sabato 30 marzo 2013

Buona Pasqua

Buona Pasqua a tutti gli amici dei 141 paesi del mondo che in questi 6 anni hanno avuto la cortesia di collegarsi con questo luogo virtuale, per simpatia o per amicizia o per sincero interesse. 


venerdì 29 marzo 2013

Cronache di Surakhis 54: Il potere al Popolo.

Paularius se ne stava seduto nella penombra buia dell'ufficietto antistante le sale di tortura del campo di gioia e rieducazione, che ormai occupava tutta l'area di quella che prima era stata la capitale. Da quando il Popolo era diventato il vero sovrano di Surakhis, lui, che era riuscito, grazie al suo colpo di genio di aver consegnato tutti i capi dei Morigeratores nelle mani della falange dei Servitori, aveva ottenuto la carica di Servo dei servi di Cricket, il Servo assoluto, il Santo che aveva dato al Popolo tutto il potere del pianeta. Si era rivelato subito utilissimo ala Congrega imponendo, grazie alle sue aziende di hardsoftware un sistema globale che aveva streamizzato ogni abitante di Surakhis, con l'impianto di un chip di registrazione audiovideo e pensiero, direttamente dentro ai crani, con una piccola anche se un po' dolorosa operazione. In questo modo tutto poteva essere conosciuto da tutti pubblicamente e non potevano essere fatti inciuci vecchia maniera, come ad esempio, pensare con la propria testa e non secondo il decalogo santo di Cricket, ormai base unica del pensiero del Popolo sovrano. Non appena il segnalatore di dissenso rivelava in automatico un'insorgenza di pensiero autonomo in qualche Zucca (così erano denominati e numerati ii cittadini), le Locuste Guardiane della Fede del Movimento, prelevavano il cittadino stesso per condurlo al Centro Benessere del Campo, dove, previa applicazione di elettrodi genitali, si provvedeva a far rinsavire il deviato. Anche il vecchissimo Imperatore dei boccoli d'oro, era stato confinato in un tempio di Fellatrices Macrotettute che, dopo un impianto artificiale di cinque peni accessori, lo tenevano occupato per tutto il giorno, in attività diverse dalla politica attiva ed era felice, anche se le sue fans più accanite lo avevano dimenticato. 

Tutti i suoi Capitani Mirmillones e Retiari, erano subito passati alla Guardia delle Locuste, dopo ampia professione di fede e il controllo accurato che davvero, come garantivano sull'onore, nelle loro teste non ci fosse davvero traccia di pensiero autonomo ed erano velocemente riusciti a conquistare posti di preminenza tra i Servi del Popolo. Tuttavia Paularius, che si era fatto crescere i capelli grigi fin sulle spalle ed aveva adottato un paio di occhialetti rotondi per avere un'aria maggiormente carismatica, rimaneva sempre vigile e preoccupato. Vero era che molte vecchie leggi, avendone anche Cricket riconosciuto la saggezza, erano state mantenute, ma il sistema mostrava sinistri scricchiolii. Ad esempio la Lex Libertatis, imposta a forza ai Morigeratores dal vecchio Imperatore, che aveva concesso a tutti gli schiavi la libertà assoluta di lavorare a tempio pieno senza riposi e senza dormire (ognuno aveva impiantato uno stimolatore di attenzione che lo teneva sveglio con piccole ma fastidiose scosse elettriche appena si abbassavano le palpebre, fino al decesso, un altro brevetto di Paularius) e come ulteriore benefit forniva ad ogni schiavo l'opportunità di dare liberamente un'offerta, in denaro o in organi del proprio corpo, che erano esportati in tutta la galassia, al proprietario della miniera in cui lavorava, era stata mantenuta e rafforzata, essendo stato riconosciuto il suo contenuto di libertà vera. Il cittadino infatti poteva decidere da solo quale organo donare, suo o della sua progenie naturalmente. 

Il pianeta ormai osservava in pieno l'andamento della decrescita felice che i Sacerdoti, scelti con cura dopo una decerebrazione parziale, che mantenesse però in piena efficienza i centri dell'arroganza spocchiosa e della volgarità, propagandavano nelle conferenze Verdi, che venivano inviate attraverso la Grande Rete Globale che avvolgeva il pianeta, in modo che nessuno potesse sfuggire. Era una decrescita soprattutto fisica.  
Il Popolo Sovrano aveva ormai raggiunto una altezza media di 50 centimetri, riducendo in proporzione i consumi di cibo ed energia. Vivevano ormai tutti nelle caverne delle montagne di immondizia che ricoprivano Surakhis di uno strato di molti metri, da quando erano stati fermati  tutti gli inquinantissimi inceneritori e anche le centrali a merda funzionavano in maniera discontinua a causa della mancanza cronica di materia prima. Però l'aria era molto più pulita, al massimo un leggero odore di carne grigliata che si spandeva nelle caverne quando settimanalmente venivano messi al rogo quanti venivano proposti per la carica onorifica di presidenti di Surakhis. Come ovvio appena se ne pronunciava il nome, il candidato era "bruciato" su una graticola rituale, tra il tripudio della folla assembrata e questo tipo di divertimento era molto apprezzato da tutti i Cittadini. Anche l'economia, in generale, fortunatamente languiva seguendo il piano quinquennale di decrescita, in particolare da quando Surakhis era stato bandito da tutti i consessi  ed espulso dal sistema monetario dei Crediti Galattici, ma questo non era poi così grave ed ogni ambasciatore che si presentava veniva vaffanculato agli ingressi doganali dello spazioporto dai Macropenici Rigeliani che si occupavano a pieno titolo, avendone i messi fisici più idonei, di questa funzione sacra ed utile. 

