venerdì 30 settembre 2011

Carnevale della fisica n. 23.



Ecco l'appuntamento di fine mese per gli appassionati della fisica. Annarita Ruberto che ne cura questa edizione, lo ha dedicato questo mese : All' infinitamente grande e infinitamente piccolo, tema di estrema attualità, dopo che il tunnel del neutrino ha scatenato il web. L'argomento è estremamente godibile anche per chi è come me al di fuori di questo campo e di certo anche per tutti voi, che dal momento che mi seguite non siete certo alieni alle simpatie tuttologiche. Annarita (forse perché è un amica) ha voluto inserire anche il mio accenno dell'altro giorno sul neutrino, forse anche perché è giusto sorridere di tanto in tanto. Date un'occhiata se volete, vi si apriranno nuovi mondi e voi sapete quanto, di questi tempi è bene essere rotti a tutte le esperienze.


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giovedì 29 settembre 2011

Una sera di fine estate.



Oggi sono di un animo più lieve; ho capito che come dice il Tao non bisogna irritarsi più di tanto e anche se una vicenda kafkiana che mi sta perseguitando, non vuole prendere il giusto verso, ho deciso che non serve gridare, tanto così va La vitola. Magari ve ne parlerò un giorno, tanto per ridere; adesso seguendo le tre regole fondamentali del taoismo, Non portare armi, Non guidare carri velocemente, Non fare la pipì in piedi, rimane la consolazione della poesia. Così voglio condividere quindi con voi questa lirica di una famosa poetessa Tang dell'XI secolo, Li Ching Chao.

Una sera di fine estate.

Un colpo di vento e di pioggia,
la sera lava il calore del giorno.
Smetto di tessere e ricamare
per farmi bella davanti allo specchio.

Sotto la veste di seta leggera
liscia e bianca la mia carne profuma.
Sorridendo dico al mio amore:
"Vieni il cuscino è fresco".

Capisco che questi versi siano assolutamente indecenti e licenziosi, con tutti quei riferimenti al gioco della pioggia e delle nuvole e nessuna fanciulla ben costumata avrebbe mai pensato, figuriamoci scritto quantomeno i primi versi, ma il mondo cambia e oggi queste cose appaiono meno gravi. A domani.


Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966


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mercoledì 28 settembre 2011

Emigrare a Surakhis.

Cari amici, che brutto svegliarsi con la luna storta già di tuo. Poi apri la tele, e devi spegnere subito, sfogli il giornale e ti vien mal di testa, sul web ne senti di quelle da fare accapponare la pelle. Io ho voglia di ridere, di guardarmi un film di Totò, di fare quattro chiacchiere con le gambe sotto il tavolo con qualcuno che mi sia simpatico. Ma perché, ma perché! Basta, mi son stufato, mi sa che presto chiederò la cittadinanza di Surakhis e poi mi dicono che lì Paularius sta per dimettersi, anzi mi ha mandato via iperspazio, adesso che i neutrini hanno preso a correre è tutto più facile, un video di come stanno andando le cose laggiù. Povero Paularius, anche là ce l'hanno tutti con lui, adesso si è messo anche il tempio a fargli la morale perché è girato il vento, eppure lui aveva cancellato l'Imposta Callopigia Impenitente, proprio solo a loro per metterli dalla sua ed aveva obbligato Twoseas a istiture la Topa-Tax, che tra l'altro a lui stesso sta costando personalmente un occhio della testa (anche se ha ottenuto un emendamento per farla pagare una tantum alle Plurivulve di Aldebaran), per non turbare proprio la Gilda che si rifiuta pervicacemente di portare il diritto di ritiro dalle miniere a 120 anni. Ma cosa gliene deve fregare, che tanto non hanno mai lavorato in vita loro? E' preoccupato, dice che non gli va più di stare con questa gente; anzi ha quasi deciso di farsi dare ancora qualche voto di fiducia e poi metterli tutti nelle mani dei Romuliani che loro sanno cosa farne.





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martedì 27 settembre 2011

Ambasciatori e prostitute.

Amanti - da Storia dell'amore in Cina.
Molti sono stati i periodi storici in cui in Cina c'è stata una attrazione morbosa verso l'occidente. Accade spesso così anche nel resto del mondo, quando un modello culturale più forte "invade" e si sovrappone ad uno più debole; ogni cosa che ne proviene è considerata bella, buona e giusta e soprattutto va di moda in maniera irreparabile. Naturalmente viene subito assimilato il peggio del peggio e anche i McDonald vengono uniformati a templi di modernità da ammirare. All'opposto magari vengono invece demonizzati oltre i loro demeriti. Ma rimaniamo nel nostro amato regno di mezzo, quando nel debolissimo periodo di fine dell'impero della seconda metà dell'800, i costumi occidentali, irruppero con un fragore epocale nelle abitudini secolari di raffinata consuetudine che vigeva in tutte le classi sociali. L'impatto fu devastante e tutto l'ordine pratico ne venne sovvertito, come illustra bene la Buck nei suoi libri. In particolare il rapporto uomo-donna rese obsoleto quanto insegnato a generazioni di fanciulle cinesi addestrate fin dalla nascita a servire il loro futuro signore in tutto e per tutto, con una totale dedizione e un pedissequo adeguamento al formalismo confuciano, se pur nel segreto delle cortine del talamo nuziale, prevalesse l'insegnamento taoista che privilegiava, lodandoli, i piaceri del sesso. 

Quando si trattò di preparare gruppi di funzionari da inviare all'estero per imparare ogni cosa e successivamente modernizzare il paese (un po' come adesso che vengono mandati eserciti di studenti per le università di tutto il mondo) si pose il problema delle mogli che li avrebbero dovuti accompagnare. Portale le legittime consorti a Parigi, Londra o Roma? Si sapeva che in tutte le occasioni e ricevimenti ufficiali, ambasciatori e seguiti di mezzo mondo venivano accompagnati dalle rispettive signore che si occupavano della parte formale delle cerimonie e della accoglienza degli ospiti stranieri. Tassativa era poi  la necessità di fare bella figura, con l'obbligo sacrosanto di "non perdere la faccia", altro assioma cinese, mostrando a tutto il mondo l'arretratezza del paese. Ma che figura avrebbero fatto i teneri fiori di loto, le mogli cinesi che non spiaccicavano una parola in una qualunque lingua straniera, in maggioranza addirittura analfabete, che non si sapevano conformare agli usi occidentali, che sarebbero arrossite come gamberetti se solo un uomo avesse rivolto loro la parola in pubblico? Figuriamoci se qualche dignitario avesse loro fatto addirittura il baciamano, sarebbero probabilmente svenute in pubblico con grande vergogna di tutti. Si imponeva una soluzione pratica, in linea con il più classico pragmatismo cinese. 

