mercoledì 29 febbraio 2012

Lettere dal Laos 12: I paradisi di Vang Vieng.


Vang Vieng.


Ragazze Hmong al mercato.
La strada che da Vientiane porta a Vang Vieng è malandata e faticosa, pare quasi si voglia rendere difficile arrivare in questo luogo, noto ai più come punto di perdizione e come tale vera e propria calamita per frotte di saccopelisti di tutto il mondo. Si favoleggia di fumo libero a volontà e comportamenti trasgressivi ampiamente tollerati. La realtà, come al solito, è molto più soft di quanto non si voglia far credere. Certo da queste parti circolano un sacco di ragazzi con la voglia di divertirsi, di fare musica, di ballare, quindi puoi vedere qua e là molti locali pieni di gente che si muovono a ritmi occidentali, corrono fiumi di birra e una quantità di ragazze in bikini fruisce del fiume liberamente sotto l'occhio curioso ma ormai abituato dei locali assai più scafati di quanto si voglia far apparire. Però la straordinaria natura del luogo non rimane snaturata affatto e la sua bellezza, che certamente sarebbe stata più esclusiva nell'isolamento di un tempo, non diminuisce per la presenza di un po' di ragazzi che scendono il fiume su kayak e camere d'aria, fermandosi su improvvisate piattaforme a far festa. Quando risali la corrente in una sottile lancia, il cui fondo, di tanto in tanto raschia sul greto delle rapide, rimani comunque incantato dal paesaggio delle alte montagne che precipitano nelle anse i loro dirupi coperti di vegetazione folta e selvatica. 

I Buddha di Vang San
Schivi i gruppi di bufali immersi nell'acqua e il gorgogliare del torrente ti risuona nelle orecchie calandoti in una realtà di natura apparentemente perfetta, come l'avrebbe dipinta un monaco tao in un rotolo di vedute cinesi o un nostro paesaggista arcadico. Davvero un luogo gradevole da vivere con la solita calma e sapendone apprezzare le sfumature. Visitare le grotte carsiche dei dintorni, significa salire scalinate scoscese, affacciarsi su dirupi antichi in cui guardare lo snodarsi del fiume dall'alto sotto lo sguardo benevolo dei tanti Buddha dorati di ogni dimensione che la pietas dei fedeli ha messo a testimonianza della propria fede in ogni anfratto della roccia. Lungo la strada per arrivare avrete avuto modo di sostare in un grande mercato Hmong, dove a volte si possono vedere donne nel variopinto costume tradizionale, mentre avrete ancora negli occhi l'emozione dei Buddha di Vang San, un misterioso gruppo di statue che giacciono nella foresta in una spaccatura della roccia, una delle tante gemme nascoste di questa terra ricca di piccole cose che solo la mancanza di fretta, ti può consentire di apprezzare. Ci puoi stare un giorno o una settimana a Vang Vieng, lo scorrere del tempo si attutisce tra queste montagne erose dall'acqua e quando riparti porterai con te solo immagini e sensazioni di paradisi non necessariamente artificiali.

Sul fiume a Vang Vieng

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martedì 28 febbraio 2012

Lettere dal Laos 11: Le paturnie del turista.

 
Tong e le sue ammiratrici.
Abbiamo già detto che il clima, lo stile di vita del paese, la generale tendenza a lasciarsi andare a cui invoglia tutto quanto ti circonda, condiziona nei fatti anche i comportamenti generali e il rilassamento che ti prende quando giri per mercati e negozi, in fondo ti fa mollare i freni inibitori ed le attenzioni consuete. Accidenti che malfidato, sempre a pensare che ti vogliono fregare! In realtà non bisogna mai calare troppo l'attenzione di base e quando vai sulla piazza centrale della fontana Nam Phu, per affittare le biciclette vedi un bugigattolo ammiccante, proprio di fianco alla Scandinavian Bakery ed al lussuoso ristorante francese, affacciati sul lato nord della piazza. Entri con fiducia ed al fondo del locale trovi una vecchia tenutaria, che ha visto di certo tempi e tipologia di affari differenti, truccatissima e accoccolata sui suoi cuscini come una vedova nera in attesa delle sue vittime. Chiede subito il doppio della normale tariffa di affitto velocipedi (di norma 1 euro al giorno) e alle tue rimostranze fa un piccolo sdegnoso sconto, come a dire, che volgarità richiedere riduzioni, questi falang non sanno proprio vivere dignitosamente, poi fa un cenno imperiale ai suoi due schiavi e ti fa consegnare delle pseudo Grazielle, molto malandate, tutte storte e cigolanti con le gomme molli, che ti viene subito voglia di tirargliele sulla testa. 
Les velos de Vientiane.

L'addetto tecnico meccanico si dà da fare per mettere i mezzi in condizioni rotabili, ma quando sfinito cedi e inforchi le bici dopo neanche un chilometro si spacca un pedale e devi tornare indietro a sostituire l'attrezzo tra mille maledizioni, cosa che ti viene concessa con degnazione senza sovrapprezzo. Da evitare come la peste. E dire che poco più in là c'era un magnifico noleggio bici con tutta roba nuova ed a prezzo di cartello. E' la dura legge del turista. Così quando arriva Tong stai un po' sulle tue, vigile e sospettoso. E sbagli anche questa volta, perché Tong, l'autista con van allegato che abbiamo preso in affitto per una decina di giorni, tutto compreso, è un personaggio davvero in gamba ed affidabile. Attento e premuroso, vigila continuamente che tutto proceda nel migliore dei modi, cercando di offrire il meglio di quanto andremo via via visitando, limando le difficoltà e offrendoci anche uno spaccato di vita laotiana il più possibile reale. Discreto ed efficiente, sarà il nostro custode, raccontandoci ogni cosa su quanto andremo man mano vedendo, una vera miniera di informazioni sul suo paese che ama, rendendoci il viaggio in ogni modo gradevole e completo. Autista prudente, prodigo di consigli su locali e ristorantini che conosce come le sue tasche, ci ha mostrato anche il suo lato umano, particolarmente gradevole e simpatico. 

