghe. La parte anteriore del busto è coperta soltanto da una stoffa rettangolare legata di dietro e che lascia scoperta quasi per intero la schiena. Ancora una tribù di Meghawal a Gaudinagam, ma con case più strutturate e ricoperte di affreschi ancora più complessi. Qui gli anziani, dita nodose e visi raggrinziti da ragnatele di rughe profonde, scavano con sgorbie sottili, tavole di legno odoroso in disegni geometrici di pregevole complessità. I visi sono davvero intensi, occhi a fessura sotto contorti turbanti bianchi, volti magri di donne ricoperti di anelli pendenti dal naso ad intrecciare orecchini ancora più complessi, veli trasparenti da cui sfuggono masse di riccioli neri ricoperti da oli profumati, sorrisi aperti di bambine dai braccialetti che tintinnano, cavigliere talmente pesanti che quasi ostacolano il cammino. L'aria intorno è quasi immobile nella calura del mezzogiorno. 


Anche la vita è quasi ferma; dall'interno di una capanna senti spignattare, sotto un porticato due donne mondano verdure, mentre sul fuoco nell'angolo, una, cuoce chapatti distendendo con un minuscolo mattarello le palline di impasto che una bimba le porge di volta in volta. Un vecchio malandato, seduto all'ombra scarna di un alberello al centro del paese si china davanti a Meru, gli prende la mano e se la pone sulla testa, un gesto di ringraziamento e di quasi sottomissione. Si sa, quando lui porta qui qualcuno, alla fine qualche cosa al villaggio rimane. Dopo poco le poverissime casupole di Khavda, un villaggio hindù di vasai con grandi forni di terra appena fuori dal recinto e le donne che invece si occupano della pittura e dell'ornamento dei vasi, ricoprendoli di sottili linee bianche che alla fine formano un complesso disegno dalle geometrie sinuose, prima di metterli in cottura. E poi ancora Dhordo con gli specchietti che ricoprono anche le pareti esterne dei bhunga di fango, formando cornici complicate attorno alle aperture delle finestre e delle porte. E' tutto uno scorrere di visi, espressioni, colori, sguardi irresistibili, una festa tripudiante di scatti, accompagnata dal solo timore di non avere abbastanza spazio nelle schede di memoria o carica nelle batterie.


SURVIVAL KIT

Banni area - Banni significa gruppo di villaggi sparsi. Per visitare questi villaggi del Great Rann, è conveniente avere base ad Hodka che si trova in una posizione grosso modo centrale. Potrete fermarvi in questa zona anche più giorni, vedendo ogni volta villaggi e tribù sempre diverse e più sperdute. Necessariamente assoldate una guida locale che permette di essere introdotte nelle varie realtà senza problemi, da quelle più aperte a quelle più scorbutiche. Calcolate 1000 R per tutto il giorno. La maggior parte dei villaggi sono raggiungibili, anche se con fatica con una macchina normale. Troverete qui una grande varietà di manufatti artigianali di grande qualità, dai tessili alle terrecotte, gioielleria in argentone e metalli vari, dipinti e sculture in legno. Comunque non è che sono appesi al pero, i prezzi richiesti spesso sono esagerati e dovrete contrattare alla morte come dappertutto. Chiedete sempre il permesso di fotografare perché in alcune zone come presso i Jat di cui parleremo domani, questo è assolutamente proibito. Tuttavia per gli amanti della parte etnografica, questa è un'area assolutamente imperdibile, battuta solo dal turismo locale e indiano  e poco visitata dagli occidentali. Di tanto in tanto avrete occasione di fermarvi in spazi paludosi ricchissimi di avifauna con centinaia di specie stanziali e migratorie, altro spunto di interesse notevole.

Per chi è interessato alle campane di varie dimensioni: Lohar Haji Siddik  - Near bus station - Nirona. manufatti di vario tipo. Ve li fa direttamente mentre aspettate. Tirate sul prezzo.





