venerdì 30 novembre 2012

Ancora il libro!

Davvero da non credere. Certo, queste cose fanno specie a me che non ci sono abituato, ma alla fine non riesco a nascondere un senso diffuso di soddisfazione, come quello che ti lascia in bocca quel sereno sapore di buono, quando si è sciolto completamente un quadretto di cioccolata; una sensazione difficile da descrivere, ma che ti dà comunque un certo piacere. Che volete, delle piccole cose è fatta la vita. Comunque anche se è difficile da credere eccomi qua, pianta grassa in mezzo a splendidi fiori, carta canta, Il Piccolo del 21 novembre. Non potevo fare a meno di riportarlo in queste pagine, dove tutte queste cose prendono forma. Grazie ancora a tutte!






Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

giovedì 29 novembre 2012

Jué wù, la consapevolezza nel Tai Ji Quan.

Su gentile richiesta di una amica di queste paginette che da ormai quasi cinque anni vado vergando con la cura di un amanuense medioevale (è perfida ironia, infatti scrivo quasi senza rileggere, e si vede dagli svarioni che ci infilo, ad ore per me antelucane in cui gli ormai pochi ed affaticati neuroni ancora sbadigliano assonnati), butto giù il post di oggi gettando un po' il cuore oltre l'ostacolo e fornendo una interpretazione tutta personale che non sono certo risponda al vero. prendetela sulla fiducia. Dunque l'amica, ormai conquistata alle movenze del Tai Ji Quan mi chiede, facendo riferimento al Tao ( 道) che sta alla base di questa disciplina (e quindi allo Zen - 禅), un commento ai caratteri che nella lingua del regno di mezzo indicano la Presenza, la Consapevolezza di sé che dovrebbe conseguire il seguace di questa filosofia, anche con l'aiuto della pratica di questa disciplina; quella, cioè, che la mentalità occidentale potrebbe definire come Coscienza dì sé. Dunque andando con ordine, questo complesso concetto, che già solo a tentare di comprenderlo spaventa, a mio parere può essere indicato dalla parola cinese jué wù -  觉悟, appunto Coscienza, consapevolezza. 

Se esaminiamo il primo carattere, notiamo subito che è composto, in basso, dal radicale jiàn - 见 che significa: Vedere, percepire, ma anche Ora, momento presente. Il segno è posto sotto al segno di Copertura, Protezione, che sopra riporta anche il segno di Unghie . Uniti in un unico ideogramma danno appunto Jué - 觉, Ridestarsi dal sonno, Avere una percezione protetta,  Accorgersi di qualcosa al momento del risveglio (anche mentale) e afferrarla, Intuire la visione assoluta. Il secondo ideogramma che rafforza il primo è Wù, 悟 composto da tre caratteri semplici. Il primo in alto a destra è 五 - wǔ, Cinque, che come in moltissimi caratteri composti della lingua cinese, serve a scopo fonetico e ha come unica funzione quella di ricordare la pronuncia. Sotto abbiamo 口 - kǒu , Bocca e a sinistra la stilizzazione (abbreviazione) di Cuore, radicale presente in tutte le parole in cui si dà rilevanza ai concetti immateriali, della coscienza e dei sentimenti. Il significato è di Comprendere, quasi che sia necessario ripetere con la bocca quanto si è cominciato a capire col cuore per capirlo meglio. I due ideogrammi quindi si uniscono (nel cinese moderno si cerca di usare sempre di più parole plurisillabiche, che sono meno facilmente confondibili e definiscono meglio concetti complessi) rafforzandosi a vicenda per completare il significato di Consapevolezza, cioè Comprendere attraverso l'intuizione, la percezione della propria coscienza, del proprio sé. Avete compreso?

P.S. Per la verità un amico cinese mi suggerisce che per "presenza mentale" sia utilizzabile anche la parola Zài yì - 在意, che a rigore, significherebbe prestare attenzione a. Il primo carattere è Stare in (stato in luogo) e il secondo Opinione, Idea (in basso c'è il Cuore e in mezzo Dire, quindi Cosa detta dopo aver soppesato pensandoci bene). Insieme valgono Essere presente mentalmente. La scelta di questo lemma è da lui giustificata in questo modo: "When you are speaking, I am listening to what your are talking about. This action means my mind is present.  But when you are speaking, I am not listening to you and I am thinking of some other things, this is absent minded."  Non so, fate vobis, che la sapete più lunga.

Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori
Fundamental of Tai Ji Quan - Wen Shan Huang - S.Sky Book Co - Honk Kong -1973
Moiraghi : Tai Ji Quan - geo S.p.A. 1995

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

mercoledì 28 novembre 2012

Trattamento sanitario.

In evidenza la robusta muscolatura.

Già ho detto che lamentarsi della sanità italiana è delittuoso, almeno dalle mie parti (sarà un oasi felice), specie se la confronti con quella di altri paesi e non parlo di Africa. Questa mattina dopo aver, in un'oretta e con un misero ticket sistemato il nostro anziano (sangue, elettrocardiogrammi e visita geriatrica varia) sono andato previo appuntamento in un bel ufficietto dove un competentissimo signore mi ha fatto una panoramica generale di tutto quello che mi aspetta tra un paio di mesi, mi ha dato un elenco di consigli preziosi, abbiamo insieme esaminato insieme cartine e ceppi di malanni mefitici più o meno resistenti alla scienza, mi ha fornito delle pastigliette, e mi ha dato una puncicata al robusto bicipite. Me ne sono uscito con un bel tesserino e un vaglietto da qualche euro, che gli porterò domani, dopo averlo pagato. Ha detto che si fida. Lamentatevi voi se potete. Adesso posso in santa pace dedicarmi a studiare itinerari compulsando internet, i vari siti bigliettai e leggere libri adeguati. Febbre gialla non avrai il mio scalpo, ormai, ahimé, mi hanno inoculato.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

lunedì 26 novembre 2012

Primarie a sorpresa?

