mercoledì 30 aprile 2014

Pozzi e veleni

Non ci sono foto nel post di oggi  e sono certo che concorderete che sia giusto così. Sembra che l'uomo abbia una mente particolarmente contorta ed efficace quando studia metodi per far del male al suo simile. Ci si mette d'impegno, vuole strafare, anzi il massimo cerca di ottenerlo tentando di rendere il danno il più persistente possibile nel tempo a venire. L'Indocina, nel secolo scorso, è stata un vero banco di prova per dimostrare questo assunto. Qui le soluzioni si sono sprecate, dalle mine sparse a pioggia nei boschi e nelle risaie in modo che per decenni possa bastare un passo per essere dilaniati e lasciare una gamba o le braccia o gli occhi  nel fango, alle cluster bombs, regalini sparsi a impestare vasti territori con boccette di metallo che dopo quaranta anni possano ancora dare efficacemente la morte a chi le raccoglie. Ma c'è stato anche un altro modo, che è andato addirittura al di là delle previsioni, perché il danno si è manifestato nella generazione successiva, senza che neppure questo fosse previsto nell'intenzione primaria. Una delle tecniche di guerra americana, infatti, prevedeva l'uso di defoglianti chimici, il cosiddetto agente orange, un pesticida che eliminava per anni tutta la vegetazione, scoprendo così il terreno dove poter riversare con successo fiumi di napalm per arrostire ogni essere vivente nei paraggi. 

Non si era calcolato che questo pesticida conteneva anche quantità enormi di ogni varietà di diossine, che sono quindi penetrate nei terreni e nelle falde sottostanti, in modo da essere assorbite per anni dagli abitanti di quelle zone, con effetti devastanti sulla generazione successiva, che ha avuto così uno sproporzionato numero di nascite con deformità  genetiche spaventose. Da quelle parti c'è un ufficio della ICS, una Onlus di Alessandria che si occupa, tra le altre cose, di fare dei pozzi nei villaggi, al fine di fornire acqua pulita a queste popolazioni e, data anche la scarsità di fondi a disposizione rivolge questa attenzione alle famiglie in cui siano presenti handicap di vario tipo. Ne ha già realizzati più di cento e gli ultimi tre sono stati fatti nello stesso villaggio. La famiglia di nonna Thidé, una vecchina rugosa che sorrideva sempre, paralizzata da tanti anni e che stava su una seggiolina fuori dall'uscio della capanna, ne ha beneficiato subito. Purtroppo pochi giorni prima che il pozzo fosse finito, la nonna è morta, ma dicono sia rimasta sorridente fino alla fine. Era contenta di essere stata in qualche modo utile e così il pozzo è stata l'eredità che ha lasciato alla famiglia. 

Boram invece è saltato per aria su una mina mentre stava arando la risaia. Il bufalo davanti a lui è andato in mille pezzi e forse gli ha salvato la vita, ma non la gamba che gli è stata amputata sopra il ginocchio. E' molto contento di avere il pozzo nuovo che libera la sua famiglia dal dover ricorrere all'acqua piovana conservata nei grandi orci dietro la casa e che alla fine della stagione secca era sempre tutta coperta di alghe verdi, ma gli rimane un problema grosso. L'organizzazione che forniva le protesi nella cittadina a qualche chilometro dal paese, ha finito i fondi e ha chiuso i battenti. Rimane solo il centro nella capitale che però è lontana. La sua protesi cambiata cinque anni fa si è rotta e lui non riesce neppure più a camminare, se non usando una specie di stampella che si è costruito da solo, ma se con una mano tiene la gruccia, fatica anche a tenersi in equilibrio, altro che andare nella risaia a tenere l'aratro. Però Boram non ha i venti dollari che servono per il viaggio fino alla capitale e così saltella nel cortile qua e là cercando di attaccarsi la vecchia protesi che però fa un male cane sul moncherino deformato. 

Il terzo pozzo lo ha avuto la famiglia Say, che è davvero felice per questo. Sorridono tutti contenti nel cortile davanti alla capanna dove la famiglia è riunita quasi al completo. I due genitori hanno quasi sessanta anni e non vogliono neppure ricordare le difficoltà di una volta, anche se sono ormai curvi e segnati dal tempo. Hanno avuto cinque figli e tranne il più grande che lavora in città e che li mantiene un po' tutti, gli altri hanno avuto in eredità la maledizione lasciata dal passato. I quattro rimasti al villaggio sono portatori di deformità e deficit devastanti che, probabilmente, il veleno che ammorba la terra ha regalato alla generazione successiva. Così oltre alle deformità fisiche, uno ha anche grave deficit mentale e passa le sue giornate seduto in un angolo del cortile, mentre un altro, la testa enorme e gli arti rattrappiti si muove a fatica. Athit, la ragazza, sembra la più colpita dal punto di vista fisico, le membra contorte e una forma di nanismo che la riduce ad un esserino minuto che deve usare una carrozzella per spostarsi. Ma poiché alla bestialità umana sembra non ci siano limiti, la ragazza, che ha 26 anni, è stata violentata e adesso usa la sua carrozzella anche come passeggino, spingendolo a fatica come riesce, per il piccolo bellissimo, che sta cominciando a camminare, per fortuna perfettamente sano. Il bimbo è vivace e la mamma lo accudisce con un affetto che strappa il cuore, se lo accarezza  e se lo coccola, con vagiti di bimba che il piccolo corrisponde abbracciando il piccolo corpo deforme. Quando si sporca una manina di grasso, subito Athit lo issa a fatica vicino a sé, con un piccolo straccetto lo pulisce con cura, gli dà piccoli baci e il bambino ride contento. 