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martedì 26 gennaio 2016

L'esecuzione


利刃 - Lì ren - Coltello, lama affilata e tagliente usata anche nelle esecuzioni delle pene. La sanno lunga i cinesi. Così quando la sentenza di condanna è stata pronunciata, sapevo già tutto, come ogni cosa si sarebbe svolta, quanto avrei dovuto aspettare, la modalità, fino a giorno ed ora esatta in cui sarebbe avvenuta l'esecuzione. Così i mesi che trascorri in quello status da cui non puoi più sfuggire, passano in una sorta di limbo sospeso in cui non conti i giorni che si avvicinano al momento fatale, fingi di pensare ad altro, insomma aspetti soltanto che venga il momento in cui sarai soggetto alla pena. L'interprete principale per un attimo di quella recita che andrà in scena a monito delle genti. Poi il giorno arriva e ti avvii con passo malfermo sul luogo dell'esecuzione. Devi comunque percorrere il tuo personale miglio verde, confrontarti con quanto è accaduto e misurare le tue responsabilità. Forse rivedrai in un attimo, quello fatale, i fatti più importanti della tua vita. Il tuo primo giorno di lavoro, la torta del tuo matrimonio di cui non ricordi più il sapore perché ti avevano dato un ansiolitico, tuo padre che ti comprava il lacabòn in piazzetta Santa Lucia invece del view master che tanto avevi desiderato. Gli esecutori in fondo sono sempre anonimi e apparentemente mondi da colpe. Sono solo lì per eseguire. Questa è la legge, questi sono i modi, tu hai seguito un cammino: peccare, essere giudicato, subire la pena, pagare per quello che hai fatto o che hai omesso di fare, soprattutto questo. I carnefici stanno lì ad aspettarti, secondo la loro visione del mondo, in fondo solo per farti seguire un percorso di salvazione, perché subita la pena e pagato il fio, possa ascendere al traguardo purifico di un mondo migliore. 

Loro bianchi come puri angeli, tu avvolto nella tunica del condannato in attesa che venga vibrato il colpo. Ti fanno distendere senza violenze e tu ormai vinto ti sottoponi senza obbligo se non quello morale, dopo che hai anche apposto firme per sgravarli da ogni colpa, tu in fondo sei il solo responsabile di tutto, con la tua condotta di miscredente disobbedienza che ti ha condotto davanti a questo giudice supremo. La testa alta  e la bocca spalancata per offrirla meglio al coltello che dovrà vibrare il colpo decisivo, pur se nella loro torva misericordia ti hanno avvolto la testa in un cappuccio misericordioso ed hanno anestetizzato i tuoi sensi al fine che l'esecuzione potesse avvenire senza troppe storie da parte tua in maniera veloce ed asettica. Infine, dopo averti avvisato che il momento è arrivato, l'esecutore vibra finalmente il colpo, che cade con perfetta precisione nel punto fatale. La sua lunga esperienza gli consente di agire a colpo sicuro, sarebbe brutto che una vittima si buttasse in giro col il collo malamente sgozzato che schizzi sangue dappertutto. Subito fiotti di liquido rosso imbevono le mie tenere mucose e mi riempirebbero la bocca ormai purificata dalla penitenza e dai lavacri rituali imposti nei giorni precedenti e ancora una volta entrato nel tempio, ma due ancelle misericordiose si occupano di assorbire il tutto, che nulla venga insozzato da sangue impuro. Poi ancora si fruga, si taglia, s'ode stridor di ossa, penetrate ed invase. Quando il coltello ha finito la sua opera spietata e si leva alto, tutto termina in un attimo come era cominciato. Rimane soltanto da fissare l'appuntamento per togliere i punti e infine di inserire i nuovi denti dell'impianto. E poi la parte più dolorosa, naturalmente, pagare il conto.

