mercoledì 31 dicembre 2014

Bilancio di San Silvestro

E così siamo anche arrivati all’ultimo giorno dell’anno. Avrete notato che mi sono preso una pausa, in parte dovuta alla connessione praticamente assente del luogo in cui mi trovo e in parte per la necessità di un momento di riflessione, che di tanto in tanto è necessario. Un otium benefico soprattutto per la mente a cui non vogliamo più sottostare e che i più considerano ormai in modo negativo, in un mondo dall’andamento sempre più vorticoso e che al contrario, mi sembra una delle più assolute necessità della vita, buona medicina generalista per tutti i mali ed i difetti della mente. Sta di fatto che adesso è il momento topico per fare un piccolo bilancio, come si usa, dell’anno appena trascorso, anche se ormai si tende ad indulgere a lasciare fare agli altri, magari ad una macchina, anche questo piccolo sforzo. Vedo facebook pieno di bilanci in automatico dell’anno, in cui si ringrazia tutti del meraviglioso anno appena trascorso, magari dopo essersene lamentati alla morte ogni minuto. Ma concediamo anche questo, in fondo che male fa?

I miei lettori più attenti avranno notato che il blog ha preso una piega sempre più settoriale, da generalcazzeggiatore tuttologico , si è via via trasformato in una cosa più vicina ad un travel blog, pur senza avendone le pretese. Sì, butto lì anche indicazioni pratiche, ma più che altro tendo a continuare il filone del cazzeggio mentale, che vuol ragionare sugli stimoli che ricevo andando in giro, macerando sensazioni in una sorta di carpione psicologico, per approntare una farcia di sensazioni da applicare come un cataplasma benefico, valido per la cura di ogni inevitabile momento depressivo che coglie l’essere umano per sua propria natura, dopo l’acme delle passioni. Diceva, mi pare Lucrezio o uno come lui, post coitum omne animal triste est. E per triste si intende proprio quella tranquilla spossatezza che induce l’animo alla depressione stanca, quando non, nella sua accezione più perniciosa all’accidia che se la prende con il resto del mondo. Occorre una medicina. E’ questa dunque l’utilità pratica del viaggiare o bisogna considerarlo solo come una sorta di appagamento al desiderio di conoscenza, la sete di voler vedere cosa c’è oltre la collina?  Chissà, intanto, devo dire che quest’anno, in seguito ad una serie concatenata di fatti vari, mi sono mosso parecchio, arrivando più o meno allo stardard che vorrei tenere fino a che la carcassa che mi contiene, resisterà. Ho aggiunto cinque figurine all’album, portandole a 95 o 96, non riesco a fare il calcolo bene, ma prima o poi lo farò seriamente, ve lo prometto. La meta dei 100 è ormai lì a portata di mano e sarà di ulteriore stimolo per il futuro prossimo.

Questo è il motivo che ha dato la sterzata al blog, per la verità non molto gradita dai miei lettori, che per vendetta si sono quasi dimezzati, forse anche perché la mia salsa sbrodolenta è diventata un po’ troppo insipida e ripetitiva, pazienza, più di così non so fare. Nell’anno appena trascorso, le statistiche dicono che ci sono stati all’incirca 30.000 contatti, che si trattengono in media a leggere per circa 1,50 minuti, guardando ognuno 1,63 pagine, l’80% dall’Italia, poco più di 12.500 utenti unici, mentre riguardo alle provenienze siamo arrivati a 153 paesi e 1156 città diverse, anche qui la collezione diventa sempre più difficile, man mano che mancano solo le ultime figurine. Il 63% di chi si collega per la prima volta ritorna almeno un'altra volta, diciamo il beneficio di inventario, insomma. I commenti si sono quasi azzerati, rimanendo circoscritti a quelli degli amici più fedeli, che ormai ne mettono uno generico, ogni tanto, credo per compassione. Cessando gli spunti politici o quelli sui problemi dell’alimentazione e della bufala falso ecologica, anche le polemiche, già rare, si sono purtroppo azzerate. Che ci posso fare, me ne farò una ragione, ma temo che continuerò su questa falsariga. Ho pubblicato il quinto libro, che al momento non ha avuto un enorme successo commerciale, raggiungendo un totale di zero copie vendute, che non è moltissimo, anche se è pur sempre un inizio; ma si sa i miei lavori editoriali  vengono fuori alla distanza.


Non mi rimane dunque che augurare a tutti una buone fine d’anno. Vedremo il prossimo come sarà. Le probabilità sono, come di consueto, che sia peggiore per chi lo affronta in modo negativo ed accidioso e migliore per gli ottimisti. L’effetto placebo, per fortuna funziona non soltanto nell’omeopatia. Credetemi e credeteci, in parte funziona e se no, pazienza. Arrivederci al prossimo anno.

venerdì 26 dicembre 2014

Taste of Burma 2




Pioggia d'autunno.
Stesi sul mare calmo
veli di nubi.

giovedì 25 dicembre 2014

Buon Natale




Ho soltanto i buoi e mi manca l'asinello.
Tuttavia penso che siano sufficienti per
augurare a tutti quelli che hanno la bontà 
di continuare a seguirmi nonostante tutto,
un Buon Natale!

