giovedì 29 luglio 2010

Un ricordo del Prof. Bosticco.


Era incredibilmente attivo e presente, il Prof. Attilio Bosticco. Nonostante fosse vicino ai 90 anni, studiava e si occupava di quello che era stata la sua ragione di vita, la zootecnia. Per quanto aveva fatto era conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, dove si muoveva con facilità dall'America Latina alla Nuova Zelanda, sempre deciso a far valere la supremazia della sua amatissima razza Piemontese, unica per la qualità della sua carne. Ancora lo scorso anno lo avevano chiamato in Cina, che aveva frequentato per anni dalla Mongolia al Guan Dong, per diffondere queste conoscenze, per alimentare nuovi canali, nuovi contatti. Era chiaro testimone di quanto lo studio e la produttività della mente non siano vincolati all'età anagrafica.


Era stato il mio straordinario professore, poi Preside, alla facoltà di Agraria a Torino e quando gli comunicavamo, il luogo del nostro annuale incontro, tra ormai pensionati compagni corso, era sempre il primo a rispondere, timoroso di mancare all'appuntamento e a rimproverarci bonariamente per tutte le grane che gli avevamo procurato in quel turbolento '68 e anni seguenti. Un mese fa era stato con noi al viaggio del Museo dell'Agricoltura in Borgogna, a cui naturalmente si era iscritto per primo, sempre avanti a tutti, nel fitto del suo elemento ad illustrarci le caratteristiche della Charollaise, a contestare le informazioni un po' esagerate dei francesi, a farci apprezzare paragoni e conoscenze tecniche. Se ne andato l'altro ieri improvvisamente, senza aver perso di vista per un attimo i suoi convegni, le sue riviste scientifiche, il suo sapere. Mi è costata fatica e dolore, oggi togliere il suo indirizzo email dall'elenco delle persone a cui invio le novità di questo blog, che mi aveva mostrato di apprezzare. Grazie Professore, grazie di tutto.

mercoledì 28 luglio 2010

Il Milione 22: Cornuti e contenti.

Traversare le sconfinate praterie della Mongolia, popolate di pastori, di yurte e di immense mandrie di bestiame, fermandosi qua e là a gustare le carni delicate degli agnelli che vi pascolano (date un'occhiata alla ricetta di acquaviva), deve essere stato per i Polo un po' un ritorno alla civiltà, ma una civiltà completamente diversa da quella a cui erano abituati. Nuovi popoli e nuovi abitudini, magari difficili da capire, anche se in certi casi possono venire subito apprezzate, in particolare dal mercante, personaggio astuto e interessato ai guadagni, ma a cui, la lontananza da casa, fa spesso affiorare il suo lato più debole, in cui a volte induce e che rappresenta il suo tallone d'Achille: la femmina. Infatti vediamo il nostro Marco, ormai quasi ventenne e quindi sensibile a questi aspetti, lasciare la descrizione delle occasioni d'affari, delle merci pregiate e sconosciute che vengono man mano a disposizione, per lasciarsi andare a considerare le abitudini delle nuove genti incontrate a nord della muraglia.

Cap. 58

E se alcuno forastiere vi va ad albergare, questi uomini sono assai allegri e comandano alle loro mogli che li servano in tutto loro bisogno; e il marito si parte di casa e va a stare altrove due dì o tre e 'l forastiero rimane colla moglie e fa con lei quello che vuole e stanno in grandi sollazzi. E in questa provincia son tutti bozzi (cornuti) delle loro femmine e nol si tengono a vergogna; e le lor femmine sono belle e gioiose e molto allegre di questa usanza.
Anche senza porre in risalto l'allegrezza delle femmine in questione, come potremo ben vedere anche in seguito, questi aspetti delle occasioni di vita del mercante, non vengon sottovalutati, come direbbe lo stesso Marco, né punto, né guari, anzi fanno parte della guida di viaggio e van considerate, per chi ne è interessato, come opzioni da registrare. Ricordo a questo proposito il mio vicino di fiera, un cinese pacioso e grasso che, a Shanghai, mentre ci sorbivamo un delizioso thé Oolong, mi consigliava: - You have to test Mongolian girls, because they smell of cheese.- stringendo ancora di più le fessure degli occhi e con un sorriso beato sulla faccia rotonda.