Il Vaffanculamento era stato istituzionalizzato come pratica indispensabile e al tempo stesso consolatoria dal Movimento e vi venivano sottoposti preventivamente tutti coloro che volevano arrivare ad un'udienza diretta con Cricket in persona, che spesso provvedeva all'operazione personalmente e con una certa soddisfazione, altre volte la faceva svolgere dai Rigeliani che la rendevano più gustosa e convincente, grazie alla loro migliore attitudine fisica. All'aspirante al colloquio, non riuscendo neanche più a sedersi, rimaneva quindi poco tempo e voglia di procedere in lamentele o suppliche varie e veniva congedato rapidamente con una serie di onorificenze e titoli vari come Stronzus Benedictus, Caput Mentulae o l'ambitissima Medaglia Merdea, che veniva mostrata come un trofeo a tutto il Popolo osannante. Sì, il pianeta aveva trovato un suo equilibrio sociale, il Popolo padrone imperava, i Servi del Popolo muniti di storditori elettrici giravano per le strade mantenendo la felicità viva e attenta, Cricket, Servitore dei Servitori, si occupava del benessere universale in prima persona e lui, Paularius, dalla sua stanzetta dietro le camere della gioiosa tortura, pensava al futuro. Un futuro roseo di un Nuovo Reich destinato a durare mille anni. La vera democrazia del Popolo Sovrano aveva trionfato. Poteva addormentarsi tranquillo, cullato dalle urla dei rieducandi, che si alternavano allo sfrigolare delle scosse elettriche sui testicoli tumefatti



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Sansone
Civiltà perdute.

giovedì 28 marzo 2013

Stiamo esagerando

E' pur vero che quando cominci a precipitare giù per una china scivolsa è difficile fermarsi, ma questa volta sembra che il percorso non abbia più fine e come detto nel titolo, si finisca per esagerare. Comunque per dovere di cronaca, nonché per il fatto che sono gonfio come un pavone, dopo pochi giorni dalla presentazione del mio libro Lettere dall'Indocina alla sala Ambra nell'ambito dell'UNI3 alessandrina, mi compare sul Piccolo (grande giornale della città, una delle poche cose rimaste) questa intervista densa di amarcord baletiani. Abbiate pazienza, fatevene una ragione, ma non potevo fare a meno di riportare.





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martedì 26 marzo 2013

Incontri.



Piccolo fiore esotico,
fragile stelo da rendere forte,
ti ho visto in una calda mattina
ventisei anni fa
e mi hai riempito il cuore per sempre.

lunedì 25 marzo 2013

Ma quanto si mangia!




Prima di lasciare i lidi africani, qualche cosa bisognerà pur dire a proposito di quel che si mette sotto i denti, perché va bene la cultura, le considerazioni politiche e filosofiche, nonché economiche, va bene la natura e gli animali, ma non di solo spirito vive l'uomo, bisogna pensare anche di tanto in tanto al nutrimento. Intanto bisogna sottolineare che la cucina africana è meno varia di quella asiatica o europea e non è questione di scarsità di ingredienti, quanto piuttosto del fatto che da queste parti la cosa più importante è sempre stato trovare qualche cosa da mettere nel piatto, piuttosto che come cucinarlo. Inoltre su questo si è sedimentata la tradizione culinaria anglosassone, forse meno interessante di altre soluzioni possibili, mista a suggestioni arabe ed indiane, data la disponibilità di spezie varie. Comunque se sarete da queste parti, condotti come unica soluzione possibile da una agenzia organizzatrice di safari, capiterete in ogni caso in una serie di lodge e sistemazioni (in particolare nei parchi) occupate solo da turisti e la cucina di questi luoghi è improntata ad un senso generico di internazionale con pochissimi tocchi locali. Quindi classiche colazioni all'americana, con uova, frutta, cereali  e caffé, mentre le cene saranno sempre presentate con due o tre scelte di carni, passati classici (onion soup, zuppa di porri, di pomodoro, ecc.), patate fritte e cose di questo genere, mentre a pranzo vi toccherà il famigerato lunch box, costituito invariabilmente da un quarto di pollo rinsecchito, sandwich, uovo sodo, muffin immangiabile, banana, succo di frutta e poco altro. 