mercoledì 24 dicembre 2014

Transit to Yangon


Scende la sera




Trasporti urbani
Accidenti questi aereini sono sempre pieni zeppi! L'Oriente è in tale tumultuoso sviluppo che evidentemente non si riesce a stare dietro alla richiesta, ogni giorno in vorticoso aumento. I locali sono piccolini e si infilano facilmente in tutti i pertugi disponibili, ma quando arriva qualche gruppetto di grassi occidentali è più dura farsi largo, dato che i sedili non sono assegnati, ma si deve sottostare all'assalto alla diligenza. Due famigliole di corpulenti tedeschi fanno fatica a infilarsi tra i braccioli, un paio deve addirittura richiedere la prolunga della cintura di sicurezza. Beh, io almeno non ho ancora dovuto sottostare a questa onta. Una parte dei sedili avanti è però riservata. Ecco infatti che, quando tutti si sono sistemati alla meglio coi pacchi e le borse in grembo, arriva direttamente sulla pista un corteo di auto con bandierine. Sembra sia un importante ministro che sta girando il paese inaugurando edifici, tagliando nastri e blandendo i suoi seguaci  in vista delle elezioni del prossimo anno. La sta prendendo alla larga insomma. Il codazzo dei sottopancia fa tenerezza, chi a portargli una busta, chi la borsetta, chi non avendo niente da portare cerca di sostenergli un braccio, mentre altri lo seguono fedeli, o sono più piccoli o par di vedere la loro schiena leggermente piegata, in una postura di sottomissione naturalmente esibita. Prima di salire sulla scaletta si gira con sguardo dolce e benedicente verso il codazzo di accompagnatori che lo circonda ai piedi dell'aereo, accarezza teste di bambini che gli vengono sporti, poi sale seguito dai fedelissimi e si gira ancora una volta a lanciare un ultimo amorevole saluto. 

Dal gioielliere
All'arrivo un'altra piccola folla lo attende, con collane di fiori da gettargli al collo. Lui sorride molto e dispensa saluti e certamente promesse. Che comportamento strano per un politico. Quando riusciamo a guadagnare l'uscita degli arrivi domestici, la piccola folla si è quasi dispersa, mentre il corteo di auto scure parte sgommando verso i palazzi del potere. Yangon adesso è presa nella consueta morsa del traffico, quello di una città che sta esplodendo di nuovi mezzi che ogni giorno si aggiungono ai precedenti, senza che le strade, sempre uguali, pensate per biciclette e rickshò, riescano ad allargarsi da sole. Certamente la soluzione magica di tutto questo sarà stata uno dei punti di forza del politico di cui sopra, nel frattempo noi cerchiamo di arrivare con fatica in downtown. La punta dorata della Shwedagon Paya rassicura e fa comunque da guida costante e se vogliamo benedicente. Quando arriviamo è già scuro. Per fortuna, la città, che era rimasta bloccata per tre interi giorni a causa delle piogge torrenziali che ci avevano accolto al nostro precedente arrivo, si sono date pace e in un attimo tutto si è ripreso con più vigore di prima. Qui ci sono abituati, al massimo ci si toglie le ciabatte e si gira coi piedi a mollo, mentre gli autobus rimangono fermi lungo la strada in attesa che l'acqua e il fango defluiscano. Tuttalpiù rimangono i residui qua e la, se saltano le fogne che corrono sotto i marciapiedi, ma bastano un paio di giorni e tutto secca. Intanto le strade del centro sono tutte piene di gente e bancarelle di street food

Al pozzo
In Oriente tutti sono abituati a mangiare spesso fuori, se apri un ristorante, di qualunque tipo sia, è difficile farlo andare male. Da ogni stradina, da ogni porta escono fumi e vapori, sfrigolar di fritture e puzzo di griglie cariche. Un paio di stradine più avanti, al centro di Chinatown, di localini di ogni tipo ce ne sono addirittura uno dietro l'altro; hai proprio l'imbarazzo della scelta. Alla fine ci infiliamo in uno dei più affollati, seguendo la regola che se c'è tanta gente vuol dire che si sta bene. Certo, per non allargarti troppo e non correre rischi, mangi sempre i soliti piatti, pollo, riso, noodles. Dopo un po' ti escono dalle orecchie, ma tanto, con le mie riserve, è difficile che muoia di consunzione, per lo meno nel corso del viaggio. Domattina ce ne andremo verso nord, bisogna solo passare la notte nella solita cameretta senza finestre, dove l'aria condizionata non funziona o perché manca la corrente la notte, o perché sono saltate le valvole. Alle tre, complice anche un incombente reflusso di maledizione di Montezuma, per evitare il soffocamento, mi decido a chiamare il ragazzo, anche se poco speranzoso, data l'ora. Invece accorre immediatamente, misericordioso e gentilissimo, come pare sia la regola da queste parti, cambia le valvole fulminate e dopo poco, posso sprofondare beato tra le braccia di Morfeo , mentre il soffio maligno che, apparentemente salvifico, cola dal soffitto, proseguirà sul mio apparato gastrointestinale il suo lavoro malevolo,  dandomi per il giorno dopo il definitivo colpo di grazia. Che ci volete fare, siamo nati per soffrire.

Tornando a casa

SURVIVAL KIT

Yangon Downtown - Situata sulla lunga via che parte dalla Sule Paya e che attraversa prima il quartiere mussulmano e subito dopo quello cinese. Quartiere animatissimo, ricco di templi e moschee nelle vie laterali, ristoranti e bancarelle. Qui si trovano anche molti alberghetti "spartani", comunque sempre attorno ai 30/50 $.