Rimane l'ultimo figlio, che anche se con qualche problema di movimento a causa di deformità agli arti, sta finendo le medie ed è molto bravo, ma deve fare molti chilometri a piedi ogni giorno per andare a scuola e fa una fatica del diavolo nello stato in cui è. Avrebbe proprio bisogno di una bicicletta per risolvere i suoi problemi. Comunque tanto per farvela breve, i soldi per la bicicletta sono saltati fuori e Rithy l'avrà prima della fine della scuola, intanto tutti sanno che sarà promosso e con buoni voti e avanzeranno anche i 20 dollari per mandare Boram nella capitale a farsi la gamba nuova. Anzi mi risulta che entrambe le operazioni siano già andate a buon fine. Per quanto riguarda i pozzi si va avanti e per questo vorrei ringraziare anche tutti i miei lettori della zona di Alessandria, perché anche se in effetti non lo sanno, il merito è anche loro, in quanto l'Ente che si occupa di riscuotere le loro bollette dell'acqua, deve per statuto devolvere una sia pur piccola percentuale di quanto incassato a opere idriche e idrauliche di questo tipo, tramite l'ICS, in giro per il mondo a cui si aggiungono anche i soldini raccolti durante la StrAlessandria che quest'anno si corre il 9 di maggio e per quanto mi risulta lo fa efficacemente. Così almeno sapete che anche andando a correre, ne esce fuori qualche cosa di buono e che Athit, Boram, nonna Thidé da lassù e tutti gli altri vi ringraziano.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

martedì 29 aprile 2014

A piedi intorno a Sapa

Donna Dzao rossa


Risaie a Lao Chai
Se vieni fino a Sapa, non puoi limitarti a cazzeggiare nei bar del centro rimirandoti la sfilata delle donne in costume e delle ragazzine piegate in due col fratellino legato come un provolone sulla schiena. Poveretti, sembrano belli  e cotti, semiaddormentati, con gli occhi semichiusi, mentre la sorella tenta di vendere porta i-phone ricamati. Se ne stanno lì dal mattino alla sera chiusi ermeticamente nel loro sacchetto colorato, presumibilmente nel loro latticello naturale, fino a quando alla sera non li disimballeranno ripieni come agnolotti di stufato. No, se vieni fin qui devi andare in giro per le montagne a camminare, di villaggio in villaggio, come tocca ad ogni bravo trekker che si rispetti. Uno dei giri più semplici è quello che porta nella valle di Ta Phin popolata dai Dzao rossi. Dove finisce la strada carrozzabile (si paga per accedervi e questo già ti fa prevedere cosa ti puoi aspettare), c'è un piccolo paese di baracche di legno. Lo spazio centrale dove si fermerà il tuo mezzo è già affollato da un nutrito gruppo di donne; una macchia di rosso in movimento ondulatorio che si agita come mossa dal vento non appena appare una macchina sulla discesa che conduce al villaggio. Appena il pulmino si ferma sei subito circondato senza speranza, è  un assedio di visi che scrutano attraverso i finestrini per capire a colpo d'occhio chi arriva, se sarà preda facile, quanto potrà rendere. E' un vero assalto alla diligenza da cui bisogna sapersi difendere con l'astuzia della volpe di montagna. Darò consigli al riguardo nella sezione Survival kit. Rimane il fatto che le donne Dzao rosse sono forse le più belle e coreografiche tra le tante etnie vietnamite, quindi mano alle macchine fotografiche. Alte e robuste, si rasano i capelli sulla fronte lasciandone scoperta una larga parte; alle orecchie, cerchi di metallo leggeri e grandi collane ad incorniciare il volto. 