Il grande fallo.
Gran giocatore di petanque, altro lascito francese, mostra la sua abilità nelle interminabili partite che si organizza con i ragazzi delle guesthouses che ci ospitano ogni sera, con bocciate precise, accompagnate dalle ovazioni degli astanti, mentre le bottiglie di Beer Lao si accumulano sui tavolini e sognando costosissime e irraggiungibili bocce di titanio da vero professionista. Lasciarlo, alla fine del viaggio è stato malinconico ed anche lui ci ha mostrato una commozione non di facciata, continuando a farci le ultime raccomandazioni sugli infidi thailandesi che avremmo trovato appena passato il confine. Una serie continua di consigli a non abbassare la guardia per non cadere preda di marpioni in attesa di ingenui turisti. Si sa il vicino è sempre più verde. Ce lo ricorderemo senz'altro Tong, con la sua simpatia discreta, consigliandolo assolutamente a chiunque intenda muoversi in libertà da quelle parti. Nella chiacchierata finale sui consigli di viaggio vi darò tutte le coordinate precise per contattarlo. E adesso, tanto per cambiare, lasciamo Vientiane e partiamo per un giro che ci porterà per tutto il Laos del nord, un' area davvero di grandissimo interesse. Dunque rilassatevi, come è d'obbligo e ripartiamo per la seconda parte del viaggio.


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lunedì 27 febbraio 2012

Lettere dal Laos 10: Vientiane.

I buddha di Wat Si Saket.


Un portale del Pha Kaeo.
Una capitale specchio del paese. Una città tranquilla, senza l'affanno compulsivo di un traffico fuori controllo così comune nelle metropoli asiatiche moderne. Te ne puoi andare a passeggiare lungo i marciapiedi, buttando l'occhio nelle pasticcerie e nei localini da cui la mattina esce il profumo delle corte baguette fresche; andar per mercati, affollati e stretti, anche qui rigurgitanti di merci affastellate, ma dove non senti l'aggressività dei venditori di altri cieli, dove la contrattazione è meno serrata e mordente; sostare nei templi tranquilli dove statue antiche ti osservano benigne, all'apparenza senza giudicarti, proponendosi soltanto come esempio di serenità. La bicicletta è d'obbligo per percorrere le strade piane del centro, spostandosi tra i vari punti di interesse con la giusta lentezza per favorirne l'approccio psicologico. Il Wat Si Saket ti offre le sue migliaia di immagini del Buddha che occhieggiano dalle pareti interne del chiostro, mentre l'interno del sim è ricoperto da un ciclo di splendidi affreschi che raccontano i Jataka, storie buddhiste canoniche. Il Wat Haw Pha Kaeo, più severo con le sue statue vecchie di secoli, il suo decoro meno sgargiante, le alte colonne rastremate, la cui bellezza antica ti sa affascinare, concede il suo giardino ad un momento di riposo, per arrivare al grande stupa dorato del Pha That Luang, il vero simbolo della religione buddhista del paese, che con le sue alte guglie splendenti domina la vasta spianata. 

Lo stipa di Pha That Luang
Sostare in un tempio buddhista è diverso che visitare luoghi di culto di altre religioni. Non avverti l'invito a credere che pervade le chiese cristiane, l'agitazione convulsa dei templi induisti o la severità un po' maniacale delle moschee e neppure il disincanto pratico delle sinagoghe. L'atmosfera che vi domina è davvero un senso di grande libertà responsabile; non avverti richiesta di adesione, minacce punitive, indagine sulle tue scelte di vita, ma creazione di una spazio di serenità a cui aderire è scelta personale e non meritoria, lo fai per stare meglio con te stesso, per liberarti, se vuoi, degli affanni della vita, delle passioni convulse che possono generare mostri, per allontanare l'angoscia della vita, scacciando il timore della morte, senza necessità della promessa di premi futuri, ma semplicemente perché è meglio così. Anche i monaci hanno un atteggiamento disincantato, offrono assistenza religiosa ai postulanti con bonomia e con fare sotto sotto ironico, compensando i fabbisogni di spiritualità credula e superstiziosa secondo richiesta. 

Uno spazio aperto a tutti e che si rivolge a tutti senza dare giudizi, metafora di una non-religione che vuol essere spesso solo stile di vita. Ma non di sola spiritualità vive l'uomo, tanto per invertire  il senso di un pensiero famoso e proprio per nutrire coerentemente anche il corpo oltre all'anima, non c'è niente di meglio che le bancarelle del lungo fiume alla sera, quando il grande giardino si riempie delle tende provvisorie del night market, piene di stoffe colorate e di paccottiglia turistica a cui non riesci comunque a dire di no. Una dopo l'altra, le piccole griglie fumanti su cui si ammonticchiano rosolati a dovere, polli, costine di maiale, pesci di grandi dimensioni fanno mostra di sé in una sfilata di offerta che acchiappa senza bisogno di buttadentro. Il profumo della carne pervade l'aria, ti devi sedere e approfittare di questo ben di Dio, così poco vegano per la verità, ma questo è in fondo l'essere liberi. Un bel frullato di papaya  e sei già pronto per il riposo del giusto.
Monaco al Pha Keo.


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domenica 26 febbraio 2012

Lettere dal Laos 9: Il caffé di Bolaven.



Gente di villaggio.

Tat Yuan.
L'altopiano di Bolaven ti presenta quella che è l'altra faccia del Laos. Basta salire un po' e, superato il piccolo borgo di Paksong, lasci la vita del grande fiume per passare a quella di un paese di montagna, dalle vallate segrete circondate da alte colline antiche, corrose da una natura vitale ed aggressiva che le ha modellate in forme contorte e le ha ricoperte di una vegetazione fitta e corposa. Un paese poco popolato dove il poco terreno si conquista a fatica, si strappa alla foresta con furia, col devastante sistema taglia e brucia dell' agricoltura più primitiva e che la foresta stessa tenta di ripigliarsi appena sia possibile. E' la terra degli insediamenti tribali che frammentano questo mondo in tanti gruppi separati e diversi che l'isolamento ha mantenuto più o meno legati alle tradizioni del passato, con le loro lingue incomprensibili ai vicini di pochi chilometri, i loro costumi ricamati, le loro credenze animiste che nessun predicatore è riuscito a scalzare. Puoi viaggiare a lungo seguendo piccole strade che si inerpicano in valli laterali a scoprire un mondo di cascate, dal grande salto della Tat Fan che si precipita lontana in un fondale di nebbie azzurrine di cui non indovini il fondo, alla Tat Yuan dove una lunga scala di legno ti permetterà di goderne appieno i salti successivi o la Tat Lo, vicino alla quale potrai goderti un frullato di banana guardando gli elefanti lontani in atmosfere dai sentori coloniali. 