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martedì 23 dicembre 2014

Mercati di pesce e di riso

Tramonto a Mrauk U



Ciclotaxi in attesa al mercato di Sittwee
Lasciare Mrauk U all'alba e lasciarci un pezzo di cuore. Ce l'hai lì di traverso, la spina che ti ha trafitto ieri sera su una collinetta di fronte alle tozze cupole nere del Ko Thaung, il luogo preferito da chi vuole godere l'ultimo tramonto. C'erano otto persone in tutto sedute sull'erba, forse i soli turisti presenti in zona, mentre il bosco attorno, piano piano si scuriva e le guglie delle pagode lontane allungavano la loro ombra appuntita sulla valle. Una mandria di zebù bianchi, in una lunga fila, segnavano il sentiero sotto di noi. Un paese senza luci, dove camminare nelle strade senza una pila è un'avventura, eppure in giro  pieno di gente che cammina, che si muove in bicicletta o in motorino evitando di finire nelle buche o nei fossi. Se alle spalle si avvicina un frastuono, è solo un grosso camion col cassone carico di ragazzotti con la zazzera e i ciuffi tagliati a spazzola e colorati di biondo che saltano e ballano mentre due enormi casse nere, sparano a palla il pop-rock birmano, il residuo di un rave durato tutto il giorno e la notte precedente, quella di luna piena. Da Moe Cherry un trans gentilissimo e con ancheggiamenti languidi, mi aveva poi servito dei mediocri noodles e maiale, lanciandomi occhiate ferine. Anche adesso che è mattino, le stradine del centro sono già piene di gente che va verso il mercato. Al molo c'è in attesa il traghetto rapido per Sittwe, questo ci mette solo un paio d'ore e costa 3 volte tanto, ma stare impiccato su questo sedilino pensato per chiappe birmane, non è agevole e la barca è tutta chiusa da paratie di ferro rugginoso come una scatola vecchia di sardine e ti fa rimpiangere il barcone governativo lento e sonnacchioso che scorreva lungo le rive, fermandosi ad ogni paesetto e facendotene godere la vita. 

Banchi di pesce secco
Certo che alle 9 sei già arrivato, il tizio del baracchino ti aiuta con le valigie lungo la passerella tremolante. Si è portato dietro il figlio di una decina d'anni, che va a scuola e ha qualche parola d'inglese da spendere,  ormai valido aiuto che deve contribuire al business paterno per portare a casa la pagnotta. Al confronto con la sonnacchiosa Mrauk U, anche Sittwe, con la sua main road asfaltata, sembra una metropoli e il suo mercato pare davvero avere le dimensioni da grande città. In tutta la parte classica di masserizie, stoffe e vestiti, frutta e verdura, non differisce un gran ché da tutti gli altri, ma in due parti è davvero specifico e interessante. Il mercato del pesce, che si affaccia sul fiume è uno dei più vivaci del paese. Decine di barche di pescatori ci arrivano fin dal mattino presto e scaricano il pescato sui piccoli moli circondati da scarti ed immondizie. Tutto viene subito smistato attraverso varchi strettissimi e corridoi coperti, ai vari negozianti che lo espongono con cura sui banchi. Senti le grida dei venditori che richiamano le donne al passaggio, mostrando la merce migliore; altri puliscono con cura i pesci dalle lische, altri ancora tagliano i più grandi in grossi tranci che espongono poi con cura in piramidi ordinate. Di qui i molluschi, di là anguille ancor vive e aguglie sottili, granchi rossi, canocchie e cestoni ricolmi di gamberetti. Poco più indietro c'è tutta la sezione del pesce seccato e qui, se prima avvertivi un certo qual profumo di mare, seppure un po' irruvidito dal puzzo di fogna e di interiora giacenti da giorni, ora dai mucchi di  merce sale un tanfo micidiale che ti aggredisce al naso in maniera violenta e ti fa percorrere l'area con una certa fretta, tra i sorrisi di compatimento dei venditori. 

Mercato del pasce
Quando non avverti più di tanto il disagio, vuol dire che o i tuoi recettori si sono parzialmente anestetizzati o che ne sei fuori ed incomincia un altro grande mercato, quello del riso. Qui si commercia sia all'ingrosso, in magazzini più ampi ricolmi di sacchi impilati, che al minuto con una ordinata mostra di tanti contenitori aperti per mostrare le molte varietà di riso disponibili, dal migliore dai chicchi grandi e puliti, a quelli meno pregiati, fino alla spezzatura. Su ogni mucchio troneggia il pentolino che funge da misura di capacità, vista l'assenza di bilance. La merce arriva e se ne va in continuazione, in un via vai di carretti trainati a mano che fanno lo slalom tra la folla nelle strette stradine, mentre i conducenti chiedono strada con il curioso rumore fatto a labbra chiuse, quello con cui noi richiamiamo i gatti. Poi viene l'ora di andarsene anche da qui. Ancora due gamberoni in tempura da MV seafood, un succo di papaya e poi lo stanzone dell'aeroporto ad aspettare l'aereo ad elica per ritornare a Yangon, strizzati tra valigie, sacchi e pacchi di ogni genere, tra ragazze sorridenti che si strizzano per tenere meno posto possibile e americani ingrugniti e spocchiosi che occupano tre posti ciascuno, tra computer aperti, perché bisogna continuare a lavorare fino all'ultimo anche mentre si fa la coda, cibarie varie e bicchieri di caffè bollente, spostati poi qua e là e che finiscono inevitabilmente rovesciati nella massa che spinge, imbrattando ogni cosa ci sia intorno. Le piccole isole verdi, i bracci di fiume che diventano mare, le strisce di sabbia bianca, sono le ultime cose che afferri dall'alto mentre entri tra le nuvole e cerchi di mantenere fermo il ricordo di Sittwee e portarlo via con te.
Il molo dei pescatori

SURVIVAL KIT

Sittwee - Un pescatore
Traghetto da Mrauk U a Sittwee - Se volete guadagnare tempo e non gradite le 6 ore necessarie al traghetto "del Governo" (comunque assolutamente più consigliato da fare almeno per una tratta, all'andata o al ritorno), ci sono diverse barche private rapide che fanno il viaggio in circa 2 ore. Costo 20.000 K, ma molto più scomodo e secondo me anche meno sicuro. Al biglietto ci pensano dall'albergo. Per i frettolosi, poiché parte al mattino presto, all'incirca alle 7, potete guadagnare una giornata arrivando a Sittwe con largo anticipo sul volo che di norma parte nel pomeriggio, evitando quindi un pernottamento, se avete già visto tutto quello che c'è da vedere nel giorno in cui vi siete fermati all'andata.

Il mercato centrale di Sittwee. Situato sul fiume nella via parallela alla Main Road. Da vedere la parte dedicata al pesce la mattina presto e quello del riso, diversi dai soliti mercati che si incontrano nelle altre città. Ci si arriva facilmente a piedi all'altezza della torre dell'orologio.