H'mong nere al mercato di Sapa
In testa un enorme fazzolettone rosso acconciato secondo vari stili, differenti da villaggio a villaggio. La casacca può essere anche nera, ma sempre bordata da larghe strisce minutamente ricamate. Un lungo grembiale nero quasi fino ai piedi, svolazza scoprendo larghi pantaloni al polpaccio. Sotto ancora le classiche ghette nere a fasce delle genti di montagna, che difendono la pelle dalle spine dei cespugli del bosco. Quasi tutte portano una gerla con le masserizie da vendere, se no un bambino, mantenendo le cose in una ampia borsa che penzola davanti, anch'essa ricamatissima con motivi differenti per ogni famiglia.  Il facile sentiero si snoda per una decina di chilometri attraverso la valle, tra i campi al limitare del bosco. Di tanto in tanto nelle radure capanne e altre donne che corrono a cercare di piazzare qualche cosa. Il fatto positivo è che comunque i turisti sono molti e quindi le assalitrici si dividono preferendo subito con l'occhio reso acuto dall'esperienza, le prede all'apparenza più facili a cedere. In fondo alla valle una caverna da esplorare dove stazionano altre predatrici. Quando torni alla macchina sei stanco per la strada percorsa e quindi le tue resistenze si indeboliranno ancora e loro lo sanno. Potrai quindi meditare durante la notte per elaborare migliori strategie per il giorno successivo. Intanto, nell'incanto rosato dell'alba, se avrai fortuna, lo spettacolo della nebbia che scende e scopre piano piano le cime delle montagne, ti metterà subito di buon umore, così che sarai pronto per affrontare un altra passeggiata nella valle del fiume Ta Van, un'altra dozzina di chilometri, in un paesaggio molto bello, scendendo lungo le risaie a terrazze e passando una serie di piccoli agglomerati fino al villaggio di Lao Chai abitato da H'mong neri. 

Villaggio Dzay
Poi ancora avanti per altri paesi di Dzay, un' altra etnia caratterizzata da bluse azzurre dai larghi bordi arancio e dai copricapo multicolori. Nell'ampia corte una donna produce offerte di incenso da bruciare al tempio. La stuoia davanti a lei è coperta di ordinate schiere di piccoli coni rossi che asciugano al sole, ma né il bambino e neppure il cagnolino che scorrazzano intorno rischiano di finirci in mezzo. Piuttosto osservano con la sorellina il lavoro della mamma. Più in là un contadino spacca in due grandi canne di bamboo verde per preparare canaline d'irrigazione verso il suo orto già ricco di cavoli e zucche. Piccoli negozi tuttofare dove puoi sostare a bere una bibita e scultori paesani che modellano le pietre dei dintorni. Incontri per la via altri camminanti, ma gli scambi emotivi sono scarsi, impegnati tutti come sono a sfuggire alle venditrici; le H'mong sono le più pervicaci, talvolta anche piuttosto aggressive, ma solo se capiscono che la gallina sta per sfuggire senza avere deposto l'uovo. Si raggruppano come leonesse attorno alle gazzelle e poi partono all'attacco. Impossibile sfuggire. Solo una specie di armadio su una Vespa si ferma a chiacchierare. E' un vecchio veterano americano che adesso si è stabilito a Saigon con relativa minuscola moglie coetanea vietnamita sul sellino al seguito. Forse il grande amore della sua gioventù, quando l'avevano mandato da queste parti a salvare il mondo dall'avanzata comunista. O ha peccati grossi da purgare fatti a suo tempo, oppure negli States non ce la fa a campare con la pensione da Marines a riposo. Fatto sta che di tanto in tanto, stanco del caos di Ho Chi Minh City, gira il paese in moto e sembra pure contento, tenendo per mano la sua Lihn quasi settantenne. Quando finito l'ampio giro ritrovi la strada principale e il tuo mezzo che ti aspetta, non ti pare vero, sei sceso nella valle di almeno sei o settecento metri e guardare da sotto in su la scalinata delle risaie ti impressiona, avessi mai dovuto risalire a unghie. Rimane il tempo e la voglia per fare un altro giro del mercato a comprare un po' di frutta, poi comincia la battaglia serrata per l'acquisto delle giacche a vento.


SURVIVAL KIT

Risaie a Ta Van
Trekking nei dintorni di Sapa. Ce ne sono molti brevi da fare in giornata e naturalmente sono quelli più frequentati. Sono quasi tutti all'interno del parco di Hoang Lien e si paga un biglietto di ingresso. Ta Phin (40.000 dong) valle di villaggi Dzao rossi e H'mong neri. Per visitare la caverna in fondo alla valle, è necessario portarsi una pila. Valle di Ta Van (40.000 Dong) di Dzay e Lao Chai di H'mong neri, più lungo ma tutto in discesa. Paesaggi molto belli. Se non disponete di mezzo proprio fatevi portare fino al varco (dove si paga) da un xe om concordando il ritorno. Se volete ci sono trekking di più giorni con pernottamenti presso gli abitanti. Tuttavia ricordate che questa è una zona a fortissima presenza di turisti, quindi non aspettatevi le ingenue accoglienze delle zone di cui vi ho parlato precedentemente. Su questo ormai ci campano e quindi è logico che si sia perduta quella naturalezza del tempo andato.

