mercoledì 31 agosto 2011

Ostinatamente connesso.

Sorpresa. Cari amiche ed amici, le meraviglie della tecnica non hanno limiti, soprattutto nei paesi degni di questo nome. Ecco quindi che pur essendo qui, davanti al mare alla ricerca della pace interiore come panda Po nella sua seconda avventura (da vedere mi raccomando), possa ugualmente, anche se con una certa fatica, rimanere avvinto ai sottili fili della grande rete che avvolge il mondo nel suo abbraccio, allo stesso tempo salvifico e mortale. Così anche su queste coste un tempo barbare e selvatiche, una municipalità attenta, che pur pretende una dura gabella da chi la popola, la sappia restituire in servizi e quindi chi voglia, su uno scoglio sbattuto dall’onda dell’azzurro mare su cui si frange violenta o nei giardini ombrosi dove sotto palme fronzute e non ancora preda del vorace punteruolo rosso, le panchine ospitano gli stanchi pensionati (che hanno potuto riscattare gli anni di laurea in tempo) è possibile a chi lo voglia penetrare il web a suo piacere e uscito dal mare, fresco, umido ed ebbro di iodio, gettarsi in questo altro mare forse più periglioso e difficile, ma sempre fascinoso, dove dolce è naufragare. Pertanto se avevate goduto della speranza di non perdere il vostro tempo nella lettura morbosa delle mie elucubrazioni, sono dispiaciuto, nemmeno questa quindicina vi sarà risparmiata. Avrete mie notizie tra un bagno e l’altro.

lunedì 29 agosto 2011

Letargia mentale.

Immagine dal web


Cari amici , la calura agostana mi ha un poco ottenebrato la mente rallentando i miei processi cognitivi e di ragionamento, pensate che in questi giorni mi pare addirittura che la manovra stia per essere completamente depauperata di ogni contenuto e ridotta a vuota crisalide di chiacchiera estiva, ma di certo sono io che come certi animali a sangue freddo ibernati, non riesco a far funzionare le connessioni neuronali. Poiché anche la motilità (mia) sembra compromessa, è opportuno che mi prenda una pausa di riflessioni diciamo di una quindicina di giorni. Non pensate dunque che sia passato a miglior vita, avvertirei nel caso, ma nella location opportunamente individuata cercherò dunque di ricaricare le pile. Però non si sa mai, nel caso inopinato che dovessi trovare una qualche possibilità di connessione  (spirituale si intende), può anche darsi che qualche cosa, come per magia, appaia su queste pagine. State vigili dunque o miei fedeli, ho visto che anche voi in questo periodo avete rallentato il metabolismo; dunque stringetevi a coorte che duri perigli ci attendono nell'autunno incipiente. A presto miei prodi (minuscolo).

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Una decisione importante.



sabato 27 agosto 2011

Il MIlione 53: Castità allo zenzero e sacerdozio.



Le navi di Marco procedono verso Nord-Ovest. E' ancora presto per dire che sente aria di casa, perché qui dove si trova ora, siamo ancora nell'India piena, anche se al suo limite di confine con la piana dell'Indo. E' la grande penisola del Gujarat, terra di incanti, poco conosciuta anche adesso, che riceve solo i turisti davvero curiosi di esplorare a fondo questa parte del mondo. Terra abbastanza lontana dalle modernità dell'India del XXI secolo, dai computer di Bangalore, le luci della Bollywood di Mumbai, la ricchezza cosmopolita di Delhi. Questo è ancora un mondo dove la religione è davvero padrona e le prescrizioni che detta vengono rispettate a fondo. Ancora oggi in questo stato vive un rigoroso obbligo di vegetarianesimo, a cui volenti o nolenti dovrete adattarvi e magari la cosa vi permetterà di entrare appieno nell'atmosfera. Davanti agli 8000 gradini per salire alla città templare di Palitana (di cui vi avevo già parlato qui), la forza di intraprendere la salita, me la diede infatti una specie di pasta al forno in bianco, noodles con una specie di besciamella vegetale, insaporita dalle tante spezie del luogo e con una deliziosa crosticina che nascondeva il calor bianco del sottostante pizzicore dell'abbondante zenzero fresco. Ma basta fare attenzione e non essere ingordi, come certo non era Marco.

Cap. 180
Gofurat è uno grande reame, e ànno re e linguaggio per loro. In questo paese si à pepe e gengiove (zenzero) assai e bambagia (cotone). Ancora non mangiano né animale, né uccello perché dicono che ànno un'anima. E non ucciderebbero niuno animale di mondo, né pulci, nè pidocchi, onde sarebbe peccato. Elli dormono ignudi su la terra né non tengono nulla né sotto, né addosso e tutto l'anno digiunano e no mangiano altro che pane ed acqua.

Questa è la terra del trionfo del Jainismo con la sua fede forte e decisa nei divieti correlati al rispetto di qualunque forma di vita. Così, non si può non rimanere stupiti anche da quelle che noi possiamo reputare esagerazioni. Era quasi sera quando lasciavo le cupole rosate dei diecimila templi sparsi sulla sommità delle colline, una frastagliata sequenza di cupole, di pinnacoli, di ogive indicanti il cielo greve di nuvole monsoniche da cui sprazzi di rosso carico manifestavano prepotenti, il desiderio di vivere del sole al tramonto. All'interno decine di sacerdoti con una pezzuola sulla bocca per non inghiottire e quindi uccidere microbi, scopavano il selciato davanti a loro prima di uscire per non correre il rischio di calpestare qualche scarafaggio. Una vita attenta e all'apparenza pura e non solo sul versante dell'alimentazione.

Cap. 173
E le donzelle portano da mangiare a questi idoli ove sono oferte; e pongono la tavola dinanzi a l'idolo e pongovi suso vivande e lasciavi stare una grande pezza , tuttavia le pulzelle cantando e ballando per la casa. Quando ànno fatto questo dicono che lo spirito de l'idolo à mangiato tutto il sottile de la vivanda, lo ripongono e vànnosine. Ancora vi dico che elli ànno loro aregolati (sacerdoti), che guardano l'idoli. Ora li vogliono provare s'egli sono bene onesti, e mandano loro per le pulcelle che sono offerte all'idoli e fannoli toccare a loro in più parte del corpo ed istare con loro in sollazzi; e se 'l loro vembro si muta o si rizza, sì 'l mandano via e dicono che non è onesto e non vogliono tenere all'idolo uomo lusurioso; se 'l vembro non si muta, sì 'l tengono a servire nel munistero. 