MV Sea Food Restaurant - Sittwee - Sulla main Road di fianco al cinema - Cinese e birmano. Grande sempre pieno. Piatti sui 4/6000 K. qualità media. Il barista propone anche una serie di cocktail e poi viene a chiedere se sei soddisfatto. Buon posto anche per fermarsi a bere un frullato di frutta.

Sottwee - Il mercato del riso

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Una ragazza al mercato
Villaggi Chin

lunedì 22 dicembre 2014

I villaggi Chin



Lavori di aratura lungo il fiume 




Ragazze al bagno
Se lo stato di Rakhine è davvero poco frequentato dal turismo regolare e si incrociano soltanto pochi viaggiatori fai da te, il confinante stato Chin, è ancora più isolato. Fino allo scorso anno ne era addirittura vietato l'accesso, se non attraverso la richiesta di permessi speciali che la burocrazia governativa rendeva di fatto non ottenibili. Ora pare che tutto sia libero e nulla è più soggetto a particolari restrizioni, qualcuno ha capito alla fine che turismo vuol dire grano per tutti e quindi la nuova proposta è: basta che paghi. Il baracchino che deve fare la ventina di chilometri per andare fino alla riva del fiume Lemro è puntualissimo e alle 7 in punto è già lì fuori dell'albergo che aspetta. Il tipo alla guida, essendo il mezzo abbastanza nuovo, sembra avere una sola preoccupazione, quella di non distruggere le balestre messe a dura prova dalle colossali buche che si aprono su quello che rimane dell'asfalto della strada. Forse è quello il motivo per cui bisogna partire presto. Ogni tanto devi fermarti e uscire dalla carreggiata e procedere su di un ondulato percorso parallelo, sollevando nuvole di polvere gialla. La via è occupata da mucchi di pietre che gruppi di ragazze dal volto coperto, raccolgono in ceste di vimini, facendone mucchi più piccoli, dove altre donne le spaccano una ad una fino a renderle minuta ghiaietta. Più avanti, in un gran pentolone sopra un fuoco di legna, sta bollendo il bitume. Uomini magri con braghette e camicie sdrucite lo prendono sciolto in pentolini più piccoli e vanno a spargerlo con scope di saggina sul pietrisco che un minuscolo schiacciasassi, l'unico mezzo meccanico visibile, ha malamente livellato.

Ragazza Chin 
Dopo pochi metri riprende il purgatorio delle buche. Nei campi è un'andirivieni di gente che falcia, stende covoni a seccare o li sbatte a terra ritmicamente per sgranare il risone, prima di ammucchiarlo e spargerlo al sole sulla strada. Le donne sono velate e gli uomini magri e macilenti. Quasi tutti ostentano una barbetta spelacchiata su una pelle scura e rugosa. Sono mussulmani bengalesi, dice con una velatura appena percettibile di disprezzo, chi ci accompagna, vivono isolati nei loro villaggi, i contatti tra le comunità sono pochi, ma assolutamente pacifici, ci assicura, tranne un paio di anni fa quando c'è stata un po' di tensione, ma li abbiamo subito messi al loro posto e sogghigna il mite buddhista, sgranando il suo rosario da polso. Adesso non ci sono problemi. E' curioso il mondo e la facilità con cui si passa da emarginato ad emarginante e da torturato a torturatore, è spesso confine labile che si oltrepassa solo con un piccolo passo, quasi inavvertibile. Ma il fiume è vicino. L'imbarcadero son quattro assi mal messe dopo montagne di pietre che vengono scaricate qui dopo essere state pescate ad una ad una a forza di braccia nel fiume. Una barchetta ci aspetta per risalire la corrente.E' uno dei tanti fiumi che scivolano verso sud dai monti dello stato Chin, dopo essersi precipitati in forre e dirupi, scavando valli profonde e che trovano finalmente, qui nella pianura tra le basse colline, la pace di una lenta corrente che li porterà fino al mare.

Donna Chin
Le rive intorno sono di terra gialla fine, fertile ed umido materiale alluvionale. Sui bordi digradanti nell'acqua vedi gruppi di capanne isolate e intorno campi dove pariglie di magri buoi bianchi titano aratri di legno per dissodare questo terreno tenero. Più in là già vedi spuntare i fili verdi di campi di cipolle o già ben formate schiere di verdi cavoli, con file di donne che sarchiano con foga, a colpi di zappa sotto i cappelli a cono. Incroci barche di pescatori che procedono lente raccogliendo le reti, mentre sulle rive, ragazze giovani si immergono vestite per la toeletta mattutina ed i bambini sguazzano nudi lanciando grida e saluti al tuo passare. Risalire il fiume con le sua acque a volte gialle, a volte verde pallido, è come guardare un film della vita di campagna che scorre, sempre uguale da millenni. Il tempo è fermo, appare assolutamente statico secondo i tuoi parametri, senza rumori forti, sciabordii, qualche grido lontano, l'acqua che scivola via piano. I contadini hanno i ritmi antichi e lenti dell'autosufficienza. Dopo qualche ora i primi villaggi Chin compaiono negli anfratti laterali della riva. Il fiume qui si è ristretto un po', forse abbiamo preso un affluente laterale che risale una lunga valle affiancata da colline coperte di boschi fitti. Scendiamo sulla riva e risalendo la ripa lungo un sentiero che evidentemente le piene del fiume rimodellano ogni anno, incrociamo ragazze che scendono a riva con fasci di canna da zucchero in precario equilibrio sulla testa. La necessità del trasporto rende il camminare in questo modo, elegante e apparentemente facile, bello da vedere.