Per non soffrire troppo l'assalto al turista, avere un atteggiamento deciso che faccia capire che non cederete, se passa il messaggio la venditrice non perderà tempo con voi quando c'è altra selvaggina in giro più facile. Tuttavia, siccome è praticamente impossibile rimanere esenti, il consiglio è di accettare un paio di donne chiarendo subito che acquisterete qualche cosa da loro, ma non da altre e solo alla fine del giro. Ci penseranno loro ad evitare altri fastidi e vi accompagneranno per tutta la strada. Alla fine comprate da entrambe qualche cosetta, una specie di tassa di passeggio. Loro saranno contente e voi avrete evitato un continuo e ripetuto assalto da parte di tutte le venditrici che incontrerete per la strada.Inutile irritarsi che tanto non serve a nulla. tenete conto che questa è gente poverissima e su quella manciata di dollari che lascerete, ci campa comunque tutta la famiglia. 

Donna Dzay


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

lunedì 28 aprile 2014

Sapa. Un tranquillo paese di montagna.

Sapa - Donne H'mong nere



Eccomi qua a passeggiare lungo la via principale di Sapa. Qui hai la sensazione vera del potere di cambiamento che ha il turismo. Era una cittadina di montagna appollaiata su un costone della montagna, una balconata di fronte alla catena del Fransipan, un po' sonnolenta, che ospitava le costruzioni di vacanza degli espatriati francesi che volevano difendersi dalla calura estiva, circondata dalle centinaia di villaggi delle etnie minori, sparsi per le valli circostanti. Piccolo centro di mercato e di incontro per scambiare le poverissime merci prodotte da una agricoltura di pura sussistenza. Distrutta dalle guerre, è rimasta tuttavia la sua posizione logistica centrale. La gente attirata dalla possibilità di venire più facilmente a contatto con questi popoli isolati, ha cominciato a venire da queste parti e in pochi decenni è sorta una nuova Sapa, irta di gru, fatta esclusivamente di ciò che serve a questi visitatori, alberghi, guest houses, ristoranti, bar e negozi di ogni tipo al loro servizio. Hai solo la scelta, passeggiando, se fermarti ad un piccolo dehor o a quello vicino, dove sederti e gustarti con calma la sfilata continua della piccola folla che passa. Certo, perché assieme alla massa dei turisti, più o meno in egual misura, c'è l'esercito dei locali che di questa nuova fonte di reddito vive e che ogni mattina presto, cala o sale dai villaggi per venire a guadagnarsi la giornata. Basta che si presentino così come sono nella loro vita normale e già questo contribuisce al colore ed all'interesse di chi viene per vedere proprio questo, una sfilata continua di costumi tradizionali, i più belli, i più ricchi e completi. Così gruppi di donne, da sole o in compagnia, occupano fin dal primo mattino vaste porzioni di marciapiedi o sfilano su e giù per il paese in cerca di clienti per i loro ricami, le stoffe, gli ornamenti della loro tribù o gli altri ciapapùver tipici della situazione. 

Sono principalmente H'mong nere e Dzao rosse, che non si mescolano da sole ma formano piccoli crocchi o si dispongono in fila con la loro mercanzia distesa su uno straccio a terra. Il mercato si estende lungo una scalinata vicino alla grande piazza. E' un trionfo di frutta e verdura, carni ed altri oggetti casalinghi, di cui le venditrici di souvenir diventano a loro volta acquirenti secondo i loro bisogni e dipendentemente da come è andata la giornata. Puoi andare su e giù dalla scalinata o fermarti ad un angolo della strada e passare una intera giornata ad appagare la tua smaniosità di fotografo della domenica. I bambini più piccoli vengono lasciati bradi dalle madri al lavoro, liberi di scorrazzare nella via giocando o se sono più grandicelli di collaborare al business familiare vendendo a loro volta oggetti meno impegnativi. Molte ragazzine, hanno a loro volta il fratellino più piccolo sulle spalle avvolto in una coperta colorata. Sembra un bambolotto, uno zainetto rosa vivente anche se addormentato. Ogni due o tre locali, un negozio di attrezzatura da montagna, tutta rigorosamente di marca North Face (che alcuni maligni hanno ribattezzato North Fake), dalle giacche a vento pesanti, ai K-way, alle magliette e ai cappellini, senza escludere i bastoncini da nordic walking, tutti rigorosamente originali, come si affrettano a sottolineare i venditori, anche se si dispone della scelta tra i più economici made in China o tra quelli un po' più costosi ma assicurati made in Vietnam, garanzia di assoluta di qualità superiore. Alcuni negozi ne fanno addirittura la loro bandiera, nell'insegna che esibisce la nota prettamente nazionalistica che esclude le merci provenienti dallo scomodo vicino e sinonimo di pessima, se non pericolossima qualità. Alla fine i turisti sono più delle venditrici itineranti, quindi non ti senti neppure troppo pressato. 