Tempi duri per i monaci del tempo e grande varietà di compiti per le inservienti. E' probabile che molti sacerdoti non abbiano superato le dure prove a cui erano sottoposti, tanto è vero che oggi, la regola prevede che nei templi Jainisti, le funzioni religiose siano svolte da sacerdoti di fede induista, ma di specchiata moralità naturalmente. Quando vi capiterà di visitare qualcuno di questi templi, ricordatevi di portare con voi una corda o una cinta di stoffa. Il divieto di usare cinghie di cuoio all'interno dell'edificio, potrebbe provocarvi difficoltà nel tener su i pantaloni e trovarsi di colpo in mutande davanti all'altare di Gomateswara, potrebbe essere interpretato come una imperdonabile mancanza di rispetto e da queste parti sono ancora piuttosto severi al riguardo.






Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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mercoledì 24 agosto 2011

Un giorno alle Fonti.

Come sarà che in questi periodi di calura agostana ti vengono solo in mente pensieri di chiare, fresche e dolci acque? E' la natura; se poi le acque non sono né fresche, né dolci pazienza, van bene lo stesso. Se riporto la memoria a quando ero bambino, e quindi automaticamente tutto era bello, buono e con un profumo che adesso non c'è più, non riesco a ricordarmi del caldo, eppure la mia "villeggiatura" si svolgeva in una frazioncina ai piedi delle colline e a pochi chilometri dalla città. Ma l'acqua del posto me la ricordo benissimo invece. Contrariamente a quanto si creda, Alessandria, città della piana alluvionale è in una zona che deve avere avuto trascorsi idrogeologici turbolenti che hanno lasciato nel sottosuolo una serie non piccola di residui idrotermali. Infatti un po' da tutte le parti della provincia, saltano fuori da sotto terra fonti di acque calde, mineralizzate nelle maniere più varie, tutte mani sante per qualunque malanno corporeo, ma quasi tutte con la stessa caratteristica: o puzzolenti di uova marce o con altri gusti mefitici a scelta che non sto a rappresentarvi.  Non stiamo a parlare delle famose Acqui o Salice Terme, appunto, ma di tutta una serie di fontanelle di acque varie unite dalla caratteristica comune di essere imbevibili. 

Come sosteneva la scuola salernitana, il medicamento deve avere un cattivo sapore, diversamente l'effetto placebo verrebbe meno. Attorno ad ognuna di queste fonti miracolose sorgeva una apparato commerciale per profittare, diremmo oggi delle opportunità di valorizzazione. Ecco che nella vicina Valmadonna, al locale Le Fonti, si era creato un giro notevole di divertimento con relativa balera. Una Rimini anteguerra dove convergeva la meglio gioventù locale e non solo, anche se credo dovessero ballare turandosi il naso, perché ricordo che già nelle strade antistanti si doveva convivere con la gradevolezza dell'acido solfidrico. Come abbiano fatto la mia mamma ed il mio papà, nel lontano '38 ad innamorarsi proprio lì è un mistero, ma si sa che le tempeste ormonali non badano alla puzza. Valle San Bartolomeo, mia location estiva, invece, se pur distante solo pochi chilometri aveva un'acqua di altra natura, semisalsa e praticamente imbevibile anche a naso tappato. Dato il minore appeal, non si era creato il business, ma nella piazza del paese, dove appunto sgorgava il prezioso liquido, era stata eretta una costruzione in stile fine '800. Qui, da un certo numero di rubinetti, era possibile spillare la fonte della vita e consumarla sul posto, previo bicchiere personale portato da casa o meglio, raccogliere il getto in un qualche contenitore e portarselo via per un utilizzo diciamo più ragionato e meditativo. 

Come già segnalava Marco Polo, "l'acqua salsa fa andare a sella" e sembra che appunto la regolazione e lo stimolo della funzione intestinale fosse uno dei pregi precipui di tale nettare, assieme a molti altri, diuretici, depurativi ed emmenagoghi, tanto per non farsi mancare nulla. In realtà il luogo, aperto ma coperto, uno di quei gazebi in muratura dove nei posti termali veri, suonano le orchestrine messe lì apposta per allietare i curandi, circondato da una balaustra con tanto di colonnine a cui si accedeva con qualche scalino, era diventato luogo ideale per il ritrovo e i giochi di una consistente compagnia di ragazzotti, che poi l'acqua stessa avevano in assoluto spregio. La mia mamma, che invece riteneva di dover sfruttare le possibilità curative del posto, durante quei mesi estivi, mi dotava, al mattino di una greve bottiglione di vetro verde da due litri, che rammento pesantissimo, che dovevo poi riportare a casa debitamente riempito. Pare abbia tentato di farmi qualche volta partecipare alla cura, ottenendo solo boccacce disgustate e dinieghi perentori. Si sa, per il fanciullo, ogni medicina è amara. 

Col tempo, non si sa perché, forse le bombe atomiche, si diceva negli anni '60, le acque hanno cominciato a calare di portata, i rivoli si sono via via ridotti fino a sparire, nel processo generale di inaridimento e desertificazione della pianura padana, che prosegue ancor oggi, a vedere perlomeno certe teste aguzze che girano da queste parti. Così alle Fonti di Valmadonna è sparita la puzza ed è rimasto solo il ristorante, mentre a Valle San Bartolomeo, il grande gazebo sulla piazza è rimasto solo. Niente bambini che corrono gridando sotto l'alta copertura; niente mamme che guatano sorvegliando, poco lontane; anche i rubinetti sono stati chiusi e spuntano dalla parete sulla vasca, che vedeva i bevitori appoggiati e pronti a correre a casa a sfruttare il beneficio delle acque, irriconoscibili monconi secchi, apparati escretori ormai castrati di un inutile cenotafio che glorifica un passato ormai dimenticato. Viviamo tempi in cui non serve più l'acqua per andare a ....sella.


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lunedì 22 agosto 2011

Più caldo.



Boccheggio come un pesce che una mano maligna ha gettato fuori dalle acque del torrente o che un onda più forte ha scagliato sulla riva sassosa.

La luna nel lago.

Sei come la luna nel lago
tremula nell'onda verde.
Prenderla non si può,
ma soltanto stare a guardarla.
La luna è gelata,
tu dai calore.
Chi mi darà la forza 
per non gettarmi nel lago?

(antica canzone popolare tibetana)


Dangra Tso - m. 4500 - Tibet


Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966


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domenica 21 agosto 2011

Caldo!



Sono tre giorni che fa talmente caldo che non ho le forze di rilasciarvi altro che una foto, una speranza, più che altro un miraggio.

Steli ghiacciati.
Non posso bere ancora
l'acqua che corre.

Se penso che qualche giorno fa mi lamentavo dell'estate troppo fredda!







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sabato 20 agosto 2011

Il tacchino.