Checché se ne dica non si può trascurale la giornata di ieri come un fatto di secondaria importanza. Credo che un attimo di riflessione, per considerarne le implicazioni vada comunque fatto. Anche perché è interessante capire dove stiamo andando. Ieri mattina ho fatto un giro per rendermi conto di persona di come andavano le cose. Ai seggi c'erano le code. Molti, è vero, borbottavano, in quanto chi si era registrato on line veniva riregistrato e perdeva più tempo di chi era arrivato lì bel bello, ma alla fine oltre tre milioni di persone sono andati a votare, numero che mi sembra molto elevato ed imprevedibile, in un momento in cui avrebbe dovuto trionfare l'astensionismo ed il vento dell'antipolitica. Dunque la prima  osservazione da fare è che alla fine basta poco per convincere la gente ad appassionarsi all'agone politico e richiamarli al voto. Questo per esempio, ha subito provocato la stizzitissima ed evidentemente preoccupata reazione di Grillo, il cui unico terrore è che si risvegli il desiderio di un senso politico costruttivo e partecipatorio. Quelli come lui trionfano nel momento del tutti al macero, mandiamo tutto in malora e così via, mentre vanno in debito di ossigeno, quando nasce un dibattito di proposte diverse e magari appassionate. 

Un altro punto è che il centro sinistra ha indovinato certamente ad accettare questa gara, anche se in effetti non dovuta, in quanto la passione che ne è conseguita ha portato a casa almeno due o tre punti di consenso per il PD e questa ulteriore settimana  ne potrebbe portare ancora. Il risultato si vede bene nelle file del centrodestra sempre più smarrite, in piena frammentazione ed in cerca di trovare un cammino da seguire. Le percentuali, per la verità ampiamente previste, poi, evidenziano come anche nel nostro paese l'aspetto mediatico sia ormai pregnante  e risolutivo. Renzi, che sei mesi fa era praticamente sconosciuto al grande pubblico, oggi porta a casa un terzo dei consensi grazie alla sua capacità di maneggiare il mezzo televisivo e anche se perderà il confronto finale, tuttavia rimarrà come qualcosa di cui si dovrà comunque tenere conto, votato comunque ad un futuro importante. Veniamo adesso alle previsioni di cosa potrebbe succedere, dati i fatti. E' molto probabile che Berlusconi, che oggi essendo giorno dispari ha detto che forse torna in campo, aspetterà i risultati finali per decidere, tuttavia è quasi certo che a vittoria conclamata di Bersani, sia lui, che i Grillini, unitamente a tutto il centro, stapperanno lo champagne con dichiarazioni diverse. 

La destra recupererà parte dei suoi delusi, Masaniello quelli che erano stati affascinati dal rottamatore, il centro nelle sue varie forme, inclusi i nuovi movimenti che ancora non hanno avuto la forza o il coraggio di farsi avanti, rimetterà in piedi i ranghi di chi era pronto a salire sul carro del nuovo e del vincente. Io penso che se avesse vinto Renzi, il centrosinistra, sempre che la sua frangia estrema avesse poi resistito alle tentazioni che avevano condotto al fallimento del secondo governo Prodi, avrebbe raccolto una maggioranza consistente, sicuramente superiore al 40%, candidandosi a governare davvero il paese; invece la vittoria di Bersani relegherà lo schieramento attorno al consueto 32/33% che consegnerà il paese ad una fase di ingovernabilità. Questo potrebbe portare a nuove elezioni nell'autunno, oppure ad un Monti 2, comunque piuttosto debole e preda dei continui ricatti delle piccole camarille parlamentari, di volta in volta formate da partitelli o da gruppetti lobbistici. Una situazione non facile che di certo non potrà contribuire ad alleviare la nostra esangue economia ed i problemi di fondo che minano l'Italia dopo 20 anni di malgoverno. Sempre che il 21 dicembre (o il 15 febbraio, grazie all'8558 Hack) il problema non sia definitivamente risolto da un intervento esterno decisivo e senza ballottaggio.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


Economia politica 1.

sabato 24 novembre 2012

Meglio un uovo oggi...

Il poeta Omar Khayyam - dal web


Oggi vi offro solamente la quartina 14 di Omar Khayyam il grande poeta persiano dell'XI secolo, aedo di una grande cultura che ben sapeva tenere le distanze tra laicità e religione.



Dicono: "Paradiso, hûrî e Kauthar ci saranno,
Ruscelli di vino, latte, zucchero e miele".
Offri una coppa in memoria di quelli, o Coppiere!
Moneta contante è meglio di mille cambiali!


La giusta misura è tenere allenata la mente, il resto si risolve da solo.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


venerdì 23 novembre 2012

Cronache di Surakhis 53: Le Rimarie.

Le ripide pendici del monte erano avvolte da una nuvola di vapori di cloro che le brezze del mattino spingevano verso i dirupi e le valli più interne del grande massiccio roccioso. La lunga teoria dei Votanti però non sembrava avvedersi neppure della temperatura che nella notte era scesa di quasi 50°C e neppure sembrava infastidita dagli effetti corrosivi dell'aria malsana che circondava la folla, quasi che il gelo rendesse insensibile le epidermidi indurite e rugose. Certo i Righeliani, con quella loro pellaccia brunita dal tempo e anche gli Aracnoidi di Vega, così ricoperti di lunghi peli duri come corde, non pativano gran che, ma la gran massa umanoide degli schiavi delle miniere di Surakhis avrebbero dovuto risentire del clima. Forse però  l'accumularsi delle fustigazioni rituali che subivano ogni giorno per tenere a mente che il lavoro doveva essere di per sé stesso la vera soddisfazione dell'uomo, essendo ormai stato bandito da tempo il concetto di compenso venale, li aveva resi insensibili a tutto. Certo queste Rimarie erano una bella dimostrazione di democrazia, fortemente volute dal Partito che aspirava a subentrare all'Imperatore ormai perdutosi negli atolli lontani dei Satelliti del Piacere, da cui ogni tanto lanciava strali e minacce di vendetta. 

