martedì 31 gennaio 2012

Taste of Senegal 12


Essere donne in Africa non è facile oggi forse più di un tempo.

Un grande stupa dorato.

Il grande stupa dorato resta immobile, circondato da mura antiche, lasciando bagliori tremolanti nell'ansa del Mekong che lo lambisce. Quasi un brivido di appagamento, poi la sostanziale fermezza di chi, in se' contiene l'universo ed il suo fluire. Puoi rimanere per ore seduto in silenzio di fronte a questa immobilita' sostenuta, ma non altera, consapevole. Ecco, la consapevolezza di questo paese, povero ma sereno (che terribile ovvieta', col cavolo che i poveri sono sereni) dove basta andare fuori della citta' e fermarsi un poco tra le risaie per capire che il lento fluire del tempo e' la soluzione. Arrestare un attimo la corsa, sedersi sotto il grande banian per goderne l'ombra, respirare rimanendo immobile e serenamente ascoltare il riso crescere.

lunedì 30 gennaio 2012

Taste of Senegal 11



Nei mercati l'importante è conoscere a fondo l'arte della contrattazione.

Les biciclettes de Vientiane.

Percorrere le strade larghe di Vientiane su una bicicletta cigolante, dalle ruote un po' storte, ma con la voglia di farcela ancora un poco. L'oro e il rosso dei templi, le pesanti porte di legno appena dischiuse davanti a te per aprirti la via all'illuminazione. Per la verita' la luce e' gia' piuttosto forte di per se' ed il sole illumina un po' troppo specialmente dopo il mezzogiorno. Per fortuna una bella zuppona di nooddles e verdure ti cuoce la bocca azzerando sapori, odori, sensazioni sgradevoli. Chi se ne frega dello spread, un monaco giovanissimo mi sorride mentre cerco di mettere la bici sul cavalletto sbilenco, poi mi indica il portale rosso porpora con i grandi Garuda dorati col becco levato in alto. Mi tengo alle scaglie del lungo Naga sinuoso che segna la scala dai gradini alti e faticosi, poi l'ombra amica della grande sale mi accoglie misericordiosa, calmando l'affanno del resiro e mi lascia sedere al cospetto del Buddah, un dio che sa sorridere sempre.

domenica 29 gennaio 2012

Taste of Senegal 10



Mama Africa è dappertutto.

Vientiane.

Vientiane, sdraiata pigra e morbida come una danzatrice di un tempio kmer sulle rive del Mekong. Leggera e distaccata, mentre le ombre della sera calano di colpo lasciando solo nel cielo strisce di sangue rosato e viola. Con i suoi mercati notturni illuminati in controluce dalle lanterne rosse del capodanno cinese che sta per finire. Vientiane, con le guglie dorate e rosse dei suoi templi che indicano il cielo sicure, con i tuktuk colorati che ti lanciano un grido per chiamarti a salire, a lasciarti andare anche tu, in questo clima caldo e dolce che la sera ha gia' un poco rinfrescato. Coi manghi maturi che occhieggiano a grappoli dai banchetti di frutta, con le risate tenere delle ragazze per strada, coi fumi delle griglie dei ristorantini all'aperto. Vientiane che ti fa innamorare.

sabato 28 gennaio 2012

Taste of Senegal 9



Ancora donne e bambini. La maternità africana è una forza primigenia che vince malattie, guerre, fame e miseria; è la dimostrazione della straordinaria adattabilità della nostra specie.



venerdì 27 gennaio 2012

Taste of Senegal 8



Stare al centro del villaggio è come stare al centro del mondo.

giovedì 26 gennaio 2012

Taste of Senegal 7


Donne e bambini, l'Africa di cui ti innamori.



mercoledì 25 gennaio 2012

Taste of Senegal 6



Perdersi camminando tra i baobab è una delle più grandi emozioni dell'Africa



martedì 24 gennaio 2012

Taste of Laos.

Suoni di chitarre, roba strana nell'aria. Uno dei tanti baretti lungo la stradina che costeggia il Mekong. Il sole e' sceso in fretta come capita a queste latitudini. Rossi vermigli nel cielo, bagliori di fuoco sull'acqua, ricordi di tempi lontani. Sulle spiaggette adesso solo figli di quelli che 40 anni fa bombardavano e lanciavano Napalm dai B52. Dal baretto assieme al reggae escono nuvole di fumo. Ti siedi sui divani bassi, arrivano mojiti e altre cose colorate, butti un occhio sul menu' e vedi che se vuoi la giunta happy devi pagare un piccolo sovrapprezzo. Per il fumo invece, dice che devi andare a ordinare direttamente al bar. Alle spalle, la jungla laotiana, non fitta e sparsa come a ciuffi tra le risaie in asciutta. L'ombra di Rambo e' forse dietro la riva fangosa. Allontanarsi piano verso i bungalow sulla punta dell'isola; bisogna stare attenti pero' al buio a dove si mette i piedi, amici di tutte le parti politiche hanno lasciato tanti ricordini sparsi qua e la' lungo i sentieri che costeggiano le risaie. E non sono i botti del capodanno del Tet che e' cominciato ieri. Accidenti, non stai mai attento abbastanza, al buio qualche cosa ho pestato, ma dalla consistenza non e' roba della Valsella, ma un residuato di quel gruppo di bufali che sguazza nell'acqua vermiglia, tra i piccolo mulinelli della corrente, tra le canne basse, rifugo ideale per i Vietcong di un tempo. Forse gli stessi che oggi stavano acquattati con gli occhi sonnacchiosi dietro a quel banchetto di sciarpine di seta.