Donna Laven.
Passeggi un po' tra gli alberi e ti senti subito perso nel bosco, fino a che sul sentiero non incontri una vecchia Laven, che torna a casa con la sua sporta ed il volto nascosto dagli sbuffi di fumo che esce corposo dalle braci del mozzicone che sta fumando di gusto. Ammicca ridendo e scompare tra gli alberi. Tornava a casa ad un villaggio sulla collina, molto diverso da quello di etnia Katù che troviamo più a valle, pieno di bambini coperti di stracci, che si ammassano attorno per vedere le foto, ma che poi si mettono in fila ordinata se si prevede una distribuzione di penne o di caramelle. Girando tra le capanne tra fango e maiali, fatichi anche a vedere le bare seminascoste sotto le palafitte, che la tradizione preveggente vuole preparate per tempo in modo che sia pronte quando verrà il momento. Capanne di legno e di frasche ornate di corna e teschi dei bufali sacrificati durante le feste, quando gli uomini del villaggio compiono una danza religiosa chiudendo al centro di un cerchio gli animali impauriti e per poi finirli con le lance e distribuirne la carne a tutto il villaggio. Tradizioni queste che in diverse varianti percorrono questa porzione di mondo, basti pensare al culto di morti e all'importanza del bufalo nella cultura Toraja nella apparentemente lontana Sulawesi. 

Donna Katù.
Tutti mondi che di anno in anno stanno sbiadendo, per finire in una omologazione che relegherà ogni cosa in un passato, certo rimpianto da storici e turisti che rimpiangeranno di non poter fare la propria foto ricordo alla signora dai denti neri e le orecchie deformate dagli orecchini, ma che forse consentirà anche una vita diversa, che non mi voglio esporre a dire se migliore o peggiore. Da un lato i costumi saranno tirati fuori una volta l'anno per la festa e si perderà la lingua dei padri, dall'altra i bambini avranno accesso ad una forma di istruzione e non moriranno come mosche per banali infezioni. Forse si sorriderà di meno ed aumenterà lo stress adesso sconosciuto, ma magari si avrà la speranza di campare un po' di più e anche di mangiare meglio e di più, che trasborderà subito in troppo, in questa altalena infinita in cui l'uomo non riesce a trovare mai il vero punto di equilibrio. Come è difficile vivere e come invece è facile filosofeggiare a pancia piena. Sull'altopiano ti riuscirà particolarmente piacevole, tra il mormorio delle acque delle cascate ed i rumori della jungla, davanti ad una bella tazza di denso e nero Café lao, uno dei doni di queste colline, che i francesi hanno lasciato in eredità. Diverse varietà di Arabica sono coltivate su tutto l'altipiano, assieme ad altrettante di thé. Danno un prodotto davvero interessante per la sua ricchezza di sapore e per la sua corposità. Un liquido denso e profumato che macchia le dita tanto è ricco e che ti lascia soddisfatto a meditare di sapori passati e di possibilità future.


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sabato 25 febbraio 2012

Lettere dal Laos 8: Don Kho, l'isola fuori dal tempo.


Un telaio di Don Kho.
 
Amaca
Oggi risaliamo un poco il Mekong a nord di Pakse. Il fiume è imponente e maestoso ed ha scavato un letto profondo in un alveo che ora, che siamo quasi al culmine della stagione secca, lascia scoperte alte e scoscese scarpate lungo le rive dove si possono indovinare i livelli a cui potrà arrivare l'acqua nelle prossime piene. Dopo pochi chilometri il fiume è diviso in due parti, quasi fossero due diversi corsi d'acqua, da una grande isola, quasi un promontorio di terra rossa coperta di verde, di cui non indovini la fine. Una piccola lancia porta due o tre persone per volta su una lingua di sabbia di fronte all'imbarcadero. Per risalire l'erta sono stati intagliati dei gradoni grossolani che l'uso ha gradualmente arrotondato, rendendoli scivolosi. Arrivi sbuffando in cima alla salita. Poche capanne su palafitte, addensate intorno al sentiero che percorre il perimetro dell'isola. Sotto ognuna di esse un telaio e una donna al lavoro. Quando non si lavora nelle risaie del centro dell'isola, ogni donna fila, tinge, tesse. In ogni dove, appese, trionfano i colori stupendi dei tessuti più belli del Laos. Guardi il lavoro ritmato, l'andirivieni della navetta, il complesso movimento dei piedi che sposta le fasce di ordito per consentire il formarsi dei disegni più complessi ed ecco che nasce davanti a te una sciarpa sfolgorante di ori, ocre, aranci e rossi oppure un sarong dal fondo scuro su cui spicca la trama complicata di ornamenti minuti e ricercati, ognuno unico, personale, speciale. 

I monaci di Wat Don Kho.
Non ci sono rumori nell'ombra fresca, tra i palmeti e i grandi alberi le cui radici trattengono l'argilla rossa dal franare nel fiume. Solo cinguettii di uccelli colorati nascosti tra le frasche, becchettare di galline e qualche grufolio di maiali neri, grassi, dai musi rincagnati che si muovono tra le capanne cercando cibo, anche loro però, tranquilli e non affannati. Rumore di grilli, gracidare di rane, niente altro ad accompagnare il tac tac delle bacchette dei telai, ma anche questo così lieve da non turbare i corpi stesi sulle amache tra gli alberi. Neanche noi vogliamo turbare la pace del ragazzo che dorme alacremente all'ombra di un banano, vicino ad una capanna su cui è appoggiato un cartello con l'orgogliosa scritta Turist office. Tanto basta camminare e ad ogni orto, dietro ogni basso steccato di bambù, leggi un sorriso, un invito. Un piccolo tempio alza il suo stupa dorato tra le palme. 