I candidati delle Rimarie erano stati disposti su delle apposite sedie inceneritrici in cui, di volta in volta il candidato perdente veniva colpito da una serie di violente scariche fotoniche che lo avrebbero ridotto in polvere dopo alcune ore di dura sofferenza. Il sistema era stato fortemente voluto dal partito stesso, in quanto lo spettacolo dei politici agonizzanti era stata l'unica molla affidabile per convincere la gente a partecipare in massa alle votazioni. Ai candidati venivano poste dalla folla una serie di domande a cui doveva essere data una convincente risposta in Rima, cosa che aveva subito stimolato i giornalisti presenti a definire in quel modo la sfida. Ad esempio quante frustate dovessero spettare allo schiavo che inavvertitamente chiedesse di ricevere una mercede in cibo invece che in una giusta  e piacevole sodomizzazione a fine turno o quante vergini dovessero svolgere il compito di assistenti ai banchetti parlamentari per ogni onorevole, visto che era già stato ridotto considerevolmente il vitalizio di bonus presso i Sacri Postriboli. I candidati dovevano rispondere in giambi epodici a rima baciata e cosa più difficile, fare le promesse elettorali rimanendo seri, pena l'immediata esecuzione. Udite le risposte i cittadini votavano e a chi rimaneva ultimo avrebbero cominciato ad essere somministrate le scariche, tra le urla di giubilo della folla.

Il povero Nicotini e la giunonica Acchiappato, una sconosciuta reggente di Betelgeuse che era stata messa lì per far numero, si guardavano intorno disperati perché temevano di essere i primi a cadere, mentre Fan, governatore di una lontana terra nella cintura di Orione, Nzi, il giovanissimo Re di Fiori, di un ducato minore anche se grandissimo di Mizar e soprattutto Mangiarmalati, che già si vedeva vincitore a sentire i sondaggi che circolavano, lanciavano occhiate feroci ai votanti, come per dire, se non tocca a me, guai a voi. La grande kermesse stava per cominciare, tutti avevano assicurato la folla che in ogni caso l'attuale presidente Shan, colpevole di tutti i mali, sarebbe stato subito dopo le elezioni, trascinato per le strade nudo con un cappello con le orecchie d'asino affinché il popolo si divertisse un po' prima di bruciarlo sulla pubblica piazza nelle feste del Kalendimaggio, subito dopo le elezioni e questa promessa, assieme a quella di abolire tutte le tasse agli schiavi e di applicarne una del 200% ai ricchi (che appena avuta la notizia, per precauzione erano tutti emigrati temporaneamente nella costellazione del Caimano, noto paradiso fiscale), aveva così eccitato la folla che era stato richiesto a gran voce che nel rogo purificatore fosse buttata anche la sua ministra principale, detta ormai da tutti La Lacrimatrice. Ormai era questine di giorni, ma il clima generale su Surakhis si era un po' acquietato. Panem et circenses è una regola che difficilmente fallisce aveva sentenziato Paularius, che sentita l'aria, era passato cautamente all'altra sponda come Consilior Generalis Affidabilis.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Sansone
Civiltà perdute.

giovedì 22 novembre 2012

Voglia di Africa.


Eccomi qui davanti al monitor, mentre sto preparando una chiacchierata di un paio d'ore per l'Università della Terza Età (tutto bene, se non ci sono da adoperare le mani, sembra che solo questo sia capace a produrre alla fine). Però non c'è niente da fare, non riesco a trovare concentrazione; il passaggio delle immagini su cui dovrei appuntarmi idee e fatti da raccontare, stabilire scalette e sequenze mi si confondono subito e invece di richiamare il ricordo per organizzarlo, mi danno voglie, sensazioni di mancanza, in una parola, desiderio incontenibile di partire. Sono fatto così, in realtà me ne starei così bene tra i miei muri, con le mie cose, a fare quello che più mi interessa, con questa finestra sul mondo da aprire a mio diletto. Invece questo virus meraviglioso e maledetto al tempo stesso, che si è incistato irrimediabilmente nella mia mente e che magari per un po' pare sopito ed innocuo, rimasto dormiente e che magari pensi scomparso, d'un tratto, e basta davvero poco, come riaprire un libro o far scorrere un'immagine, ritorna vivo e sviluppa di colpo tutta la sua aggressiva virulenza. 

Ecco che si sprigiona in una febbre ardente che cancella la ragione e vorrebbe imporre senza por tempo in mezzo, una sola compulsiva incombenza: partire, partire! Questo profumo di Africa poi, che traspare dalle cose che sto guardando, non  mi dà più pace. Il tremolare al vento dell'erba delle savane, gli artigli dei baobab che non vogliono saperne di staccarsi dal cielo, le mandrie infinite all'orizzonte che brucano la terra migrando, l'uomo nero primigenio, nostro padre lontano all'origine della specie e i cieli senza confini, come resistere! Ho appena smesso, per scrivere queste righe, di compulsare il web alla ricerca di soluzioni. Qualche cosa dovrò pur fare per fuggire da questa prigione senza sbarre, per dissetare questa arsura che mi percuote l'animo. Basta aprire il portafoglio in effetti, ho capito, poi è sufficiente puntare il dito, anzi la manina del mouse per trovare la strada e la biglietteria aerea allargherà facilmente le sue braccia comprensive per accogliere e soddisfare la  mia ansia. Vi terrò informati.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

mercoledì 21 novembre 2012

Considerazioni sul Tai Ji Quan 14: Shuāng fēng guàn ěr.