Se invece potrete di tanto in tanto fermarvi in qualche mercato di strada, un locale indigeno (hoteli) o alberghetto con ristorantino frequentato da abitanti del posto, potrete avventurarvi alla scoperta della cucina tanzaniana. Nei locali meno lussuosi, il menù è generalmente scritto in swahili su una lavagnetta, per cui farete bene a ricordare almeno alcune parole ricorrenti per non prendere cantonate. Intanto quello che troverete sempre è l'ugali, praticamente una polenta di mais bianco alla bergamasca, soda e piuttosto collosa, usata come contorno universale, accompagnata da salse variamente piccanti e fagioli o verdure, incluse le banane cotte (ndizi) o le onnipresenti frites (chipsy). Il piatto forte più comune è costituito dalla carne alla griglia  (nyama choma) di vario tipo anche sotto forma di spiedini (mishikaki) di pollo (kuku) o di manzo (ngombe). Spesso si trovano per gli amatori i noodles alla cinese, fritti o in zuppa; quasi sempre disponibili riso come contorno (wali)  e fagioli (maharagwe). Una soluzione accettabile da fast food, sono le frittatone come la chipsy mayai (di patate). Potendo comprate sempre frutta nei vari banchetti dei mercati, in quanto non frequentissima a tavola, come manghi, papaye, ananas e banane ovviamente, quelle rosse che trovate solo nella zona di Karatu, sono le più buone al mondo in assoluto, provare per credere. Le arance sono deludenti e difficili da sbucciare, specialmente in viaggio, vi sbrodoleranno sempre e invariabilmente quando tenterete di aprirle, dopo aver inutilmente trafficato con l'indispensabile coltellino svizzero. 

In zone di mare invece, sarà onnipresente il pesce, sia alla griglia, sia in spiedini, sia all'orientale, curry o al cocco. Quasi sempre disponibile il polpo (pweza), un po' duro per la verità, grigliato, bollito o come zuppa, ma occhio al peperoncino (pilipili) e al pepe usato all'indiana in quantità industriali. L'altra spezia più usata è il coriandolo, se non vi piace evitate i piatti con parvenza indiana e quasi tutte le salse (con cannella e chiodo di garofano). Disponibili ovviamente, specialmente a Zanzibar, gamberoni e aragoste. Thé e caffé locali di ottima qualità, specialmente quest'ultimo. Per la bevande, se vi piace la birra tiepida, questo è il vostro posto; peraltro è discreta (Kilimanjaro, Safari, Serengeti e molte altre marche) con le onnipresenti Soda, incluso un classico e mordente ginger ale. Sempre reperibile l'acqua in bottiglia. Inoltre non dimenticate di provare il vino tanzaniano prodotto dalla italianissima Cetawico (vedere il sito e magari andatela a visitare se passate di lì a provare il rosso Sharye) a Hombolo vicino a Dodoma. Se sarete troppo pretenziosi o disperati, in ogni località turistica troverete facilmente ristoranti che offrono anche piatti italiani. Vi ricordo a Dodoma la Sipe Cafeteria dell'amico Massimo che offre anche cucina locale, una vera garanzia (non per niente è Alessandrino). In centro a Dar, per tutti i gusti, lo Chef's pride, che mi era stato indicato dal conoscitore del mondo Dottor Divago, che offre a prezzi contenuti piatti internazionali, bisteccone all'americana, pesce ottimo, piatti cinesi, indiani e locali per tutti i gusti. A Zanzibar avrete ampia scelta di ristorantini di spiaggia con pesce a volontà. A Stone Town provare l'Archipelago café all'ingresso della città vecchia, pesce e ottimi frullati di mango in terrazza sul mare. E poi bando alle chiacchiere di fame non morirete certo.


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sabato 23 marzo 2013

Un paio di considerazioni sull'Africa.