C'era un tempo in cui il mangiare era un oggetto del desiderio, una cosa di cui si raccontava in termini favolistici rispetto alle ristrettezze di un presente difficile o di riferimento ad un passato prossimo di particolare scarsità. Adesso, in tempi di opulenza orgiastica in cui il problema è non riuscire a consumare le calorie ingurgitate, di cibo si parla in termini raffinati, che considera soprattutto la capacità di accostamenti indovinati e di gusti e profumi ricercati con cura, mentre allora, predominava la dimensione e la quantità, assieme alla presenza di qualche prodotto alla nostra apparenza semplice, ma un tempo desiderato a lungo e bramato proprio per la sua deprivazione. Quando ero bimbo si era appena usciti dalla guerra, con tutte conseguenze endemiche di fame e di scarsità di cibi, di tessere annonarie e di code per conquistare un etto di olio al mese. Giocoforza si sognavano scorpacciate a base di cibarie costose e forse un tempo più frequenti, ma ormai difficili da reperire. Le occasioni festive poi, coincidevano soprattutto con la necessità di un desco fuori ordinanza di cui si potesse parlare per mesi. Natale era di certo una di queste. La mia mamma e il mio papà di norma, facevano gli agnolotti, ma quell'anno, forse perché cominciava a esserci una qualche maggiore disponibilità, i miei decisero di fare, come si dice ad Alessandria, l'ov fora d' la cavagna

Non so come, attraverso qualche conoscente di campagna, a Natale in tavola ci sarebbe stato un ospite a me sconosciuto, il tacchino. Lo meditavano da un po' questo colpo grosso, i miei, ma le cose non erano semplici, forse allora i tacchini non si trovavano in regolare vendita al mercato, sta di fatto che l'animale bisognava allevarselo in casa in previsione della festa. Così un bel giorno arrivò da noi la pùla, così si chiama il tacchino nella nostra lingua, anzi la tacchina, giacché credo che fosse femmina. Lingua strana che non riesce bene a definire le cose esotiche ed estranee alla sua cultura e allora le assimila ad altre meglio conosciute deformandole per differenziarle. D'accordo il tacchino è un pollo grosso, ma quella sua femminilizzazione ha un ché di perverso e di maligno ad un tempo. La bestia che mi parve subito orribile, fu confinata nel gabinetto per tutto il mese di dicembre e alimentata a forza come un bimbo per il sacrificio. Io ne ero terrorizzato, tanto che non osavo avvicinarmi alla porta che lo teneva racchiuso, senza possibilità di fuga e manteneva me al di qua, salvo e protetto. Di notte, io dormivo in cucina su un divano letto, mi pareva di sentire sinistri gorgoglii provenire da dietro quella porta e forse, proprio da lì nacque la mia futura avversione per tutti i film horror. 

I miei si coccolavano l'idea del Natale sempre più vicino, in cui la nostra tavola avrebbe avuto l'onore di quell'ospite di riguardo; io giravo alla larga e cercavo di non pensarci. Qualche volta, mentre la porta veniva aperta, gettavo uno sguardo di sfuggita, con quel senso di orrore che ti spinge comunque a guardare e nello stesso tempo a distogliere immediatamente lo sguardo orripilato. Che flash spaventosi, una testa deforme dai colori malefici, quel collo deforme e bitorzoluto, quelle escrescenze volgari che pendevano qua e là, le penne diaboliche che si agitavano di continuo e soprattutto quel goglottare cupo e sinistro, amplificate dall'eco delle pareti. Non ricordo come risolsi le funzioni fisiologiche in quel periodo, ma escludo di essere entrato volontariamente in quell'antro di Satana. Poi accadde quel che doveva succedere, ma non so come, ho completamente cancellato dai miei ricordi, sia il momento della macellazione, che certamente sarà stato un rito salvifico, che il successivo banchetto, di cui si sarà parlato a lungo per i mesi successivi. Ancora oggi non amo il tacchino, chissà perché, il suo pulipulipù, mi incute sempre un certo imbarazzo. 


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mercoledì 17 agosto 2011

Lampada a petrolio.

Ferragosto in città è una cosa strana, accidenti, quasi tutto chiuso e in questa città di provincia poi, dove non passa un turista a pagarlo, ancor di più. Quando ero bambino invece, da fine maggio a fine settembre, ero in villeggiatura. Si diceva così, ma era andare a cinque chilometri dalla città a casa dei nonni a Valle San Bartolomeo, un paesetto ai piedi della collina. Anche lì faceva lo stesso caldo tremendo e la sera sotto la "topia" di uva americana era pieno di zanzare, ma la mia mamma diceva che cambiare aria faceva bene al bambino, che poi ero io. In effetti mi divertivo molto a giocare nel grande cortile ed ero troppo piccolo per poter valutare i piccoli disagi che la sistemazione di fortuna imponeva ed in fondo erano quasi quattro mesi di maggiore libertà. Certo, nella città tentacolare mi era impedito di andare a giocare in cortile; brutta gente secondo mia madre. Quindi la possibilità di stare all'aperto quasi tutto il giorno faceva passare in secondo piano tutto il resto. Le giornate, anche quando ero troppo piccolo per avere il permesso di oltrepassare il cancello in fondo allo stradino, passavano velocemente. Poi alla sera, secondo i turni della ferrovia, mio papà arrivava dalla città in bicicletta e il giorno dopo si dedicava all'orto, chilometro zero ante litteram. Mia mamma mi teneva comunque sotto discreta sorveglianza, si sa i bambini non bisogna perderli di vista un attimo che se no guai, continuando a guatarsi con le cognate in una situazione ambigua di non belligeranza che da un momento all'altro però, poteva sfociare in guerra aperta. Di quel periodo non sono riuscito a conservare quasi nulla, forse perché non c'era quasi nulla, a parte i ricordi. Un vaso da notte, di maiolica bianca, grande e pesantissimo. E certo, il bagno non c'era in casa. Bisognava andare ad un casotto di legno in mezzo all'orto, con una porta un po' sbilenca fatta di assi di legno pieni di schegge che si piantavano nelle dita tenerelle e che dovevi tenere chiusa con una cordicella, all'interno del quale stavi su altre assi con un gran buco in mezzo sospeso su una fossa puzzolente, che mi faceva una paura terribile, avendo il continuo timore di caderci dentro. 

Tale e quale a tante altre che avrei trovato dopo tanto tempo in Cina, in Uzbekistan, in India, forse un segno o un disegno del destino. Forse anche nella cacca si possono leggere i segnali del futuro. Bisogna solo saperli interpretare. Comunque la pipì cercavo di farla in giro, inseguito da mio nonno che mi minacciava col bastone, non mi ricordo praticamente null'altro di lui; per il resto cercavo di utilizzare al meglio il vaso prodigioso e salvifico, che con il suo candore perfetto, omnia munda mundis, mi impediva di cadere nel baratro infernale. Per l'acqua, altro problema, c'era una pompa nel cortile e toccava portarla dentro a grandi secchi. Mia mamma mi faceva il bagno in una grande mastella in cortile, cosa di cui mi vergognavo moltissimo di fronte alle cuginette più grandi che mi pareva facessero a bella posta di passare a poca distanza facendo finta di nulla e ridacchiando. Forse mia mamma capì il disagio e ad un certo punto passammo all'interno della casa, anche se i secchi d'acqua da portare erano pesanti. La sera dopo cena si stava ancora un po' fuori nel cortile ad aspettare che facesse buio completo alla luce della luna, prima di andare a dormire. Quando gli zii avevano raccolto le pannocchie di un piccolo campetto di granoturco, che erano state messe a seccare contro il muro assolato della casa, toccava sgranarle a mano. 