Taste of Senegal 5



Bisogna essere à la page anche nella tradizione.

lunedì 23 gennaio 2012

Taste of Senegal 4



La lotta è lo sport nazionale senegalese e tutti quando è sera, si allenano sulla spiaggia nella speranza di diventare come Bombardier, il campione in carica.

domenica 22 gennaio 2012

Taste of Senegal 3



Il montone per il giorno del Tabaski è stato comprato, anche i bambini avranno la loro festa.




sabato 21 gennaio 2012

Taste of Senegal 2



I divieti ormai limitano la libertà di espressione dappertutto. Riprendiamoci il vietato vietare sessantottino!

venerdì 20 gennaio 2012

Taste of Senegal 1

Come promesso non vi lascio soli anche se sono lontano. Così tutti i  giorni comparirà come per magia qualche immagine rubata in un altro tempo ed in un altro luogo che ha suscitato in me molte emozioni e che in questo modo cerco di trasmettere anche a voi. Se vi va dunque venite a trovarmi qui in questo mese di latitanza.

Ecco qua le  prime due :  Commerce 2.0




giovedì 19 gennaio 2012

La partenza.

Immagine dal web


Ok ragazzi, capisco che ve l'ho già affettato troppo, ma è arrivato il giorno di lasciare questa valle di nebbie e di alberi coperti da uno spesso strato di galaverna. Il mio cuore ha bisogno di calore e i biglietti che ho in tasca me lo promettono. Mani sapienti hanno confezionato la sacca e il sacco lenzuolo fedele compagno, opportunamente ingigantito per accogliere tutta l'ampiezza della crisalide che mi circonda (quando sboccerà la farfalla?), gli spallacci dello zaino regolati, cerotti e altre creme opportunamente messi nella borsa a mano con l'Autan 20%, addirittura l'amico Damiano mi ha mandato una serie di posizioni Mudra, che porterò con me per lenire le mie probabili pene fisiche, 'azz, mi sono dimenticato di prendere la prima pastiglia di Lariam a proposito, provvedo subito. Anche la tecnologia è carica e pronta a scattare. Domattina un opportuno Caronte mi traghetterà sul bordo dello Stige ad attendere Garuda dalle ali argentate. Che vi devo dire. Non vi lascio soli. 

Una parte di me, non fisica ma spirituale (anche se lo zaino da 30 kg che sono costretto a portare sempre con me senza possibilità di posarlo neppure un attimo, lo avrei lasciato volentieri a casa), rimarrà qui e ogni giorno o quasi, grazie alla magia della programma zione tecnologica, provvederà a postare qualche cosa, per darvi un ricordo di me, per non farvi sentire soli, perché non mi dimentichiate definitivamente. La palude del web è grigia e spessa e ci si perde con facilità. Ma, come sapete, noi alessandrini siamo abituati a muoverci nella nebbia. Quindi venite come sempre, senza aspettare i miei solleciti su FB o tramite la newsletter che non ci saranno e qualcosa troverete ad aspettarvi per premiare la vostra fedeltà (e anche non fare illanguidire inesorabilmente la statistica dei contatti). Quando tornerò, tra un mesetto, prometto che almeno per un altro mese vi triturerò con un report puntuale ed esaustivo come sempre, a dispetto e mi dolgo, di quelli a cui non interessa questo argomento, ma cercherò di condirlo comunque con le solite tuttologiche considerazioni generali. Chissà se troverò ancora l'Euro, il professore o addirittura il conto in banca o la banca stessa. Pazienza, l'importante sarà ritrovare voi, cari amici.


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mercoledì 18 gennaio 2012

Rou.


Partire, un tarlo antico che ha pervaso la mente dell'uomo fin dai tempi di Ulisse, che ha spinto Marco Polo a percorrere vie sconosciute e misteriose, che ha mandato Colombo e mille altri, affamati di conoscenza ad affrontare l'incognito per vedere, per capire, per sentirsi vivi. Magari avevano un'altra scusa, la voglia di commerciare, la ricerca di ricchezze o semplicemente il desiderio di avventura, ma in fondo c'era sempre la brama di vedere cosa c'era dietro la collina. I cinesi hanno molti caratteri per descrivere le tante sfaccettature del concetto di partire. Da -  con il segno della mano che prende con sé qualche cosa prima di lasciare la casa, nel senso di partire da, un moto da luogo, Cong -  dove un paio di omini si mettono in marcia, chiarendo assai bene il senso di movimento dlela partenza, Zou -   dove la stilizzazione del segno di piede chiarisce ancora meglio in senso del camminare, insito nella partenza, Qi -  doveancora il piede e il simbolo dell'arco sottolineano il senso della rapidità con cui la freccia lascia la scocca per andare a vivere, a vedere un luogo lontano, nuovo e ancora sconosciuto, Shang -  che significa anche "su" a testimonianza che per partire bisogna alzarsi, decidersi per muoversi e molti altri ancora, ma l'ideogramma antico che è scomparso dai dizionari moderni è Rou, un carattere semplice ed elegante che raffigura la scena che vede chi si mette a cassetta di un carro quando si parte per lasciare il villaggio natio.

Ai lati, le due stanghe del carretto, il giogo di traverso e la stilizzazione della groppa del cavallo con la coda che si  agita per l'ansia di cominciare il viaggio. Partire, andare, lasciare la casa per conoscere il mondo. In questa sua forma primitiva veniva usato in un composto che dapprima indicava il rigogolo, l'uccellino che arrivava nei villaggi a primavera, si fermava pochi giorni per la stagione degli amori e poi ripartiva, ansioso di nuovi mondi, di nuove scoperte. Era il segnale per le ragazze da marito che bisognava partire per la nuova famiglia e l'ansia che portavano nel cuore era una mescolanza di rimpianto per ciò che si lasciava ed un desiderio affannoso per conoscere quanto lungamente atteso e sospirato. Un segno aperto, di movimento assoluto, così in contrasto con Hui - 回 - ritornare - un ideogramma che più chiuso non potrebbe essere, così concentrato a disegnare la doppia cerchia del villaggio, uno sbarramento, certo protettivo, ma che segna uno sbarramento anche mentale, quasi invalicabile. Invece il nostro Rou, con la groppa del suo cavallo che scalpita sta lì, ammiccante, segno inequivocabile che sta arrivando l'ora, che non puoi più aspettare, che la voglia, la necessità di andare non si può fermare in nessun tempo, in nessun luogo, anche perché il biglietto dell'aereo ormai l'ho pagato e non è rimborsabile.



Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori

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De


martedì 17 gennaio 2012

Country Lomellino.

Memphis, Tennessee?Nashville? Las Vegas? Arizona, Colorado? Macché, niente di tutto questo. Torreberetti (AL) Italy , questa è la realtà dove il gruppo Country Fever fa valere i propri skills! Buona visione.







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lunedì 16 gennaio 2012

Ansia da partenza.

Niente da fare , è sempre la stessa storia. Ogni volta che mancano pochi giorni alla partenza, vengo preso da una frenesia ansiogena e pasticciona al tempo stesso. E' tutta una agitazione, saltabeccando di qua e di là per finire di procurarsi informazioni, raccogliere le ultime cose, quelle da non dimenticare, compitare negli elenchi delle cose da fare, quelle che si sono scordate, preparare materiali e lanciare maledizioni preconizzando la certezza di dimenticare dati e cose fondamentali che condizioneranno di certo la riuscita del viaggio. Eppure non sono di primo pelo e questa situazione l'ho vissuta già una infinità di volte, ma deve essere forzatamente iscritta nel mio genoma, diciamo che ho la sindrome dell'ultimo momento. Accidenti programmo sempre o quasi le mie uscite con mesi di anticipo, mi ripeto, questa volta non ci casco, anzi mi ricerco con attenzione un elenco di letture appropriate che mi prepareranno culturalmente e soprattutto empaticamente ai luoghi, alla gente e alle cose con cui verrò a contatto. Poi, non si sa come, i giorni scorrono veloci, sempre con altri impegni inderogabili da svolgere, si sa il pensionato è la persona più occupata del mondo, e i libri rimangono lì, va bene, li leggerò al mio ritorno, le liste (adesso sono di gran moda) di indirizzi web non riescono ad essere eviscerate, al massimo un'occhiata rapida e poco produttiva e come tutte le altre volte eccoci ai due o tre giorni che precedono la partenza ed ancora è tutto da fare, i dollari ancora da andare a ritirare, così non sai se ti rifilano 500 fogli da 1 dollaro o 5 da 100 che nessuno ti vorrà cambiare e così via. 

Devo ancora segnare sul calepino tutti gli indirizzi di base, i telefoni vitali, i posti tassativi, va beh ci sarà tutto sulla Lonely, la rileggerò in aereo. Certo son problemi seri, per fortuna che c'è qualcuno che mi prepara la valigia e sa quante mutande, quante calze e quante di tutte le altre cose che mi servono, dal sacco lenzuolo, ai cerotti di Voltaren, a quelli per le bolle nei piedi e così via. Certo perché l'altra storia è che non si riesce ad accettare il fatto che gli anni passano inesorabili ed i programmi si dovrebbero via via adeguare, invece credi sempre di avere trenta anni e allora definisci allucinanti itinerari a piedi, zaino in spalla, come se non ne avessi già uno fisso davanti di una trentina di chili e senza spallacci, che non puoi neanche posare un attimo nemmeno se lo volessi. Poi leggi i resoconti dei giovani trekkers che, sui vari forum, hanno trovato quel giro piuttosto "impegnativo" e cominci a domandarti ma chi te l'ha fatto fare, invece di andare a giocare a bocce o cercare di seguire i lavori del cantiere del ponte Cittadella che tanto non cominceranno mai. Va beh, a questo punto, inutile farsi problemi, ci penserò quando ci arriverò di fronte, vivendo il viaggio giorno per giorno, portandomi dietro la voglia, come dice la canzone, di non tornare più. Anche perché chissà cosa troverei ritornando da queste parti ormai in serie BBB anche se +, magari non ci sarà più neanche l'Euro, magari ci vorrà un passaporto diverso, verde padagno e una selva di diti medi sollevati mi impedirà il transito dalla barriera doganale, con un gendarme che mi dirà:"Ti negher se t'vol entrà 'n padagna, ti ga da parlà itaglian. La lega a l'è cuntra la ignorantezza!" e io come si sa sono piuttosto debole in italiano.


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domenica 15 gennaio 2012

Carnevale della matematica n.45.



Ecco un nuovo appuntamento del carnevale della matematica. La 45esima puntata è questa volta appannaggio di Matem@ticaMente di Annarita Ruberto che, fin dall'introduzione, dà del tema proposto: Computazione, storia del PC e dintorni, una interpretazione davvero interessante. I contributi ricchissimi, sono poi tutti da degustare per gli appassionati. Non mancate di dare un'occhiata. Ci sono anch'io con: Calcolare non stanca di qualche giorno fa. D'accordo sono un abusivo, ma mi è sempre piaciuto imbucarmi alle feste e questa, vale davvero la pena.


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sabato 14 gennaio 2012

Ancora nebbia fitta.