Donna Chin
Le prime case del villaggio cominciano poco più in su. A prima vista non sono molto dissimili da quelle del vicino Rakhine. Fatte di stuoie e bambù su palafitte, sono costituite generalmente da una grande stanza comune, con qualche spazio separato da stuoie per dare privacy ai genitori e ricoperte di un tetto di foglie di palma. I cortili sono recintati da graticci più o meno fitti con la cucina e le relative stoviglie in un angolo e gli animali che razzolano liberi qua e là. Qualcuno in un angolo scoperto tra gli alberi, espone un pannello solare. Lo smartphone bisogna pure ricaricarlo ogni tanto. Sotto la palafitta alta un paio di metri, al riparo, quasi ogni capanna ha un telaio per tessere larghe strisce di stoffa dai colori smaglianti. Donne e uomini sono quasi tutti a lavorare nei campi e tra le capanne rimangono solo donne anziane e bambini. Un gruppetto di tre nonne è fermo in un cortile, sono sedute a chiacchierare su una panca di legno. Non si sono messe lì a caso, certo, ma le grida dei ragazzini lungo la riva hanno fatto loro capire che qualcuno stava arrivando e si sono subito piazzate in posizione di lavoro. Hanno orecchie ornate di fiori o di grandi anelli di legno a dilatare il lobo tagliato da bimbe, ma è il viso soprattutto, che esibiscono con orgoglioso e interessato movimento del collo. Ogni più minuta parte della pelle è ricoperta da una fittissima rete di tatuaggi blu, una tela di ragno che le avvolge anche su palpebre e sopracciglia senza lasciare spazi liberi.

Donna Chin
Ognuna ha il suo particolare disegno, così come le era stato studiato quando, bambina, era  stata sottoposta alle cura della sciamana del suo villaggio d'origine; ma questa abitudine è ormai finita. Da anni ormai le pratiche dei tatuaggi si sono interrotte, le ragazze non vogliono più usare questa forma di ornamento per aumentare la loro bellezza o desiderabilità e anche le donne di mezza età ormai ne sono prive, mentre rimangono bene attente a ricoprirsi le guance con la crema di tanakha, per evitare rughe e abbronzatura. Queste anziane sono dunque le ultime di un'epoca e hanno velocemente capito che questa loro particolarità assolutamente unica, può diventare una fonte insperata per incrementare un poco del loro reddito. Qualche turista comincia ad arrivare, ben contento di pagare una tariffa fissa per mitragliare un po' di foto da portarsi a casa. Non fate i puristi scandalizzati. In fondo questi pochi soldi servono anche per mantenere in piedi la scuola in fondo al villaggio, una capanna di frasche, quattro panche di legno, un paio di lavagne e soprattutto la possibilità di dare un magro, ma comunque necessario stipendio a due insegnanti che arrivano da Mrauk U e alla fine non è poi così poco. Più in su nella valle, un altro villaggio. Qui si sta preparando una festa, tutti sono attorno all'albero secolare che segna il centro del paese. Le donne a preparare cibi, grandi recipienti di thè, due vasconi di riso bollito e tante pentole con sughi di vari colori che continuano a sobbollire.

Nel villaggio Chin
Gli uomini sono accoccolati in fondo al cortile a guardare. I bambini corrono tutto intorno sentendo più degli altri il clima della festa. Le anziane tatuate sono anche loro impegnatissime, chi a badare ai nipoti più piccoli, chi ad aiutare nelle faccende e sono meno disponibili, con le loro retinature blu scuro sul volto, alla sfilata per il fotografo, ma l'atmosfera è molto gioiosa comunque e c'è una gran confusione tutto attorno, anzi direi che così sei meno notato. Altra gente arriva dalle capanne vicine, qualcuno suona dei cembali, i grigi maiali setolosi scappano grufolando sotto le capanne a mettersi al riparo e la festa comincia con la distribuzione del cibo. Una vecchia ride mentre si fuma un gigantesco cheerot, una sorta di sigarone fatto di foglie succedanee del tabacco, in gran voga da queste parti, altre battono ritmicamente i pestelli nei mortai di legno per sminuzzare chili di chilly rosso sangue. Se stai lì vicino subito ti pizzicano gli occhi, tanto è potente. Comminiamo attraverso il villaggio fino al suo bordo estremo, una letamaia che dà su un rivo asciutto che ha scavato una scarpata prima di gettarsi nel fiume vicino. Al di là, un altro villaggio di capanne uguali, solo all'apparenza un po' più povero e meno popoloso. Non ci sono maiali in giro. E' un villaggio islamico di etnia bengali. La separazione è netta. Pochi metri e i due mondi non si parlano, isolati e distanti come se fossero chilometri. Eppure i bambini sembrano uguali, corrono seminudi qua e là e prendono le caramelle ridendo se gliele porgi. Loro non hanno ancora capito che il mondo è fatto di etichette. Poi la barca ridiscende lungo il grande fiume, lasciandosi andare alla corrente prima che il sole scenda dietro le colline.

Zattera di Bambù lungo il fiume


SURVIVAL KIT

Donna Chin
Villaggi Chin - Escursioni da Mruak U organizzabili facilmente dall'albergo, con circa 20.000K, macchina, guida e barca per tutto il giorno. Nei villaggi si preveda 500 K, tariffa fissa per ogni donna da fotografare ad libitum. I soldi rimangono comunque nel villaggio. Si possono organizzare giri di una settimana nello stato Chin che prevedono fuoristrada (ci sono solo piste), escludendo la stagione delle piogge, guide, vitto e alloggio attorno ai 100$ al giorno.

L'agenzia a cui mi sono rivolto io e che consiglio caldamente (anche dopo aver confrontato prezzi e servizi ) è: Mutu Suresh -Myanmar Expert Travel & Tours.
www.myanmarexperttours.com
    009 59 431 68 442
Disponibile a fare tour su richiesta e su misura, si è dimostrato estremamente efficiente, affidabile e onesto, risolvendomi anche un problema di biglietto aereo che richiedeva una certa attenzione. Organizza tour in qualunque parte del Myanmar. 