Tuttavia, se le abitudini sono diverse, tutto il mondo è paese e in ogni luogo c'è la sicumera spocchiosa di essere gli unici a produrre e a lavorare, mentre altrove si vien mantenuti a suonare il putipù, il tricchetracche e a ballare la tarantella. Dopo averli classificati nella categoria dei cervidi, infatti non rimane che rimarcarne la natura di nullafacenti.

Cap. 58

...Vivono de' frutti de la terra e àn da mangiare e bere assai. Sono uomini di grande sollazzo che non attendono se non a sonare istrumenti e in cantare e ballare...

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martedì 27 luglio 2010

Una esperienza mistica.

Come si evince da questo kakemono zen del grande maestro Hakuin, la ricerca interiore non è una cosa da prendere così sotto gamba. Serve impegno e concentrazione. Occorre seguire una precisa via per essere condotti alla liberazione finale, il Nirvana. Mi sapete appassionato di filosofie orientali, dunque non vi stupirà questo mio bisogno interiore che mi ha condotto, ieri ad una dura giornata di meditazione e digiuno per preparare allo stesso tempo la mente ed il corpo a questa necessità, liberandolo per quanto è possibile dalla sua parte più oscura e peggiore.

Duole dirlo, ma per noi neofiti, non abituati a queste cose, nella situazione conventuale in cui mi ero ritirato ieri, un sia pur piccolo aiuto, è venuto dalla chimica e un po' me ne vergogno, anche se per per questi motivi spirituali ed esoterici se ne possa ammettere l'uso, rara avis. D'altra parte l'uso di droghe nelle pratiche spirituali, è noto fin dall'antichità. L'importante è poi non abusare, come in tutte le cose. Ma questo, come ho detto è un percorso che non si può percorrere in solitudine. Solo l'aiuto di un guru che sappia vedere quello che tu non puoi e che ti aiuti con la sua saggezza ad eliminarlo, può farti arrivare al termine di questa esperienza mistica. Così oggi ho avuto l'incontro col maestro. Lo conoscevo da tempo e sapevo anche della sue infinite esperienze che quasi come gemme (nomen omen) adornano il suo essere come un' aureola.

Nella ovattata tranquillità del tempio dove accoglie i suoi discepoli, è facile liberarsi delle proprie vesti terrene per lasciarsi andare ai suoi comandi, supino in attesa di accogliere in te la ricerca della verità, dopo aver preso la corretta posizione di meditazione, come il seizà nello zen. Le due gentili e crisochire sacerdotesse, officiano il rito con cura, manipolando gli oggetti sacri senza sottilinearne l'aspetto inquietante, poi, senza quasi che tu ti accorga di nulla, la voce suadente del maestro riesce a trovare l'entrata segreta della tua anima ritrosa, dove recitando mantra salvifici, penetra impietosamente, scoprendo i tuoi segreti più intimi, li esamina con metodo, riesce senza che tu ti accorga e senza urtare la tua sensibilità ad individuare il tuo lato oscuro, lo isola, lo allaccia, lo estirpa.

Quando finalmente senti la tua mente libera dalla sua presenza ed allo stesso tempo l'inquietudine scivola via allo stesso modo in cui si era insinuata dentro di te, comprendi di aver compiuto per intero il cammino della purificazione interiore e puoi lasciare il chak mol, dove avresti potuto essere immolato, lasciando al posto della tua corporeità truce, fragili correnti d'aria, quasi uno smaterializzarsi del sé, che ha seguìto gli stadi fisici della materia, dal solido al liquido, infine al gas etereo. Chi può dire se gli spazi interstellari ne sono pieni? Non lo sapremo mai. Grazie oh maestro, che hai saputo guardare dentro di me con occhio benevolo e grazie a voi, Claudia e Lorella, dolci ancelle dal tocco delicato e gentile che mi avete accompagnato in questa esperienza quasi extrasensoriale.




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lunedì 26 luglio 2010

Guardare in sé stessi.