La maggior parte di queste infatti, preferisce stazionare nei banchetti, continuando a ricamare nell'attesa, per non perdere tempo, oppure a terra lungo la strada, in drappelli compatti e tollerati anche se teoricamente abusivi, i cosiddetti mercatini al rospo, nel senso che se mai arrivasse un poliziotto a contestare il diritto all'occupazione del marciapiede, si raccolgono in fretta le proprie cose nello straccio sottostante e si salta via per riaprirlo poco lontano subito dopo. E' un luogo dove puoi passare anche qualche giorno in una atmosfera tranquilla piacevole e sonnolenta, guardandoti le cime delle montagne vicine e riempiendoti gli occhi dei mille colori dei costumi che ti sfilano davanti. Puoi fare un giro a vedere la grande cattedrale, i montagnards sono in maggioranza cattolica, qui i missionari hanno lavorato assiduamente, oppure spingerti fino alla sommità del monte Ham Rong, all'interno del parco giardino della città; ma anche soltanto dalla finestra del tuo alberghetto potrai goderti le viste delle montagne e dei fondovalle circostanti coperti al mattino dalle nebbie e dalle nuvole basse che le avvolgono e che a poco a poco salgono lentamente lasciando liberi tratti di risaie sempre più vasti. Già soltanto questo varrebbe la pena. Alla sera rimarrai ancora fuori a bere una birra tirando tardi, fino a quando rimarranno solo gli ultimi gruppetti di donne che, fatto su il loro fagotto, chiamano il marito col telefonino perché le venga a prendere per ritornare al villaggio, in tre o quattro sul motorino stracarico, il marito, la moglie e in mezzo, disposti alla meglio due o tre figli e la merce. Davvero un luogo di tutto riposo, ma attento, preparati, perché non siamo venuti fin qui per fare flanella al bar o decidere in quale delle decine di salon massage, farsi massaggiare i piedi; domani ti toccherà scegliere a quale trekking aderire. Le decine di villaggi circostanti sono lì che ti aspettano e i sentieri chiamano con voci sottili il Cappuccetto rosso che è in te. Devi lasciarti attirare senza troppa titubanza, se no cosa sei venuto fin qui a fare?


SURVIVAL KIT

Sunny Mountain Hotel, 010, Muong Hoa str, Sapa Town, tel 020.3880254 (41 $) - Forse un po' caro rispetto agli altri, ma nuovo molto pulito e carino. Se potete fatevi dare le a camera con vista sulla valle. Dalla terrazza della colazione splendida vista. ovviamente free wifi. Pieno di ristorantini e bar nei dintorni.

Da vedere in città il Mercato locale, sulla scalinata di fronte alla grande piazza centrale, dove c'è anche la Cattedrale. Se avete voglia fatevi anche, con calma,  il migliaio di gradini (a pagamento) che portano in cima all' Ham Rong, meglio verso sera per il tramonto, la salita è nel parco circondato da un bel giardino e bancarelle varie. Prevedete senz'altro acquisti di materiale North Face a prezzi molto interessanti dopo trattative lunghe e snervanti, ma che fanno calare il prezzo anche alla metà della richiesta iniziale.

La Lonely Planet parla del Mercato dell'amore che si svolgerebbe al sabato sera, sorta di incontro tra giovani  H'mong (e non) che lo utilizzerebbero per cercare i propri fidanzati. Questo non esiste più, forse solo una volta l'anno, il primo sabato dopo il capodanno, avviene una specie di festa dove i H'mong si concederebbero, una sorta di giorno di libertà dai propri partner, ma è tutto da dimostrare. Il fatto che i prezzi degli hotel aumentino di sabato è perché molti fanno tappa qui per andare al famoso mercato di Bac Ha che si svolge la domenica mattina.





Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:



domenica 27 aprile 2014

Verso Sapa

Risaie della valle di Mu Cang Chai

Con la famiglia Don
Il colore degli steli di riso illuminati dal sole in controluce che spunta dietro le nubi, è il più straordinario del mondo. Non sai neanche come descriverlo. E' tenerezza, è desiderio di crescere, è speranza di ricchezza, è fondamento di vita personale e comunitaria. A Mu Cang Chai i terrazzamenti delle risaie sono i più belli del Vietnam. Non puoi più dire altro. Solo dispiacerti per non poterti continuamente fermare a guardare, cercando di fissare nella memoria le immagini e siccome sai che queste a poco a poco svaniranno nella mente, rubarli in una serie di scatti continui e compulsivi. Nessuno resiste al tentativo di appropriarsi della bellezza. Salutata la famiglia Don e le loro nipotine, che ogni mattina passano dai nonni prima di andare a scuola, la più grande con zainetto di Hallo Kitty rosa e bicicletta elettrica, segno inequivocabile che i nonni sono uguali in tutto il mondo e che presto i foulard colorati dei Thai bianchi andranno in pensione, si sale lentamente verso il passo Tram Ton a 1800 metri, tra le montagne più alte del Vietnam. La strada non è lunga, ma la percorrerai molto lentamente, anche per non perderti dietro ogni curva, il nuovo quadro che ti si presenta dinnanzi. Qui i gradoni che salgono ripidi, con altissimi arginelli, mura di fango che uomini curvi continuamente rinforzano, dove ancora il riso non è piantato, specchi luminosi d'acqua che riflettono il cielo in un puzzle ribaltato; bufali grigi e pelosi che tirano aratri di legno; orme nel fango a segnare la fatica del vivere. Laggiù invece, dove le piantine sono già alte e fitte, il verde oro spalmato sul fianco del monte, è scalfito solo dai disegni scuri dei bordi che seguono le isoipse con la puntigliosità del cartografo. 