Tre monaci bambini giocano accanto alla torre del tamburo, non riescono a stare seri come competerebbe loro, di fronte agli stranieri, ma sorridono, ammiccano, fanno cucù dietro la campana, corrono a nascondersi nella sala di preghiera. Sotto un portico una gran barca ornata ancora di rami e fiori appena rinsecchiti di una festa ormai trascorsa. Sull'angolo del muricciolo di cinta l'immenso albero della vita a guardia e tutela del tempio stesso. Ci fermiamo in un gazebo sospeso sul fiume che scorre piano anche lui per non turbare tutta questa pace. Nella casa, un televisore cinese trasmette un incontro di thai boxe. Il nonno assiste compunto commentando i colpi più riusciti. Una donna ci prepara uno zuppone di noodles dove il pizzicore dello zenzero ti cuoce in un attimo le papille e attenua anche questo ultimo senso. Per il bagno si passa nella camera da letto dove un bimbo dorme assorto sotto una coperta rossa. Restiamo a lungo a guardare il fiume color ocra scuro. Lo guardiamo a lungo. Lo guardiamo scorrere.

Zuppa di noodles sul Mekong

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venerdì 24 febbraio 2012

Lettere dal Laos 7: Gli elefanti di Kiet Ngong

Gli elefanti di Kiet Ngong.

 Ci sono cose che apparentemente eccitano soltanto la fantasia dei bimbi e alle quali lo scafato viaggiatore dovrebbe guardare con l'occhio commiserevole di chi non si lascia certo accalappiare dalle trappole per turisti. Eppure nella maggior parte di noi, scatta il fanciullino che si entusiasma alla sola possibilità di ripetere esperienze vissute con la fantasia, quando piccoli, si scorrevano avidamente le pagine de I misteri della jungla nera, di salgariana memoria. Io, almeno, in queste cose ci casco sempre a piedi uniti, così eccomi a bordo di un elefante ad esplorare le colline della riserva naturale di Se Pian. Il luogo è ovviamente affascinante, così isolato nella foresta e raggiungibile solo attraverso uno sterrato ondivago di una decina di chilometri che nella stagione delle piogge diventa un fiume di fango ed in quella secca un tunnel di polvere rossa che ricopre come cipria la vegetazione circostante. Alla fine della pista il villaggio di capanne di etnia lao loum  Kiet Ngong dove per tradizione gli abitanti vantano un rapporto con gli elefanti secolare. I pachidermi lavorano nella foresta e oggi sono ben contenti di trasportare in groppa un paio di turisti, anche grassi, in giro per le colline invece di sciropparsi una decina di tronchi di tek da una parte all'altra della strada. Sarà una cosa per fanciulli, ma quell'altalenante movimento lento che ti lascia guardare la foresta da una certa altezza, misurando con un metro diverso la bellezza che ti circonda, è la misura ideale per muoversi in questo ambiente e non può mancare di entusiasmarti. 

Le misteriose colonne di Phu Asa.
Guardi il fluire degli alberi secolari, i grandi tronchi contorti, il fogliame spesso e la punteggiatura coloratissima dei rari fiori che marchiano gli angoli più segreti, le farfalle giganti che non si posano mai e continui a spostare lo sguardo stupito qua e là, non sapendo scegliere quale punto di vista sia il più interessante. Poi quando scende l'adrenalina, ti lasci andare, appunto, come prevede il giusto approccio al paese e godi del lento fluire del tempo. Quando la pista nella foresta arriva verso la cima della collina e il terreno si scopre, ti appare allora uno spettacolo inatteso ed insospettato. Qui, il piccolo e delicato strato di terra della foresta pluviale è stato dilavato dalle piogge e la cima del colle è completamente nuda, mostrando una roccia così nera e corrosa da far apparire il sito in desolato abbandono come dopo un incendio devastante. Sulla sommità ricurva come una testa calva di un gigante maligno, appaiono allora, come formazioni aliene calate da altri mondi, di una serie di grandi pilastri di mattoni di ardesia, soltanto appoggiati gli uni sugli altri, a formare un rettangolo lungo oltre 180 metri, con al centro un antico tempio in rovina semisepolto dalla vegetazione, il Phu Asa. 

Il perimetro del tempio.
Una sorta di Stonehenge asiatica dalle origini incerte e soffocate dalle leggende locali, in cui la lotta tra il predominio della vegetazione e l'opera umana, mostra il suo facile vincitore. Il luogo è misterioso, la vista è splendida e nei giorni di poca foschia  lo sguardo spazia sulla foresta fitta del parco e sulle paludi circostanti ricchissime di vita acquatica. Quasi vorresti allora, che il dondolio del pachiderma che ti riporta a valle, fosse ancor più lento e sonnacchioso e ti lasciasse apprezzare per maggior tempo questo luogo magico, dove ti sei trovato solo a misurare lo scorrere della vita e neanche ti accorgi degli spruzzi che dalla sua proboscide inondano le tua gambe a penzoloni o delle sue flatulenze, dimensionalmente proporzionali. Quando si indaga sui lati profondi dell'essere, queste piccole manifestazioni fisiche passano in secondo ordine e solo una fresca Beer Lao al bar del paese ti richiama sensazioni più terrene, naturalmente dopo aver compensato personalmente con una robusta razione di dolce canna da zucchero, il gran tenerone grigio che ti guarderà andar via con occhio acquoso. 

Ma qui mi corre l'obbligo di una marchetta meritata, in quanto proprio in questo sperduto villaggio, da sei anni potrete fruire del primo eco-lodge laotiano, pochi bungalow in una atmosfera tutto natura, dalla cui veranda osservare gli elefanti al lavoro, gli uccelli delle paludi e l'incombere della jungla alle spalle, che invita alla sua scoperta. In alternativa all'amaca c'è sempre il corso per mahout, di guida di elefanti, di uno o più giorni, che dà una abilitazione che potrebbe sempre servire un domani. Si tratta del Kingfisher Ecolodge (i cui profitti vanno anche al villaggio ed ai suoi abitanti) di cui vi invito a visitare il sito qui, che è, sorpresa, gestito da Massimo, che di tanto in tanto commenta questo blog, il quale, capitato da queste parti per caso, è rimasto fulminato dalla bellezza dei luoghi (oltre che dalla bellezza di una fanciulla che sarebbe poi diventata sua moglie) e si è gettato in questa avventura con grande passione e direi ottimi risultati. Se capitate da quelle parti non mancate di approfittare, sarà una esperienza rara di cui non vi pentirete (tenendo anche conto che nei bungalow più economici una notte vi costerà anche meno di una ventina di euro!).