Era un vitreo rosso, tipo Maranino e vorrei poter ricordare che se ne faceva una meravigliosa polenta dai profumi e dalla consistenza di quelle che adesso non se ne fanno più, invece mi rammento solo che faceva un male cane a sgranarle, quelle pannocchiette mefitiche con quei granellini duri che si piantavano nelle dita come delle pietroline. E niente racconti fatati degli anziani a tenere avvinti i bimbi nella semioscurità. Quella è roba da romanzotti consacratori di un passato favolistico che forse non è mai esistito davvero. Niente altro che uno spettegolare vario delle nuore sulla gente del paese e altra arte varia di cui allora non afferravo neanche bene il senso. Nessuno si lamentava delle zanzare, eppure ce n'erano un sacco e a me venivano dei ponfi enormi su cui la mia mamma faceva delle croci profonde con l'unghia del pollice, cosa che mi pareva dare grande sollievo. Poi quando era buio, mi prendeva per mano e si andava a letto, facendo attenzione. Il problema non era l'impianto elettrico non a norma, era che non c'era l'impianto elettrico, anzi non c'era proprio l'elettricità. Così guadagnavamo la nostra camera con l'aiuto di un lume a petrolio, il secondo oggetto che ho conservato. Era davvero una lampada magica, anche se il liquido che veniva messo all'interno di tanto in tanto aveva un odore sgradevolissimo. Una base liberty di vetro lattiginoso azzurro chiaro, su cui emergeva uno stoppino bianco a pescare nel liquido sottostante, con una rotella che lo poteva far emergere a poco a poco mentre si consumava. Mamma, invece di sfregarlo, lo accendeva con un fiammifero che faceva una fiamma chiara di zolfo e la illuminava tutta, era davvero bella la mia mamma, poi quando la luce era costante, calzava sulla base un cilindro di vetro trasparente, che in verità era già un poco sbrecciato in cima e, tenendola saldamente si saliva le scale. 

Un soffio sulla fiamma ed era notte vera. Ieri, mentre scrivevo il post cinese nella stessa calura agostana di allora, ho sentito un gran fragore. Un chiodo nel muro aveva ceduto e un grande quadro, pesante, forse troppo per quel povero chiodo, si è abbattuto sul tavolinetto del corridoio, proprio sopra alla vecchia lampada a petrolio dalla punta che si era sbrecciata forse sessanta anni fa. L'ha distrutta in mille minutissimi pezzettini di vetro, trasparenti e azzurri, che ho radunato a fatica, mescolate com'erano tra le altre cose sul pavimento. Piccole schegge di passato che non volevano a tutti costi farsi spazzare via, tenacemente abbarbicate al tappeto per resistere ancora un po' prima di rassegnarsi all'oblio definitivo, alla completa cancellazione del passato. E' rimasto intero solo lo stoppino a guardarmi implorante. Ma vuoi davvero buttarmi via per sempre? La scopa, però, non ha pietà dei sentimenti, è come una livella metafisica che azzera anche i ricordi, un reset intenzionale che formatta il disco. Forse qualche scheggia più minuta sarà rimasta negli angoli. Ci penserà l'aspirapolvere. Ora resta soltanto più il vaso da notte, ma lui è vigile, attento, robusto, abituato ad una vita più dura e ad un lavoro non gentile, diciamo meno da fighetto. Solo i veramente duri resistono, forse lui ce la farà. 


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martedì 16 agosto 2011

Huǒ.

Oggi, dato che fa caldo anche se ferragosto è stato archiviato, un ideogramma facile facile, per sottolineare ancora il sentire poetico di questa lingua. Dunque ecco 火 - huǒ,  un carattere il cui tracciato è un vero e proprio pittogramma tra i più antichi, di cui possiamo facilmente individuare il significato, un paio di legni appoggiati o un ceppo, da cui si levano le prime lingue di fiamma. Osservate come le prime due fiammelle sbocciano ai lati del piccolo monticello di rami appoggiati; par di sentire il delizioso crepitare del fuoco che si accende e sta per spandere il suo calore, la sua fiamma viva. E' il fuoco, uno dei cinque elementi della cosmogonia classica cinese, ma anche presocratica; un fatto naturale che ha sempre affascinato l'uomo fin dal momento in cui in qualche caverna ne scoprì le potenzialità, come sempre bivalenti di creazione e di distruzione. Così nella lingua classica questo segno è sempre stato molto utilizzato in vocaboli di immediata evidenza come 火山 - huǒ shān, letteralmente Montagna di fuoco (vedete il pittogramma che stilizza il panorama con tre cime, una più alta centrale e due piccole ai lati)  che ovviamente significa Vulcano, o il più poetico 火花 - huǒ huā, che aggiungendo il segno di Fiore,  vale per Scintilla, appunto il piccolo fiore che nasce dal fuoco stesso. 

Ma l'uso insiste anche in vocaboli moderni come Treno: 火车 - huǒ chēche viene appunto definito come un Carro di fuoco. Certo in questa lingua, anche nella creazione di vocaboli nuovi c'è sempre una ricerca, una attenzione alla loro sfumatura poetica, ad un loro richiamo ad una tenera consuetudine al bello, impossibile nelle nostre etimologie, più facile da fare con l'avvicinamento dei pittogrammi in cui è sempre rilevabile il significato originale. Ecco infatti per finire, un ulteriore uso di questo fuoco, nella parola Compagno:  - huǒ, all'interno dello stesso segno si accompagna alla stilizzazione di Uomo proprio quello di fuoco, per segnalarne la forza e la desiderabilità. Cosa cerca infatti una donna nel proprio compagno se non quel fuoco interno che lo rende vivo ed interessante, ma non basta, nella dizione moderna infatti, che preferisce parole bisillabiche per evitare i bisensi, a  - huǒ, viene aggiunto 伴 - bàn, carattere in cui con Uomo si accorpa il segno di Ariete, quindi Individuo dominante: 伙伴 - huǒ bàn. Dunque nel compagno scelto, anche la donna cinese cerca il fuoco della passione e la forza del potere? Allora l'altra metà del cielo non ha comportamenti e pulsioni diverse dalle sue colleghe delle altre parti del mondo. Forse sono quelle che hanno consentito l'evoluzione della specie.


Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori



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lunedì 15 agosto 2011

Feriae Augusti.