Amo la nebbia. Tutti noi alessandrini amiamo la nebbia a partire da Umbertone che oggi dovrebbe essere tra noi a vedere l'ultima replica dell'annuale spettacolo Gelindo, divota comoedia dialettale intrisa dei vapori densi che salgono tra Tanaro e Bormida, appuntamento tradizionale da queste parti. La nebbia non è soltanto una dimensione fisica di densità umida che ottunde i sensi e che rallenta le emozioni, ma è per noi uno stato mentale, una sorta di torpore che unifica i colori in un grigiore magico ed extrasensoriale. E' la stessa nebbia straordinaria che cala sulla Rimini di Amarcord, in uno dei quadri felliniani più magistrali, quel non luogo del sentire in cui il vecchio si perde e si chiede se è questa la morte, un'Ade incognita che non spaùra, ma che quasi incuriosisce, che stimola la mente a pensare, a toni comunque abbassati. Mi sembra che questa nebbia fitta sia calata con il suo mantello vellutato un po' su tutto il paese, non solo qui da noi. Certo qua e là si sentono urli scomposti, grida chiocce, cachinni demoniaci e subumani e naturalmente lamenti infiniti, come provenissero da un'umanità di dannati condannata al presunto inferno dei vivi, ognuno con la sua diminutio, tutti sofferenti e scarnificati, almeno al sentirne le personali ragioni, per ognuno sacrosante ed indiscutibili. Ognuno di questi peccatori vede però benissimo il peccato del suo vicino anche se accecato dalla caligine grigia, e chiede, anzi pretende che sia quello colpito dai forconi dei diavoli che si aggirano occhiuti e feroci. 

Sparuti gruppi, poi, dai volti deformati dall'ira e dall'odio, agitano scompostamente il dito medio a mo' di bandiera cercando di cacciarlo nell'occhio di chiunque capita loro a tiro e finendo, nel buio dello spazio e della mente, per cacciarlo nell'orifizio del loro vicino, che ancor più incarognito grida e strepita come posseduto, verde di rabbia mal trattenuta. Ma l'angelo vendicatore, aleggia su questa valle di Giosafat senza rumori inutili e senza accidia. La sua spada infuocata scende a destra e a sinistra con costanza ammirevole, tentando di tagliare marciumi incancreniti a cui ognuno tenta di aggrapparsi per trattenerli almeno ancora un po', per godere almeno per un ultimo attimo di quel dolce pus purulento che ammorba l'aria, fetido eppur caldo ed in qualche modo rassicurante. Lavoro lungo e duro, che altre potenze angeliche, cherubini, troni e dominazioni, lascian fare, con soddisfazione nascosta, con borbottamenti di facciata, tanto per chiamarsi fuori, in futuro, quando ci sarà la eventuale resa dei conti, che i dannati se la prendano con chi li castiga, angelo o diavolo che sia, convinti che premieranno chi si è chiamato fuori.

 La nebbia bassa intanto si estende e si infittisce sempre di più. I dannati, taluni ormai esausti dal gridare, altri che ancora usano le ultime forza per additare le presunte altrui colpe, cominciano a comprendere, almeno i più avveduti, che altre strade non ce ne sono e che la pena, ancorché ingiusta, che ben altre sarebbero le colpe da verberare, va scontata fino alla fine. Qui non c'è sconto di pena, semi detenzione o affidamento ai servizi sociali. Bisogna bere fino in fondo l'amaro calice, sempre che non si scopra, al seguire il grigio Virgilio, duca e demone al tempo stesso, quando la nebbia si andrà diradando che anche quelli che stavano in purgatorio e quegli altri che essendo nell'empireo, ritenendo di esserselo meritato essendo per natura virtuosi, invece di capire che stanno lassù perché si sono appoggiati sulla schiena di quelli che stanno sotto, non si trovino anch'essi col culo per terra, non avendo voluto capire che quando c'è la nebbia fitta, bisogna darsi la mano l'un l'altro per non perdersi definitivamente nel nulla.


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Grigio nebbia.
Sole ghiacciato.

giovedì 12 gennaio 2012

Qiàn.

Il carattere ,qiàn, su cui oggi vorrei porre la vostra attenzione è molto semplice ed elegante. E' un pittogramma antico che illustra molto bene un omino visto di fianco che cammina leggermente chinato in avanti portando faticosamente sulla spalle una gerla o un peso gravoso. Il suo significato originario, che poi condiziona i suoi vari composti moderni, era quello di "esausto, senza fiato" per indicare che proprio la mancanza d'aria, ti conduce ad una debolezza talmente grave da annichilirti completamente. Questa difficoltà a respirare ovviamente non è solo fisica, ma può anche essere riportata in un campo più astratto. Ecco dunque, se lo accoppiamo al carattere  Hù, che significa Porta, famiglia, ma anche conto in banca, vogliamo significare: Essere debitore - - qiàn hù,, in quanto quando un uomo o anche un paese è coperto di debito, gli manca l'ossigeno, non riesce più a respirare, è esausto o come si dice anche "incravattato", con bella espressione popolaresca meridionale. Quindi avere debiti gravosi, conduce ad una situazione di spossatezza tale da impedire di risollevarsi o a doverlo fare solo con molta fatica, tempo e pazienza, consci che per risolvere questo problema ci vuole tempo, determinazione e molto, molto sacrificio e sudore, rendendosi anche conto che è inutile sperare che i debiti te li paghi qualcun altro. 


Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori

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martedì 10 gennaio 2012

1000 non più 1000.