La spiaggia di Jambjiani - Zanzibar


Mi riesce faticoso abbandonare l'Africa ed i suoi temi. Anche perché non appena ritorno a guardarmi intorno e ad ascoltare volti cupi che parlano di aria fritta o indecenti maleducati, tronfi e spocchiosi  che pontificano su cose di cui non hanno nemmeno una lontana idea, mi viene il magone e la voglia di ripartire. Avete notato infatti che sono più di due mesi che mi tengo piuttosto lontano dalla cronaca nostra. D'altra parte l'Africa mi ha intrigato molto in questi ultimi tempi, ci sono stato due volte in meno di un anno e mezzo e mi sembra che sia una situazione ben poco conosciuta, quando non percepita in modo del tutto sorpassato e non realistico. Quando si parla di Africa con qualcuno, emergono soprattutto delle convinzioni generalistiche e stereotipi assolutamente antiquati. Qualcuno non ci vede altro che un inferno senza speranze o soluzioni di malattie, fame e guerre, che in breve spopolerà il continente. Altri avvertono soltanto la pressione di un'orda di poveri che si affaccia sulla sponda del benessere, nel tentativo di invaderla e sopraffarla, imponendo nuove tradizioni e cancellando l'ormai debole e senescente Europa. Infine i più la considerano come una terra selvaggia, al più un enorme parco naturale da lasciare a se stessa in quanto priva di ogni possibilità di sviluppo futuro, un po' della serie, inutile interessarsene, tanto non ce la faranno mai. 

La mia sensazione è che davvero questi atteggiamenti pecchino di una superficialità che deriva da una assoluta non conoscenza di quanto accade e di come si sta orientando quella parte del mondo. Intanto non è un fatto che questo continente sia un concentrato esangue di popoli esausti che aspettano di estinguersi sotto il sole impietoso. Anzi è pur vero l'esatto contrario. Nonostante tutte le traversie, l'Africa è il continente a più elevato tasso di crescita della popolazione, tanto che sta arrivando al miliardo di abitanti, nonostante carestie, guerre e malattie imperversino come in nessuna altra parte del mondo. Questo mi sembra un segno di grandissima vitalità che è caratteristica propria di qualunque società giovane e proprio per questo propositiva e volta all'innovazione, magari compiendo errori clamorosi, ma pur sempre smuovendo stratificazioni e immobilismo non producente. Vero che parliamo di un continente povero e con paesi a PIL bassissimi se confrontati al cosiddetto mondo sviluppato, ma basta muoversi sia ad ovest che ad est, per non parlare dell'estremo sud del continente, per riscontrare una irruente e tumultuosa vocazione ad intraprendere attività di ogni tipo, commerciali, artigiane e piccolo industriali che smuovono la società nel profondo. Chi ritiene di trovare solo gente che languisce sotto le palme, non conosce una realtà ben diversa. 

L'Africa di oggi è tutto un enorme cantiere in costruzione, dove ogni giorno nascono attività ed occasioni. Certo si tratta in generale di soluzioni povere o approssimative rispetto ai nostri metri. Sono cose che non corrispondono ai nostri standard o ai nostri interessi, ma rappresentano un trend inarrestabile ed estremamente vigoroso. Chi si è accorto di questo sono proprio quelle altre realtà che per decenni avevamo sottovalutato con disprezzo, che adesso ci fanno tanto paura e che demonizziamo spregiativamente, invece di cercare di conoscerle in modo utile, magari proprio per difendersene. Cina e India e anche altri paesi, cosiddetti emergenti, sono presenti in maniera massiccia in ogni attività economica africana, avendo evidentemente valutato essere molto interessante investire lì e pensando ad un futuro sviluppo che garantirà grassi ritorni. Mica lo fanno per beneficenza. Il continente è intanto ricco di risorse naturali da predare, ma forse la cosa che fa più gola è essere dentro a pieno titolo ad uno sviluppo economico rigoglioso che potrebbe avvenire nei prossimi decenni in cui bisogna trovarsi tra i primi ad essere presenti per poterne sfruttare prima degli altri le potenzialità. I più avveduti o quelli che ritengono a torto o a ragione che l'unica soluzione efficace della nostra civiltà sia la crescita, comunque regolata e/o sostenibile, sono sempre alla ricerca di nuove locomotive dello sviluppo, che oggi sono in Asia e magari in Sudamerica, ma che in un futuro non lontano andranno cercate proprio in Africa. 

Questa visione a lungo termine darebbe una risposta anche a chi paventa unicamente l'invasione di nuove orde barbariche. Naturalmente i problemi sono enormi e non volerli riconoscere fa parte della stessa miopia di chi ritiene il continente fermo nel tempo al 1800. Sono però i problemi classici di tutti popoli alla vigilia dei grandi cambiamenti. La corruzione prevaricatrice e le insanabili violente rivalità di una terra che fa delle tribalità la sua debolezza ed allo stesso tempo la sua forza, possono essere freni potenti. La superstizione e l'ignoranza che impregna potentemente ogni strato della società è in contrasto con una crescente scolarizzazione che sforna schiere di laureati sinceramente vogliosi di lavorare per un paese nuovo e moderno. Un altro aspetto che differenzia la gente d'Africa in generale dagli altri mondi, è una centralità assoluta della famiglia e degli aspetti mutualistici disinteressati tra simili. Questo potrebbe, a mio parere, avere molta importanza anche al fine di dare una direzione diversa e più umana a questa inevitabile crescita, forse un aspetto nuovo, tutto da valutare e passibile di soluzioni ancora non investigate. L'unico errore che possiamo fare, noi "occidentali" è ignorare tutto questo relegandolo a problema periferico e marginale, limitandosi a vederne le punte negative e magari fastidiose, l'immigrazione, la crescita degli estremismi, le sacche di miseria su cui scaricare le coscienze con aiuti a volte fasulli, altre malamente interessati, altre ancora improduttivi e controproducenti, nella maggior parte dei casi in contrasto con i bisogni reali o forniti secondo vie sgradite a coloro a cui sono diretti nei fini o nei modi.