Immagine dal Web
Ferragosto di solitudine in città. Strade semideserte e sole gessoso, mica neanche tanto caldo. Diciamo che sembra caldo. E' un po' un'attitudine mentale che però conduce ad un sano ozio meditativo. Quella noia gradevole di telefoni che non suonano e che produce pensieri o almeno opinioni. Non ci sono neanche i giornali e questo in epoca di informazione globale par quasi una bestemmia. Rimane quindi lo spazio per fare un commento anodino della manovra. Dai, consentitemelo, lo hanno già fatto tutti, perché anch'io non posso dire la mia? Ho cominciato il blog apposta. Poi essendo appunto ferragosto saranno in pochi a leggerla, che è anche meglio, così arrivano meno peperoni. Come sempre cercherò di estraniarmi dalle mie (poche) idee e di mantenere un esame il più possibile asettico, anche se so che non è tecnicamente possibile. Dunque partiamo con ordine cominciando dal modo scelto per praticarla, che mi pare assolutamente disegnato da motivazioni politiche in vista dell'elettorato. Furbesca ed efficace l'idea di chiedere la famosa lettera all'Europa, che conduce ad allargare le braccia per dire: ragazzi siamo obbligati, mica è colpa nostra. Data l'entità della cifra, la gente neanche se ne rende conto, anche se ricordo che qualunque cosa è meglio che precipitare nel baratro su cui siam sospesi; bisognava certo prendere da tutte le parti ed il fatto che tutti gridino come scuoiati vivi, dall'estrema destra all'estrema sinistra, è comunque buon segno. Gli stessi esponenti del governo, dal PDL alla Lega, dicono che non va bene, quindi è già un segnale positivo.

Altra astuzia è stata quella di mettere davanti un pacchetto di misure di cosiddetti tagli alla politica per placare un pochino gli animi. Poi qualcosa di non fatto, tra le cose necessarie, per ogni gruppo, in modo che ognuno possa dire ai suoi, vedete ho fatto di tutto obtorto collo, sono stato costretto ma almeno questo l'ho salvato, Silvio, la patrimoniale ufficiale (che comunque c'era sui depositi), Bossi, le pensioni, il PDL, l'IVA, Tremonti, le liberalizzazioni sugli ordini garantiti e così via, fino alla furbata finale, quella di non porre la fiducia, così si potrà per ottenere il consenso più allargato, aggiungere qualcosa di patrimoniale, IVA e pensioni, lasciando alle opposizioni la responsabilità del fatto di fronte ai propri elettori. Sicuramente queste saranno più caute perché agli elettori tengono anche loro. Certo, perché di sicuro sapete che tra il dire e il fare ce ne sta parecchio e quello che appare agli annunci, può subire in aula tali e tante variazioni da snaturare (in cifra) completamente il risultato finale. Avrete già notato ad esempio che le province abolite che all'annuncio erano 43, il giorno dopo sono diventate 37 e ieri parevano essere 28, eppure abitanti e km2 dovrebbero essere dati oggettivi. Non parliamo delle porltrone che saltano, prima 80.000, poi 60, poi forse 45.000. Quindi potete immaginare come possono cambiare i numeri durante il cosiddetto assalto alla diligenza e ogni lobby che si rispetti, dai professionisti agli autonomi stanno già affilando le armi; ricordo che mi sembra già scomparso il contributo degli autonomi a 45.000 euro. Certo perché i 45,5 miliardi sono comunque cifre di stima, mica reali. Così tabacchi e lotterie, 1 miliardo nel loro piccolo. In passato ad ogni provvedimento di questo tipo ha sempre corrisposto una diminuzione di vendite ed incentivo al contrabbando e ad un calo di giocate. La solidarietà dei redditi alti provoca sempre un automatico calo dei redditi stessi nell'anno successivo e così via. 

E' nella fisiologia umana, la gente le tasse non le vuole pagare e continua a trovarlo assai giusto, perché ne paga sempre già troppe e perché sa chi le dovrebbe pagare al posto suo o perché non corrispondono alla qualità dei servizi ricevuti o ancora perché io non posso evadere dato che me me le trattengono prima. Tutte balle. Ognuno quando l'idraulico gli chiede se vuole la fattura con il 20% di IVA, preferisce lo sconto, quindi è lui che evade le tasse (tanto ne paga già troppe). C'è sempre e comunque una completa collusione nell'evasione ed è naturale che sia così. Anche quando lo si fa in tutta e sincera legalità ognuno cerca, potendo scegliere, quale sia la soluzione che gli consente in piena legalità di pagare il meno possibile ed implora il commercialista o il CAF di turno di farlo. Sapete perché le facciate delle case di Amsterdam sono così strette? Perché era stata messa una tassa sulla lunghezza lineare delle facciate stesse. E' la natura umana. I paesi in cui si paga in percentuale maggiore sono quelli in cui i contribuenti ritengono di avere maggiore probabilità di essere acchiappati e di pagare ancor di più, non perché sono più onesti. Non c'è santo, né santi. Quindi tornando a noi, la manovra così com'è di certo non basterà e toccherà ancora fare altro e di certo verranno ancora toccate case, pensioni, sanità e piccoli patrimoni, quelli dei ricchi poveri (che sono moltissimi e che si autorintengono poverissimi) per intenderci; è lì la polpa, i ricchi veri, poi, hanno modo di sottrarsi facilmente a queste misure. 

Queste, in verità, sarebbero le occasioni d'oro per fare quelle modifiche strutturali che salvano i paesi dal disastro, ma si sa che in quasi (sottolineato quasi) tutti i casi i governi dittatoriali comunisti e quelli di destra distruggono l'economia dei paesi, mentre quelli di centrosinistra, quasi sempre, la risanano, anche perché sono quasi (e tre) sempre quelli che prendono provvedimenti antipopolari. Questa poteva essere ad esempio l'occasione per barattare il ritocco dell'articolo 18, che protegge ormai solo un sempre più ristretto numero di persone, interessate a portare in porto al più presto la loro fine carriera, con misure che correggessero in maniera significativa lo sconcio della precarietà dei giovani, trasformando quello che è solo sfruttamento vero, in una gestione non penalizzante del lavoro a tempo determinato, che ricordo è stata istituzionalizzata dal centrosinistra. La considerazione finale è però divertente. La manovra a cui è stato obbligato il povero Silvio dal cuore grondante di sangue è davvero un contrappasso epocale che sconfessa ogni punto del suo credo. Soprattutto considerando che è stata una manovra esclusivamente di tasse, dal rinforzo delle accise, alle tasse di "solidarietà" e soprattutto alla ciccia vera, quella che dovrebbe arrivare dai ristorni agli enti locali (quindi altre tasse locali o chiusura di servizi) e in misura colossale (una ventina di miliardi) dalla delega fiscale che significa taglio del 20% lineare delle detrazioni. 