Mille è una cifra enorme, vi assicuro. Forse è poco se sono gli euro di uno stipendio, ma nel mio caso rappresentano una cifra addirittura impensata, quando è cominciato il giochino. E già, una mattina di di tre anni e mezzo fa ha cominciato a soffiare il vento dell'est e adesso, ecco qua il post numero 1000, roba da non credere. Diciamo quasi un lavoro a tempo pieno, ma che dà delle belle soddisfazioni. Un sacco di amici nuovi, di persone che ti scrivono cose simpatiche, pochissime, purtroppo e lo sottolineo davvero, che contestino quanto dico e Dio sa se ce ne sarebbe bisogno di un po' di contradditorio. Allora adesso vi snocciolo un po' di cifre. Quasi quattromila commenti e su un blog generalista come il mio non sono neanche pochi, oltre 100.000 contatti e più di 200.000 pagine viste; 20.000 (circa) visitatori unici, la metà dei quali, dopo la prima occhiata, ahimè non si sono più visti, che peccato non averli saputo interessare in qualche modo. Altra cosa che non avrei mai creduto, benché il blog sia strettamente in italiano e quindi poco spendibile sul web, contatti da 110 paesi, dalla Mongolia, allo Yemen, al Perù, alla Nuova Zelanda, addirittura al Bhutan, 90 solo nell'ultimo anno. Contatti da 32 stati USA, mica scherzi. Insomma che vi devo dire, per adesso sono contento e vi darei anche conferma che, per il momento, non ho intenzione di smettere, anche se magari sta diventando un vizio, spesso un po' troppo ripetitivo o sbrodolento, ma quando cadi nella droga, si sa, è difficile uscirne. 

Così se alla sera mi accorgo di non aver postato niente, mi sento un po' in colpa verso chi magari è venuto a dare un'occhiata e non ha trovato niente di nuovo, magari se ne andato deluso. Intanto i più attenti di voi avranno già notato che questo non risulterebbe proprio il millesimo post questo prodotto, facendo la somma dei numeretti che si trovano a lato, ma vi assicuro che è così, in quanto quei pochi mancanti sono già stati prodotti e vagano in quel limbo del web dove non si possono ancora vedere, pronti a calare come falchi al loro posto non appena il meccanismo ad orologeria già impostato, darà loro il via a mostrarsi in tutto la loro nudità. Già, infatti, come qualcuno già sa, c'è una macchina volante che mi aspetta e dal luogo dove sarò, temo non ci sarà verso di entrare nella rete, se non episodicamente forse. Dunque vi accontenterete, se vorrete dare un'occhiata, di una trentina di post che sembreranno adagiati sullo monitor da una mano   automatica, mentre altrove è la mente e il resto del corpo, pur meditante sulle umane miserie della vita, perché non si sa mai, potrei anche non trovare la voglia di ritornare. Dunque 1000 e non più 1000? Ma, in linea di massima spero di no, comunque, amici, stiamo in campana.

domenica 8 gennaio 2012

Calcolare non stanca.


Posso dire con ragione di appartenere ad una generazione che ha visto cambiamenti così incredibili da non essere previsti neppure dai più arditi e fantasiosi scrittori di fantascienza, quelli che riempivano di sogni le mie passioni giovanili, ma tra tutti, quello francamente più inaspettato e strepitoso è stato quello legato allo sviluppo degli strumenti di calcolo e delle loro implicazioni a cascata che hanno avuto sulla vita di tutti. Ero un ragazzo e quando acquistai la Lettera 22 per battere a macchina la mia tesi, mi parve un tale passo avanti, rispetto a quanto circolava a quel tempo, da lasciarmi orgoglioso di come una azienda italiana avesse saputo interpretare uno strumento non nuovo, in maniera così bella ed elegante. Ne avevano parlato proprio al mio esame di maturità, della bellezza artistica di cui era rivestito questo oggetto, tale da essere esposto al MOMA come esempio massimo del design italiano assieme alla Vespa. Era bello pensare a quanto eravamo preparati a fare, la capacità di unire la bellezza all'intelligenza. Uno dei miei compagni di stanza intanto, studiava fisica e programmava in Fortran in facoltà, ma, essendo studente gli toccava la disponibilità di quello che allora si chiamava cervello elettronico, solo dopo la mezzanotte e prima delle 8 di mattina, nelle altre ore la preziosa macchina lavorava per chi ne aveva più titoli. 

Quello strumento, noi profani la immaginavamo come una mostruosa macchina di Turing che tra borborigmi misteriosi, macinava algoritmi (si cominciava a sentire in giro questa parola sconosciuta) per dare risposte su un nastro infinito ad un Entscheidungsproblem sulle cui decisioni potevano derivare nuove ed insospettate risposte. Il cervello elettronico, che macchina strepitosa, eppure si diceva così enorme e costosa per poter ottenere calcoli veloci, è vero, ma incapace di risolvere anche semplici problemini logici, altro che giocare a scacchi! Lessi su un'articolo che illustrava la cibernetica (la nuova scienza) che per avere una di queste macchine che giocasse men che mediocremente si sarebbe dovuto riempire di valvole e frigoriferi l'intero Empire State Building. E' da queste affermazioni che si misura l'incapacità previsionale dell'uomo. In neanche 50 anni ecco per pochi euro una piccola scacchiera in grado di battere il campione del mondo in carica! Ma allora ne eravamo così lontani. Io mi dibattevo con derivate ed integrali, imparando ad usare il regolo e a tirare righe sul tecnigrafo e intanto quelle macchine lasciavano gli spazi elitari della scienza per penetrare nelle aziende. Al mio primo lavoro, proprio dietro la mia scrivania si apriva una porta invalicabile che portava al Centro meccanografico, una specie di casta chiusa dove per i non iniziati non c'era accesso. 