Fu così che un grande numero di funzionari in procinto di essere spediti all'estero furono inviati a Shang Hai, la città da sempre più viziosa e cosmopolita della Cina a girare per le "case fiorite" dove poter scegliere qualche avvenente "gallina selvatica" (questa era la definizione ufficiale), attraenti prostitute con una infarinatura di modi e lingue occidentali, ben contenta di salpare per l'Europa. Quindi sembra che per un certo periodo i ricevimenti d'ambasciata delle capitali europee fossero popolati da queste disinibite fanciulle, accolte con tutti gli onori spettanti alle ambasciatrici. Va da sé che la naturale esuberanza delle donzelle procurasse ai sedicenti mariti, notevoli guai ed imbarazzi allorché le stesse, come si può dire, facevano le carine con l'intero corpo diplomatico internazionale, così che diversi ambasciatori si dovettero dimettere. Questo è poi il problema di quando il potere fa entrare, anche se a diverso titolo, la prostituzione nelle stanze del governo. E' prassi non così rara anche sotto altri cieli, ma alla fine si finisce inevitabilmente per essere sputtanati del tutto e bisogna andarsene obtorto collo dopo essersi ricoperti di ridicolo.


Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966


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lunedì 26 settembre 2011

Zhǐ , zhì.


Zhǐ ,  zhì.

Riprendiamo dopo la sosta estiva l'esame di due caratteri di base molto interessanti se li rapportiamo a quanto viene detto in questi giorni nelle nostre stanza del potere. Intanto i due ideogrammi hanno pronuncia quasi simile, per un significato opposto, solo il tono cambia, quindi bisogna stare bene attenti a come li si pronuncia. Altra lezione della lingua cinese stare accorti a come si parla, pensare prima di parlare. Infatti il nostro Zhǐ -  , con il terzo tono (alto, basso, alto) a dare un senso di arresto meditativo quasi un fermarsi a pensare un attimo, che raffigura il segno di un orma del piede ben fermo a terra, vuol dire Fermarsi, sostare, porre fine a qualche cosa, quasi a dire : se ti dicono che è ora di fare un passo indietro per il bene di tutti, smettila, fermati un attimo, ragiona, non andare avanti come un mulo di testa tua per i tuoi interessi personali mandando tutto in malora. Se poi a questo radicale si mette sopra il già conosciuto segno di Uomo, otteniamo Qi che, indicando un uomo fermo sulla punta dei piedi, significa Scrutare, saper vedere lontano, capire l'antifona insomma. Ma basta cambiare la pronuncia al quarto tono, quello secco e deciso che chiude la sillaba testardamente, guardate come è interessante la lingua cinese, e otteniamo Zhì -

Questo significa all'opposto : Proseguire, andare avanti sulla stessa strada, come si vede dal segno delle gambe che si muovono in una direzione definita. Addirittura ponendo questo radicale su quello di Bocca otteniamo  - gè, cioè uno ti parla, ti consiglia per il tuo bene e tu continui ad andartene per la tua strada. Se si aggiunge in alto a destra anche il segno di Scelta abbiamo    - jiù cioè Continuare a seguire la propria scelta nonostante i consigli giusti, quindi : Errore, biasimo. Mettendo il carattere Gè sotto a un tetto abbiamo  -  kè che vuol dire Viaggiatore, infatti Chi va per la sua strada e si ferma sotto il tuo tetto, lo devi ospitare, per un po', poi però bisogna che se ne vada, l'ospite dopo tre giorni puzza (proverbio cinese?) figurati dopo 17 anni! Aggiungendo alla destra del  radicale il segno di Scelta  abbiamo  -  chǔ che significa Trovarsi bene, andare d'accordo, convivere, quindi se vai d'accordo con uno che sta sbagliando e si incaponisce ad andare in una direzione, vai pure via con lui e levati dai piedi. Difficile però far capire le cose a chi detiene il potere e a tutti quelli che al suo soldo ne godono a profusione, perso quello, perso tutto, quindi Zhǐ e muoia Sansone con tutti i Filistei.


Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori



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sabato 24 settembre 2011

Il neutrino corre troppo.

L'argomento pare davvero di grande importanza, quindi va da sé che un blog di servizio come questo debba occuparsene. Essendo anche un blog tuttologo, si rivolge ad una platea generica senza competenze specifiche (come il suo autore del resto) quindi la chiacchierata non potrà essere che un po' suinis generis e raffazzonata quanto basta, ma da me non potete pretendere di più. Dunque sembra che questo disgraziato vada un po' troppo veloce. Chi se ne intende lo aveva preso sottogamba e lui si è comportato come quegli outsider che fanno il risultato che nessuno si aspetta e poi, sui giornali, tutti danno di testa. Ma vediamo un po', per chi non si interessa di questi sport, chi è 'sto neutrino. Sicuramente è un tipo strano lo si sapeva da tempo anche se nessuno lo aveva visto bene, ma si sa che in ogni società civile ci sono tipi simili. Sicuramente debole e di nessuna consistenza, con poca voglia di fare, appena mezzo spin, si è subito capito che la sua stranezza veniva da comportamenti sessuali discutibili, diciamo che oscilla come un trans, il cui famolo strano lo fa passare come niente da uno stato elettronico piuttosto anoressico con un peso (anzi, secondo chi se ne intende, sarebbe bene dire una massa) davvero ridicolo, farebbe paura a vederlo così magro, a mettersi en travesti come muone, uno 100.000 volte più pesante, fino ad esagerare, forse in serate un po' particolari, diciamo per amatori, diventando neutrino tau (o tao, adesso vanno di moda le religioni orientali) placido come un grassissimo Buddah addirittura 10 milioni di volte più pesante.

Ora, benché di famiglia sia un fermione, tutta bravissima gente per carità, è del ramo dei leptoni, il più chiacchierato e strano, non certo come la pecora nera della famiglia, il famigerato bosone di Higgs che pur ciccione come è, nessuno sa dove si sia nascosto, anche se lo cercano tutti perché deve aver fatto  un sacco di porcherie e quindi deve rispondere alla società delle sue malefatte. Ma tornando al nostro neutrino, bisogna dire che è un tremendo intrigante, si imbuca dappertutto con facilità e non lo ferma nessuno. Volete bloccarlo e non invitarlo alla vostra festa di compleanno dove ci sarà quell'amica a cui tenete tanto? Non illudetevi, anche se per bloccarlo metterete un muro di piombo spesso un anno luce e dico poco, la metà più o meno dei neutrini che ci vogliono venire, passerà la barriera come non ci fosse neanche un gorilla a fare selezione. E non pensate che ce ne siano pochi in giro, dal sole ne arrivano a frotte, non parliamo poi dalle supernove, che son postacci dove in queste storie di sesso estremo ci sguazzano fino a scoppiare. Si sapeva già che andava molto forte, ma accidenti non così forte. 