In altri casi poi utili solo a mantenere in piedi strutture autoreferenziali. Certo è difficile valutare la correttezza di ogni intervento e sicuramente è illusione utopistica pensare che chi si rivolge verso questi lidi, sia nazione che organismo, lo faccia con intento nobile e disinteressato, tuttavia sarebbe bello che ci fosse almeno una direzione positiva per entrambi i contraenti. In ogni caso non ci si può illudere e nessuno fa mai le cose al posto tuo, Anche l'Africa, faticosamente, e non basteranno di certo pochi decenni, dovrà trovare la strada da sola, sbagliando spesso e scegliendo bene in pochi casi; dovrà percorrere una via piena di ostacoli successivi, posti dai nemici, dai falsi amici e anche da quelli inconsapevoli degli amici sinceri. Ci vorrà tempo. Intanto come vedete ho già fatto mia la considerazione di Biagi che diceva che quando vai in un paese nuovo per una settimana, ritorni e scrivi un libro; se ci stai un mese, scrivi un paio di articoli, se ci vivi un anno, non riesci a mettere insieme più di qualche frase. Pretendiamo di capire tutto semplicemente, con un paio di occhiate, è uno dei difetti umani; io di certo non ne sono esente. Intanto per portarmi avanti col lavoro, sto mettendo insieme un nuovo libro sulla Tanzania. Quello sul Senegal l'ho già editato da tempo.



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venerdì 22 marzo 2013

Le terrazze di Stone Town.




 
I tetti e le terrazze di Stone Town paiono grigi all'alba. Butti lo sguardo intorno e lo sguardo spazia sui cubi delle case antiche che nascondono i vicoli della medina vecchia del quartiere di Malindi, che nascondono quasi l'azzurro lontano del mare. Una omelette, fette di papaya, succo di mango fresco, l'odore del Golfo te lo porta la brezza del mattino che gonfia le vele lontane dei dhow già al largo. Vi avranno svegliato le chiame mattutine alla preghiera dei muezzin. Dalla terrazza in alto dell'Hotel Safari vedi il minareto rotondo dell'antica  Misikiti wa Balnara, la torretta della Beit el-Ajaib, la Casa delle Meraviglie, già palazzo del sultano e la sagoma delle massicce mura del forte corrose dall'umidità e il brusio leggero che senti salire dai vicoli bassi ti chiamerà come una sirena a scendere in strada a perderti nei vicoli, a fermarti anche solo ad osservare il passaggio e a goderne l'atmosfera. Donne velate passano a gruppi, trasudando voglia di glamour colorato al di sotto dei veli svolazzanti, poi bambini che vanno a scuola, artigiani al lavoro, le prime botteghe che con calma aprono le pesanti porte di legno. A poco a poco le strade si riempiono di gente diversa, un melting pot afroasiatico fatto di indiani frettolosi, massicci neri africani, allampanati abitanti degli altopiani, nilotici magri, donne dalla pelle chiara ed i nasi sottili che si indovinano al di sotto di niqab trasparenti, grasse venditrici avvolte in khanga colorati, papaline bianche di vecchi arabi dalle barbette rade a discutere animatamente con ispidi salafiti in palandrana grigia. Nei giardini Forodhani di fronte al forte, puoi stare ore a goderti il passaggio con un succo di mango, ad impigrirti all'umidità salsa dell'aria di mare prima di infilarti nei meandri della città vecchia, ormai bazar infinito di negozietti di souvenir. 