Risaie vicino al passo
Ma ad ogni fermata, ecco mercatini improvvisati, dove gli alti cappelli a cilindro delle H'mong nere si mescolano alle casacche azzurre delle Nung, sottili e delicate. Lungo la strada, teorie di donne cariche di gerle piene di canna o legna secca, accesa dalle sgargianti acconciature delle Dzao rosse che fanno a gara per competere con la fioritura dei mandorli e degli albicocchi, abbondante ed esagerata che punteggia ogni spazio tra le capanne. Salendo verso il passo, comincia a prevalere la foresta, la valle che si insinua nella catena più alta del paese è ancora più fresca e la strada si lascia alle spalle la nebbia e le nubi più basse. Sulla destra, le creste del Fan Si Pan, la cima più alta del Vietnam. Al di là il clima cambia completamente, è la valle che porta a Sapa, la città regina del nord, di certo la più conosciuta e visitata da chi è affascinato da questi aspetti del paese. Nei pochi spazi lasciati liberi dal bosco fitto di latifoglie, coltivazioni di rose e di foglie di carciofo, di cui, guarda un po', non si producono, né si mangiano i capolini. Ancora una sosta alla cascata di Thac Bac, in questa stagione solo un rivolo di un centinaio di metri di altezza, ma di cui riesci appena ad immaginare quale possa essere l'imponenza durante la stagione delle piogge. Poi, giù a precipizio fino a Sapa, il punto base per conoscere da vicino il mondo delle minoranze etniche. Qui è necessario fare un discorso complicato, che parte dal punto di cosa ci si aspetta venendo fin quassù. Se sperate di trovare villaggi idillici che vivono una realtà ancestrale e che guardano l'occidentale arrivato dall'altro mondo con stupita meraviglia, avete certo preso una cantonata. 

H'mong neri
D'altra parte è assolutamente assurdo lamentarsi del fatto che ci sia qui una enorme numero di turisti che si aggirano come volpi impazzite fotografando tutto quello che si muove, inseguite da una muta di predatori che si attaccano alle loro calcagna per vendere collanine, ricami e qualunque altra paccottiglia da turista, come da costume in ogni parte del mondo. Intanto se c'è un posto bello e con situazioni interessanti da vedere, non puoi avere la pretesa di arrivarci da solo e godertelo in santa pace. E' naturale che, dato che oggi è facilissimo arrivare in qualunque punto del mondo con relativamente pochi soldi, i luoghi famosi siano affollati di gente che si dà fastidio l'una con l'altra. In secondo luogo è altrettanto naturale che la gente che vive in questi luoghi, in genere poverissima, che fino a ieri aveva difficoltà a mettere insieme il cibo necessario a non far morire di fame i molti figli, che a sfoltirli ci pensavano comunque già le precarie condizioni sanitarie, all'arrivo di questa folla di portatori sani di dollari, pensino di modificare le proprie abitudini lavorative in funzione di questa straordinaria e impensabile opportunità. Inoltre è ovvio che questo mondo nuovo che spinge alle porte e la contezza di quanto accade nel resto del mondo, prima incognito, può indurre in tempi brevi, forti cambiamenti negli stili di vita, che non rimarrà solo legato all'uso ormai indispensabile del telefonino, ma probabilmente all'abbandono anche degli usi, dei vestiti e di ogni altro aspetto che caratterizza e rende così diversi ed interessanti questi popoli. 