Ristorante Happy garden - Sulla via centrale, Cucina burma e cinese, piatti molto buoni ed economici, direi meglio del suo concorrente Moe, anche se un po' più ruspante. Piatti tra 2000 e 3000K. Ottimo il pollo agli anacardi. Giardino. Portarsi la pila alla sera per ritrovare la strada di casa. Aperto a tutte le ore. Direi la migliore ed economica soluzione a Mrauk U
Villaggio Rakhaing

domenica 21 dicembre 2014

E' uscito il quinto libro!

Ecco qua ci sono ricaduto. E' uscito il quinto libro. Ormai questa delle false guide di viaggio è diventata una aborrita abitudine a cui non riesco a resistere al ritorno da ogni mia scorribanda, quando non lo faccio è perché il materiale a disposizione mi sembra troppo scarno, ma vedremo. Intanto ecco qua questo mio :

Good morning Vietnam



330 pagine in vendita come di consueto su Lulu.com a prezzo scontato.

Ve lo consiglio eheheh, come un imperdibile regalo di fine anno, rivolto agli amanti dell'Oriente, arricchito anche da una cinquantina di mie foto in B&W, visto che col Natale ormai il treno è quasi perso.

Per chi fosse interessato cliccate su questo pulsante per il cartaceo:

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E sul seguente per l'ebook:

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Non vi resta che clikkare.


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Il quarto libro

sabato 20 dicembre 2014

Il regno perduto


I tassisti del mercato di Mrauk U

Monaco al Palazzo reale
Che delizia passeggiare tra le case di questa cittadina un po' ferma nel tempo, apparentemente un po' fuori della frenesia dello sviluppo economico galoppante che sembra aver investito il paese. Certo qui siamo in una provincia periferica e quanto mai isolata, ma la sensazione è proprio quella di una calma di campagna, forse quella che avvolge i paesi dopo la decadenza che segue un passato importante e glorioso. Se cammini su quel che rimane della cinta muraria dell'immenso palazzo reale, ti rendi conto di come le sue dimensioni siano completamente incongrue rispetto a questo paesotto di capanne, eppure quel regno fu ricco e potente e seppe costruire le centinaia di templi che dopo secoli sono rimasti lì in piedi, a dispetto di terremoti, acqua e guerre a testimoniare un passato di grandezza, che forse più neppure interessa i discendenti di quelle dinastie. La frenesia dell'Asia di oggi è lontana, senti piuttosto la tranquilla calma dei campi di riso laotiani o dei villaggi di palafitte della Cambogia. Un po' di animazione la ritrovi solo nel mercato, il punto di aggregazione che concentra tutte le attività economiche della zona. Frutta, verdura, carne e pesce suddivisi nei consueti spazi e poi le povere cose che arrivano col traghetto, tra le quali la provenienza cinese rappresenta addirittura un lusso. 

I 90.000 Buddha della Kotaung Paya
Ai suoi confini, moto e ciclorikshò in attesa di clienti, i cui conducenti dormicchiano all'ombra masticando betel. I larghi sputazzi rossi che caratterizzano questa abitudine, variegano la polvere della strada; bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi, anche se basta un po' di fanghiglia pestata a cancellare il tutto. Bastano pochi passi fuori dal centro e subito quella parvenza sconnessa e tutta buche di un'asfalto steso molti decenni fa, scompare, rimangono solo viottoli si campagna e stradine sterrate che portano in giro per la foresta e tra le colline. Oggi c'è un sole forte e da questo momento non vedremo più pioggia, il clima si è normalizzato. Lungo i sentieri gruppi di donne che vanno al mercato cariche di ortaggi da vendere, qualche sparuto gregge e magre vacche sparse a brucare nelle radure tra i templi più vicini. E' come girare in una campagna selvatica, ma dove la presenza dell'uomo è costante e in un certo senso rassicurante, senza il senso di mondo perduto nella giungla dei templi cambogiani. Saluti un gruppo di donne che fuori della loro capanna intrecciano cestini e ventagli, mentre torna il loro uomo con il carretto carico di giunchi che ha appena raccolto in uno specchio d'acqua vicino; poi subito dietro incontri la nera pietra del grande zedi di Ko Thaung, il più grande di Mrauk U con le sue 90.000 immagini di Buddha, in gran parte in rovina, ed è bello perdersi tra gli infiniti corridoi circondati da immagini, un labirinto sconfinato a cielo aperto, con i soffitti crollati e le pietre smosse che si disfano sotto l'azione dell'umidità e del muschio. 

Il Buddha della Siti Paya
Pare che dopo il grande terremoto di 250 anni fa che ne minò la struttura, la ricostruzione, sotto la spinta del malcontento popolare, sia stata affrettata e forse segnata dalla corruzione che fece usare pietra scadente ed effettuare lavori di ripristino approssimativi. Forse gli impresari del tempo si mandavano messaggeri per rallegrarsi degli appalti auspicati, chissà, fatto sta che camminare tra le pareti corrose e le statue senza testa, dà un senso di reiterazione continua delle pulsioni umane. Il Buddha sorride e comprende, è difficile estraniarsi dalle passioni e dai desideri, certo ci aspetta ancora un numero esagerato di reincarnazioni. Su una collinetta poco lontano fatichi a distinguere il tempio scoperchiato dalla cima da cui emergono le grandi statue di pietra nera sedute a guardia dei quattro punti cardinali. Ancora più in là, una lunga scalinata piena di bambini che giocano nella polvere, dove gli 85 metri della Sakyaman Aung Paya, svettano sulla valle. Qui ti puoi riposare ed abbracciare con lo sguardo il lago con le rive punteggiate di stupa dorati. Non ti sazieresti mai di vagare in questo bosco di fate e di uomini, dove il sacro è così ben amalgamato al profano, da farlo sentire come un unico aspetto possibile di un modo di vita, che forse appare immutabile, ma difficilmente potrà resistere a lungo alla spinta dei tempi. Tutto cambia e in fretta. Forse qui non c'è niente da prendere, da sfruttare, da "valorizzare" e quindi le strade non si fanno, ancora, per il momento e tutto rimane come sospeso come in un limbo, mentre la vita corre, al di là della catena azzurrina di montagne ad est. 