Tra il movimento 13 ed il 15 della forma 24 yang, si inserisce una breve tecnica: Colpire le orecchie con i due pugni -  Shuāng fēng guàn ěr - 双 风 贯 耳 . Gli ideogrammi che ho riportato in testa, nella loro più complessa grafia tradizionale, sono di non semplice lettura, a parte il primo in cui si individua bene il concetto di due, gemello, doppio (nel carattere semplificato sono rimaste solo più le due mani nella loro stilizzazione più semplice) e l'ultimo che descrive il pittogramma dell'orecchio, pur squadrandone il lobo inferiore e le pieghe interne. Il secondo invece significa anche vento e forse indica il senso di fruscio che provocano i due pugni mentre vanno a colpire, secondo un'altra versione invece il secondo carattere è 峰 che significa Cima, Sommità come si evince dal radicale dii sx che rappresenta la Montagna; infine il terzo significa più propriamente Penetrare, attraversare indicando l'intenzione che i due colpi penetrino profondamente nel capo dell'avversario. Quindi una traduzione alla lettera darebbe: Due venti gemelli penetrano le orecchie oppure Due montagne trapassano le orecchie, che mi sembra descriva davvero bene il senso della tecnica. Secondo un'altra versione la tecnica è chiamata Il doppio dragone. Il movimento è piuttosto breve e va eseguito comunque in un ciclo respiratorio. Dalla posizione del calcio con la gamba destra, si lascia cadere morbidamente il piede mantenendo nella stessa posizione la coscia e allo stesso tempo le braccia si stringono, avvicinandosi nella direzione della gamba dx con le palme verso l'alto seguite dallo sguardo, che poi seguirà il pugno dx. In seguito, mentre  la gamba dx si porta a terra con il tallone (il peso rimane sulla sx), le mani si ritirano verso i due fianchi (sempre con le palme rivolte verso l'alto). A questo punto si chiudono a pugno e, mentre il corpo sposta il peso sulla gamba dx al 70% in passo arcuato (Gong Bu), compiono un uguale movimento ad arco andando a colpire idealmente le orecchie di un avversario di fronte con le nocche. 

Nella posizione finale i due pugni hanno il dorso della mano rivolto verso di voi, con i pollici in basso. Perché la tecnica sia bene eseguita testa e busto devono rimanere eretti senza dare una sensazione di ingobbimento, i pugni non devono essere fortemente serrati e il doppio colpo deve essere portato con un movimento ampiamente circolare delle braccia. Lo spostamento del peso come sempre deve essere eseguito con l'anca, che conduce  tutto il movimento complessivo, guidando dal centro del corpo la periferia e le braccia, che devono sempre apparire quasi senza peso proprio e senza forza, ma come guidate dai fili a cui sono appese. Il tutto deve avere una perfetta coordinazione tra spostamento del peso sulle gambe e circolarità delle braccia stesse. Il significato marziale (questo è una parte  in cui questo aspetto è particolarmente evidente) è implicito nel nome e bisogna considerare che un colpo di questo genere alle orecchie, se portato nella realtà con corretta potenza è davvero devastante, provocando un completo stordimento ed una totale perdita di equilibrio. I benefici fisici indotti dalla tecnica, invece, sono riferiti soprattutto alla colonna vertebrale in cui viene curata l'elasticità e la muscolatura delle braccia e delle gambe, oltre ad un miglioramento dell'equilibrio dovuto ai movimenti eseguiti su un piede solo.

video



Refoli spiranti da: Fundamental of Tai Ji Quan - Wen Shan Huang - S.Sky Book Co - Honk Kong -1973
Moiraghi : Tai Ji Quan - geo S.p.A. 1995
Kung Fu and Tai Ji  Bruce Tegner -Bantam book - USA - 1968
www.taiji.de
Huard - Wong . Tecniche del corpo - Mondadori Ed. 1971

martedì 20 novembre 2012

Bāo



Oggi sono ancora un po' accidioso, anche se è  comparso un solicello autunnale non sgradevole, che ti fa sentire voglia di coccole. Allora voglio esaminare con voi questo facile carattere cinese Bāo che significa Abbracciare. Il segno è piuttosto semplice e viene da una progressiva stilizzazione di una persona (raffigurata come una linea sinuosa) che si piega su sé stessa per abbracciare ed avvolgere qualcosa. Nella scrittura moderna questo radicale è molto usato nella combinazione con altri segni semplici per formare diversi ideogrammi complessi. Ad esempio basta sovrapporlo al carattere di Feto ed abbiamo Bāo - 包 - Avvolgere, ma anche fagotto, sacca, rigonfiamento, e pensate Assumersi la responsabilità di portare a termine qualcosa. Perché quando prometti qualcosa, ad esempio in campagna elettorale, è come quando ti porti un bimbo in grembo e non ti puoi tirare poi indietro con una scusa (se sei una persona seria e responsabile ovviamente).  Sovrapponendo invece il radicale di erba, abbiamo Bāo - 苞- Gemma, germoglio, ossia la stessa cosa in campo vegetale. Se complichiamo il carattere aggiungendo quello di Mano abbiamo: Bào  抱 -  Portare in braccio, Nutrire, Adottare un figlio, come se l'adozione fosse proprio il gesto di prendere con la mano e portare a sé qualcuno per abbracciarlo come se fosse generato da te. 

Col radicale di Lama a destra, abbiamo Bào- 刨 - Pialla (strumento tagliente che abbraccia il legno). Con quello di Fuoco ecco Bāo - 炮 - Friggere a fuoco vivo (fare abbracciare dal fuoco). E ancora con Luna si ottiene: Bāo - 胞 - Placenta ( il turgore che si conta col ciclo lunare). Ma basta un puntino racchiuso all'interno del nostro Abbracciare e abbiamo Sháo -勺 - Cucchiaio (lo strumento per abbracciare e raccogliere qualche parte di cibo immersa nel brodo) e potremmo continuare a lungo. Ma forse uno dei più interessanti è il carattere che si ottiene anteponendo al nostro Abbracciare il segno (semplificato) di Cibo, ottenendo Bǎo - 饱 - che significa Sazio, Soddisfatto, Abbondante, in cui la pronuncia con il terzo tono, quello particolarmente largo ed allungato con l'andamento alto, basso, alto gli conferisce un particolare senso di pienezza. Abbracciare completamente il cibo, coccolandoselo bene come fosse un bimbo in grembo, satollandosi delle sensazioni di completa soddisfazione che che danno ai sensi, le coccole. Ma attenti, i cinesi non sono solo dei crapuloni mangiatori come noi, basta infatti aggiungere l'ideogramma di Studiare, Sapere per avere Bǎo Xué - 饱 学 - Colto, cioè chi davvero può dirsi sazio, cioè completo e pieno di studio e conoscenza, che è in fondo il cibo che ci rende migliori.


Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

lunedì 19 novembre 2012

Voja d'lasmi stè.