Uno dei bungalow del Kingfisher ecolodge.

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giovedì 23 febbraio 2012

Lettere dal Laos 6: I frangipane di Wat Phu.

Wat Phu - La strada verso la sommità.


Wat Phu - La scalinata.
Attraversare il nuovo ponte giapponese, uno dei pochissimi che uniscono le sponde del Mekong e percorrere la strada verso Champasak , l'antico capoluogo della provincia. La strada costeggia risaie verdi, con qualche contadino al lavoro. In effetti ormai, il grosso del lavoro è fatto e il riso cresce da solo, ma anche se deserti di cappelli a cono, questi campicelli squadrati sono una sorta di marchio di fabbrica dell'Asia e quel verde dorato intenso che brilla in controsole non può non ricordarti il suo richiamo ai frontoni dei templi, al colore delle statue di Buddha che li popolano, ad un riferimento ad una ricchezza che probabilmente qui si sente raggiunta quando hai appagato il fabbisogno minimo di cibo e la presenza di una spiritualità ritenuta comunque necessaria all'equilibrio dell'individuo e della società. E proprio ad una testimonianza di ciò, porta questa strada verso sud, alle rovine del tempio di Wat Phu. Dimenticate subito la grandiosa gloria di Angkor Wat se non vorrete rimanere delusi; qui, quello che dovete ricercare, è una atmosfera, un senso di antiche presenze cristallizzate nella pietra, simboli di pensiero e di illuminazione che sfruttano la magia dei luoghi e l'atteggiamento della mente. Il sito è grandissimo e adagiato sul fianco digradante della collina di fronte al fiume. Lunghi camminamenti a fianco ai baraj, i giganteschi serbatoi d'acqua ormai in secca, che portano alla balconata dove sorgevano le prime costruzioni, la lunga via cerimoniale e le gallerie che portano al santuario superiore fino alla corta scala che i cedimenti del terreno rendono davvero affascinante, quasi fosse stata progettata così, contorta e incavata, che conduce tempio del Lingam di Shiva, su un plateau fitto di alberi secolari. 

Wat Phu - Le immagini del Buddha.
Scoscese pareti di roccia  nascondono caverne con le sorgenti sacre, pietre in forma di animali, impronte di Buddha, in quella frammistione consueta tra buddhismo ed induismo che non stupisce certo chi conosce l'Asia. Non sai se il fascino severo del luogo provenga più dalle pietre nere e corrose che delimitano le costruzioni severe, i cui crolli aumentano il mistero piuttosto che placarlo o dal rigoglio del verde che lo rende così fresco e piacevole anche nel calore del meriggio, con i frangipane nodosi che cospargono il suolo con i petali carnosi dei loro fiori stupendi, così fitti sulle braccia, nude di foglie, come amici della sposa che stia per arrivare, preoccupati di coprire anche la pietra del terreno di bellezza; con le bouganvillee che esplodono di rossi e di aranci a colorare e vestire di gioia la montagna. La vista dall'alto è stupenda, domini la valle fino al fiume lontano e la via dei pellegrini è come una riga che taglia la pianura verde. Puoi rimanere a lungo a dominare la valle con lo sguardo, l'aria spessa, piena di profumi non ti infastidirà e quando torni a valle ti senti quasi arricchito invece che, come altre volte, stordito dalle sensazioni. Sei disposto ad ascoltare più che a parlare, così quando incontri 'o Professore, peraltro padovano, studioso globtrotter flaneur (se ne volete sapere di più date un'occhiata qui), in un localino di Pakse, davanti ad un frullato di papaya, stai a sentirlo, rapito dalle sue storie di Asia, di ambasciate, di frontiere difficili, dei luoghi dal mare incantato che questo angolo di mondo ti sa proporre con generosità, dove se sai vivere di poco, puoi passare mesi a goderlo e quando se ne va sulla sua moto scalcagnata in affitto, in canotta col casco slacciato, lui ultrasettantenne cardiopatico dal sarcasmo corrosivo e dal sorriso enigmatico, ti dà uno dei tanti insegnamenti di come si può vivere la vita.

Wat Phu - La via sacra.


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mercoledì 22 febbraio 2012

Lettere dal Laos 5: Pakse.

Pakse - Un locale per colazioni.

Prima o poi arriva l'ora di partire. Lasci a fatica l'amaca dove ti sei goduto l'ultima alba sul fiume e seguendo ritmi consueti, una piccola barca ti porta alla corriera per Pakse, la porta del sud del Laos. Se ormai ti sei adattato al paese, non starai a irritarti se il bus è pieno come un uovo e dotato di sedie da aggiungere nel corridoio, l'importante è andare. Ogni mezzo di trasporto diventa luogo di incontri, dove scambiarsi informazioni, dritte, consigli di viaggio appena esperimentati. Questi mondi sono pieni di gente particolare, con le loro storie, ognuna delle quali avrebbe voglia di essere raccontata. Così trovi due sorelle francesi che si sono prese un anno sabbatico e girano tutto l'oriente, quasi nascoste sotto due enormi zaini; gruppi di ragazzi americani in canotta e Converse che sembrano appena usciti da American pie; ultrasessantenni dalla pensione ridotta che vengono a svernare sei mesi nel sud-est asiatico, vagando da una guest-house all'altra e che ormai conoscono tutti i trucchi per campare con pochi euro al giorno godendosi la vita secondo i ritmi di questi paesi. 

Magari se ne tornano a casa con la valigia piena di scatolette di Viagra cambogiano da 2 dollari, da spacciare poi in Padania grazie a qualche amico barista e si pagano il biglietto per l'anno successivo. Storie curiose che ascolti qua e là, nei localini lungo il fiume. Pakse è una città tranquilla con le strade sgombre di auto, dove puoi camminare senza ansie, godendoti la mattina con calma, dopo aver fatto colazione con uno zuppone di noodles alla cinese o una baguette calda e frittata di cipolle e pomodori, residuo lasciato dai francesi, goderti i templi illuminati dal sole forte del mattino, fino a quando la fatica non ti impone di sederti di nuovo in uno dei tantissimi locali colmi di frutta invitante per un frullato delizioso. Questo è uno dei piaceri più appaganti che ti offre questo paese. 