Ti potrai sedere anche tu sulle baraza, i gradoni in pietra dove, davanti ad ogni casa, la gente si siede a chiacchierare e goderti ancora l'andirivieni pigro e ciondolante o ad alzare gli occhi sulle finestre ricche di elaborazioni decorate. I grandi portoni di legno scolpito sono ormai quasi tutti aperti, le lunghe punte di ottone lucide per i tanti tocchi. Ancora una sosta sul dehor al primo piano dell'Archipelago café per approfittare dei suoi deliziosi tranci di marlin alla griglia, standotene a guardare i mastri d'ascia che sulla spiaggia mettono a punto la murata di una grande barca, ormai quasi finita. Su un muro, una mano irriverente ha scritto, puoi comprare cosmetici, ma non la bellezza. Quella è un dono di natura, che si offre così alla tua vista perché tu ne possa godere liberamente. E' difficile decidersi ad abbandonare Stone Town, come tutte le antiche città arabe, ha un sentore dolciastro e appiccicoso che ti impigrisce e ti toglie la voglia di partire, anche se Ibb, grassoccio interprete dell'accoglienza isolana ti canticchia tutto l'inno della Juve, nel suo italiano perfetto acquisito dalla costante frequentazione di turiste fameliche. Le bianche spiagge dell'isola chiamano però a prenderti qualche giorno di riflessione, di cui vi ho già parlato in diretta e su cui a distanza di tempo non voglio tornare, per non rimanere poi immagonito, buttando l'occhio su questa grigia e fredda primavera, piena di nuvole nere all'orizzonte. Direi che è ora di chiudere qui questo taccuino di viaggio, scandito da espressioni spesso un po' enfatiche, come mio costume, ma sapete com'è, io sono facile agli entusiasmi e vorrei trasmetterli sempre a chi mi ascolta con orecchio attento. Nei prossimi giorni ritornerò sull'argomento solo per dare qualche indicazione di natura pratica a chi volesse avventurarsi da quelle parti, cosa che consiglio caldamente in ogni caso.



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giovedì 21 marzo 2013

Zanzibar: spezia e commerci.


Stone Town - Zanzibar - Il caravanserraglio.


Un piccolo balzo al di là del mare. Sembra un nulla e invece è un salto enorme, dall'Africa vera a questa terra di mezzo, né Africa, né Asia, misto perfetto in salsa araba, a sé stante e senza paragoni. Zanzibar, l'isola della spezia, l'avamposto dell'Oriente che arrivavano a predare la Grande madre ben prima degli Europei. Una mistura unica di India, di Medio Oriente, di antico e moderno. Terra di commercio soprattutto, sia questo fatto di schiavi neri, profumi forti o oggi, offerta di spiagge bianche e paradisi sognati su depliant patinati. Questo è sempre stato il destino dei luoghi di mercanti. La Zanghibar che raccontavano a Marco Polo in viaggio per tornare a Venezia, popolata di figure strane e forse paurose, come racconta nel cap. 187 del Milione:

Zanghibar (Zanzibar) è una isola grande e bella e son tutti idolatri  e ànno loro linguaggio. La gente è grande e grossa che son sì grossi e li uomini sì vembruti (questo particolare colpisce sempre) che paiono gioganti e vanno tutti nudi e no si ricuoprono lor natura. E sono tutti neri e sono li capelli tutti ricciuti. Elli ànno grande bocca e naso tutto rebbuffato in suso e le labre e le nari grosse ch'è maraviglie, che chi li vedesse in altri paesi parrebbero diavoli. Qui si à le più sozze femmine del mondo ch'elle ànno la bocca e il naso grosso e corto, le mani grosse quattro cotante le altre.


Ma nessun timore ha mai fermato i mercanti, l'interesse per il guadagno, ma anche l'innata curiosità che li spinge verso lidi lontani dove le cose preziose costan poco e si possono scambiare con profitto, così questa terra di confine tra i mondi, ha sempre attirato genti da ogni mare. Attraversi lo stretto in un paio d'ore e la moderna nave è piena di volti antichi carichi di masserizie, che vanno dai "nasi rebbuffati" e nerissimi, ai lineamenti chiari e gentili di volti femminili a mala pena nascoste da veli trasparenti. Vedi barbe salafite sotto occhi cupi e atteggiamenti disinibiti fasciati in jeans strizzachiappe e dita nervose che martellano i tasti dei telefonini senza sosta. All'arrivo ti pare di esser calato in uno dei porti del Golfo di tanto tempo fa. Alla fonda barche di legno con vele triangolari beccheggiano su un mare di smeraldo, accanto a moderni yacht d'altura; sciabecchi e tartane di legni duri, plastica invadente e bianca, ricoperta di ottoni lucidi. Appena sbarcato la prima sorpresa, che ti definisce l'aria che tira. Un baraccotto sgangherato con gendarmi, l'ufficio della dogana. Niente da fare, anche qui come in tante altre sciocche e miopi parti del mondo, la pretesa di esser diversi, migliori soprattutto dagli altri, quelli di là, pigri, nullafacenti e suonatori di bonghi, che divorano le nostre sudate tasse, sperperandole in bagordi, è lì, sotto una bandiera diversa per distinguersi meglio, viva e presente attraverso la forma assurda ed antistorica di un incaricato assonnato che ti mette un inutile timbro su un passaporto, ulteriore baluardo carico di acredine, appiccicoso orpello ad ornare meglio la stupidità umana. 