Foglie secche.
Forse è perché siamo in un grigio lunedì novembrino, giorno già di per sé uggioso come categoria kantiana, eppure per me dovrebbe essere un momento come tutti gli altri, visto che sono ormai liberato dalla schiavitù dell'obbligo lavorativo. Mah, chissà cos'è questo senso di "voja d'lasmi stè" (quella che gli inglesi di fine '800 chiamavano spleen) che mi prende stamattina di fronte al bianco assoluto dello schermo del monitor, una muta finestra aperta sul mondo. Qual è il motivo per cui continuo a picchiettare con due dita su questa tastiera, per scrivere sproloqui senza capo né coda, che con ogni probabilità non interessano a nessuno tranne che a me? Una voglia di esibizione autolaudatoria che alla fine non produce nulla di concreto e di cui qualcuno certo sorride, ma tanto qualcosa bisognerà pur che faccia per far passare il tempo 'sto vecchio barbagianni. 

Da anni ormai ormai i contatti sono più o meno gli stessi, anche i commenti si vanno via via rarefacendo, si stanno stancando anche gli amici che lasciano qualche segno di tanto in tanto, l'equivalente di una pacca sulle spalle. Allora perché non dedicarsi a qualcosa che almeno serva a qualcuno? Troppo pigro, forse o meglio, il motivo preponderante è che sono sempre stato inadatto a fare qualcosa di pratico, per tutta la vita impegnato a vendere solo chiacchiere, senza neanche il distintivo. Forse sarà il caso di ripensare qualcosa, di rivedere il format o magari di piantarla lì e andare a giocare a bocce. Ma no, tranquilli, che nessuno si faccia illusioni, era soltanto un esercizio di stile e oggi la pagina vuota non ne voleva proprio sapere di riempirsi in qualche modo. A domani.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

sabato 17 novembre 2012

La storia di Andrej Alexandrovic Kyrienko.

Il Volga ghiacciato vicino a Samara.
Andrej Alexandrovic Kyrienko era ormai sulla sessantina e si può dire che la sua vita, in quella grande città al di là degli Urali, così poco conosciuta dal mondo occidentale, scorresse tranquilla. Certamente non era stato sempre così, ma adesso che la Russia aveva preso la via della "democrazia", dopo una prima fase, che si sarebbe potuto dire piuttosto convulsa, tutto girava nei binari della normalità. Suo padre era di origine ukraina ed era finito laggiù durante i grandi movimenti di popoli che avevano caratterizzato il potere del Piccolo Padre. Forse una migrazione collettiva per compiere qualche grande opera, forse una punizione personale dovuta ad una incauta presa di posizione, seguita alla denuncia di colleghi invidiosi, cose assolutamente normali ed in un certo senso necessarie a quei tempi, tutto rimasto nel limbo del passato, una cosa di cui nessuno parlava mai in casa. Lui,  invece, aveva seguito con tenacia e anomala determinazione, visti i precedenti familiari, tutta la trafila della gioventù comunista entrando subito nei quadri del partito, grazie alla sua capacità di mettere in cattiva luce colleghi ed amici e a dimostrare che le sue scelte, sempre caute e non impegnative, erano state le migliori, anche quando erano state suggerite da altri. Aveva capito subito che questa era la strada giusta se volevi fare strada nell'Apparato. 

Non rischiare mai in prima persona, mandare avanti gli altri, denunciandone subito gli insuccessi e dimostrando invece come le cose andate a buon fine erano dovute alla sua lungimiranza. Così pian piano era risalito fino ai vertici del partito cittadino pur non restando mai in prima fila, posizione dove di tanto in tanto si abbattevano gli strali delle epurazioni moscovite. Grazie a queste sue capacità, era stato messo ai massimi vertici della grande fabbrica cittadina, una posizione di potere importante nell'impero sovietico, quando la Fabbrica, il Zavòd, era cuore pulsante e fondamentale della vita. Da quando era il suo capo assoluto, la produzione era scesa di molto, ma lui aveva sempre saputo dimostrare che questo non era sua responsabilità, ma colpa di materiali che non arrivavano in tempo o trasporti che non funzionavano e quando la roba rimaneva a marcire sotto le tettoie, con i pezzi neanche finiti o malfunzionanti, il problema era sempre esterno alla fabbrica e anzi, lui poteva far sempre sottolineare, da qualche suo sottoposto, da incolpare in caso di disgrazia, come la produttività teorica di ogni reparto era in linea con le direttive del piano quinquennale, anzi addirittura qualche cosa di più. Era questo il segreto a quell'epoca. 

Non contava la produzione reale, ma quanto la fabbrica aveva la potenzialità di produrre in base ai vari parametri, che poi non lo facesse, non era problema loro, l'importante era individuare a chi dare la colpa e seguire le direttive, esponendo le foto degli operai migliori, quelli più in linea col partito o delle impiegate più efficienti, quelle che gli fornivano dopo le riunioni interminabili dietro la lunga scrivania a T, i loro graditi servizi "particolari". La maggior parte di loro si sottoponeva di buon grado a questi obblighi ritenuti di routine per le segretarie giovani, cosa che consentiva poi alle stesse di passare le giornate a chiacchierare al telefono o a limarsi le lunghe unghie mal coperte dallo smalto di pessima qualità di qualche lontana fabbrica lettone.Il lungo periodo della gerontocrazia moscovita era così scorso via lento e pacifico, quando la durezza precedente si era via via allentata e aveva lasciato spazio ad un lassismo totale, in cui non si produceva quasi più nulla e le quantità di vodka ingurgitata nelle interminabili serate invernali, quando già alle due di pomeriggio il pallido sole siberiano scompariva lasciando spazio all'oscurità e solo il bruciore dell'alcool che scendeva a sorsate nella gola pareva appagare i desideri, ottundendo i sensi, arrivava a casse. Anche alle segretarie venivano chiesti sempre meno servizi, ma loro, sebbene costrette a partecipare a queste "riunioni di lavoro", non si dimostravano in fondo scontente di questa diminuzione dei compiti. 