Ora, pare che un fascio di questi tipacci, in arrivo al Gran Sasso dalla Svizzera, dove saranno andati a depositare quanto illecitamente guadagnato, per evadere le tasse ovviamente, siano arrivati addirittura con 60 millisecondi di anticipo sulla velocità della luce. Voi direte, inseguiti dagli agenti del fisco, per forza che correvano, ma così forte che a Bolt gli fanno un baffo, chi se lo sarebbe aspettato. D'accordo che per non pagare, la gente ce la mette tutta, però qui siamo fuori da ogni aspettativa. Se fosse vero e qui in Italia di notizie ne escono sempre a ruota libera, sarebbe davvero una rivoluzione; il povero Einstein sputtanato completamente, lui che aveva creduto che certi limiti non si potessero superare; la relatività finalmente entrata nel pensiero comune, derisa solo da papi e predicatoruncoli, ora definitivamente messa in discussione. Ce n'è da perdere la testa. Stanno tutti ad aspettare conferme, anche perché quando è uscito Zichichi in  TV ad annunciare la scoperta epocale, tutti hanno cambiato canale dicendo:- Adesso 'sto Crozza invade anche i telegiornali, è un po' troppo!-



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venerdì 23 settembre 2011

Cronache di Surakhis 43: Macropigia imbarazzante.

Tempi duri per la galassia. L'impero era sul punto di disgregarsi completamente. Alla fine il problema era sempre lo stesso: la grana. Quando si era trattato di risolvere tutti i casini venuti fuori con la faccenda della schiavitù e dell'asportazione obbligata degli organi ai lavoratori negligenti, tutti i sistemi planetari si erano trovati d'accodo in un attimo. Più velocemente ancora si era deciso all'unanimità quando si era trattato di dare il via libera all'equazione: cambio debiti di famiglia con figlie femmine da dare come vestali  ai Templi della Soddisfazione Carnale, ma adesso che la crisi era esplosa prorompente come non mai, il grano vero non lo voleva cacciare nessuno. Ovviamente non quelli che non ne avevano più da tempo e macinavano solo debiti come quei fanfaloni di Surakhis a cui non rimanevano neanche gli occhi per piangere, in senso reale perché li avevano già consegnati quasi tutti alla banca degli organi, ma anche a quei sistemi che con governi avveduti avevano ancora le casse piene e di certo non volevano buttarli nella fornace degli incapaci dissipatori dei pianeti della fascia sud della Via Lattea. Di certo era inutile andare a piatire dai sistemi dei Sini del braccio orientale o  dai Sambisti di quei pianeti che avevano mangiato escrementi fino a qualche secolo prima e che ora grazie ad uno spregiudicato uso della schiavitù, anche se in questo campo ormai c'era omologazione, ma avendo soprattutto avuto un governo avveduto, si stavano togliendo le pezze dal culo e che culi, ricordava con rimpianto sempre Paularius che dalle Sambiste, amava trascorrere spesso dei periodi di cosiddetto riposo.

Fatto sta che questi se ne stavano tranquillamente alla finestra temporale, in attesa di vedere come sarebbe andata a finire, facendo solo qualche blando annuncio di facciata, del tipo di mostrare disponibilità all'acquisto di stock di organi a prezzo contingentato. Chi invece puntava decisamente i piedi era il pianeta delle Amazzoni, che grazie ad una accurata militarizzazione poteva dirsi l'unico dell'area ad avere i conti quasi in ordine. Certo, i loro responsabili non erano distratti da questioni di sesso, naturali sfoghi del potere, che laggiù erano poco presenti, forse a causa della imponente macropigìa delle esponenti femmine del potere. Però erano le uniche a poter decidere se cacciare i crediti necessari a tirare fuor d'impaccio le esauste casse di Surakhis, cosa che avrebbe anche contribuito a diminuire lo spread con i titoli pubblici del pianeta che venivano usati ormai solo più come carta per le toilettes. Certo bisognava ingraziarsi quantomeno la capa del pianeta, una bionda Erinni decisa a non gettare organi dalla finestra.

Adesso che Paularius, in una delle sue serate eleganti, dove convocava di solito nutriti gruppi di Polipoidi succhiatrici, due o tre per ogni commensale per far girare le Patonze naturalmente, come diceva un antico detto di cui nessuno ricordava l'origine, ma che ha sempre trasudato saggezza ed eleganza, compito sacrosanto che adempiva con spontaneità e dedizione, si era lasciato sfuggire un apprezzamento su quella unscrewable macropigia di una Eraser, la voce era subito corsa e nel segreto delle redazioni si diceva che la biondona fosse disposta a andare ad aiutare i megalopenici di Antares piuttosto che quel farabutto che aveva bisogno solo di protesi di ogni tipo. Che poi la voleva proprio fare lunga, aveva detto sottovoce Paularius agli amici. In fondo era solo una classificazione di specie con cui lui catalogava normalmente tutte le femmine con cui veniva a contatto, ma come al solito era stato frainteso. Ma sì chissenefregava, pensò mentre le Succhiatrici Callopigie erano all'opera, al massimo metteranno sotto sequestro tutti i bulbi oculari degli abitanti di Surakhis, che essendo nella maggioranza aracnidi, ne avevano sempre un sacco di avanzo e anche se Twoseas, il suo infedele ministro economico era scappato al centro della galassia con la scusa di incontrare i suoi omologhi, lo avrebbe sacrificato sull'altare del Tempio, tra i cori ululanti della Gilda, non appena fosse tornato gettandogli addosso la colpa del disastro economico.


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giovedì 22 settembre 2011

Collezionismo, una malattia?