Ci tengono molto qui a Zanzibar a distinguersi dagli altri, "quelli di là"; vogliono autonomia maggiore, hanno istituito un ulteriore piccolo parlamento locale, con ministerini fasulli e hanno anche un loro Presidente. Niente di nuovo sotto il sole. Un sole che qui è piuttosto forte e a volte cuoce le zucche tanto che, periodicamente scoppiano disordini separatisti e ci scappa qualche morto, magari un prete cattolico, perché come se non bastasse, a complicare le cose c'è anche 'sto problema della religione che crea ulteriori complicazioni. Stone Town, la vecchia capitale dell'isola è un delizioso esempio di città di mare araba dei tempi andati. Case piccole e affastellate disordinatamente attorno al porto, piene di vicoli in cui perdersi dopo pochi metri, una fila ininterrotta di negozietti, attività artigianali, piccoli locali, bar affollatissimi. Trine di finestre da cui immagini di poter essere a Sana'a o a Venezia. Muri antichi corrosi dal monsone e ricoperti dalla nera patina di muffa umida. Cammini nelle piccole calli sotto il sole feroce e ad ogni angolo si apre una nuova prospettiva; il venditore di acqua con il suo carico sulle spalle, il friggitore di banane, il venditore di anacardi e dovunque profumo di spezia. Una antica casa di ingrasso degli schiavi, il caravanserraglio, oggi abitazione sovrappopolata di decine di famiglie, piccole madrasse, da cui fuoriescono frotte di ragazzi con le divise bianche e ragazzine già costrette nell'hijab di pizzo candido, anch'esso ormai divisa imposta, barriera culturale che però non riesce a frenare sguardi di fuoco lanciati tra le due schiere, pur mantenentesi a debita distanza. 

Vale davvero la pena non perdersi questa realtà così particolare, questa mistura incredibile di donne africane arabizzate, di gruppi di uomini in lunghe galabeje seduti a chiacchierare, di Masai in manto rosso che passeggiano in cerca di occasioni, di questo meraviglioso sentore di garofano e cannella che profuma l'aria ed il cuore. Guardi affascinato le famose porte di legno zanzibarine, uno dei vanti dell'isola, scolpite, decorate, ricche di borchie e punte di metallo all'indiana, splendore dell'arte decorativa, impedita a riprodurre la figura umana, ma impotente davanti al desiderio di bellezza che cerca espressione e sfogo comunque. Finalmente dopo l'ennesimo angolo cieco della medina, dopo l'ultimo vicolo stretto, ecco una piazzetta bianca, una facciata araba larga con alti gradini che fungono anche da panca per il passante, l'albergo Safari Lodge. Uno stanzone con qualche carta geografica appesa alle pareti, al bancone due inservienti da strappare al torpore meridiano, due poltrone sdrucite dalle pesanti volute barocche, un sofà sfondato dai duecento chili dell'enorme proprietario, barba lunga, cute sudaticcia, manone con salcicce grasse al posto delle dita strizzate da pesanti anelli d'oro, che sonnecchia davanti ad un piccolo schermo televisivo su cui scorrono i servizi di Al-Arabija. Basta un suo cenno però, per risvegliare i dormienti che ci assegnano la camera all'ultimo piano, dove dall'arredo e dalle forme indovini subito la mano cinese ristrutturatrice. La notte è buia e non avrai cuore a perderti nell'oscurità dopo il primo angolo per ricercare un ristoro presunto. Così basteranno i biscotti e i dolcetti del piccolo negozio di fronte che ormai sta chiudendo le pesanti porte di legno e un mango maturo, prima che la nuova alba sorga sulle terrazze della città.


mercoledì 20 marzo 2013

Ritorno a Dar es-Salaam.







Rimane ancora una pratica da espletare a Selous. Un giro a piedi nella foresta per sentire, liberi dal mezzo meccanico, il respiro vicino di questa terra. Detto così suona un po' pomposo, ma in effetti, il bozzolo psicologico della scatoletta di latta del fuoristrada, ti dà una sensazione protettiva che comunque rappresenta una barriera estraniante, ti mantiene in una posizione di osservatore passivo piuttosto che attore partecipante ad una rappresentazione di vita vera. Camminare tra gli alberi, nel fitto dei tronchi e non capire più dopo pochi metri e qualche giravolta, dove sia rimasto il punto di partenza e sentirti irrimediabilmente perduto, ti rende parte di un mondo che rischierebbe di rimanere comunque estraneo  e lontano, occasione di immagini da catturare, di impressioni di primo impatto da razziare e portare a casa come collanine e paccottiglie da perdere in un cassetto  minore della mente. Alle sei è ancora buio pesto ed è disagevole lasciare la mia tana notturna senza mettere il piede in fallo e precipitare dalla scaletta dai gradini marci e malfermi. Gli ippopotami hanno già comunque lasciato il bosco dopo la rumorosa strippata notturna e sono ormai a mollo nell'acqua, quindi ci si può inoltrare lungo il sentiero che conduce all'area di ritrovo centrale del campo, con una certa tranquillità. Kassim, il barcaiolo di ieri, indispensabile tuttofare che aveva anche servito la cena, probabilmente stanco per i mille doveri e le molte incombenze, ronfa ancora della quarta e compare solamente dopo un po' con gli occhi assonnati, strascicando i piedi in due ciabattoni slabbrati. 