Mille frullati diversi, con una frutta magnifica, ricca, profumata e matura, così esotica da non farti riconoscere la maggior parte della merce esposta, se non sei un abitué dell'oriente. Così manghi, papaye, ananas e banane la fanno da padrone assieme ai mangustini, ai dragon fruits, ai rambutan, durian e jackfruit, puzzolenti ma più dolci del miele e ancora leetchee, mandarini, arance, nashi e occhi di drago e tanti altri per noi senza nome, ma che non sarà vano esperimentare. La guest house alla confluenza del Sedon con il Mekong è un po' malandata, sicuramente ha visto tempi migliori, con le sue poltroncine slabbrate e i tavoli un po' sbilenchi, ma starsene la sera sotto il pergolato a guardare il sole che cala nel fiume non ha prezzo e una Beer Lao gelata aiuta non  poco a godere il momento. La sera viene così naturalmente mandandoti a mangiare qualcosa nei ristorantini del centro, magari costolette di maiale grigliate e poi a nanna presto secondo i ritmi naturali del cielo, che domani bisognerà faticare.

Pakse - Mercato della frutta

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martedì 21 febbraio 2012

Lettere dal Laos 4: Templi e cascate.

La cascata di Li Phi.

Rimarresti tutto il giorno sull'amaca ad ascoltare il tempo che scorre. Qualcuno ha detto che la vita qui è così rilassante che se per magia le isole si muovessero andando alla deriva lungo il fiume fino alla Cambogia, nessuno se ne accorgerebbe, annichilito dal proprio torpore. Poi però, la voglia di esplorare prende il sopravvento. Il modo migliore per spostarsi sulle isole è la bicicletta, A Ban Hua, il piccolo villaggio sulla punta nord di Don Det, dove si ferma la maggior parte dei viaggiatori, tutti i bar e negozi hanno la loro brava rastrelliera di bici davanti alla porta e con 1 euro al giorno ti passa la paura. La stradina in terra battuta percorre tutto il perimetro dell'isola tra capanne spoglie, bambini che sguazzano nel fiume, pescatori che riparano reti, maiali che grufolano in cerca di cibo. Intorno il rigoglio della natura ti affascina e allo stesso tempo ti protegge dal sole che comincia a farsi sentire. Enormi alberi secolari trattengono la riva dal precipitare nel fiume con i loro poderosi fasci di radici fascicolate; altre volte invece, constati che non ce l'hanno fatta ed eccoli lì rovesciati di lato, dopo che l'acqua dell'ultima piena, maligna, ha scavato sotto di loro fino a farli rimanere nel greto, così, diresti a gambe levate, protendendo le radici innaturalmente esposte, ormai secche, verso un cielo pulito. Dopo qualche chilometro arrivi al vecchio ponte francese che unisce Don Det a Don Khon e, pagato il pedaggio, un fiorino, potrai lasciarti andare lungo il terrapieno in discesa che dopo un'oretta ti porta in vista delle cascate. 

E' incredibile che il Mekong , in questi tratti di pianura formi cascate così ricche violente, eppure sono lì davanti a te che puoi rimanere a guardare lo spettacolo e stupirti davanti all'entusiasmo di un monaco che non smette di scattare foto col telefonino, forse anche lui ammirato dalla bellezza della natura che circonda il luogo e ancora lontano dalla liberazione dalle passioni terrene. Chissà se anche lui crede che le cascate imprigionino gli spiriti cattivi del fiume e proteggano le isole? Fasci di bambù e palmeti proteggono la strada del ritorno. Poi tra le risaie e gli orti che tappezzano l'interno delle isole, si alzano le guglie degli stupa di un piccolo tempio lontano. La strada che segue diritta gli arginelli ti porta al cospetto di questa vecchia costruzione, rimaneggiata più volte anche di recente, fino a formare un strana commistione di stili, di colori, di spazi sacri. L'oro dei frontoni abbaglia e ti accorgi che il sole è ormai alto nel cielo e brucia. Il sudore cola in mille rivoli al minimo movimento. Al centro del cortile un immenso banian, il sacro albero della vita è circondato da una piattaforma rotonda così che ogni passante possa sedersi comodo, riposare, guardare quello che lo circonda con la stessa serenità che spira dai volti impassibili delle tante statue dorate che fanno capolino da ogni spazio, con il loro sorriso enigmatico che vuole farti riflettere, meditare, assorbire senza ragionamento il significato della vita. Così quando tornerai, non vorrai ad agitarti se non è ancora arrivata l'acqua per lavarsi o se l'elettricità è staccata fino alle 19.

Il tempio di Don Det.

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lunedì 20 febbraio 2012

Lettere dal Laos 3: Segnali di fumo.

Ingrandire il menù in basso.

A Si Pha Don il grande fiume perde la sua anima e si trasforma da immensa via d'acqua in mille rivoli diversi e mutevoli. Le isole, che cambiano forma ad ogni piena, ogni anno, sono gemme verdi trovate sul greto e rimaste in vista in fondo al crivello del cercatore. Il Laos è un paese da assaporare  con lentezza ed attenzione. Devi amare i sapori delicati, i profumi appena espressi; devi saper apprezzare le piccole cose con la loro ingenua bellezza, con l'unicità imparagonabile delle perle di fiume che ti sanno affascinare per il loro tenue luccicore, anche se il loro valore materiale è minimo. Ogni canale, ogni braccio di fiume è diverso, ora calmo e tranquillo, ora ruggente di rapide e cascatelle. Puoi passeggiare lungo la riva dell'isola al mattino presto quando ancora il sole è debole e carezzante e colora il pelo dell'acqua di grigio rosato, oppure passare le ore più calde all'ombra di una delle tante palafitte, alte sul fiume ad ascoltarne il suo movimento. Ma è alla sera, dopo il tramonto, appuntamento imprescindibile che chiude i colori della giornata, che le stradine di Don Det si popolano di una umanità particolare, gruppi di ragazzi che vagano alla ricerca di un posto per finire la giornata. Backpackers svagati, giovani e belli che ti fanno apparire un po' fuori contesto. Ti siedi in uno dei tanti locali che sono cresciuti man mano, assieme alla popolarità crescente del luogo, intanto che il passaparola dei routards di tutto il mondo ha segnalato questo posto straordinario, dai un'occhiata alla lista per mangiucchiare qualcosa e magari bere un Lao Lao, il wiskhy locale e ti accorgi che, sdraiato sulle stuoie di fianco ai bassi tavoli orientali, tutte le portate e le bevande sono ordinabili anche nella versione "happy" con un piccolo sovrapprezzo. 