Foto dal web
Niente da fare, difficilmente la femmina è sensibile a questa attrazione. E' più portata ad ammirare la singolarità, l'unicità della bellezza, il fascino del meglio, magari per abbandonarlo dopo poco e passare ad altro giudicato più interessante. Invece il maschio no. Deve essere una cosa genetica, il collezionismo. Sempre parlando in generale naturalmente, absit iniuria verbis, l'uomo è attratto morbosamente dalla possibilità di accumulare tutti, e ripeto tutti se possibili, gli esemplari esistenti dell'oggetto che in quel momento attrae il suo interesse. Tralasciando le figurine dei calciatori, esempio fin troppo ovvio, già da ragazzino, raccoglie le cose più strane e diverse ed il fine è proprio quello di accumularle tutte e poiché questo non è quasi mai realizzabile, almeno in una grande quantità di esemplari. Non vuole solo i più belli o i più rari, come farebbe una rappresentante del suo sesso avversario, ma anche quelli brutti, comuni, di scarsa rilevanza, perché proprio quelli gli mancano nella collezione. Anche mia figlia bambina ha fatto qualche album di figurine femminili, ma vedevo chiaramente che non le interessava cercare, scambiare con le amiche per finire la raccolta, voleva magari avere quella di Sailor Moon in tutto il suo splendore, ma alla fine non se ne faceva un cruccio. Altro che capannelli assatanati con in mano il mazzetto da fare scorrere veloce, con professionale andamento del pollice, alla voce di celo, celo, celo, manca, celo, che ha rischiarato la mia infanzia.

Ho visto uomini seri cercare come cani da tartufi su bancarelle improbabili, lamette da barba, bustine di zucchero, schede telefoniche, per non parlare dei famigerati miniassegni da 50 e 100 lire che qualcuno neanche ricorda più. Diciamo che è un po' una cosa che va a mode. Mentre eravamo al liceo andavano i pacchetti di sigarette vuoti. Intanto si trovavano per terra e non costavano niente, poi qualche parente che arrivava dall'estero ti portava qualche pacchetto straniero e che piacere aggiungere al mucchio di carte colorate quei pacchettini così diversi che conservavano ancora un lieve sentore di tabacco. Non parliamone se poi i caratteri erano diversi dai nostri. Pacchetti greci o russi e qualcuno che ne aveva addirittura qualcuno con scritte giapponesi o indiane. Che meraviglia, che divertimento guardarseli amorosamente. Io mi ero fatto un graticciato di fettucce su cui attaccavo quelli morbidi con uno spillino e che tenevo appeso al muro della mia camera, per potermeli rimirare continuamente. Avevo ideato una tecnica di ritrovamento astutissima. Assieme ad un altro collezionista, oggi luminare della medicina, si andava in bici a fare il giro dei passaggi a livello attorno alla città, zone dove la lunga attesa degli automobilisti conciliava il consumo di sigarette che la maleducazione italica imponeva di gettare poi al bordo della strada. Anche se appallottolati, venivano raccolti con giubilo e poi successivamente con gran cura, amorosamente distesi, stirati, infine recuperati alla collezione o per scambiarseli come carbonari nelle segrete sale del Bar Baleta. 

Una volta, un altro collezionista, altro futuro luminare della medicina, aveva fatto un ritrovamento in soffitta. Un pacchetto ancora intonso di AOI, Africa Orientale Italiana, un cimelio coloniale anteguerra, senza prezzo. Inutile dire, che tutti eravamo rosi dall'invidia e dal desiderio di possesso. Come è devastante questo sentimento maschile! Ma bisognava avere pazienza; a poco a poco la passione diminuì, qualcuno si stancò per primo, altri presi da altre cose seguirono. Alla fine rilevai tutte le collezioni della classe con poca fatica o male arti. La più grossa alla fine di una partita di poker, mentre un'altra mi fu addirittura regalata. Alla fine li avevo tutti, oltre mille pacchetti diversi, bellissimi. Poi altri desideri mi presero e vendetti in blocco la collezione, tramite un annuncio su Linus, ad un anziano signore di Milano, così almeno mi pareva allora, avrà avuto 50 anni o poco più. Mi mise in mano, dopo lunga trattativa, 110.000 lire e se ne andò con una strana luce negli occhi. Con il maltolto mi comprai la mia prima reflex, una Asahi Pentax Spotmatic 101, oggetto mitico, senza la quale non avrei potuto continuare a vivere, si sa. L'animo maschile è perverso, ragazze, cercate di capirci, se non sai di averne almeno undici fuori dalla porta non ti sembra di avere niente. Di macchine fotografiche naturalmente, poi saper fare le fotografie, è tutta un'altra cosa.


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mercoledì 21 settembre 2011

Il Milione 54: Pirati e Saracini.

Yemenita col Jambja a Sana'a (1975).

Le navi di Marco Polo hanno fatto vela definitiva per l'Occidente, sono sfuggite definitivamente ai pirati che si trovano lungo la rotta, come oggi del resto e davanti a Marco sfilano tutti quei paesi a quel tempo ricchi per il flusso ininterrotto di merci preziose, oggi per il carburante che muove il mondo e che lui aveva intravisto già all'andata sulle sponde del Mar Caspio. Questa via di mare viene descritta con minuzia dallo stretto di Ormuz a Socotra, fino ad Aden.

Cap. 185-194 

Mercante di Hodeida (1975).
Qormons (Ormuz) sì è una grande città come Calatu (Qalhat sul golfo di Oman), ed è in su la bocca del golfo sì che veruna nave non vi puote né passare né uscire senza la volontà di questa città.  Qui non à biada ma per lo buono porto che àe, sì vi capitano molte navi, le quali vi ne recano molta biada e molte altre cose... e partendosi per 500 miglia per mezzodì trovasi l'isola di Scara (Socotra)  ov'à molta ambra  e drappi di bambagia buoni  e altre mercatantie. Qui sonvi molti cristiani e vengono molti corsari a vendere loro prede e vendolle bene e costoro le comprano perché sanno che questi corsari no rubano se non saracini e idolatri e non cristiani.

Socotra dipendeva allora dal influsso cristiano che teneva tutto l'est Africa, con tanto di arcivescovo locale ad alimentare le leggende sul famoso Prete Gianni. Come si vede il contrasto tra le religioni, terminate le crociate, aveva lasciato strascichi ideologici sulle vie commerciali, potremmo dire ad etica variabile a seconda della direzione verso cui pendevano le azioni. Contrasti che non hanno trovato pace per mille anni, con i loro alti e bassi, ma che sono rimasti una costante della storia, di popoli condannati a voler essere diversi, ma a vivere dipendendo dalle economie reciproche. Eccoci dunque sull'altra sponda.