Dzao rossa
In una parola sentenzieremmo: la perdita della loro cultura. Certo tutti noi ci stracceremo subito le vesti, disperati, perché tutto questo andrà perduto, non si potrà più vedere e intanto pochi giorni dopo ce ne torniamo a casa su un comodo aereo, a mangiare piatti surgelati guardando programmi di cucina in TV e parlando da gastrofighetti della differenza tra il sale rosa dell'Himalaya nel confronto di quello nero delle Hawaii. Ma per queste popolazioni, è meglio rimanere con la loro meravigliosa cultura, i loro caleidoscopici vestiti, le feste nei campi che finiscono con tanti orci di vino di riso vuoti, coi ragazzi che occhieggiano le deliziose contadinelle dalle larghe gonne blu, per carpire uno sguardo di sfuggita, finendo poi a stendersi in una lurida capanna piena di insetti coperta di eternit, dopo aver seppellito quasi la metà dei figli morti di stenti e di dissenteria, oppure perderla definitivamente assieme alla lingua diversa, le tradizioni ancestrali, in cambio di un lavoro normale, una istruzione scolastica decente, cibo tutti i giorni, medicine efficaci al posto delle salutistiche erbe del bosco, unite alle benedizioni dello sciamano e magari un pozzo di acqua sana e un frigo dove conservare gli alimenti. Già certo, così aumenterà il consumo di energia e e la produzione di Co2 che riscalderà il pianeta, ma perché a questa gente, non glielo vuoi andare a raccontare tu, che di frighi e congelatori ne hai tre, oltre a cinque televisori e sei arrivato fin qui in aereo consumando più cherosene che questo villaggio in tutta la sua esistenza, che loro non hanno diritto di bere un bicchiere di acqua fresca!

La cascata Thac Bac
Guardate che ci si abitua subito a queste cose e andare a spiegare che era meglio prima, di come era fantastica la vita bucolica, delle caprette che fanno beh, va bene per i ragionieri che, stufi della banca, giocano all'agricoltore biodinamico, ma se lo dici a questa gente, ti prendi giustamente una roncolata sulla testa e fa male. Inutile dire anche che si potrebbe prendere il meglio della modernità e mantenere la bellezza della tradizione, sono sacrosante balle, il mondo non funziona così, lo star meglio, con tutti i suoi svantaggi, si mangia in un boccone lo star peggio, anche se c'erano cose piacevoli, con tanti saluti ai complottisti che vorrebbero distruggere Big Pharma o la cattiva Monsanto. Bisogna farsene una ragione, vuol dire che rimarrà come nelle nostre valli, una sorta di Proloco che una volta l'anno vestirà un po' di ragazze coi vecchi costumi e farà la festa del paese con la polentata e le salcicce e ci sarà sicuramente un predicatore santo, un Carlin Nguyen Pet Rin che riscoprirà le costine di maialino nero e il decotto di foglia di carciofo del passo di Tran Tom e ci farà il suo business assieme a un Fa Ri Net che aprirà i suoi Viet Food ad Hanoi e magari anche ad Hong Kong. Ah che delizia la manioca dell'altipiani seccata al sole e assolutamente garantita senza OGM! Ma mi faccia il piacere, diceva Totò. Comunque date retta a me, cercate di impattare il meno possibile e poi godetevi quel che c'è da vedere senza recriminazioni, l'acqua scorre verso il basso e non si può fermarla con le dita.

Spianatura del terreno in risaia


SURVIVAL KIT

Il Fransipan
Fransipan - E' la montagna più alta del Vietnam (3143 m), si può scalare, ma la cosa è più complicata di quanto non suggerisca la sua non eccessiva altezza, a causa della zona piuttosto impervia. Occorre buona preparazione escursionistica e guide locali.

Passo di Tran Ton - Anche questo il più alto del paese a quasi 1900 m,  a 15 km da Sapa. Strada molto panoramica, Questa assieme alla precedente valle di Mu Cang Chai, in cui sono presenti forse le più impressionati risaie terrazzate del nord, dà la possibiltà di osservare lungo la strada popolazioni di H'mong neri e bianchi, Dzao rossi e Nung. Molto fotogenico.

Cascata Thac Bac (Cascata d'argento - ingresso 3000 dong) a 12 km da Sapa, si può fare un breve circuito a piedi che porta a metà del salto (circa 100 m) molto più impressionante di certo in estate, quando la portata sarà imponente. Mercatino alla base.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

sabato 26 aprile 2014

Dalla famiglia Dơn


Mu Cang Chai


L'homestay Dơn
La famiglia Dơn appartiene all'etnia dei Thai bianchi e vive in una grande palafitta tra un gruppo di case al limite delle risaie, prima che cominci il bosco. E' una casa grande, fatta di legni solidi che scricchiolano piacevolmente al passaggio, un segno evidente di un certo livello di benessere, forse incrementato dal momento che ha deciso di ospitare turisti di quando in quando. Anzi, conscio delle necessità di chi arriva, ha anche provveduto a suddividere gli spazi del grande stanzone tradizionale con tende stese tra un trave l'altro, creando la sensazione di ambienti separati. Fai due passi tra le case mentre cala la sera  e le ombre sottili delle pianticelle di riso appena trapiantato si allungano e senti soltanto le rane che cominciano il loro concerto, qualche grugnito di maialini piccoli e scuri e uno squacquerar di papere che attraversano il sentiero di corsa per buttarsi nel canale. Passeggi e subito trovi chi ti invita a entrare dalla soglia di una capanna, chi soltanto ti saluta, mentre un contadino che sta arrivando dal mercato ti vorrebbe invitare a bere da qualche parte, offerta declinata visto il passo già malfermo del tipo che pare reggersi alla bicicletta più che guidarla. Una atmosfera agreste comune a tanti paesi di un tempo sul far della sera, quando dopo una certa ora, tutto diventa silenzioso e solo poche luci fioche punteggiano la notte fresca. Il signor Dơn è piuttosto giovanile, anche se poi risulta avere quasi sessanta anni. Forse perché ha i capelli nerissimi. Se li tinge una volta alla settimana, un vezzo piuttosto comune tra gli uomini indocinesi, anzi mi suggerisce di seguire il suo esempio, sembrerei molto più giovane a suo parere, guadagnandone notevolmente in fascino. 