Per la verità lo stesso menù riporta in fondo la dicitura "per il fumo, rivolgersi direttamente al bancone del bar". In effetti, il buio della notte è percorso da risatine e da sguardi vacui, ma senza la ossessiva atmosfera freak che troveremo a Vang Vieng e tutto, a partire delle volute azzurrine del fumo, si muove senza esibizionismo smaccato. Gli anziani delle isole non sono molto contenti della piega che stanno prendendo le cose, d'altra parte questo è un luogo del tutto particolare, per viaggiatori, non per turisti, così lontano dal sentire dei gruppi del tutto compreso con aria condizionata e la costruzione di strutture adeguate snaturerebbe in modo fatale la straordinaria bellezza del posto. Bisogna lasciarlo a chi ama queste atmosfere rilassate  e serene, a  chi sa adattarsi una vita basica con meno di 10 dollari al giorno, senza l'assillo dell'aereo che parte, pronto ad andartene quando ti rimane ancora la voglia di rimanere un po', come quando hai la forza di alzarti da un tavolo ricco e goloso, con ancora un poco di appetito, cosa che ti farà rimanere indelebile nella testa, il ricordo di quanto hai lasciato e il desiderio di tornare. Allora, vi prego, venite ancora con me questa sera, su questa barchetta sottile a guardare, in silenzio, il sole che scende incendiando le acque, popolate dalle nere silhouettes dei pescatori che lanciano le reti.

Mekong


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sabato 18 febbraio 2012

Lettere dal Laos 2: Si Pha Don, le isole dei lotofagi.

Si Pha Dong

La stazione dei bus di Sorya brulica di vita già alle 6 e mezza. La mattina sonnacchiosa che a Phnom Penh promette un'altra giornata calda e soffocante, qui è invece percorsa dal movimento affannato di un mondo alla ricerca del proprio mezzo di trasporto, tra montagne di pacchi, valigie e mercanzie di ogni genere. Un po' a lato, forse per distinguersi dalla babele degli autobus locali, il VIP International Luxourious Bus, si riempie a poco a poco di umanità varia. A dispetto del nome pomposo è piuttosto malandato e quando si avvia ansimando, lasciandosi alle spalle le strade ormai affollate della capitale, prende la via tra le risaie ancora verdi con tono svogliato e tossicchiante. Per fortuna è mezzo vuoto, concedendo un po' più di spazio vitale ai nostri strabordanti ed ipertrofici corpacci occidentali. Parla per te, direte voi, piccati, ma la sensazione è proprio questa, che i posti, da queste parti siano progettati a misure più ridotte, tanto sono minute le ragazze e gli omarini che salgono con le loro sporte, quelle sì, gigantesche. Di tanto in tanto si ferma a raccogliere qualche altro avventore isolato, saccopelisti in arrivo da Siem Reap con ancora gli occhi pieni dello splendore di Angkor Wat, in cerca di una misura più umana.

 E' una rotta poco battuta, questa che porta alla frontiera laotiana da un valico secondario, anche se privilegia un approccio ideale al sud del paese. Backpackers forzuti dalle braccia tatuate come paralumi giapponesi, esili ragazzine bionde con zaini giganteschi, isolati singoli che fanno indovinare soggiorni prolungati alla ricerca di sé stessi e di altro. La strada percorre per tutto il giorno la campagna piatta cambogiana, mentre le risaie si diradano gradatamente man mano che si procede nel Ratanakiri. Quando si avvista la sponda del Mekong che per un lungo tratto disegna la linea di confine tra i due paesi è ormai pomeriggio inoltrato. La frontiera arriva inaspettata sottoforma di un casotto di legno, una lunga sbarra di bambù rialzata da una corda e un paio di bandiere sbiadite che non riescono a muoversi nell'afa meridiana. L'animo dell'uomo dell'ovest è sempre agitato e timoroso di chissà quali difficoltà e si sa che le frontiere rappresentano sempre un punto critico e fastidioso, ma capisci subito che è tutto facile da queste parti, si può stare tranquilli, prendersi il giusto tempo, lasciarsi andare. 

Tutto funziona, lentamente ma senza traumi, alla fine si arriva. Un apposito omino si occupa direttamente, dietro mancia di 1 dollaro, di raccogliere i passaporti e andare direttamente a sbrigare la pratica, ritirare la foto, il modulo per i visti, i soldi della tassa variabile a seconda da dove arriviate e torna dopo un po' con la pratica sbrigata. Dei doganieri neanche l'ombra; il bus riparte e ti scodella all'imbrunire sulla riva del fiume, vicino al vecchio imbarcadero. E' qui a Si Pha Don che il Laos si presenta per quello che è veramente. Un paese dolce e tranquillo in cui adagiarsi con la voglia lasciarsi andare al lento scorre del tempo. Qui il grande fiume, anima e condizione allo stesso tempo, si allarga, si dilata mostruosamente, diventa un ipertrofico mare di cui non si può indovinare la sponda opposta ma popolato di grandi isole che ne fanno un arcipelago interno inaspettato ed insolito. Si Pha Don vuol dire appunto 4000 isole, anche di grandissime dimensioni popolate di rare capanne e di piccoli villaggi di palafitte che vivono sul fiume e del fiume, dove la vita prende un aspetto ed un ritmo suo particolare. 

