lunedì 5 gennaio 2015

Golden Rock

La golden rock



Sul camion
I grandi santuari ed i luoghi di culti famosi sono uguali in tutto il mondo, qualunque sia la religione in questione. Il monte Kyaiktiyo non fa eccezione. Quello che conta, dal punto di vista ontologico, nel pellegrinaggio è l’ascesi, la sofferenza fisica e spirituale per prepararsi al bagno finale di estasi religiosa nel momento in cui si raggiunge la meta, dove compiere le devozioni di rito. Per fare la giusta penitenza, non è sufficiente la preghiera, ma bisogna soffrire, avere i piedi gonfi, le ginocchia indolenzite, la schiena spezzata, bisogna sudarsela insomma. Non per nulla, la maggior parte di questi luoghi sono posti sulla sommità di luoghi difficili, quando non pericolosi da raggiungere. In questo caso. La salita alla cosiddetta Golden Rock è dunque un lungo trekking di sei o sette ore attraverso una foresta incantata di alberi fronzuti e boschetti di bambù, che, attraverso sentieri scoscesi e scivolosissimi durante la stagione delle piogge, conduce all’empireo in cima alla montagna, spesso avvolta dalle nebbie al mattino, cosa che aggiunge una certa dose di magia e di mistero fino a che non si diradano, lasciando una magnifica vista sulle più basse colline circostanti, fino ad arrivare al mare nelle giornate di buona visibilità. Con le temperature dei mesi estivi, certamente considererete la pena della salita sufficiente a farvi meritare uno sconto notevole sulle reincarnazioni future.

Una monaca
Per gli amanti delle camminate sarà invece un godimento unico, considerata anche la piacevolezza del paesaggio. Ma il buddhismo non è una religione punitiva e quindi, considerando anche che, una simile tortura ridurrebbe in maniera considerevole il numero dei pellegrini e quindi in diretta proporzionalità, le relative offerte, si è pensato, come dire, di facilitare l’ascesa, da compensare di certo con un adeguato numero di recitazioni degli adeguati mantra o in sostituzione di queste, di una maggiorazione di offerta, con la costruzione di una tortuosa strada, percorribile da camion attrezzati all’uopo, che, in un primo momento conduceva ad un terminal da cui era necessaria ancora un’oretta di cammino, poi, aumentandone giustamente il costo, oggi porta fino in cima al monte. Rimane quindi solo più da percorrere la corta e non ripida scalinata. Se a qualcuno fa difetto anche quest’ultima tribolazione ecco pronte delle apposite lettighe di bambù con quattro portatori per l’ultimo balzo. Per la verità queste ultime sono appannaggio di chi ha qualche importante problema fisico e nessuno dei normali pellegrini  ha la faccia di servirsene. Ecco dunque che di prima mattina, ci presentiamo alla enorme tettoia costruita al bordo del paese, dove si assiepano un numero impressionante di camion, decine e decine, su cui, con ripide scalette, si issano  i penitenti. Lunghe code di centinaia di persone si assiepano per salire, qualcuno borbotta, i più spintonano all’impazzata per guadagnare posizioni, forse anche questo fa parte della penitenza, infine si riesce a salire sul cassone di uno dei mezzi, dove sono disposte otto panche da sei posti cadauna, calcolati però sulla dimensione dei culi orientali, notoriamente minuti.



La lettiga
Inutile aspettarsi clemenza dimensionale, fino a che il mezzo non ha caricato i 48 passeggeri regolamentari non si parte. Il camion non parte a vuoto. L’imbarco è comunque veloce, data la folla che preme alle spalle ed il camion si getta all’impazzata per lo stradino tutto a curve cieche. Serti il motore ruggire per prendere di infilata le rampe più ripide, mentre, tenendoti alla meglio alla sbarra apposita, vieni sballottato contro il vicino, la cui eventuale morbidezza, provvede ad evitare urti pericolosi. E’ un po’ come andare sull’ottovolante, considerate anche le improvvise discese e le ripide risalite. Quasi un’oretta di percorso, durante la quale hai poco tempo per godere della foresta tropicale rigogliosa che ti scorre attorno. Qualche sosta per far passare i mezzi che fanno la strada inversa. Ma il tempo non va perduto. Ogni momento del pit stop viene impegnato da gruppi di volontari che con altre apposite scalette salgono al tuo livello con grandi ciotole di metallo a raccogliere offerte in cambio di generose benedizioni, la cui durata e complessità è proporzionata al denaro versato. Naturalmente nessuno fa cenno di scendere alla stazione intermedia e tutti arrivano felicemente all’ingresso del tempio, dove è imponente la quantità di bancarelle che offrono generi di ristoro, cibi, frutta, bevande e articoli religiosi, rosari, campanelle, statuette, incensi e necessari per formare la puja da offrire nei vari tempietti.