La signora Dơn
Intanto la moglie, una Thai alta e magra, che ha ormai sostituito la tradizionale blusa azzurra con una giacca attillata e una moderna T-shirt, ma che la tradizionale gonna stretta e lunga fino ai piedi e il copricapo multicolore, fanno apparire flessuosa ed elegante, va a preparare la cena con le verdure dell'orto. Avremo frittate, maialino e pesce fermentato. L'orcio in cui è conservato, dietro la casa, si individua anche ad occhi chiusi. Mentre si prende un thè dal profumo molto affumicato, un vicino non sa resistere e dopo aver sostato un po' a curiosare dietro alla staccionata, viene direttamente a prendersene una tazza, troppo forte la voglia di partecipare alla novità. E' piuttosto anziano e non si intromette nei discorsi, osserva e beve il suo thè con compunta serietà. Poi come è venuto se ne va con un cenno della mano. Si cena nello stanzone comune della palafitta accoccolati sul pavimento di legno sulla stuoia stesa tra i cuscini. Il signor Dơn era troppo piccolo per partecipare alla guerra, ma non così giovane per scampare a tutti gli avvenimenti successivi, così fu arruolato e stette lunghi anni attraverso la frontiera col vicino Laos a controllare e contrastare gruppi di "banditi" che infestavano le montagne. Sembra pensare a quei tempi con l'atteggiamento del reduce che ricorda i vari episodi con una sorta di rimpianto verso la giovinezza che se ne è andata. La moglie invece, non parla di fatti riferiti ad allora, forse per la naturale ritrosia femminile o perché forse preferisce dimenticare quel tempo. Si fa seria e sparecchia velocemente alla luce bassa delle lampadine tremolanti. 

La campana del villaggio
Fuori la notte è chiara. La luna, quasi piena, è uscita da dietro le montagne e le risaie che salgono diritte verso il cielo sembrano gradoni di piramidi azteche che ritagliano i loro scalini nel buio della notte. L'aria è frizzantina, d'altra parte siamo quasi a mille metri. Sul bordo della risaia una sagoma nera è appesa immobile, ad un trespolo. Sembra una campana, forse serve oggi per chiamare a raccolta il villaggio in caso di necessità, forse serviva un tempo per dare un allarme. Da vicino vedi che non è una campana vera, ma la parte superiore di una bomba da 250 chili, una grande calotta di metallo recuperata dopo i bombardamenti che da queste parti avevano colpito forse per sbaglio e messa lì, riutilizzata di certo proprio per difendersi da altre come lei. Il silenzio è quasi assoluto, anche se sei immobile, le ranocchie sentono la tua presenza e tacciono. Forse qui i sensi si sono più accuiti col tempo. Si dorme bene sotto le zanzariere spesse e neanche ti accorgi del russare più o meno leggero dei tuoi vicini. Odore di legno stagionato e di terra umida, di campagna grassa e ferace. Chiudi gli occhi tranquillo sotto la protettiva copertura di eternit. Non ti sveglierebbe neppure la luce del mattino che penetra attraverso le imposte leggere, ma gli altoparlanti appesi ad alti pali, che non avevi notato la sera prima, cominciano a gracidare le notizie e gli slogan di partito già verso le sei e mezzo e così a poco a poco tutti cominciano la giornata stropicciandosi gli occhi. Ti accomodi sulle panche sotto la palafitta a mangiare pancakes e miele scuro e profumato e ti giri intorno e vedi che da ogni casa o capanna spunta una lunga asta con la bandiera rossa nazionale con la stella gialla al centro, molte altre invece riportano la falce e martello. Dalla parete dello stanzone comune un ritratto sorridente di zio Ho, senza apparente severità, ti guarda intensamente accarezzandosi la lunga barbetta bianca. 

Zio e zio

SURVIVAL KIT

A Mu Cang Chai - Homestay famiglia Dơn - Appena fuori dal paese. Molto gradevole, zanzariere e free wifi, ma portatevi gli asciugamani che non sono previsti. possibilità di bei trekking nella zona, più faticosi per i dislivelli più impegnativi della montagna, tra villaggi H'mong bianchi e neri, Thai, Nung e Dzao rossi. Anche questa zona è poco turisticizzata, per cui sarete sempre accolti con molta cortesia e curiosità.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 102 (a seconda dei calcoli) su 250!