Una schiera di ragazze digitavano tutto il giorno, alacri su tastiere giganti, che di lato sputavano schede perforate in continuazione, che poi, raccolte religiosamente in pacchi venivano inserite in un altra macchina che le sfogliava a velocità vertiginosa, in grandi armadi giravano vorticosamente ruote e nastri, sostituiti poco dopo da enormi dischi che vibravano frusciando e imponendo ad altre macchine di stampare quintali di carta piegata ordinatamente in tabulati così pesanti che nessuno osava consultare mentre venivano trasportate su carrelli a ruote. Nel frattempo, quell'azienda che aveva ormai capito che il futuro non era nelle macchine da scrivere e non erano intuizioni difficili dato che assumeva anche un sacco di filosofi e di umanisti accanto agli ingegneri, progettò una macchina per calcoli complessi che funzionava sul principio dei grandi calcolatori, così piccola ed economica da poter con buona ragione essere considerata alla portata di clienti individuali e non solo di grandi aziende, il Programma 101. Ma con la morte di quell'imprenditore dai sogni grandiosi, nessuno raccolse il testimone e l'idea emigrò presto in luoghi con la straordinaria capacità di sviluppare e far fruttare le buone idee altrui ed ecco che, di punto in bianco entrò nelle case di molti quello che si cominciò a chiamare computer. 

Il Commodore 64 che teneva nascoste in quella piccola tastiera addirittura una memoria da 64 K, 64000 bytes, una cosa davvero prodigiosa ed impensabile e senza neanche una valvola o altro e ti veniva voglia di imparare il Basic e farti programmini per giocare o calcolare. A partire da quel momento lo sviluppo fu tumultuoso. In pochi anni 286, 386, 486, pentium ed ogni 18 mesi si assisteva al decuplicarsi di memorie, prestazioni, potenza di calcolo. Su ogni scrivania divenne un obbligo imprescindibile, prima in ogni ufficio e poi in ogni casa.  Certo lo sviluppo dell'hardware era il vero potere. E invece in un attimo ecco che fu il software ad prendere il sopravvento, a diventare il vero potere. Poi sempre nuovi sviluppi, ed ecco internet, mai ipotizzato da nessuna fantasia letteraria, che ha racchiuso il mondo nella sua rete invincibile, così ricca di possibilità, di potenza, di sviluppi, di pericoli. Temutissima, ma ormai imprescindibile e tale da non poter più essere fermata né dal potere, né dall'economia, con tutti i suoi sviluppi ed implicazioni, nella comunicazione, nel lavoro, nel sociale, nel cambiare il modo di pensare. Anche se si tenta in ogni modo di averne il controllo, la sua natura scivolosa e sfuggente la rende imprendibile e proprio la sua permeabilità ne impedisce il dominio, come la rete trattiene il pescato, ma non riesce a contenere l'acqua raccolta che sfugge inevitabilmente in mille rivoli diversi. Cosa sarà domani? 

Che sciocchezza tentare di prevederlo, si farebbe la fine di quei futurologi degli anni '50. Certo è uno dei pochi campi dove lo sviluppo continuerà tumultuoso e alla lunga il prodotto delle intelligenze non è mai negativo, anche se a tratti può diventare problematico e pericoloso. Io ci credo e pensare che le cose che avrei scritto allora sarebbero finite in un cassetto, lette da me solo, per essere trovate da qualche mio nipote e buttate direttamente nell'immondizia, mentre adesso, mentre scrivo queste elucubrazioni, dall'altra parte del mondo qualcuno le legge in diretta, mi dice cosa ne pensa e rimangono lì, indegnamente consegnate all'eternità, mi eccita e mi soddisfa. Mi basta poco, lo so, ma  é entusiasmante e mi sembra di essere ancora in quegli anni a casa di un amico mentre si costruiva sulla scrivania un suo calcolatore. Io gli chiedevo con ansia "Ma quanta memoria ha?", "1 K" mi rispondeva orgoglioso e già ci sembrava di sognare.


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sabato 7 gennaio 2012

Croste di formaggio.


L'amica Bruna, ha richiamato la mia attenzione, commentando il post dell'altro giorno La stufa di ghisa, su un particolare apparentemente marginale, ma che oggi mi va di approfondire, essendo finito il periodo delle feste e data anche l'emergenza economica che preme e che consiglia di badare anche alle cose povere. Sto parlando della crosta di formaggio grana. Il mio ricordo che si accompagnava alla grande stufa, che allora si chiamava cucina economica, era squisitamente sensoriale, legato ad un profumo che si spandeva nell'aria quando sentivi quel leggero sfrigolare dell'oleosità che, essudata dalla crosta, ungeva la superficie di ghisa rovente, rendendo il quadratino a poco a poco più morbido e croccante, seguito da quel sapore sapido e pieno che ti riempiva la bocca allo sbocconcellare lento e consapevole. Una sorta di slow food ante litteram, vero però e non ricoperto dalla fuffa supponente di chi vuol ricoprire di valore inesistente il nulla teobiologico. Ma non era questo il solo modo di utilizzare quel prezioso residuo alimentare. Infatti la sua morte precipua era quella di essere messa a cuocere assieme al brodo per la minestra o meglio ancora la pasta e fagioli, regina ultima dello scarto di maiale. La meravigliosa cucina basata sulla filosofia dell'utilizzo degli scarti, che ha creato sua maestà l'agnolotto, così come tutta la serie delle polpette et similia