Venditrice di manghi
Non mancano le bancarelle di giocattoli che vendono soprattutto le pistole e fucili di bambù di cui vi ho già parlato ieri, apprezzatissime soprattutto dai monaci. Qui la folla scesa dai camion si avvia compatta e a piedi nudi verso la cima della montagna. Incroci gente di ogni tipo, dai semplici turisti e curiosi, a frotte di fedeli che arrivano da tutto il paese, unendo la devozione per il compimento di un dovere religioso, comprendente come è giusto la richiesta di grazie per i propri problemi, alla semplice gita di piacere con tutta la famiglia. Ci sono poi, a gruppi e isolati, monaci e monache, alcuni compiti e assorti nelle loro preghiere, con un cammino rallentato e meditativo, altri molto più scanzonati che badano di più a fotografarsi l’un l’altro o a farsi selfie con i telefonini. Non mancano eremiti con alto cappello a cono di cuoio e monache dal capo coperto per difendersi dal sole, che solitari e in preghiera, camminano lentamente verso il cuore del santuario. Lungo la via grandi terrazzi permettono di gettare l’occhio sulle valli circostanti e sui monti coperti di verde scuro, un paesaggio davvero mozzafiato. Dopo qualche costruzione recente, sono gli alberghi costruiti a picco sui precipizi circostanti per coloro che vogliono trascorrere qui la notte in preghiera, ma tranquilli, ci sono anche le parabole per la televisione satellitare, si arriva allo spiazzo piastrellato sulla cima della montagna.

Incollando le foglie d'oro
Qui su una roccia isolata, il punto di arrivo di tutto il movimento. Un grande masso di granito tondeggiate, miracolosamente in bilico sulla pietra sottostante con un piccolo stupa in cima. Sembra che l’unica ragione che lo manterrà per l’eternità in quel miracoloso equilibrio, sia un capello di Buddha contenuto nello stupa e a cui il masso sarebbe  appeso. Vera o no la leggenda il masso se ne sta lì senza precipitare da tempo immemorabile resistendo ad ogni sollecitazione. Un piccolo ponticello permette di arrivare  fino a toccare la pietra, ma questo privilegio è giustamente riservato ai soli uomini; le loro compagne, impure in quanto donne, possono eventualmente rimanere al di là della vicina balaustra a fotografarli mentre incollano le sottili foglie d’oro alla base della pietra, oramai dopo secoli, completamente ricoperta da uno spesso strato prezioso. E’ davvero una lotta per guadagnarsi una posizione e compiere la propria incombenza. Bisogna senz’altro unirsi a questa manifestazione collettiva di furore religioso e, dopo averla acquistata alla vicine bancarelle, incollare il proprio quadratino di sottilissima foglia d’oro, evitando che se ne voli via nel vento. Volano via solo i pezzetti di carta in cui è racchiusa, che vanno miseramente a raccogliersi alla base della rocca. Molti pregano, altri conversano come si conviene in una gita tra amici, altri ancora si godono l’atmosfera o prendono posto nei porticati per prepararsi a trascorrervi la notte.

La golden rock
L’atmosfera è abbastanza scanzonata anche se avverti un minimo di compunzione religiosa nei molti inchini che i fedeli rivolgono alla pietra sacra, dopo aver posto gli incensi e le offerte. Un paio di coppie di facoltosi turisti thailandesi, gli uomini con spessi occhiali neri e camicie immacolate, le donne biondissime, ingioiellate, con svolazzanti vestitini alla moda ed accessori griffati, si mettono in pose plastiche davanti ai punti di devozione per portarsi a casa la prova del pellegrinaggio. E’ ora di scendere, se non vuoi fare a pugni per scavalcare la ressa del pomeriggio. Scivoli tra le bancarelle che offrono fragranti fritti e samosa di verdure. Butti un occhio ai lavori in legno di sandalo o ai tronchetti di thanaka, da cui le donne ricavano la spessa crema con cui coprirsi le guance e la fronte per evitare il bacio rovente del sole e recuperi le scarpe lasciate all’ingresso. Prima di salire sul camion per affrontare la turbinosa discesa, fatichi a lasciare con lo sguardo la grande palla dorata di pietra in bilico sulla cima del monte, la cui sagoma è riportata in tutte le iconografie in giro per il paese, che la raffigurano per la devozione di chi non ci può venire o che la vuole ricordare dopo aver compiuto il pellegrinaggio, come la sommità ultima della montagna, il punto più elevato a cui deve anelare lo spirito umano per pretendere la liberazione dell’anima. Forse per questo, dipinti e foto evitano di riportare l’antenna della telefonia cellulare che da qualche tempo la supera decisamente.


SURVIVAL KIT


Turisti di classe
Golden Rock – Questo pellegrinaggio è il più famoso e frequentato della Birmania. Conviene dormire alla base del monte Kyaiktiyo, a meno che non si voglia scegliere una soluzione, molto più costosa degli alberghi del santuario, in questo caso potrete però godervi alba e tramonto, molto suggestivi. Ingresso 6000 K + ticket per macchina fotografica 1000 K. Salita a piedi 6/ ore. Dal terminal 1 ore. Consigliato il camion andata e ritorno 3000K. Durante la stagione delle piogge l’escursione è impraticabile, evitare la discesa a piedi alla sera, piuttosto pericolosa al buio anche con la pila. I souvenir religiosi e altro che si trovano sulla cima sono gli stessi che altrove, ma costano giustamente il doppio, bevande incluse. 

La salita sui camion per il ritorno

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