Cap. 190

La provincia di Aden sì à uno signore ch'è chiamato soldano. E sono tutti saracini, i quali adorano Malcometto e sono grandi nemici dei cristiani.  E sappiate che quando il soldano di Babilonia venne sopra ad Acri li fece grande aiuto, ma non per bene che egli li volesse, ma per lo grande male che egli vole ai cristiani, chè al soldano di Babilonia, egli non vole anche bene. In questa provincia sì à molte castella ed è porto ove capitano tutte le navi de l'India con le loro mercatantie che sono molte.

La scala di accesso ad Haggara (1975)
Qui compare con chiarezza la costante di questo mondo e di come lo Yemen sia sempre stato baluardo di uno degli Islam combattenti più radicali ed al tempo stesso della litigiosità reciproca presente nel mondo arabo. Ma soprattutto il riferimento ai castelli colpisce tutti coloro che hanno avuto il privilegio di vedere questa terra incantata dove ancora oggi hai la sensazione di vivere nel mondo di Sherazade. L'architettura assolutamente originale di Sana'a o dei piccoli paesi vicini con le case grattacielo strette ed altissime, torri arabescate di pietra vicine le une alle altre, case fortezza, veri castelli familiari, con i vetri di alabastro colorato a chiudere le piccole finestre bordate di bianco. Muoversi per le strette stradine tra profumi di pitta araba e uova strapazzate, il tradizionale fatout, offerte dalle bancarelle dove puoi fermarti per cercare riparo dal sole opprimente a fare colazione, circondati da frotte di figure completamente velate, ti fa vivere in un altro tempo. O ancora al paese murato di Haggarà dove arrivammo a sera a piedi dopo una lunga scarpinata e per accedervi dovemmo chiede il permesso al consiglio degli anziani, accordato in base al diritto di ospitalità. Dove tutti girano armati e hai sempre l'impressione di basti un nulla per accendere una battaglia. Dove puoi sentirti ancora e completamente nel medioevo; dove davvero nulla, vestiti, case, cibo, modo di vivere è cambiato dai tempi di Marco. Un viaggio indietro nel tempo che non si può dimenticare, dove una bellezza irresistibile vuole, come una maledizione, coesistere con la violenza.

Facciate del centro di Sana'a (1975)



Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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martedì 20 settembre 2011

Il potere logora chi non ce l'ha.



Era alto, secco e incavato come solo i russi tormentati sanno essere. Camminava ricurvo sotto il peso di una calvizie incipiente e di un paio di occhiali di tartaruga dalle lenti così spesse da fargli piegare anche il naso. Una giacchetta lisa per vestire una voce bassa, sempre sottotono, mentre parlava senza guardarti negli occhi. Eppure Volodia era l'ingegnere capo e gran factotum di un piccolo impero industriale e finanziario di uno delle tante regioni periferiche dell'URSS. Quando, accompagnandoci in visita, compariva in qualche reparto di una delle fabbriche su cui aveva potere assoluto, tutti gli operai fingevano di essere alacremente impegnati in qualche fittizio lavoro o se erano sorpresi lontani dalla loro postazione, vi accorrevano come tarantolati e timorosi di chissà quale terribile punizione. Le operaie si affaccendavano come api operose con gli occhi bassi e le rotondità in mostra e gli impiegati prendevano subito una mazzetta di fogli in mano per correre a sottoporgli un nuovo e irresolubile problema. Certo un potere enorme che avrebbero dovuto renderlo tronfio e pacioso come tutti i potenti veri, ben consci che comandare è meglio che fottere, cosa che da quelle parti tra l'altro, ha sempre teso a coincidere. Ma forse non solo laggiù. Invece, di tanto intanto arrivava il padrone vero, quello che nello smantellamento delle strutture sovietiche era diventato il proprietario effettivo del vapore. 

E lì vedevi il potere reale, perché appena arrivava, il povero Volodia si ingobbiva immediatamente, abbassava le orecchie come quei cagnolini che l'hanno appena fatta sul tappeto e non sanno più dove nascondersi. Lo trattava davvero come uno straccio; con fare burbanzoso e sprezzante si faceva mettere al corrente delle novità, lo cazziava adeguatamente in ogni caso, evidentemente perché questa veniva considerata una giusta prassi, poi emanava una serie di ordini inappellabili e se ne andava portandoci con sé e lasciando il povero Volodia al suo destino di servo. In realtà poi lo copriva di denaro e privilegi, quasi a compensarlo di questa sua funzione di scarico dell'ira naturale del potente e lui accettava di buon grado questo stato di cose che gli garantiva comunque una posizione ed un benessere materiale di assoluto rilievo. Lo voleva sempre con lui, un po' perché gli era indispensabile, un po' per poterlo bastonare di tanto in tanto, una specie di scarica tensione. Lo accompagnò anche nel giro turistico che gli avevamo preparato nella sua visita in Italia e ricordo ancora con grande imbarazzo la lavata di capo che gli diede perché si era presentato con un ritardo di cinque minuti alla colazione del mattino.  

Lui seduto al tavolo che sorbiva il cappuccino, inondando di contumelie il povero Volodia, in piedi con la testa china di fianco al tavolo, che con la testa pareva dire, sì, sono colpevole, devo essere punito duramente, pronto ad una autocritica completa, mentre tutti gli altri ospiti dell'albergo giravano la testa dall'altra parte, turbati facendo finta di non vedere. Poi un'ora dopo, forse rendendosi conto di avere ecceduto, ecco che da Brioni gli faceva scegliere un abito di suo gusto e da Bulgari gli prendeva un profumo da 500.000 lire da portare alla moglie. -Se lo merita, è bravissimo - mi diceva prendendomi sottobraccio e Volodia acchiappava il pacchetto strizzandomi l'occhio con un sorriso triste. A tavola mangiava con la ferocia di chi ha conosciuto la fame e adesso che finalmente è arrivata l'abbondanza, bisogna fare il pieno che non si sa mai. Così era contento quando ci portava a mangiare gli shashliky sul bordo del fiume, in qualcuno dei piccoli locali che la privatisazija cominciava a far sorgere qua e là. Quando invece ci invitò a casa sua, una villetta nella periferia di quella cittadina lontana, simbolo del suo successo lavorativo, pareva moderatamente soddisfatto di mostraci quella sua agiatezza raggiunta che lo metteva su un piano diverso dai suoi vicini e che in cuor suo giustificavano di certo la rinuncia a qualche grado di dignità e che forse trovava consolazione nella esagerata quantità di vodka che riusciva a trangugiare, reggendola in un modo assolutamente anomalo. 