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lunedì 25 gennaio 2016

Gujarat 14: Hodko

L'interno di una bhunga al Mahifl e Rann


Ilprimo stampo
Il Kachch è una terra dove la vita dell'uomo è ferma nel tempo anche se i suoi stati sono mutevoli. Le case pur poverissime ed essenziali che non vengono distrutte dai periodici terremoti, sono spazzate via alternativamente dalle inondazioni o dalla furia del monsone. L'uomo si deve adattare, ricostruendo ogni volta con la pazienza e la determinazione di quelle popolazioni di formiche che ricominciano a rimettere insieme il loro formicaio quando un bambino dispettoso lo distrugge per un suo gusto malevolo e crudele. Ad Ajrakhpur lo puoi indovinare nelle casette costruite da poco, molto distanziate tra di loro e prudenzialmente ad un solo piano. Non c'è nessuno in giro se non qualche animale da cortile che starnazza al di là dei recinti sconnessi. Se vuoi incontrare qualcuno, devi entrare in qualche cortile a cercare un ragazzino o un operaio che ti faccia entrare negli spazi del retro dove quasi ogni casa ha un laboratorio di stampa dei tessuti. Gli uomini hanno quasi tutti barbette incolte rese di un improbabile rosso carota dalla tintura con l'henné e il mussulmano cappelluccio bianco sul cocuzzolo. In ogni angolo sono ammonticchiate pile di tessuti finiti, mentre in un luogo separato, quelli ancora da stampare. In una sala grande un tavolone lungo diversi metri dove viene distesa la pezza; al muro, scaffali che contengono centinaia di piccoli stampi di legno incisi a mano. 

Il secondo stampo
Jussuf versa dapprima il colore da utilizzare su un grande tampone consumato dall'uso, poi sceglie lo stampo giusto e comincia il lavoro con metodica precisione. La pezza bianco sporco è già stata ricoperta per la sua intera lunghezza di archetti sottili color ocra che si addossano gli uni sugli altri, ormai asciutti. Il nuovo stampo porrà i contorni di un complesso disegno floreale all'interno di essi. Con meticolosa attenzione l'uomo preme lo stampo sul tampone inumidendolo a sufficienza, poi si porta sul punto dove lasciare l'impressione e con un colpo secco produce la traccia sulla stoffa. Lavora velocemente perché il timbro è piccolo piccolo e la pezza sembra così lunga da non finire mai. Poi, quando sarà asciutta bisognerà immergerla in un bagno fissatore e metterla assieme a tante altre nel prato dietro casa, tutto ricoperto di questo patchwork multicolori, ad asciugare e infine riprenderla per stamparvi una altro disegno con un colore differente. L'operazione si ripeterà anche una decina di volte fino a quando il complesso progetto non sarà finalmente completato e la stoffa, ordinatamente piegata andrà ad ammucchiarsi sulla pila delle altre, in attesa che arrivi il grossista dalla grande città a ritirarne un carico completo. 

Stampi di legno
Questo è soltanto uno degli step della filiera dell'immensa industria tessile tradizionale, nata negli infiniti campi di cotone del nord di questo paese, che resiste alle lavorazioni industriali solo per i costi ridicoli della manodopera di queste regioni dimenticate ai bordi della civiltà. In altri villaggi troverai ricamatori, in altri ancora tessitori e così via, artigiani abilissimi, testimoni tutti del contrasto che obbliga il gusto dell'uomo ad amplificare al massimo la ricchezza e la diversità dei colori e la lucentezza di specchietti e lustrini, quanto più l'ambiente circostante sia povero di sfumature e monocorde di aspetto. Così il deserto alternativamente distesa di terra gialla screziata dal bianco del sale o succedersi di paludi inframmezzate di arbusti secchi, si colora al passare sinuoso di donne e ragazze ricoperte di tessuti smaglianti di colore ed ognuno personalmente diverso nel disegno e nell'ornamento. Una esclusività assoluta a cui ogni povera pastorella che conduce le sue capre affamate avrà sempre diritto. Niente omologazione nei villaggi del Kachch, almeno per ora insomma. Ma la strada penetra sempre di più in questa terra estrema e apparentemente disabitata. Ogni piccolo paesino se ne sta nascosto in fondo a sentieri sconnessi lontani dall'asfalto approssimativo che porta quasi fino al confine. 