Una volta l'anno Kyrienko, si faceva ricoverare in un sanatory negli Urali dove cercavano di sistemargli il fegato alla meglio e disintossicarlo almeno fino alla successiva stagione quando sarebbe stato di nuovo ricoverato, ufficialmente per "riposare", accompagnato dalla sua segretaria personale. Tutti sapevano e se lo dicevano a mezza voce nei corridoi cupi dalle tappezzerie unte e cadenti,  che non sarebbe durato molto. Però ogni volta ritornava, un po' meno malfermo sulle gambe e con gli occhi più serrati e cattivi. Poi di colpo, esplose la glasnost e la perestroijka e  il paese scoprì il suo anelito al consumo ed alla libertà di volersi arricchire. A Mosca fu decisa la privatisazija, unico modo riconosciuto per rendere in qualche modo efficienti le morenti imprese sovietiche. Mentre l'URSS si sfaldava e nasceva la nuova Russia, ogni fabbrica fu trasformata in società per azioni e queste infine, divise tra i lavoratori in modo equo, secondo le responsabilità. Kyrienko, avendo saputo dimostrare al momento giusto di essere capo assoluto e che i guasti della cattiva produzione erano dovuti solo alla pessima influenza della miope politica comunista e dalle direttive centrali a cui lui si era sempre opposto, ne ebbe quasi la metà, come è giusto. Inoltre seppe impadronirsi anche di quelle della maggior parte degli operai che le vendevano per pochi rubli, avendoli , l'ipersvalutazione in corso, ridotti alla fame o che le scambiavano per qualche gadget di provenienza occidentale. 

Qualche partecipazione più importante di quadri intermedi gli fu girata, dopo che alcuni di questi ebbero strani incidenti, tutti mortali. Così nel giro di un paio di mesi si trovò Presidente e proprietario unico della grande fabbrica, che riceveva adesso continuamente rappresentanti di aziende europee o anche americane, desiderose di rinnovare impianti, di collaborare, di iniziare fruttuose joint venture, in un mondo che tumultuosamente si stava aprendo al capitalismo selvaggio. I suoi scherani , il Vicepresidente, il Direttore generale, l'Ingegnere capo, il Direttore amministrativo, erano tutti abili e capaci e lavoravano attivamente per fare crescere il business, ormai si diceva solo così, certi che tanto Lui, tra un ricovero e l'altro, sarebbe durato poco e si volevano tenere pronti alla lotta di successione, che tutti sentivano ormai vicina. Ma gli anni passavano veloci; il Vicedirettore ebbe un colpo apoplettico proprio durante una bisboccia con degli investitori occidentali, nella dacia di servizio. Lo trovarono con tutto il viso blu dopo che le ragazze, cioè le segretarie, erano scappate via mezze nude gridando: "E' morto, è morto". Il Direttore fu cacciato per una brutta storia di tangenti ricevute da una ditta tedesca, quando avevano istallato la principale linea di produzione; adesso gestisce un kiosko di liquori sulla piazza della Rivoluzione, che ora però si chiama Piazza Romanov, ma tutti continuano a indicare allo stesso modo di prima. L'ingegnere capo fu trovato morto mentre pescava sul fiume ghiacciato davanti alla buca in cui si infilavano le lenze. 

Sembrava addormentato, con gli occhi chiusi e i ghiaccioli duri che gli avevano ricoperto i baffi e le sopracciglia cespugliose, mentre  il Direttore amministrativo si schiantò con la nuova BMW, appena avuta da un lotto arrivato direttamente da un contrabbando di auto tedesche rubate, contro un pilone di un ponte in aperta campagna, senza che nessuno avesse potuto constatare cosa era successo, visto che tra l'altro, non doveva neanche essere lì, ma in commandirovka con una delegazione straniera. Dopo averli tutti seppelliti e abbracciato le vedove in lacrime, adesso Andrej Kyrienko si vede meno in fabbrica, dove ha lasciato ogni affare in mano alla figlia, che tutti chiamano la Zarina, quando arriva sulla grande Mercedes nera, per dare le disposizioni prima di partire per la villa in Sardegna dove passa l'estate. Lui invece è quasi sempre nella bella casa che ha comprato a Cap Ferrat vicino a Montecarlo. Dicono che prima era di un attore americano. Lo si vede poco in giro, grasso e claudicante, con quelle borse enormi sotto gli occhi piccoli e le grandi guancione grigie che gli pendono ai lati della bocca. Durerà poco, pare chiaro, eppure ha sempre un'ombra di sorriso imbronciato sotto i baffi folti e ancora quasi  neri.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

venerdì 16 novembre 2012

Un giorno a Mondovì.

Langa.

Verdure in bagna cauda
Una piccola gemma occhieggia muta ai margini della pianura, punta estrema in cui si consuma la Langa, circondata più in là dalla presenza di montagne vere. Mondovì ti aspetta per offrirti regali diversi, oltre al piacere che ti concederà lasciandosi visitare, come una dama piemontese che ti ammette al suo salotto un po' provinciale, un po' esclusivo. Già l'arrivarci ti riempirà di gioia gli occhi, in una giornata autunnale dove il sole dona colori che solo gli artifizi complessi di Photoshop riescono a ripetere. Le vigne ormai spoglie paion tavolozze dove l'artista ha appena sparso gocce di paste diverse, prima di mescolarle  e decidere quale tinta stendere sulla tela. Verdi, gialli, rossi vivi e primari, si accalcano intorno ai paesi messi a cavalcapoggio sui crinali dolci e continui. Dietro, fa da barriera al pastello del cielo, la catena ormai candida dei picchi alpini. Eccola la cittadina divisa in due dal bosco carico di foglie morenti che si schiude appena passato il fiume, lasciandoti camminare sugli acciottolati che man mano conducono alle vie più nascoste, alle piazzette intime e schive con i loro negozi dalle insegne antiche, dalle facciate dei palazzi che bene ricordano che questa è città dall'importanza passata notevole e che ancora  resiste a non sfiorire. Fai un balzo con la funicolare fino   al quartiere Piazza, rinserrato sul piccolo pianoro alto e subito il Belvedere, con  la sua torre unica, ti sbatte in faccia un visuale mozzafiato di piana e colline che invoglierebbe qualunque condottiero all'insediamento e al possesso di questa terra, figuriamoci ai turisti nordeuropei adusi ai vantaggi che concede lo spread