La crosta cuoceva per ore all'interno della pentola di coccio, sobbollendo lentamente con la leguminosa del momento, fagiolo o cece, o l'ancora più delizioso dolicum (detto qui fagiolino dall'occhio, legume ormai praticamente scomparso, ma inopinatamente noto ai ragazzi solo più come gruppo funky- pop, i Black eyed peas) che unito alla cipolla bianca dava una delle minestre più deliziose che io ricordi. Mentre riempiva di sapore il piatto e ne aumentava allo stesso tempo la consistenza e la gamma di sensazioni organolettiche, si trasformava pian piano da duro scarto difficile da scalfire a delicato particolare, ricco di una sua gommosità densa e perfetta che la trasformava da brutto anatroccolo in ambita reginetta della festa, della quale ognuno voleva ghiottamente assicurarsi il pezzo più grande. Non era facilissimo pulirne accuratamente la parte esterna, in quanto allora il Parmigiano, che non veniva spazzolato durante la fase di invecchiamento, si ricopriva di una patina di muffa protettiva nera, che doveva essere tolta grattandone la superficie con cura. Il mio papà, che aveva avuto un passato di ciabattino, utilizzava un trincetto affilatissimo che si era costruito da solo, una lama più tagliente di un rasoio, a cui, data per scontata la mia sbadatezza, mi era vietato anche il semplice avvicinarmi. La rasava con cura ed attenzione, rimirandola alla luce della finestra per controllarne lo stato finale e riprendendola più volte fino a che con aria soddisfatta la dichiarava ufficialmente pronta per la pentola, passandola a mia madre. Ma ci fu anche un altro utilizzo della crosta di formaggio. 

Infatti, credo richiamandosi ad una tradizione familiare antica, nel mio periodo infantile cosiddetto della dentizione, la suddetta crosta mi fu legata al collo con una cordicella passante per un buchino fatto con la lesina, per tutto il periodo in cui, pare che i bimbi, sentendo una sorta di prurito gengivale provocato dalla voglia dei dentini di fuoriuscire,  mordano tutto quello che arriva a tiro delle loro piccole fauci. La dura crosta polita con la sua sapidità ammiccante, pareva essere un invito irresistibile per l'infante mordace che allo stesso tempo appagava la sua sensazione di buono e otteneva una rapida ed indolore fuoriuscita di dentini sani ed affilati. Non riesco assolutamente a ricordare questo passaggio fondamentale della mia prima infanzia. Ricordo solo gli odori e i sapori di quella casa, di quella cucina calda, di quella luce bassa e giallina della piccola lampadina centrale da 40 candele. Mi piacerebbe riprovare quella sensazione, ma non c'è più la stufa di ghisa, né il trincetto da ciabattino, né il fagiolino dall'occhio e forse neanche il tempo e la voglia di farlo cuocere per ore. E poi non c'è più neanche il mio papà a guardare soddisfatto la crosta lucida e la mia mamma che la immerge nel brodo ammiccando, come a dire "Vedrai come sarà buona". Così anche questa crosta di parmigiano che insisto a rivoltare tra le mani, finirà nel sacchetto dell'organico.


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venerdì 6 gennaio 2012

Re Magi e Befane.

Così siamo arrivati anche alla festa che le porta via tutte. Ma intanto da oriente, col soffio del vento dell'est, ecco arrivare anche quei maghi che evidentemente anche così tanti anni fa erano noti per i loro saperi e da cui bisognava attingere. Certo portavano anche oro e argento (della mirra poi nessuno sapeva bene cosa farne) ma di questi tempi se da laggiù si decidono a mettere un po' d'oro e di argento da queste parti anche oggi, direi che non ci farebbe male (se no bisognerà che ci aiuti l'Argentina; il Brasile e l'Angola pare si stiano già occupando del Portogallo). Allora meglio cogliere la pacata ironia, scevra dagli entusiasmi, ma dolcemente appoggiata al pessimismo cosmico alquanto smagato che sempre aleggia qui, tra Tanaro e Bormida, con questa opera del poeta alessandrino Gallinotti, che ci è stata offerta in diretta per gli auguri natalizi e di cui allego anche debita traduzione per i lettori stranieri, che mi è stata passata gentilmente dall'amica Luciana. Che tenerezza questi magi di mentalità tipicamente alessandrina che aspirano, nel caso di riuscire a compiere l'impresa di trovare il bambinello, ad essere assunti per sponsorizzare il torrone Sperlari!





I RE MAGG

- Ma a l'è ancura longa?
A suma squasi rivà?
I pé titt na piaga!
Al camèl strasiuà!
S'j’ejsa savì a so nenta s'amniva
A j'ó nent dacc da ment
La regina l’al diva!
A l'è in meis ch'a curuma adrera a sa steila
In mument a l'è in su, peina dòp na candeila
- Ancura 'na strëpa, fa nenta u nuius
s'a rivuma a truvèl adventuma famus!-
I san tücc chi ch’a suma. S'um avghijsa me pari
Im fan fè la reclàm du turon ad Sperlari.
A l'ó vist ant in sògn sa ch'a juma da fè
'mzò ch’a vagu an snungion ad adurè u rè di rè.
U sas ciama Gesù. A l'è in bèl fanciutén
So mama Maria, so papà Giusipén
Se us pudijs fè cuccòs per ijitè sa masnà
U dev fè tòncc miracu e cariès ’d tücc i pcà.
Al pudiva fè  u siur, ant la vita piè u dus
L'à ausì nasi ant na stala e murì po an sna crus!
'nduma drera ai pastur
lur i san sa ch'is fan
sensa fèla tant longa
i j’àn cunzì u Salvadur.
 Giuseppe Gallinotti.

             I RE MAGI

- Ma è  ancora lunga ? Siamo quasi arrivati? / Ho i piedi tutti piagati, il cammello sudato / Se avessi saputo non so se venivo / Non le ho dato retta, la regina lo diceva / E' un mese che corriamo dietro a una stella / Un momento è un sole,  appena dopo una candela / - Ancora uno sforzo, non fare il noioso / se riusciamo a trovarlo diventiamo  famosi.- / Sapranno tutti chi siamo / Se mi vedesse mio padre! / Ci fanno fare la pubblicità del torrone Sperlari. / L'ho visto in un sogno che cosa dobbiamo fare / dobbiamo andare in ginocchio ad adorare il Re dei Re. / Lui si chiama Gesù E' un bel bambino / Sua madre Maria, suo padre Giuseppe. / Se si potesse fare qualcosa per aiutare quel bimbo / dovrà fare tanti miracoli e caricarsi di tutti i peccati. / Poteva fare il signore prendere il dolce della vita / ha voluto nascere in una stalla e morire su una  croce ! /  Andiamo dietro ai pastori / loro sanno cosa fare /  senza farla tanto lunga /  hanno riconosciuto il Salvatore.