Solo gli occhi gli diventavano più lucidi e le parole uscivano con un po' di fatica. Anche il tono della voce si abbassava un po'. Ci presentò il figlio adolescente, forse la ragione unica dei suoi sacrifici per cui sognava un  futuro lontano da lì, magari a Mosca, forse addirittura dipendente del nuovo McDonald che era stato appena aperto e di cui si favoleggiava. Uno del paese ce l'aveva fatta e quando tornava a casa, tutti gli si facevano incontro per farsi raccontare le meraviglie del progresso e le nuove opportunità e così anche Volodia sognava, perché sognare non costa nulla. Però quella sera, quando a bottiglie svuotate, volle scendere nel giardino coperto di neve, sempre con la stessa giacchetta nonostante i 20°C sotto zero e con il Kalashnikov in mano, sempre meglio averne uno in casa in quelle marche periferiche che non si sa mai, scaricò in cielo un intero caricatore in segno di gioia o di sfogo o di vendetta, il suo sguardo vuoto era più triste del solito e il grido di orgoglio strozzato dall'alcool gli si spense in gola mentre rientravamo, infreddoliti e stanchi.



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domenica 18 settembre 2011

Recensione: J. Le Carré – La spia perfetta.

Oh, finalmente un classico libro da ombrellone. La più tipica delle spy stories, con tutti gli ingredienti per renderla accattivante e farti velocemente arrivare alla fine delle 500 pagine di repertorio. Anche col sole che ti batte sul coppino, le avventure di Magnus Pym, fascinoso e perfetto agente inglese che scompare senza lasciare tracce, mettendo in subbuglio i servizi dell’Est e dell’Ovest allo stesso tempo. I flash back si susseguono senza lasciarti il tempo di tirare il fiato e tutta la complicatissima vicenda si snoda a poco a poco e da incomprensibile diventa col procedere delle pagine più chiara e logica. Lo stile barocco di Le Carré, esperto conclamato del Grande Gioco, complica un po’ le cose e farete un minimo di fatica a prendere il ritmo, ma dopo un poco vorrete capire anche voi dove sta il bandolo della matassa. Diciamo pure che non è una delle sue cose migliori ma dalla metà in poi corre veloce e, distesi sull’asciugamano, è meglio questo che leggere le previsioni sull’economia europea del prossimo periodo, seguendo le interviste degli esperti del settore.


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sabato 17 settembre 2011

Recensione: P. Buck – La saggezza di madama Wu.

Un altro bellissimo libro di questa autrice, premio Nobel meritatamente, che racconta con delicate pennellate un mondo cinese ormai così lontano da far credere non sia mai esistito. La Cina rurale tra le due guerre mondiali, quando la terribile forza di attrazione dell’Occidente stava a poco a poco cancellando la vecchia cultura millenaria, con la sua vita lenta ma fatta di certezze e di ritmi naturali. E’ un paese che l’autrice conosce alla perfezione, in cui ha vissuto per molti anni, proprio quelli in cui questa trasformazione è completamente in atto con tutti i contrasti e le problematiche che pone. Un mondo fatto di vite chiuse all’interno delle famose case cortile, ormai completamente scomparse, dove le tradizioni di secoli appaiono naturali e scolpite nella pietra. 

Un mondo, come sempre nei suoi libri, visto attraverso l’ottica femminile, che è certo quello che la interessa. Un’ottica fatta di sfumature, di sensibilità, di educazione e di intelligenza, in cui prevale sempre il desiderio di ottenere le cose senza imporle, ma piuttosto inducendo le decisioni con cortesia. Un dichiararsi servitrice per essere padrona, succube per superare ogni contrasto ed in realtà imporre sempre il proprio punto di vista. Una femminilità anche questa incomprensibile agli occidentali, così come le nuove abitudini non possono essere comprese da queste donne allevate secondo la tradizione. Il personaggio centrale, quello di Madama Wu è proprio quello della padrona di una di queste case, prima moglie di un uomo in realtà debole, che pure essendo nella Cina profonda e all’apparenza chiusa ad ogni novità, viene sfiorata dal forte vento dell’ovest e dal cambiamento che inevitabilmente si porta dietro. Contrasti, problemi e novità, che soltanto una saggezza davvero profonda e che pur venendo dal passato non rifiuta il presente, riuscendo ad ottenere quello che è sempre stato il vero scopo della vita cinese, una perfetta armonia, la sola attitudine che può dare la serenità. Un libro molto piacevole per chi ama la Cina, forse e soprattutto quella che non c’è più. 

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venerdì 16 settembre 2011

I giardini di Mentone.


Victoria regia

Forse è il cielo o il mare, forse sono i colori ed i profumi nell’aria, forse è il senso più banale di emulazione, ma molti tra quelli che venivano da queste parti e ne rimanevano soggiogati, hanno finito per creare attorno alle ville che occupavano dei giardini di una rigogliosità ed uno splendore unico. Ecco allora che prima di lasciare questa terra di aria fine e tornare nella bassa nebbiosa e zanzaruta, si impone un colpo d’occhio almeno a qualcuno di questi luoghi di delizie. Avendo già dato in passato ai Giardini Hambury e alla Serre de la Madone, quest’anno è la volta di Fontana Rosa e del Jardin du Val-Rahmeh. Entrambi in faccia al mare, beneficiano di una temperatura media di 17°C che non scende mai a zero. Con un clima simile, son capace anch’io a fare belle le piante, direte voi. Eh no, troppo facile, qui si vede l’amore e la passione di gente innamorata dei posti e con la volontà di raccogliere, selezionare e quindi di creare ambienti che rimangono unici nel loro genere. Fontana Rosa, acquistata nel 1924 dal romanziere spagnolo Blasco Ibanez qui esiliato, è tutta caratterizzata dalla sua volontà di ricreare un angolo della sua amata Valencia.