Agnolotti al Castelmagno 
Cinghiale.
Le facciate attorno all'Agorà centrale digradante, raccontano di ricchezza antica e di stratificazioni successive; le chiese ti parlano di una comunità grande e vigorosa e quando sali le scalette anguste della vecchia casa che fu il ghetto degli ebrei monregalesi, arrivi alla piccola e nascosta Sinagoga che solo l'ultimo tetto separa dal cielo, con i suoi antichi banchi di legno e gli spazi angusti se pur sufficienti a quella piccola comunità ormai scomparsa, così lontana dalla ricchezza e fasto di quella di Casale o di Alessandria, anche se più accogliente all'apparenza, di quella quasi spoglia di Cherasco, un poco ti stringono il cuore. Quasi ti spiace scendere in basso, ma al nutrimento della mente e degli occhi, bisogna unire quello indispensabile del corpo, che l'uno senza l'altro male si compiono e questa è una terra che sa davvero darti molto anche sotto questo aspetto, oggi più che mai. Dunque se vi capiterà di passare da queste parti, viandanti che necessitano di un boccone in via, potete sostare un poco al Ristorante Tre Limoni d'Oro, proprio sulla piazza Battisti, che vi accoglie dopo il ponte. Questo ristorante appagherà in particolare gli amanti della vera tradizione piemontese a partire dal locale di classico stampo ottocentesco. Quindi come ovvio una serie di antipasti del passato, timballo di trippa, tortino di melanzane e frittatina calda alle erbette, verdure di stagione con bagnacauda gentile e saporosa e battuta di fassone al coltello che piacerà soprattutto a chi la ricorda come piatto del passato, molto ben condita e macerata a lungo in olio, limone, senape, aglio, pepe e sale, quando si amavano i gusti decisi eppure armonici, non per seguaci di una cucina moderna e un po' più fighetta, che la lascia quasi scondita per puntare soprattutto al gusto della carne (scelta assolutamente non disprezzabile ma diversa). 

L'inferno
Per il primo vi consiglio dei sontuosi agnolotti di Castelmagno al tartufo nero, decisamente il piatto top del pranzo, seguiti da un buon civet di cinghiale con polenta fritta, anche questo pensato per i palati decisi dei commercianti di bestiame che concludevano qui la loro mattinata di lavoro. In alternativa per le signore, rollata di coniglio e verdure decisamente più soft  e di accattivante aspetto. Ovviamente se vi capita non perdete il bollito misto ricco e diversificato come ci si aspetta in questa landa, paradiso dei ghiottoni. Al dolce cullatevi nei più classici bunet, panna cotta e pera al vino. Un pasto dai sapori decisi che richiede un adeguato dolcetto di Dogliani dal corpo ricco e dalle tante sfumature che bene amalgamano questa cucina langarola, con un conto finale al di sotto dei 30 euro, con un rapporto qualità/prezzo decisamente favorevole. Se ce la fate a staccarvi da questa zona di piaceri, sulla strada del ritorno fermatevi un'oretta a Bastia, sulla antica via del sale (forse lastricata di acciughe) per rimanere a bocca aperta appena superata la porticina delle anonime e bianche mura esterne di San Fiorenzo. Una lunga navata completamente ricoperta  di affreschi del quattrocento piemontese dai colori così vivi e dall'incredibile stato di conservazione, che vi assaliranno con le descrizioni puntuali dei supplizi infernali, le gioie del paradiso, teorie di martiri e santi e storie bibliche e medioevali, così ricche di particolari e spunti, da renderle specchio ed epitome impagabile della vita del tempo. Una visita da non mancare che vi concilierà la digestione, facendo trascorrere un po' del tempo necessario a non incorrere nelle procelle dell'etilometro.



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Piccoli piaceri.

mercoledì 14 novembre 2012

I cinesi e i piedi.

Da una stampa cinese.


Ogni cultura ha trovato i modi più strambi e crudeli per rivolgere un qualche tipo di violenza verso le proprie donne. Dall'impedimento a rivelare il proprio viso, all'impossibilità di uscire di casa, all'impossibilità a partecipare alla vita pubblica, a orribili mutilazioni, oppure al torturare da sole il proprio corpo dopo essere state convinte che quello è un modo per incrementare la propria bellezza e il proprio grado di desiderabilità. In Cina, negli ultimi mille anni si è proceduto in maniera curiosa e non facilmente spiegabile, attraverso la famosa fasciatura dei piedi, abbandonata solo da pochi decenni. Dice un proverbio spagnolo che non si conosce davvero Venere se non si è fatto l'amore con una zoppa. I cinesi sembra lo abbiano profondamente creduto tanto che, ritenendosi profondi conoscitori di ogni delizia amorosa, hanno provveduto a rendere zoppe le loro donne riducendone i piedi, fin da bambine, ad inutili moncherini che le costringevano ad un difficile e traballante incedere. Le spiegazioni di come potesse considerarsi erotica questa orribile mutilazione sono diverse. Secondo la teoria che giustifica il punto di vista spagnolo, la difficoltà deambulatoria svilupperebbe molto, determinate e determinanti muscolature interne, mentre secondo gli esteti cinesi, quel malfermo muoversi renderebbe il genere femminile ancor più apparentemente debole e bisognoso di tenera protezione. D'altra parte in Occidente c'è poco da ridere, se pensiamo che per oltre un secolo le nostre donne, per avere il "vitino di vespa" si costringevano in bustini tremendi, veri strumenti di tortura che procuravano vizi cardiaci, disturbi polmonari e altre malattie.

Una spiegazione più confuciana invece ritiene che questa costrizione releghi la donna ancor più e meglio, all'interno della casa. Tuttavia anche accettando questa spiegazione più sociale, non si può negare che il feticismo verso il piedino femminile (ben presente anche in Occidente a cominciare da Cenerentola), sia estremamente forte e radicato nell'impero di mezzo. Nei sacri testi della letteratura erotica cinese si legge dell' "estremo favore" che una donna può concedere, quello di mostrare il suo piede nudo o del significato indecente di una donna che si lasciasse sfiorare inavvertitamente il piede durante un incontro. Comunque la leggenda fa risalire l'usanza all'imperatore Li Yu della dinastia Song, che attorno all'anno 1000 dopo Cristo, volle che una delle sue favorite danzasse su un fiore di loto e poiché i piedi della bella, benché già piccolissimi fossero più larghi del fiore la costrinse a fasciarli strettamente. Le altre donne, invidiose di quei favori, non vollero essere da meno e iniziarono subito a costringere le proprie estremità in quelle che vennero chiamate "falci di luna" lunghe da 7 a 10 cm. La moda si diffuse immediatamente in tutta la Cina e durò quasi 1000 anni, fino all'avvento del maoismo che sotto questo aspetto liberò decisamente l'altra metà del cielo. Questa crudele operazione cominciava verso i cinque anni attraverso fasciature strette e dolorosissime che costringevano le dita ed il piede ad atrofizzarsi e a non crescere più, per poter entrare nelle scarpine ricamate che ancora oggi si trovano nei mercatini delle cose vecchie. 