Immagine dal Web
Se pensiamo a quanto diceva di Visco e di Padoa Schioppa, nominandolo da vivo, c'è da scoppiare dal ridere, pensando che non solo ha mantenuto tutte le tasse, ma ogni anno ne ha messe di nuove. Che delizia rileggere le sue dichiarazioni ufficiali (da La Stampa di sabato): 2001- Farò tagli alle tasse solo dal 2002; 2002 - Prometto meno tasse dal 2003!;  2004 - Confermo, meno tasse dal 2005; 2005 - Rispetterò i patti : meno tasse entro il 2006! Altro che grondare, se pensate che, tramontata subito la flat tax all'americana, voleva portare l'IRPEF a due aliquote e adesso diventeranno addirittura 7, ce n'è da dissanguare un cavallo. Pensate che quel disgraziato di Prodi gli aveva tolto anche la soddisfazione di togliere l'ICI sulla prima casa, lasciandogli solo la gioia di toglierne metà per uno, per fortuna che ormai se ne sono dimenticati tutti e può ancora arrogarsi l'intero merito di quell'errore. Pensate anche al povero Bossi, disperatamente ala ricerca di non far tagliare qualcosa per non dispiacere al suo elettorato si attacca alle pensioni, non sapendo più cosa dire su una manovra che segna la morte del suo amato federalismo fiscale. Una vera tragedia direi, ce n'è da ammazzare un toro. Comunque come ha giustamente fatto notare Mattia Feltri, in questa manovra Tremonti ci ha messo la testa, Bossi il cuore, Silvio ci sta mettendo la faccia. Noi abbiamo già capito cosa ci dobbiamo mettere e se non l'abbiamo capito ci pensa il padano Doc a ricordarcelo mostrandoci il dito. Ma, tranquilli, ne vedremo ancora delle belle, se avremo fortuna, naturalmente.


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sabato 13 agosto 2011

Voglia di immortalità.

immagine dal web
Il mio voto
Il Fiume Giallo corre verso l’Oceano dell’Est,
Il sole scende nel mare dell’Ovest.
Come il tempo, l’acqua fugge per sempre,
Non arrestano mai la loro corsa.
Con la giovinezza scompare la primavera,
L’autunno giunge coi miei capelli bianchi.
La vita umana è più corta di quella d’un pino.
Che meraviglia allora,
Se la bellezza fugge e fugge la forza?
Perché non posso inforcare un Drago Celeste
Per respirare essenza di luna e di sole
E divenire immortale?

Li Po - 701 -762 d.C. (din. Tang )

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Imperatore cinese.
Xiōng,Mèi,Jiě,Tài. Nán 

venerdì 12 agosto 2011

Cronache di Surakhis 42: Tagli orizzontali.

Era una estate strana quella. Niente temperature estreme come di consueto oltre i 60°C, niente cappa umida e densa di vapori che le centrali a merda spandevano sulla città con costanza produttiva. Surakhis era insolitamente fresco e refoli di vento smaltivano le puzze, portandole verso i quartieri più popolari della capitale, verso le Colline Odorose dove a queste cose non facevano più caso. Il palazzo del Parlamento, solitamente chiuso in questo periodo, ferveva invece di attività. Le commissioni erano riunite in permanenza e in ansiosa attesa di ricevere i termini della nuova manovra finanziaria che tutta la Galassia aveva imposto al pianeta ormai sull'orlo della bancarotta. La BCE (Banca Centrale degli Espianti) aveva garantito l'acquisto degli ormai inflazionati organi dal pianeta, ma solo in cambio di provvedimenti davvero decisivi e strutturali, in caso contrario la flotta interstellare era già pronta ad una azione di vaporizzazione definitiva di quell'inutile mondo. Nell'attesa dell'arrivo del Ministro delle Finanze, che sarebbe stato rilasciato giusto il tempo per effettuare l'attesa comunicazione, tra i banchi dell'opposizione serpeggiava un palese malcontento. 

Per stemperare il nervosismo era stata convocata al centro dell'emiciclo il più famoso gruppo musicale del momento, gli Happy Farts, che avevano appassionato tutta la galassia con le loro straordinarie melodie sulle note suadenti dei loro flauti da culo. Mentre tra i banchi molti ascoltavano rapiti il dolce refrain di Flavours from the ass, un delicato altalenarsi di sibilanti sonorità, che precedeva il gran finale scoppiettante di Beans satisfation, senza essere per nulla infastiditi dalla pur necessarie mollette da naso, la maggioranza si era invece ritirata nelle vicine stanzette a disposizione dei parlamentari per incontrarsi con le assistenti sessuali di cui avevano dotazione, in generale una dozzina di selezionatissime professioniste la cui influenza era stata ingiustamente criticata quando ad esempio, alcune di loro erano riuscite a farsi imporre in posizioni di comando. L'imperatore aveva fatto sapere che sarebbe stato contrario ad ogni ulteriore aumento delle gabelle e si era ritirato a meditare nel tempio delle sue vestali. Il ministro arrivò poco dopo, curvo sotto il peso della responsabilità per la durezza delle imposizioni per le quali avrebbe dovuto ottenere l'approvazione.

 L'orchestra fu congedata tra i battimani convinti della platea, impaziente di togliersi al più presto gli stringinaso e di respirare un'aria più pura. Solo i membri dell'Istituto Dei Voraci, non ci fecero caso, erano quasi tutti gasteropodi delle paludi del centro sud di Surakhis e abituatissimi ai vapori solfidrici. Parlò subito ad una assemblea, distratta dall'opera incessante delle fellatrici che agivano sotto i banconi. "Signori, esordì con un grugnito, il suo tipico intercalare della Bassa, il momento è grave e la galassia ci chiede rigore e unità. Per questo invito tutte le opposizioni a smetterla di far casino e di approvare la manovra senza leggerla. Ho finito." E se ne andò tra lo scrosciare degli applausi. Sarebbero state lacrime e sangue per tutti. Qualcosa era trapelato comunque, i famigerati tagli orizzontali tipici del suo stile deciso e giusto. Tutti gli organi, l'unica cosa rimasta per pagare le tasse, sarebbero stati prelevati con tagli netti e senza tanti fronzoli e ricuciture, anzi di norma i donatori non sarebbero stati mantenuti in vita, con un grande benefico per le casse della sanità pubblica. 

E nella sua immensa saggezza il Ministro aveva previsto anche dei sacrifici per i politici, cose che non avrebbero certo influito molto sulla diminuzione del debito, ma che avrebbero dato al governo l'autorità morale per procedere. Infatti era prevista una diminuzione del 10% del numero delle assistenti sessuali ad ogni parlamentare, cosa che aveva provocato violente reazioni tra i multipenici dell'emisfero sud, che avevano minacciato di votare contro se non fosse stata inclusa una esenzione per il loro lavoro usurante. Al primo circolare della notizia lo spread tra le dimensioni degli organi sessuali degli abitanti di Surakhis e quelli medi galattici si ridusse subito a parametri normali. Tra le Colline Odorose di Novigorad i minatori si ritirarono nelle loro caverne di monnezza. Tutti andarono a dormire più tranquilli. Intanto la flotta interstellare dell'Impero, posizionata al di là della terza luna ebbe l'ordine di preparare i vaporizzatori.


