lunedì 18 febbraio 2013

Safari in bici.





Sono le 5 di mattina e al Lilac Camp, immerso tra le acacie spinose, è ancora buio pesto. Il lago è dietro il bosco a pochi chilometri. Yassim è già lì, davanti alla cucina che sta gonfiando le gomme alle biciclette, un po' malandate forse, ma adatte alla proposta di attraversare il tratto di savana che ci separa dal lago, appena farà luce. Quando dietro il profilo della collina comincia a mostrarsi un chiarore incerto, mi consegna l'attrezzo e si comincia a pedalare su uno stretto sentiero tra le piante, facendo attenzione a non finire sull'erba dove le lunghissime spine stanno acquattate in attesa di teneri piedini o di morbidi copertoni da perforare. Attraversiamo un gruppo di capanne di fango, dormono ancora tutti, solo un paio di galline e un maiale a far compagnia ad una piccola donna magra, dagli occhi infossati e febbricitanti per la malaria, seduta a terra con lo sguardo vuoto. Poi gli alberi si diradano e la piana erbosa della savana si allarga a vista d'occhio, mentre il cielo muta da arancio scuro a giallo vivo, anche se il sole fatica a far capolino tra nubi basse, residuali di una stagione di piccole piogge più ricca del consueto e che si è protratta fino a qualche giorno fa. Yassim, aspirante guida, si è portato dietro un Masai, dalle orecchie frastagliate, in qualità di meccanico gonfiatore, evidentemente conosce i suoi polli o meglio le sue biciclette. Però non appena ti allontani dalle capanne isolate e ti inoltri tra gli ultimi cespugli, ecco che ti senti subito sperso in questa immensa piana ricoperta di erba verde, che la luce radente colora di oro. 

Pedali in un ambiente primordiale, primitivo, senza punti di riferimento temporali, come se ti stessi spostando dai tuoi ripari notturni per una caccia antica. Lontane ombre tra l'erba alta, una fila di gnu che bruca lentamente, due zebre a testa alta che con un fremito alle orecchie controllano che quel gruppo di strani animali in movimento, non siano fonte di pericolo. Nella savana devi sempre stare con un occhio aperto, anche mentre mangi ed essere pronto a correre in fretta. Meglio in bici che a piedi ovviamente. Dopo un'oretta perdi davvero ogni riferimento, sono scomparsi tutti i cespugli e la piana si perde all'infinito; in fondo, rischiarata dal sole, la linea netta del lago ancora lontano. Poi, d'improvviso, scompare anche l'erba. L'acqua si ritira di giorno in giorno quando comincia il secco e sotto di noi rimane solo la superficie del lago lasciata libera dall'acqua evaporata. Una spanna al più di liquido che se ne va in fretta quando comincia il caldo e lascia spazio ad una fanghiglia morbida che poi si seccherà screpolando la superficie in geometrie regolari. Dappertutto, le impronte delle migliaia di flamingos che si spostano ogni giorno verso il centro del lago, zampettando disordinatamente mentre col nero becco ricurvo dragano la fanghiglia per raccogliere cibo. Le gomme delle bici affondano di qualche centimetro nella mota scivolosa. Anzi a ben ragionare più che di fango si tratta di una sterminata distesa di escrementi che gli allampanati trampolieri rosa lasciano dietro di sé nella loro ritirata, un palese avvertimento ad essere lasciati in pace. Non si può proseguire. Lasciamo le bici a terrà e avanziamo a piedi verso il lago. 

La superficie escrementizia è una vera e propria saponetta, anche se non profumata, dove si avanza a fatica a braccia larghe per mantenere un equilibrio precario ed evitare di trovarsi seduti nel guano. La riga bianca del lago sembra sempre più lontana, come un miraggio da deserto. La sagoma di uno gnu solitario ci si specchia, scura ed immobile come un'insegna isolata. Ad un certo punto le scarpe sono diventate palle di fango che continuano a raccogliere materiale organico ad ogni passo ed avanzare sta diventando impossibile. Lontana la linea perfetta dell'orizzonte si staglia beffarda mostrando la striscia rosa dei flamingos che la distanza fa apparire immobile e unica. Bisogna desistere e tornare indietro delusi, fino alle biciclette, naturalmente sgonfie che giustificano così la presenza dell'aiutante con pompa al seguito. Ma che sensazione ripercorrere la savana verde mentre la brezza del mattino muove appena il mare di erba! Un gruppo di impala sta immobile, appena uscito da un gruppo di cespugli bassi. Occhi acquosi che ti seguono mentre attraversi la pianura. Poi un poco più in là, cinque magnifiche gru coronate si spostano verso di noi becchettando tranquille. Siamo sopravento, lasciamo le biciclette e ci avviciniamo in silenzio tra i cespugli, fino ad arrivare alle loro spalle. Quando sembra quasi di toccarle, come per non parere, cominciano a spostarsi, sempre becchettando, attente a voltarsi di tanto in tanto nella nostra direzione per mantenere comunque una distanza di sicurezza, muovendosi più in fretta se acceleri, rallentando se ti fermi a fotografare. Ad ogni passo nostro, corrisponde un passo loro. La distanza è il segreto. Me lo spiega Ernest a colazione davanti a due robusti pankake; nella savana la tranquillità è mantenere la giusta distanza, poi te ne puoi anche andare a piedi. Il binocolo è l'arma più importante. Tenere a mente; basta che lo sappiano anche i leoni.



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