Il futuro è alle porte
Certamente per chi come me viene a vedere e ad assaporare questa immobilità temporale, tutto questo è davvero piacevole e unico; forse per chi ci vive e deve andare al pozzo a prendere l'acqua o deve morire perché non c'è un ospedale, un po' meno; forse baratterebbe volentieri, un po' di tranquillità con un medico e un dispensario. Ma le paraboliche della televisione e le antenne dei cellulari già svettano verso il cielo. Ormai anche qui si vede tutto quello che accade nel mondo. Forse l'ansia di mettersi al pari ha già fatto perdere parte di quella tranquillità. Tutti questi ragazzi che digitano spasmodicamente appoggiati alle selle dei motorini, già smaniano per la voglia di andarsene a respirare fumi di scarico e odore di asfalto. Sempre meno fedeli salgono la lunga scala che porta al monastero di Bandoola per vedere le polverose antiche statuette nascoste nella penombra delle teche del tempio. Il grande Buddha di metallo splendente, salvato dalla voracità inglese ricoprendolo di cemento, riceve ormai poche offerte. Qualche misero bastoncino di incenso e quattro banane. Nella grande sala dove un vecchio monaco ti accompagna elencando con voce stanca reliquie e oggetti sacri, rimane solo più una grande lastra di rame, l'ultima rimasta delle migliaia di tegole che ricoprivano il tetto del palazzo reale, quando Mrauk U era un regno potente che metteva paura a tutto il golfo del Bengala. Adesso serve come piano di appoggio per una scrivania.

Dukkanthein Paya - Tornando dal pozzo

SURVIVAL KIT

I bimbi della Sakyamaung Paya
Un giro di 5/6 ore in auto con guida costa attorno ai 20.000K. Si possono affittare biciclette, ma se fa caldo o piove, sui sentieri di terra tra le colline son dolori. I carrettini tonga sono ormai oggetti d'affezione come le carrozzelle a Roma.

Dukkanthein Paya - Nel gruppo nord. Sembra un po' un basso bunker di pietra nera circondato di minuscoli stupa. All'interno una serie di corridoi con bassorilievi, anche di vita comune, forse i più interessanti della zona, fino alla statua centrale.

Ko Thaung Paya - Gruppo orientale- Un enorme quadrato circondato da centinaia di piccoli stupa neri. I corridoi senza soffitto sono invasi dalla vegetazione e dal muschio e circondati da 90.000 statue di Buddha, alcune molto rovinate dalle intemperie. Attenzione perché camminando a piedi nudi ci si può fare male, molte schegge di mattone e pietra sui pavimenti.

Siti - Quattro statue di Buddha di pietra nera, scoperti da cui si vede una bella vista della zona e del vicino Ko Thaung. Punto molto suggestivo.

Sakya Man Aung Paya - Gigantesca pagoda alta 85 metri, molto decorata, del tardo periodo Mon con pianta ottogonale a più livelli.  Statue giganti all'ingresso. Belle vedute anche dalla vicina pagoda Ratanama Naung.

Ko Taung Paya
Monastero Bandoola - Zona sud - In cima ad una collina raggiungibile con una scala coperta. Ha un piccolo museo di reperti storici,  foto e reliquie sacre. Mantiene una grande statua di Buddha di metallo e l'ultima tegola rimasta del palazzo reale. Vista sui dintorni.

Lago Laksaykan - A sud della città vicino al monastero, con graziosi tempietti gazebo dove guardare il panorama e le pagode che ornano le punte delle colline vicine. tutto il lago è circondato da sentieri che offrono gradevoli possibilità di trekking nella natura. Come perdersi nel bosco a due passi dalla città.

Rovine Palazzo reale - Vicinissimo al centro, rimane solo il grande recinto delle mura in mattoni da cui si possono indovinare le dimensioni e la zona centrale dove sorgeva il palazzo vero e proprio, circondato da grandi alberi. Di fianco il museo archeologico (ingresso 5000 K esagerati, io li eviterei), dove sono affastellati un po' di ruderi, statuette, bassorilievi, qualche vecchio quadro e plastici polverosi di scarso interesse.

Mercato - E' la zona più vivace della città, simile a tanti altri mercati birmani, suddiviso per categorie, Luogo dove rifornirsi di frutta per affrontare le passeggiate nei dintorni. Per avere un'idea 1 pomelo 500K, papaya grande 1000K, 3 kg di banane rosse giganti, da provare , sono eccezionali, 2000 K.

Ragazze in visita alla Sakyamanaung Paya

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venerdì 19 dicembre 2014

Tramonto a Mrauk U


Per le vie di Mrauk U



Sulle colline
La collina è una tra le tante dietro il paese, ma un po' discosta, la più alta e solitaria. La vegetazione è fitta, alberelli di foglie larghe e spesse, erba alta, arbusti e canne. Mya Than è avanti e, dopo aver lasciato la stradina che porta ad un gruppo di capanne isolate, prende un piccolo sentiero che sale deciso verso l'alto. Mi ha promesso un posto unico, di quelli da non dimenticare. Non piove più, ma il verde è ancora coperto di goccioline che scivolano a terra quando sfiori i rami più bassi. Bisogna farsi largo anche con le braccia, Dopo poco non vedi più niente intorno, tutto è sovrastato dal rigoglio della natura. Soprattutto stai attento a non prendere qualche spina e a non scivolare, mentre la salita diventa sempre più faticosa e la luce a poco a poco si affievolisce. La via però non è così lunga come sembrava, dopo una mezz'oretta di zig zag nel bosco, la guglia dorata di una piccola pagoda spunta già tra le frasche, ancora un piccolo sforzo poi, solo gradini antichi e sbrecciati, mattoni rossi corrosi dall'acqua e dal tempo su cui devi appoggiare il piede con cura per non smuoverli troppo. L'ultima parte della scalinata è più larga, ti fa intravedere come doveva essere stata pensata dal suo costruttore. Forse un tempo tutta la parte terminale del rilievo era ricoperta di mattoni e di scalinate per accedervi. Due grandi parapetti a foggia di serpente ne seguono ancora  l'ultima rampa, poi un largo spiazzo orizzontale che taglia di netto la cima della collina. Al centro lo zedi della pagoda, alto una decina di metri, presenza aliena nel bosco, con la sua liscia superficie dorata e il h'ti terminale, l'ombrello di metallo da cui pendono decine di campanelle. 