Quindi un susseguirsi di pergole, fontane e aiuole circondate di panchine e colonne ricoperte di ceramiche istoriate e coloratissime che ne fanno un ambiente assolutamente originale, anche se nel 2007 (tutto il mondo è paese) devono essere finiti i soldi per il restauro e rimangono sparsi dappertutto i residui dei lavori in fase di completamento. Poco più in là, sempre disteso sulla collina e quasi nascosto tra il verde, il giardino di Val-Rahmeh si dispiega in tutto il suo splendore attraverso sentieri e passaggi su diversi piani che rivelano ambienti segreti e climi particolari. Ecco dunque che attorno alla gigantesca fontana Waterfiel che la proprietaria innamorata della natura, Miss Campbell, ha voluto per creare un particolare ambiente tropicale umidissimo, ci si perde in una vera e propria quasi impenetrabile foresta con bamboo e felci arborescenti colossali di Mauritius che crescono di quasi 20cm all’anno o le palme australiane Howea alte più di 10 metri. Vicino alla serra, ben nascosto il settore delle piante magiche e velenose, gli alberi da frutta tropicali, l’enorme collezione di agrumi, le piante mediterranee, quelle tropicali dei climi secchi e le succulente, per arrivare alla terrazza dove il laghetto, che raccoglie i loti e le splendide foglie di Victoria regia, domina la veduta complessiva del golfo di Mentone. Ultima chicca, la Sophora toromiro, la pianta perduta dell’isola di Pasqua, dove si è ormai completamente estinta, i cui pochi semi rimasti sono stati portati da Thor Heyerdahl in Europa e qui alcuni di questi sono riusciti ad attecchire. Un monito per l’uomo devastatore di ambienti finiti, che non riesce a contenere la sua furia predatoria tesa a lasciare il deserto dietro di sé. Per consolazione filosofica, un’ultima bouillabaisse al porto e poi a casa.


Il laghetto di Val-Rahmeh

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giovedì 15 settembre 2011

Listel.

Così a vista non sembra un gran ché e poi noi italiani che non abbiamo grande stima dei vini rosati, cerchiamo subito di snobbarlo. Invece è un po’ come una droga, quando cominci con questo Listel, fai fatica a staccartene. Sarà la bouillebaisse, saranno le grigliate o le fritture di pesce delicate ma abbondanti che ovunque ti circondano sulla Côte oppure il sentore di aiolì o le erbe di Provenza, ma come è piacevole sentirlo che va giù dal gargarozzo, fresco, gentile eppure in un certo senso severo e poco incline a dar confidenza. Intanto bisogna ricordare che questo vin de sable è un po’ un sopravvissuto. Infatti quando tutti i vigneti venivano massacrati dalla fillossera e dovettero modificare il piede, qui sulla costa dove l’acqua dei canali abbondava, bastò allagare le vigne per un paio di mesi durante l’inverno, per qualche anno e l’ignobile insetto scomparve e poté continuare la produzione in questi territori sabbiosi vicino al mare che hanno mantenuto a questo vino una personalità tutta sua.

 Intanto più che un rosé è un gris, con il suo colore pallidissimo come le guance di una fanciulla inglese che veniva a rimettersi al buon clima della Côte, una tenue sfumatura di colore che impreziosisce la bottiglia, anche questa tipica, assolutamente femminile con le sue curve pronunciate pur nella sua struttura slanciata. Però quando lo versi fresco, nel bicchiere che subito si appanna per il contrasto di temperatura, pare una sfumatura pastello di un dipinto di Gainsborough, così sfuggente, così allusivo. Non cercarvi un grande bouquet, cosa peraltro comune ai vini francesi, ma assaporalo subito in bocca, godendo del suo gusto franco e pulito, dei suoi sentori di Mediterraneo, di rosmarino, fino a sentirne quel delizioso sapore di sapidità intensa, quasi di salso marino che ti inviterà a berne ancora ed ancora. Una ricchezza di sapori dovuta certo alle molte uve che lo compongono, dal Sauvignon che di certo gli dà le note più nobili, allo Chardonnay con la sua freschezza, ai locali Clairette, Grenache blanc, Carignan blanc, Muscat d'Alexandrie certo con la sua nota profumata, Ugni blanc, Chenin blanc.  Ma attenzione che ad onta del suo aspetto assolutamente innocuo, difficilmente scende sotto i 12,5 gradi, complice certamente la possibilità legale presso i nostri cugini celtici dello sucrage, e quando le bottiglie si ammucchiano nel secchiello, non sarà facile alzarsi. Così scegliete sempre un locale con ampia possibilità di lasciarsi andare un po’ sotto frasche amiche per almeno un’oretta, almeno per digerire il loup à la plance o i calamari à la provençal.



mercoledì 14 settembre 2011

Les Kouignettes.


Fare quattro passi nella via pedonale, non significa soltanto un interludio qualunque tra un bagno e l’altro, sarebbe troppo comodo, quando si è sempre un po’ border line con la glicemia, è bene fare un po’ di moto alternandolo alle lunghe sedute (anzi coricate) sulla battigia. La ginnastica è fondamentale e decisivo prodromo ad una buona salute. Dunque si passeggia qua e là senza meta in effetti, al solo scopo di far muovere gli arti inferiori, ma purtroppo i sensi sono sempre vigili ed è difficile d’altra parte camminare tenendo chiusi gli occhi. Così può capitare che lo sguardo vada a sbattere, assolutamente per caso, contro una vetrina che sembra tirata fuori proprio dal libro Le scarpe rosse di cui vi ho parlato l’altro giorno, una chocolaterie talmente intrigante per la cura dell’esposizione che sarebbe un delitto non fermarsi almeno un momento per appagare l’occhio, sempre ansioso di bellezza. Certo che anche il naso quando ci si mette vuole la sua parte e gli aromi che si sprigionano fin al di fuori del negozio, farebbero come si suol dire, resuscitare un morto, figuriamoci un futuro diabetico. 

Tocca entrare per forza, guardare ma non toccare, diceva la mamma, ma come è dura, mentre sotto la panoramica scorrono praline, cioccolatini di ogni forma e colore, tartufi e tavolette di tutte le varianti possibili, all’arancia, noir, ultranoir, au lait e con tutti i ripieni che la vostra fantasia malata sia disposta a sognare, ad inventarsi. Ma la ragione deve prevalere sul cuore e mentre ci si gira cercando di negare quanto invece viene impietosamente mostrato, ecco che accade l’irreparabile. In una apposita vetrinetta, qualcosa occhieggia come la mela di Biancaneve e come un magnete maligno e perfido ti fa girare in quella direzione, nascosta ma pur sempre raggiungibile, all’apparenza segreta e proprio per questo più ambita. Pas seulement chocolat, dice il cartello ammiccante alla porta e l’altro più devastante e tuttavia irresistibile sullo scaffale: self service. Infatti ecco, esposte ordinatamente come soldatini in parata, come cocottes che sfilano provocanti per offrirsi ai clienti, dei dolcini che mi danno un tuffo al cuore. 