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martedì 9 agosto 2011

Il vento dell'Assietta.





Il vento dell’Assietta arriva da nord gelido e violento, con folate così forti da abbattere pali e le altre cose mal fissate. Al chiuso ed al riparo lo senti fischiare malevolo, poi a tratti i colpi di qualcosa che cade, di un infisso chiuso male che sbatte. Nella notte soffia con fragore sopra il tetto; è un ruggito che impaurisce e ti fa serrare sotto le coperte. Anche il cardinal Pacca, prigioniero del Forte un paio di secoli fa, ne fa menzione con dolore, mentre tentava di chiudere alla meglio con qualche drappo, le aperture prive di finestre della sua cella. Ha cominciato a gemere imperioso sul far della sera, mentre la temperatura scendeva di botto e tutta la compagnia era riunita sul mio terrazzino per una conviviale a base di gofri (tipicità della valle di cui ho già parlato qui). Il calore della fiamma potente, i tortelli bollenti che uscivano con cadenza misurata e implacabile ogni tre minuti, le farciture di salumi, lardi, gorgonzola, nutella, mieli e marmellate che attendevano distese sulla tavola di riempirli per dare un senso ed un sapore alla pur deliziosa croccantezza, non facevano avvertire il cambio climatico imminente e la piacevolezza che questo mangiar comune che si stempera nella chiacchiera e nel piacere di stare insieme, in attesa dell’uscita cadenzata del gofri dalla gofriera, ha reso la serata davvero simpatica. 

Il Forte Serre Marie
Le uniche paure, provenivamo non dall’ululare del vento, ma dal timore che finisse il gas della bombola. In alto una stellata senza uguali. Questa mattina, attenuatisi i fumi delle bevande consumate, ho potuto trascinarmi al bar a tenere la posizione con qualche fedele, mentre la maggior parte della brigata, incurante del turbinio del vento, ha preso la via dei monti. A mezzodì erano già sulla cima del Pelvo di Val Argentera, così almeno da comunicazione ufficiale. La furia degli elementi ha lasciato un cielo terso e anche i rari sbuffi bianchi che correvano veloci sullo sfondo cobalto, sono scomparsi. Sono finite anche le nubi da scopar via da questo blu infinito. In alto sulla cresta, il Serre Marie, il Dado, Il Forte Valli, par di poterli toccare con le mani, appena dietro l'arancio acceso dei sorbi. Ti sembra quasi di poter contare gli aghi dei pini tanto è trasparente l’aria. Di solito il vento dell’Assietta dura tre giorni, poi tornano le nubi, l’umidità e la pioggia di fine agosto, quella che conclude l’estate. Ma tanto, noi, si va via domani.

Il Forte San Carlo di Fenestrelle


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lunedì 8 agosto 2011

Il Milione 52: Stoffe e roghi.

Stampa di tessuti a Mumbay.


Come è lunga la strada che da Cap Comorin risale tutta la costa del Malabar, arriva a Goa e poi su su fino a Bombay. Io la feci parte in battello, parte in auto ed infine l’ultimo migliaio di chilometri in autobus notturno. Quando si fermò nel cuore della notte per una sosta idraulica e si accesero le luci fu un fuggi fuggi di blatte marroni di dimensioni gigantesche. Il Sigh che dormiva davanti a me era così cotto che neanche si accorse delle due che, per mettersi in salvo, correvano disperate sul suo braccio che gli faceva da cuscino. Marco Polo non le cita neppure, probabilmente alle blatte e non solo, gli uomini del medioevo erano talmente abituati da non porvi troppa attenzione. Anche a lui però, il porto di Bombay, che allora si chiamava Tana, destò grande impressione per la quantità di navi e di commerci che vi giungevano da ogni parte.

Cap. 181
Tana è uno grande reame e similiante a tutti quelli dell’India e ànno loro re. Qui àcci incenso e fassine grande mercatantia, e bucherame e bambagia assai e stoffe co’ più bei disegni. Li mercanti recano qui oro e ariento, rame e cavalli e di quelle cose che bisogna e portane via delle loro.

Non ci sono dubbi, ancora oggi questa città è la più vivace dal punto di vista mercantile ed ogni volta che ci sono stato, non vi racconto le ore passate nei tanti mercati a comprare proprio quelle meravigliose stoffe dai colori bellissimi, i sari di seta con fili d’oro e d’argento, le dupatte leggere e quasi trasparenti, i salwar kamiz di cotone colorato. Ordinavo la stoffa e prese poche misure, mi fermavo ad uno dei tanti banchetti di street food a mangiare un panino al latte, i pav di Bombay, ripieno di qualche cosa su cui è meglio non porsi troppe domande, un fast food che lì è vecchio di secoli ed ecco che da una delle tante bottegucce dove decine di sarti pedalano con le loro vecchie Singer, accorreva un ragazzo con la camicia o i pantaloni pronti, fatti su misura per poche rupie. Il settore del tessile è ancora estremamente importante in India. Ma attenzione a contrattare prima, ché i Maharatti, ben lo sottolineava anche il nostro Salgari, son gente con cui è bene chiarire le cose per tempo e in ogni caso la cautela è comune ai mercanti di ogni epoca.

Cap. 180
Una barca nel Kerala.
Lor navi ànno una vela, timone e uno albero e con queste escon di qui molti corsari per mare, che sono li peggiori e più maliziosi. E quando pigliano alcuno mercante, sì li danno a bere li tamerindi con l’acqua salsa (un noto purgante) per farli andare a sella (non sto a spiegare il significato di questa espressione tipicamente medioevale) e poscia sì cercan all’uscita se lo mercante avesse mangiato perle o altre care cose per ritrovarle. Ora vedete se questa è bene una grande malizia, che dicono che li mercatanti sì le trangugiano quando sono presi, perché no sian trovate da’ corsari.

Evidentemente le astuzie dei mercanti erano sempre controbattute da pari astuzie dei pirati, che come riportato hanno sempre infestato, come oggi, le acque del mare arabico e chi batteva quei mari, già allora tendeva a prendere le sue precauzioni. Un altro costume indiano colpì significativamente Marco ed è quindi di origine antica nel subcontinente, mentre in genere, si tende ad associarlo all’arrivo dei Moghul ed ai guerrieri Rajput.