E già che ci siamo, vista la giornata, vi aggiungo anche quanto posta l'amico Popinga, sempre rispettoso dell'attualità; qui mi sembra che la traduzione non serva.

Die Beffana komm bei Nacht
 mit der Shubes alles zerbracht. 
Die Beffana liebe Banana. 
Wiwa wiwa die Beffana!


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San Silvestro

giovedì 5 gennaio 2012

Il prelievo forzoso.

Ascoltando le considerazioni della cosiddetta gente comune, appare chiaro che, in un periodo come questo, che deve a pieno titolo considerarsi caratterizzato da una forte libertà individuale e collettiva, specie se paragonata ad altre parti del mondo o peggio a periodi del passato, spiri un deciso senso di ribellione verso ogni intervento governativo che fissi regole o che tenti di risanare un paese che va verso il fallimento. Questo viene considerato di norma come una prevaricazione inaccettabile e furtiva, mentre nell'opinione comune, ben altri sarebbero gli interventi giusti e facilmente applicabili se si volesse, invece di fare scelte sempre  infami e sbagliate, probabilmente per pura ignavia o per connivenze pelose.  Non c'è nulla di peggio della faciloneria della folla, soprattutto quando viene aizzata da scribacchini al soldo di cosche ben interessate a mantenere un comodo status quo o da politicanti populisti che dopo aver spinto il paese nel burrone con la loro incapacità, ora agitano i loro diti medi minacciosamente, invece di ficcarseli dove starebbero al caldo, adesso che l'inverno ha cominciato a far sentire i suoi rigori. Inopinatamente costoro hanno trovato sponda anche in chi dovrebbe avere a cuore soprattutto l'interesse della parte più debole del paese e che più avrebbe a soffrire dal possibile disastro. In verità però è sempre stato così. Evidentemente certi comportamenti sono geneticamente connaturati al cittadino, come la lamentela continua per ogni decisione presa, comunque sia, una sorta di rifiuto a priori per chi ci impone scelte dolorose anche quando sono minime ancorché obbligatorie. 

In una calda estate di venti anni fa, si avvertiva già la fine di un'epoca anche se non spiravano ancora i venti di quelle mani pulite che avrebbero spazzato via la Milano da bere. Molte famiglie godevano ancora gli ultimi fuochi di quella che veniva chiamata la villeggiatura. Un mio amico trascorreva quel luglio afoso con la famiglia nella piacevole frescura della Valle d'Aosta. Ogni mattina era un piacere passeggiare lungo i sentieri sul fianco della montagna e sedersi poi in qualche prato, dove suo figlio poteva correre, libero imparando l'odore dell'erba appena tagliata e il suono sordo dei grandi campanacci che arrivava dai pascoli alti. C'era serenità in quel trascorrere lento della giornata, il piacere dell'aria pulita e del profumo di fieno. Era costume a quel tempo (sembrano passati mille anni) che i nonni, in occasione di ricorrenze topiche, comunioni o cresime, aprissero al nipote un conto corrente, per instillare nel giovane quella propensione al risparmio che ancora oggi funge da tampone salvifico alla nostra economia deficitaria. Al nostro ragazzino che aveva ormai compiuto i dieci anni, era stato versato un milione e sul significato della cosa era stato ben istruito in modo che, essendo piuttosto sveglio,  ne aveva avuto la giusta cognizione di causa. Quella mattina arrivarono al prato piuttosto presto e mentre il ragazzo cercava di scoprire qualche bel coleottero nascosto tra le rocce, il padre si sedette su una pietra squadrata che pareva disegnata apposta per stare comodi a leggersi il giornale. 

Ma ahimé, la notizia sparata su tutta la prima pagina quel 11 luglio 1992 non erano i preparativi per i festeggiamenti  del cinquecentenario della scoperta dell'America, ma il colpo di mano che nella notte, il governo Amato, aveva operato sui conti correnti con un prelievo forzoso e retroattivo di 2 giorni del 6 per mille, in relazione ad "una drammatica emergenza di finanza pubblica". In effetti anche allora l'Italia stava per andare in bancarotta, ma questa operazione, per altro consistente in infimi spiccioli (a me furono prelevate 12.000 Lire), fu avvertita come un vero e proprio furto e da lì nacque il mantra del "mettere le mani in tasca agli italiani", abusato poi da tutti gli infami demagoghi che si sono succeduti in quelle poltrone. Il mio amico si lesse con calma l'articolo ed i commenti, poi chiamò il figlio e gli spiegò in maniera comprensibile quanto stava accadendo. Il ragazzo si sedette accanto a suo padre, inclinò un poco la testa ricciuta e strinse gli occhi, pensieroso, come per ripararsi dal sole, poi con uno sguardo ingenuo quasi incredulo, chiese: "Ma lo faranno anche ai bambini?". Al cenno di assenso del padre, lo sguardo si fece triste, la bocca prese una piega dura e l'accenno di una lacrima gli rigò il viso. Non disse più nulla, ma si capiva che conteggiava mentalmente le 6.000 Lire prelevate, corrispondenti a 6 coni di gelato da tre palline, quello che prendeva quasi tutti i giorni sulla piazza del paese. Governare è davvero cosa difficile, dice Sun Tsu nell'Arte della guerra. 


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