In contrapposizione con i piedi delle contadine chiamati con disprezzo "barche" (ma qualcuno doveva pur farli i faticosi lavori dei campi) le donne della buona società e ovviamente i loro uomini ritennero questi piedini deformi come la parte più intima e più dotata di sex-appeal del loro corpo. In tutte le stampe erotiche, anche quando il corpo femminile viene mostrato nudo e con i dettagli più intimi ritratti realisticamente, la donna ha sempre le scarpine, anche a letto. In quelle più spinte la donna è rappresentata mentre si sfascia il piede. Un buon pizzicotto o una palpatina, potevano essere considerati gesti quasi leciti e indici di una sana camaraderie, ma chi osava toccare la scarpina sapeva che potevano essere possibili solo due reazioni, o uno schiaffo indignato e la messa al bando o il cedimento e l'abbandonarsi definitivo.Nel Chin Ping Mei (la prugna del vaso d'oro), famoso libro erotico- noir del 1500, questo è l'approccio di Xi Men alla sua bella: " il suo bastoncino cadde a terra e gran fortuna, rotolò sotto il vestito di lei. Oh eccolo, disse Xi con finto stupore e si chinò. Ma invece di raccoglierlo sfiorò la scarpina ricamata della bella che disse ridendo: - Come vi permettete, potrei chiamare qualcuno-  Xi cadde in ginocchio continuando a stringerle il piedino - Oh dama splendente, abbiate pietà di chi muore d'amore per voi.- - Smettetela dissoluto o vi darò uno schiaffone.- Ma Xi Men senza darle tempo, la prese tra le braccia e la portò sul letto dove condivisero il guanciale". Ma la storia dell'erotismo dei piedi cinesi è molto più complicata e ci tornerò con un'altra puntata più avanti.


Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Pietà filiale

martedì 13 novembre 2012

OGM al rogo!

dal web - Al rogo al rogo!
Bastano pochi fatti per capire dove sta andando un paese. E' sufficiente esaminarli un attimo, anche solo elencarli per capire che non serve chiedere come mai non si investe più nella ricerca o nell'istruzione. Quando prendi una deriva, vuol dire che questa è la strada che si intende seguire, questo è il futuro che hai davanti. A questo punto non serve neanche più che ne parlino i media, non fa più notizia. Ti chiedevi come è possibile che vengano condannati alla galera persone che non hanno allertato le popolazioni di una imminente scossa di terremoto? Ecco che un mese dopo leggi che le genti della Liguria ne hanno abbastanza di essere fatte sgomberare dalle loro case per quattro volte in un mese ad ogni levarsi di vento. Ma dai!? Così il 29 di ottobre si è conclusa un'altra vicenda che bene illustra dove è finita la terra che ha dato i natali a Galileo. Una processione di penitenti teo-bio in saio in fibra naturale, inanellando giaculatorie contro le streghe della ricerca, hanno finalmente condotto al rogo purificatore un gruppo di piante di olivo, ciliegio e actinidia su cui l'università di agraria della Tuscia, conduceva da quasi trenta anni (in pieno campo dal 98) sulla resistenza ai parassiti, per diminuire o azzerare l'uso di antiparassitari. Naturalmente questa medioevale conduzione al rogo sacrificale è solamente ideologica, a me piace immaginarla così, di reale è rimasta invece l'operazione, seguita alle denunce e all'opposizione al rinnovo dell'autorizzazione, fatta da Mario Capanna con la sua "fondazione dei diritti genetici". Non sono stati neppure concessi i pochi mesi che sarebbero stati sufficienti a raccogliere i dati di decenni di studi, tra l'altro fatti con soldi pubblici della ricerca statale, non delle malefiche multinazionali (non quelle molto più grandi come Carrefour e Auchan che si sono lanciate nella grande cuccagna del bio). 

Le piante sono state cosparse di disseccanti chimici, quindi abbattute e il 29 ottobre ammonticchiate e bruciate definitivamente. La pena è stata eseguita tra la gioia dei sacerdoti, la strega OGM è stata bruciata di fronte al pubblico dei pochi giornalisti chiamati a inneggiare al grido di deus vult, anche se poi gli stessi hanno giudicato la notizia così poco rilevante da non farla neppure comparire se non su qualche giornale specializzato e giustamente inorridito, come l'Informatore agrario. Solo l'Accademia dei Georgofili, la SOI (Società di ortoflorifrutticoltura), l'UNASA (Unione scienze applicate allo sviluppo dell'agricoltura), sigle desuete e sconosciute al pubblico, ormai osannante di saloni del gusto e terre madri e figlie, seguaci del business gastrofighetto e i buoni amici delle multinazionali che si sono buttate a pesce nel grande affare del bionaturalorganickilometrozero. Vicino al Prof. Rugini che ha sottolineato la perdita definitiva di dati unici che la ricerca stava portando avanti e che difficilmente saranno riproducibili, non mi rimane che assistere tristemente al bel rogo purificatore, alla faccia della ricerca pubblica e del buon senso, i cui colpevoli e responsabili non sono solo i Savonarola stralunati che brandiscono le torce, ma anche il Ministero, ben attento a non scontentare costoro e le organizzazioni agricole che avendo capito da tempo dove tira il vento sono totalmente disinteressate a qualunque discorso di innovazione e ricerca. Mala tempora currunt. Si comincia sempre bruciando i libri, si finisce con votare grilli e locuste.



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 102 (a seconda dei calcoli) su 250!