Cap. 173
I ghat di Varanasi
…e questi ardono li corpi morti perché dicono che se non s’ardessero se ne farebbero vermini e poscia quelli vermini si morrebbero quando non avessero più di che mangiare e questo non è bene perché dicono che anche li vermini ànno un anima. E così quando l’uomo è morto li parenti lo portano in un luogo divisato e l’ardono con grande allegrezza. Ancora v’à un altro costume, che quando un uomo s’arde, la moglie si gitta nel fuoco e arde con lui; e le femmine che fanno questo sono molto lodate da le genti e molte donne il fanno.

Questo passo bene illustra la condizione della donna indiana, oggi non molto diversa da otto secoli fa, anche se il sati, l’estremo sacrificio delle spose Rajput è ufficialmente bandito dalle legge e nessuna moglie, che pure in vedovanza è condannata ad una specie di morte civile, segue il cadavere del congiunto a Benares dove i roghi illuminano l’alba lungo il Gange, per immolarsi con lui; tuttavia l’India è uno dei posti del mondo dove nascere donna è ancora una bella grana, ve lo assicuro.

Un sati da una stampa dell''800

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982



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domenica 7 agosto 2011

Profumo di porcino.





Quando il tempo gira al brutto e i temporali si mutano in pioggerella uggiosa ed insistente, la montagna si intristisce. Il grigio del cielo scende a poco a poco sui fianchi della valle attenuando il verde forte dei pini, quasi a confonderlo con il verde più chiaro dei larici. Il malumore serpeggia nella compagnia orbata di gite programmate e non compiute, infastidita dalle cime la cui conquista va rimandata a chissà quando; non parliamo poi delle uscite di più giorni il cui rinvio ha già il sapore amaro dell’abbandono, della sconfitta. E’ tutta questa pioggia, questa umidità nell’aria che conduce a guardar sfiduciati il cielo e a pronunciare le frasi di rito. La stagione è bella e andata; con tutta quest’acqua marcisce tutto; è proprio un tempo da funghi. Eccola lì, la parola è ormai stata pronunciata, non si può fare finta di non averla udita. Qualche sopracciglio comincia ad alzarsi e le occhiate dei più avveduti si incrociano. Sì, forse c’è modo di aver un parziale compenso per i programmi andati all’aria. Al correre nel vento del magico verbo, gli animi come per magia si riscaldano, gli sguardi si accendono, nella compagnia corre un fremito. Ai funghi, ai funghi! Detto fatto. Di buon mattino la brigata è già pronta e attrezzata di tutto punto. Pedule antiscivolo, bastoncini in carbonio da nordic walk, mantelle da pioggia e soprattutto ceste, cestini e cestoni da fungo. 

Un brivido percorre la valle, il punto topico è già stato individuato grazie a segnalazioni sicure di parentele e amicizie fraterne, che altro servirebbe solo a mettere sulla cattiva strada. La gelosia sui giacimenti fungheschi è proverbiale. Si percorrerà in salita una erta boscosa poco più a monte del piccolo borgo di Selvaggio, il nome è già assolutamente programmatico. Eccolo lì davanti ad una radura nascosta dove lasciare le macchine ben protette, il bosco, oscuro e minaccioso, fitto e pieno di mistero come la foresta di Potter. Appena entrati tra gli enormi castagni la compagnia è quasi inghiottita da una forza misteriosa e segreta, il silenzio che avvolge i grandi tronchi è rotto soltanto dal lieve crepitare dei rametti che si spezzano al calpestio e dal frusciare delle foglie marce del sottobosco, uno spesso mantello dove i piedi sembrano un poco affondare in un incerto sostegno, molle e viscido a nascondere trappole o altro più terribile. Il fogliame buio avvolge tutto di una penombra cupa, dove l’umidore dell’aria rende tutto bagnato e infracidito. Par quasi di udire il sospiro terribile dei Dissennatori in agguato. 

La ripa sale erta e scoscesa; la brigata dei fungaioli si è sparsa a raggiera per coprire più terreno possibile  al fine che nessuno dei doni del bosco sfugga agli attenti cercatori. Ed ecco ogni tanto una piccola esclamazione, un gridolino soddisfatto, è il segno che qualcuno tra la coltre delle foglie gialle e la corteccia marrone, ha scorto un piccolo avvallamento, una variazione di stato e come mirabilmente l’archeologo attento, sotto un innocente monticello di terra avverte il celarsi di un segreto antico e subito si lancia a scavare per portare alla luce il suo ricercato tesoro, ugualmente il cercatore, sposta con cura studiata il manto ed ecco scoprirsi la magia del cappello ammiccante, in tutte le variazioni del marrone, del porcino sodo e gioioso che ti grida “Coglimi, son qui”. Lo si stacca con cura dal terreno, attenti a non rovinarlo, che mai si spezzi il gambo  ed eccolo già nella cesta a far compagnia agli altri amici che paiono aspettarlo fieri. E allora attenzione a guardarsi attorno, che il malandrino raramente sta lì solitario, ma qualche sodale, qualche compagno fedele sarà lì attorno, poco distante, magari in compagnia  nell’attesa di essere colto. Così, quando dopo ore di dura fatica si è guadagnata la cima del bosco, che soddisfazione ammirare il frutto della raccolta, tutti lì dalle ceste ad occhieggiare, a reclamar “io sono il più bello”. 

I più piccoli duri e sodi come pietre dalla testolina chiara, i medi magari a coppie attaccati per il gambo, quasi non si vogliano lasciare mai e quelli grandi, scuri e quasi rossicci con il cappello gonfio e deformato per la crescita, che lascia indovinare la spugnosità sottostante. Qualcuno è sano e pieno da sembrar quasi finto, altri poverini mostrano già il segno del tempo trascorso ad aspettar di essere colti, un po’ slabbrati, un po’ rosi dagli altri abitanti del bosco, ma ancora pronti a dare qualcosa di sé. La soddisfazione cancella la fatica ed anche i ponfi che due maligni nidi di vespe di terra, maldestramente calpestati, hanno provocato. Roba da non scherzarci molto per la verità, ma sono i pericoli del mestiere. Certo non tutti hanno potuto godere del piacere della cerca. La nostra società è infame ma efficiente ed ha trovato maggiori risultati da una studiata suddivisione dei compiti. Così accanto alla maggioranza che ha potuto bearsi della gioia della raccolta, io ho dovuto sobbarcarmi tutta la parte logistica attendendo il gruppo al bar Rosa Rossa di cui ho già parlato. La sera poi è stata ancor più dura perché i quattro chili di porcini trovati, è toccato mangiarli, nella loro espressione migliore: tagliatelle ai porcini e porcini fritti e impanati. Per i finferli, pochi in verità, ci penserà il risotto domani a festeggiarli. Mio malgrado ho dovuto dare una mano, il divertimento lasciamolo pure, ma non è corretto far sobbarcare  tutta la parte più faticosa agli altri.


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