La forma infatti, di sfoglia arrotolata su sé stessa, che simula una rosellina in boccio, ricoperta di zucchero caramellato ed il peso apparente mostruoso che la dimostra chiaro nascondiglo di una quantità di burro da terrorizzare un frate trappista, mi porta la mente ad un dolce che da una compagna di scuola (e lei che mi legge, sa a cosa mi riferisco) veniva offerto in occasione di ritrovi giovanili ormai lontani nel tempo, la mai sufficientemente rimpianta Torta delle rose che non colsi, in cui simili dolcini venivano uniti tra di loro appunto a formare un dolce da tavolo più completo, da cui poi, ogni goloso, staccava vorace una rosa alla volta sbocconcellandola con avidità ed evitando il ballo previsto ed invocato dall’universo femminile nell’altra sala. Proprio le stesse alla vista, queste Kouignettes che dando un’occhiata qui, dove viene esposta la ricetta (qui però non vengono avvolte a rosellina ma a fazzoletto), apprendo essere specialità bretoni tra le più reputate (Jackie et Jean, pouvez vous me confirmer ça?). 

Non ho potuto esimermi per ragioni puramente affettive, non acquistarne un fagottino che ho poi provveduto a mangiare con comodo nell’intimità della mia casetta. Burro,burro e ancora burro e poi caramello dolcissimo che avvolge ogni strato del fiore delicatamente brunito e arricchito con mandorle o cassis o scorze d’arancia o chi più ne ha più ne metta, o come suggerisce la ricetta che vi ho indicato, nature con una pallina di gelato di caramello al burro salato. Uno sballo di ricordi e di anni giovanili. Cosa non si fa, unicamente per ritrovare un briciolo di gioventù. Non capisco come mai, però stamattina avevo 140 di glicemia a digiuno!


martedì 13 settembre 2011

Elogio della puzza.


Basta poco per abituarsi alla bellezza. Una lieve brezza, cielo e mare che quasi si confondo; in alto un azzurro schietto con qualche sbuffo bianco panna che si muove adagio, davanti un’acqua limpida color acquamarina, chissà da dove verrà questo colore. Intorno siepi profumate verde carico, piccole bacche rosse sui pitosfori, rossi aranciati di bouganville o colpi di acquarello rosati di oleandri; dietro una casetta tutta coperta da un immenso glicine, una coperta verde con ricami violetti, a rilievo. E palme dappertutto, un’aria fina col sole che non aggredisce. Ti lasci andare in questo liquido amniotico che ti circonda tutto, materno, protettivo, né troppo caldo, né troppo freddo, fino a che ne vuoi, non ci sono regole o limiti. Poi ti trascini a riva, ma adagio e riguadagni il posto al sole con un leggero grugnito, come un tricheco steso sul pack della Novaja Zemlija, guardando il cielo. Eppure non c’è l’entusiasmo che sulla carta non dovrebbe lasciarti neanche un attimo. 

La bellezza è la stessa, ma dopo un po’ non suscita più lo stesso piacere assoluto, l’ammirazione che dovrebbe meritare. Io credo che sia tutta una questione di neuro recettori. Dopo un certo periodo il segnale che arriva al cervello dice, ragazzi qui siamo al massimo, di più non ve ne do, e la dopamina cala automaticamente, il pensiero va in stand-by, tutto si riconduce alla normalità. E’ come l’economia se non cresci continuamente tutto va in crisi. La bellezza dopo un po’ annoia, per lo meno, non eccita più, lascia indifferenti al punto che l’indegno Marziale dedicò alla bellissima moglie che non suscitava più le sue attenzioni questo infame distico: -Teque, duos putas, uxor, habere cunnos?-. Succede la stessa cosa con la puzza. Guardate che è provato scientificamente, perché la bellezza è esattamente uguale alla puzza. Se entri in un luogo in cui ristagna un tanfo tremendo, ti par di morire, non riesci neanche a respirare dallo schifo. Bene, dopo circa venti minuti, a seconda delle persone o sei hai il raffreddore, la puzza non si sente più, i tuoi neurorecettori si sono abituati, non inviano più segnali disperati, hanno capito che non ci si può fare niente e il corpo e la mente si adattano, resistono.  

Forse è la stessa cosa anche in altri campi, prendete la politica, una quantità di marcio e di schifo tale nauseerebbe anche un ratto da fogna, la gente dovrebbe girare con le maschere antigas o per lo meno metter mano tutti assieme a scope e stracci per fare una bella pulizia. Invece niente, qualche sguardo di sfuggita al giornale, le notizie scorrono sullo schermo come le quotazioni di borsa nel sottopancia, troppo veloci per poter essere considerate. Tranne chi ci campa del marcio e questi sembrano sguazzarci come scarabei stercorari nelle fatte degli elefanti, tutti gli altri ormai la puzza non la sentono neanche più. Il neuro recettore si è abituato e al più al sentire le telefonate intercettate può scappare un sorriso. Ma dal sorriso al riso non c’è molto. Attenzione Maestà che il popolo ride.

sabato 10 settembre 2011

Recensione: P. Moore – Coccolata a colazione.


Mi è venuto tra le mani questo vecchio Oscar Mondadori di tanti anni fa. Lo ricordo bene, un libro scandaloso che girava sottobanco ed il cui enorme successo editoriale (oltre 500.000 copie solo in Italia) era di certo dovuto a questa sua fama di trasgressione inaudita. Letto oggi fa davvero sorridere e scorrendo le vicende di questa ragazzina che si aggira come sperduta in un mondo devastato e devastante alla ricerca soprattutto di sé stessa, ci si chiede come mai ogni generazione trova il modo di autodefinirsi generazione perduta o gioventù bruciata. Perlomeno questo viene loro imposto dagli altri ed i ragazzi finiscono per convincersene. Il libro era del 56 e la gioventù che dipinge, appartenente al mondo più dorato di New York e di Los Angeles e carica della rabbia e della voglia di rivoltarsi contro tutti e tutto in cui si leggono già i profumi del 68 ancora da venire. Tutto viene annegato in fiumi di alcool con cui cancellare il vuoto di pensieri e di ideali che occupa la loro vita. Allora la droga era ancora lontana, ma il senso della ricerca ossessiva dello sballo di per sé stesso, per sentirsi vivi in qualche modo, per cancellare il senso di inutilità che avvolge tutto è evidentemente una costante di ogni epoca, come la ribellione verso la famiglia e il mondo intero. Al fondo di tutto in queste creature sprecate, dopo la perduta innocenza, soltanto grande malinconia, struggimento e tenerezza patetica. Gli occhi tristi e la rabbia hanno la piega triste di Jeams Dean con il suo seguito di giovani vite inutilmente gettate. L’autrice stessa è pervasa completamente da questo spleen e otto anni dopo questo grande successo si suicida a New York a 27 anni con un colpo di carabina in bocca.

Where I've been - Purtroppo ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 98 su 250!