Ci si inoltra tra gli alberi spostando i rami più bassi, nel chiaroscuro dell'alba. A lato, tra i cespugli, senti rumori leggeri, fruscii sospetti, fogliame strusciato. Animali non se ne vedono ovviamente, già la nostra presenza, l'odore e il fracasso del nostro passaggio, sono deterrenza sufficiente a far fuggire lontano ogni forma di vita animale. Però ne scopri i segni ad ogni angolo. Ecco gli zoccoli di un gruppo di gazzelle, qua a terra sul fondo di un corridoio aperto nel verde, le tracce del passaggio di un'orda di ippopotami al pascolo solo un paio di ore fa, laggiù, le enormi fatte di qualche elefante isolato che ha provveduto a scortecciare un grande tronco di baobab. In una radura più isolata trovi ossa sparse, una grande mandibola calcinata, decine di costole, un bacino spezzato del pachiderma che è venuto a morire qui. Kassim ti racconta le storie della foresta, mostrandotene i segni al passaggio, ogni orma, ogni ramo spezzato ne è occasione, assieme agli alberi giganti che ti circondano oppressivi. Un grande mogano isolato stende radici colossali sul terreno quasi nudo, piccoli tronchi di ebano scuri, dei quali non indovini subito la durezza ed il pregio e poi radici, foglie dai profumi curiosi, erbe medicamentose e tutto quello che lo scrigno della foresta nasconde e ti rivela solo camminandoci dentro. Poi viene l'ora di partire. 

Caricare le valige ed i sacchi sull'auto che ci è stata compagna per quasi un mese, per un ultimo balzo fino a Dar. Ancora pista rossa e polverosa, ancora capanne nel bosco degli uomini della costa, di cui Ernest, sempre attento e preciso, ti racconta di superstizioni e povertà di vita, ruolo di pescatori che si accontentano del poco che regala il mare e che disdegnano l'agricoltura, forse troppo pigri, forse troppo legati a tradizioni antiche, che dietro la capanna hanno sempre un piccolo simulacro in cui si crede stiano gli spiriti guardiani del villaggio, magari col telefonino in mano, ma pronti a bere pozioni magiche per liberarsi dal malocchio, sempre in agguato. Un mondo troppo sconvolto da bruschi, anche se inevitabili cambiamenti. Un'ultima strada in costruzione che ti costringe a tortuose deviazioni,  Il solito cappello di paglia su una testa di cinese che controlla un gruppo di figure sudate che stendono l'asfalto coi badili. Arriviamo sempre troppo presto e in un attimo sei nel caos di Dar, il traffico insopportabile, le code di ore per percorrere pochi metri, le baracche di lamiera della periferia, i venditori che passano da un finestrino all'altro, arachidi, frutta, giornali, libri, vestiti, triangoli, attaccapanni, un mondo brulicante di vitalità esplosiva. Eccoci al porto, una folla di gente con valige e pacchi. 

Una confusione ossessiva e rumorosa, che ti innervosisce e spesso spaventa. Abbraccio Ernest col cuore. Arrivi come turista, te ne vai come amico, recita lo slogan della sua compagnia. Certo lo dirà a tutti quelli che partono, proporzionalmente alla mancia, va bene; ma vi prego, non siate crudeli, lasciatemi immaginare che ci sia una commozione vera in questo lasciarsi, per tutto quello che ci ha dato, per il sorriso ironico con cui ti raccontava le cose, per l'emozione che gli leggevi negli occhi davanti a spettacoli che lui aveva pur già visto mille volte, per le grandi risate quando gli raccontavi barzellette. Da domani sarà di nuovo ad Arusha; lo aspetta ancora un gruppetto di ospiti, l'ultimo della stagione, chissà se simpatici o supponenti, pieni di prepotente maleducazione o invece di curiosità interessata verso il suo mondo, pretenziosi o disponibili, chissà. Se lo chiede ogni volta, ma solo alla fine tirerà le sue somme, aggiungendo anche lui una ulteriore esperienza di vita; poi sarà la stagione delle piogge e lui andrà a ritirarsi nel suo villaggio remoto, sulle rive del grande lago Tanganica, a guardare il blu scuro delle sue acque, sognando il pozzo nuovo da fare. Ancora una stretta di mano trattenuta a lungo, poi la sirena del traghetto chiama ad una nuova esperienza. E' davvero ora di andare.




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In volo.

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