Stoffe a metà lavorazione
Ad un incrocio quattro casupole diroccate ed un posto di polizia dove bisogna richiedere un permesso indicando i villaggi a cui si intende arrivare, ma la porta è chiusa con un pesante lucchetto che ci impedisce di regolarizzare la nostra posizione di intrusi in quel luogo. Un paio di militari che stazionano attorno ad un tavolaccio di legno dondolante fanno cenno che è tutto chiuso per una festa religiosa per lo meno una settimana e che non si può fare alcun permesso. Sul fatto se noi siamo autorizzati a girare da quelle parti rimane un alone di incertezza. Data la festa parrebbe che anche i controllori non saranno in attività, almeno così pare. Gli uomini in divisa fanno uno stanco cenno con la mano di andare via tranquilli e lasciarli a finire in santa pace di bere il loro thé. Procediamo dunque per Hodkha (o Hodko), il punto centrale per aggirarsi nei dintorni alla ricerca di tribù sparse tra le paludi ed i monticelli di terra rossa. Qui nessuno parla hindi  e neppure forse gujarati, ma solo dialetti locali. Il nostro Mohammed che padroneggia l'urdu trova comunque la strada per arrivare alle capanne di fango del Mahifl e rann camp, che si riveleranno invece bellissimi bungalow di terra cruda con le pareti interne ricoperte di specchietti, copie per turisti delle bhunga dei villaggi. Cosa non si fa per attirare il turista bramoso di scomoda ma esotica cultura locale. Qualche altra capanna è occupata da famigliole di Ahmedabad in cerca di radici ancestrali della loro stessa terra. 

Lo staff al completo
Il cuoco, un personaggio dalla comunicativa sciolta, promette meraviglie per cena, mentre il sole scende sul campo. E' l'unico che spiaccica qualche parola di inglese avendo passato due anni a Dubai a costruire case di terra nel locale parco etnologico. Anche per fare questo ci vuole esperienza. Tutti gli altri, gentilissimi, corrono a chiamarlo se chiedi qualche cosa. Il manager arriverà forse domani, d'altra parte è festa. Allora proprio Bharmal il cuoco ci darà una mano domani a cercare una guida per arrivare ai villaggi più lontani e nascosti. Poi tutti si schierano davanti al bancone dove cominciano ad arrivare le pentole preparate per la cena assieme ad un mucchio di chapatti integrali, specialità del posto. A poco a poco sul tuo grande piatto di alluminio si forma il thali locale, al centro il riso per spegnere almeno un poco la ferocia della spezia profusa a piene mani. Il dal di lenticchie, tuttavia è ottimo, cremoso e profumato. I dolci di cocco aiutano ad aggiungere un po' di calorie al menù vegetariano stretto. Poi sotto la luna quasi piena, gli stessi camerieri, nella grande corte polverosa, fanno "animazione" attorno al fuoco circondato da charpoi di ferro sui quali distendersi. Le ragazzine di città ballano con i jeans stretti, e anche le mamme muovono le anche sotto i sari colorati, prese dai ritmi del tabla, il doppio tamburo, i bambini corrono sollevando un polverone e un padre moderno e di larghe vedute, conscio della sua raggiunta agiatezza filma il tutto con il suo iPhone 6. Fuori dal recinto solo il silenzio interrotto dal fruscio della masticazione di qualche cammello impastoiato, i pastori del gregge dormono già da tempo. Ad ognuno il suo.

Il Mahifl e Rann

SURVIVAL KIT

Per visitare il Kachch ed i villaggi tribali del grande rann occorre un permesso (100R a persona9 che si ottiene ad un gabbiotto all'incrocio di Bhirandiara a circa 50 km a nord di Bhuj sulla strada 341 che va verso il confine pakistano. Ottenuto questo girate a sinistra per raggiungere Odka in altri 10 km. Prima di Bhuj invece (senza permessi) si possono vedere le tribù di artigiani Ajrak (ad Ajrakhpur per la stampa su tessuto) gli Ahir a Dhaneti per i ricami, i Vankar a Bhujodi per la tessitura.

La sera al campo
Mahifil e Rann - Odko - Campo appena costruito con una decina di Bhunga, capanne tradizionali rotonde di terra cruda con tetto di paglia, molto grandi e spaziose contenenti un letto e spazi di appoggio ricavati nelle pareti. No AC, ventilatore, elettricità per caricare le batterie e pila per raggiungere di notte il servizio situato all'esterno in un cortiletto privato. Porte dotate di un robusto lucchetto. Nel locale comunque vengono serviti i pasti a buffet vegetariano non male. Colazioni abbondanti e frutta. Alla sera danze attorno al fuoco in cortile. Calcolando che rimarrete qui due o tre notti per visitare le tribù dei dintorni, considerate che non c'è wifi e sarete finalmente isolati dal mondo. Personale gentilissimo anche se non parlante nessuna lingua conosciuta. 4000 R per ogni  bhunga con pensione completa obbligatoria.


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