Templi di Mrauk U
Il luogo è deserto, nessuno arriva più quassù; attorno, tra i piccoli stupa che fanno corona alla costruzione centrale, non c'è più traccia di offerte, di incensi e dei piccoli lumi lasciati da fedeli premurosi. Le statue non sono avvolte da mantelli di stoffa, che mani osservanti pongono di solito a protezione della divinità  durante la stagione più fresca. Tutto appare abbandonato eppure ancor vivo, mentre giri attorno alla costruzione, poggiando i piedi nudi sulle piastrelle sconnesse. Il punto domina la vallata e ti puoi mettere tranquillo lungo la balaustra ad osservare lo spettacolo che sotto e di fronte a te si sta preparando. Una foresta verde scuro, fitta di alberi bassi, resa quasi lucida dalla pioggia recente, copre tutta la valle, punteggiata qua e là, su ogni piccolo rilievo o minima sporgenza, delle cupole nere di decine e decine templi, alcuni grandi e isolati, altri raccolti a gruppi come a farsi forza l'un l'altro, come piccole campane di pietra messe a segnare un territorio, a dimostrare presenza e fede. Qualcuno è circondato di bassa erba verde su cui indovini gruppetti di animali al pascolo, altri sono sul bordo di piccoli specchi d'acqua che gli avvallamenti del terreno hanno raccolto nel tempo, altri ancora rimangono avvolti dal verde, ne vedi spuntare solo le punte orgogliose, che pretendono attenzione. Le capanne di Mrauk U sono sepolte nel bosco e non vedi quasi traccia, tranne quelle affiancate alla strada principale, il centro ed il mercato sono fuori dalla vista, dietro una collina più alta. Indovini la presenza umana solo dai fumi che cominciano ad alzarsi tra le cime degli alberi. Sono i fuochi delle cucine che le donne, appena ritornate dai pozzi con i grandi contenitori di alluminio pieni di preziosa acqua pulita, hanno acceso in attesa di preparare la cena. 

Fuochi della sera
Intanto il sole scende tra le colline più lontane mentre tutto il cielo, variegato di nubi piatte, si incendia. La foresta è muta, senza rumori. Nell'aria, appena spira un refolo del vento della sera, senti il tintinnare del bronzo delle campanelle, l'unico fremito che non ti lascia solo di fronte a questo palcoscenico preparato solamente per te. Guardi il sole che scende dietro l'ultima collina, come ipnotizzato, fino a che l'ultimo barbaglio arancio non manda una residua lancia di luce, un rantolo di vita che sa di poter rinascere domani e quindi lascia questa scena con gioia. La luce scende di colpo, lasciando tinte rosa nel cielo che virano subito all'indaco e al viola. La foresta è già scura. Bisogna tornare in fretta, ripercorrendo i passi già fatti in discesa. Il percorso è breve, lo fai senza affanni, rimane anzi il tempo per fermarsi di tanto in tanto ancora un attimo a godere di quella vista grande, delle ondulazioni ormai nere del fondo, dell'orizzonte spezzato dalle guglie di pietra, dei ruderi abbandonati lungo la via. A metà strada, un antico tempietto in rovina, la cupola è crollata, rimane solo l'oscuro ingresso alla cappella, dove forse intravedi sul fondo il sorriso consapevole di una grande statua di pietra. Che fascino solitario quel cunicolo abbandonato tra le rocce coperte di muschio. Accendi la pila, basta superare la soglia e il piccolo corridoio segreto è lì col suo richiamo irresistibile. Da quanto tempo nessuno entra ad onorare il Buddha? Mya Than mi mette una mano sul braccio: "Meglio non entrare, tra le rocce solitarie fanno la tana i serpenti". Scendiamo in fretta, soprattutto guardando a dove si mettono i piedi.

Le colline di Mrauk U
SURVIVAL KIT

Gruppo dei templi meridionali
Nawarat Hotel - E-27, Yangon-Sittwe-Main Road | Nyaung Pin Zay QuarterMrauk UUna serie di bungalow, abbastanza moderni, dotati di tutto, ma dal prezzo esagerato da 50 a 80 $ secondo il momento. Free Wifi. Possibilità di organizzare dall'albergo ogni tipo di escursione e con ogni mezzo. Manca molto spesso l'elettricità. Silenzioso. Personale come sempre gentilissimo e premuroso. Comodo per andare a vedere il gruppo principale dei templi anche a piedi.

Moe Cherry restaurantAlayZay QuartierMrauk UE' il ristorante che va per la maggiore e che cerca di dare un tono internazionale per attirare la clientela dei pochi turisti in città. E' vicino all'albergo e ci potete arrivare a piedi. Piatti principali attorno ai 4000K, attenzione al cliente, l'ambiente rimane comunque molto familiare, apparentemente pulito, cucina cinese con qualche piatto internazionale. Buoni i gamberoni. Portarsi la pila, la sera, perché la strada intorno non è assolutamente illuminata anche se è la strada principale.
Tramonto a Mrauk U




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Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 102 (a seconda dei calcoli) su 250!