Carichi le tue masserizie su barche sottili, dove l'equilibrio precario suggerisce movimenti controllati e attenti e ti fa guardare con occhio critico il colore dell'acqua che ti circonda, così scuro e marrone, imponendoti il pensiero delle centinaia di milioni di cinesi a monte che il fiume hanno già usato sotto ogni aspetto, ma forse sono solo le prime ombre della sera che scende in questo paesaggio senza rumori che non siano il motorino della barca o lo sciabordare di un remo lontano. Pochi minuti e la lancia sottile ti lascia su una spiaggetta in salita su cui trascinare il sacco e la valigia. Don Det, la prima isola ti accoglie con la sua atmosfera da terra dei mangiatori di loto, silenzio, rumori di campagna, capanne tra i palmeti. La basica guest house sulla punta nord dell'isola ti concede qualche bungalow con la veranda rivolta ad occidente; il fiume sotto di te appare immobile. 

Lampi rosso violacei strisciano le nuvole alte prima di superare le quinte delle isole vicine ed insanguinare le acque. Non fate troppo caso al fatto che non ci sia lo sciacquone e che l'acqua la devi gettare col secchiello o che la luce non funzioni e non ci sia acqua calda, tanto manca anche il rubinetto. Preoccupatevi unicamente che sulla veranda siano bene attaccate almeno due amache e date retta a me, lasciatevi andare, queste due parole le sentirete spesso in questo resoconto, è l'unica strada da praticare. I poteri taumaturgici di una BeerLao fresca di fianco a voi, un gruppo di bufali che giocano nell'acqua fangosa di fronte e il caleidoscopio mutevole dei colori della sera vi saranno spettacolo completo e totalizzante fino a che il nero della notte, non turbato da luci parassite non lascerà spazio al solo luccicore delle paillettes cucite su questo cielo sconosciuto, mai così numerose e tremolanti sul velluto. Poi potrete addormentarvi sereni, tanto saranno già almeno le nove.

Sera a Don Det


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venerdì 17 febbraio 2012

Lettere dal Laos 1: Il riso che cresce.

Lo stupa di Vientiane.

Eccomi qua. Tornato sano e salvo, anche se provato e pronto ai nostri appuntamenti. Ho notato che non mi avete del tutto abbandonato, forse perché, come avranno notato i più attenti di voi, avevo lasciato alcuni cookies per premiare i fedelissimi, con cadenze giornaliere, che illustravano la novembrina esperienza senegalese. Ma adesso è tempo di Laos. E' il momento di tirare le somme di questo mese di viaggio e vi assicuro che sedimentare, ordinare e digerire, la quantità di sensazioni, di informazioni, di immagini e più globalmente di emozioni che ho ricevuto in questo periodo non mi sarà facile. Le snocciolerò man mano, proponendovele, se avrete come sempre la pazienza di seguirmi per tutto il prossimo mese, a rischio di venirvi a noia, ma vi assicuro che di cose da dire e da raccontare, di incontri vissuti e di spunti di riflessione, ce ne sono stati davvero tanti, anche se, come sempre appare pretenzioso voler descrivere un paese vissuto per un periodo così breve. Dunque il Laos, scelto per un viaggio specifico e dedicato anche se apparentemente, meta minore rispetto ai suoi vicini più titolati, ha mostrato invece un volto pieno di grande interesse, proprio per il suo insieme complessivo, invece di affidarsi ad acuti strepitosi come la Angkor Wat cambogiana, la Hué e la Ha long vietnamita o lo splendore di Pagan e Mandalay in Birmania. Anche psicologicamente, il Laos è un paese periferico, schiacciato dagli ingombranti vicini, che non hanno mancato di prevaricarne più volte la sovranità, violentandone il territorio e imponendo la propria presenza e volontà. 

Eppure proprio la dolcezza e la arrendevole serenità di questo popolo, ne costituiscono allo stesso tempo la sua forza e il motivo di interesse principale. La natura tropicale, prorompente e rigogliosa, domina ogni aspetto dei luoghi che vai attraversando e condiziona la vita e ogni andamento quotidiano. Da un lato il Mekong, il grande, immenso fiume che lo attraversa completamente, per lungo tratto confine con Thailandia e Cambogia, prima di perdersi nel delta vietnamita, è al tempo stesso, linfa vitale, arteria totalizzante, lungo il quale scorre l'anima stessa del paese. Dall'altro la jungla, la foresta fitta e impenetrabile, che ricopre come un mantello protettivo tutta la parte montuosa, di difficile accesso, territorio corroso dalle piogge e da una natura vitale ed aggressiva, che lascia pochi spazi alle pianure alluvionali, al patchwork infinito delle risaie, scampoli di verde dorato che il sole fa brillare come smeraldi sfaccettati. E' la foresta pluviale dal rigoglio impetuoso che nascondeva il milione di elefanti che contraddistinguevano il paese, la timida tigre, i piccoli e buffi orsi bruni dalle lunghe basette che ne popolavano i dirupi seminascosti dalle nebbie azzurre del mattino. 

Tutto questo ha contribuito a fare del Laos un paese schivo e poco conosciuto, quasi trascurato, Marco Polo neanche lo nomina, invaso e depredato quando serviva, bombardato spietatamente senza neanche essere in guerra, pronto ad essere dimenticato appena non serve più, lasciato un po' al margine della grande ventata affaristica che spinge l'Asia del business e della crescita esponenziale. Così questo paese verde e quieto, ti accoglie sempre con un sorriso dolce e quasi malinconico, con la gentilezza disarmante dei suoi abitanti, con la facilità con cui si pone di fronte ai problemi, senza affanni e spiacevolezze, ti invita a capirlo, a dare anche tu la tua disponibilità e soprattutto, per poterlo apprezzare come merita, ti spinge a mettere da parte le tue frenesie di occidentale tronfio delle proprie sicurezze ed efficienze, per lasciati andare ad un ritmo diverso, facendoti cullare dalla corrente lenta del grande fiume, sentendo il dondolio dolce di un'amaca stesa tra i pali di un bungalow davanti al sole che scende piano dietro le isole coperte di boschi, mentre i bufali alzano la testa spettinata appena lambita dall'acqua. Un proverbio indocinese dice che i Vietnamiti piantano il riso, i Cambogiani lo guardano mentre nasce, i Laotiani lo ascoltano crescere. Allora vi prego, lasciatevi andare anche voi, senza affanni e seguitemi nei prossimi giorni con gli occhi socchiusi e l'animo disposto per imparare a sentire crescere il riso.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 102 (a seconda dei calcoli) su 250!