Lasciare i monti e scendere a valle. Da una parte cielo azzurro e aria fresca; che meraviglia, mentre qui aria spessa, pesante, quasi lattiginosa, zanzare moleste e altro ancora. Perchè dunque? Chissà, forse un bisogno segreto di introspezione, una ricerca meditativa che mi permetta di vedere cosa c'é dentro di me. Non sono cose che si ottengono subito, ci vuole tempo e pazienza, concentrazione e soprattutto mondarsi psicologicamente e materialmente delle proprie pecche che al pari delle scorie lordano la nostra interiorità. Liberarsi. Ho cominciato stamattina. Domani mi incontrerò col mio guru. Vi dirò cosa sono riuscito ad ottenere. Intanto la montagna rimpianta rivive in questa lirica di Li Po.


In montagna un giorno d’estate.

Agito lieve un bianco ventaglio di piuma,
Seduto con la camicia aperta nel bosco verde.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra sporgente;
Il vento dei pini fa piovere aghi sulla mia testa nuda.


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sabato 24 luglio 2010

Caldo o freddo?



Quando fa caldo, mi vien da pensare al freddo. Non al fresco come forse sarebbe più naturale, ma proprio al freddo freddo, quello tosto che ti è capitato qualche volta e ti ha fatto soffrire. Una volta ero sempre gelato. Quando ero in montagna, gli amici mi prendevano in giro, perché ero sempre carico di maglioni e giacche a vento pesantissime, anche quando gli altri erano in maglietta; non mi facevo mancare neanche guanti e calzettoni. Poi è stata la Russia che deve avermi cambiato. Temperature micidiali e neve sconfinata tra betulle fino all’ultimo orizzonte, ghiaccio lungo i muri, stalattiti trasparenti che cadono dai tetti. Adesso non mi pare di sentirle più le basse temperature. Ho sempre caldo e non tremo più quando tira il vento gelido dell’Assietta.


Inutile dire che i miei cosiddetti amici, diranno che è tutto dovuto allo spesso strato di lardo che, estendendosi sottopelle attorno al mio corpo, mi protegge come i trichechi, dai rigori invernali. E’ vero che in quel periodo ho messo su un bel kiletto all’anno ed alla fine tutto questo conta, ma non credo che sia solo una questione lipidica. Quando ero a Mosca, che strano, nei miei ricordi mi sembra sempre che fosse inverno, faceva sempre un freddo becco. Uscivi da un ambiente caldissimo, magari un po’ appiccicaticcio per l’aria viziata e dall’odore umano caratteristico, nessuno aveva certo la volontà di aprire le mezze finestre con doppi e tripli vetri per fare entrare le folate di nonno gelo e ti trovavi sui larghi marciapiedi scivolosi di ghiaccio della Tvierskaija, mentre l’aria gelata ti penetrava sotto i vestiti prendendoti come in una morsa.


Ti stringevi nella dublijonka spessa e ti calcavi ancora di più la shapka di pelo sulla testa per proteggere le orecchie, ma quando al termine di un respiro affannato sentivi un dolore secco in fondo alla gola, quello era il segnale inequivocabile che il termometro era sotto i 25°C. Non riuscivi neanche a camminare in fretta per raggiungere un luogo riparato, ristorante o albergo che fosse, i pantaloni si attaccavano alle gambe indurite, duri essi stessi come fossero di compensato spesso ed il passo si faceva difficoltoso, pesante. Poi arrivavi alla meta e che sollievo togliersi tutti gli strati di dosso, rientrando nell’aria dolciastra di un calore esagerato, asciugandosi gli occhi lacrimanti. Un alternanza di inferno di ghiaccio e di fuoco che forse forgiava il corpo, chissà, ti levava la mania di lamentarti. Quella volta, appena usciti dai padiglioni della fiera, nelle strade scure e senza luce del primo pomeriggio di un fine gennaio, non sentivi neanche l’odore pungente della benzina bruciata di bassa qualità.


Il Vigilante che stava dritto e immobile vicino alla sbarra, pareva l’omino Michelin, tante giacche e imbottiture aveva addosso e tra visiera di pelo e sciarponi, si vedevano solo gli occhi sofferenti di dover resistere fuori senza neanche una goccia di vodka, battendo i piedi per non congelare. Non ci controllò neanche i pass, mentre andavamo verso la macchina. La maledetta, non voleva saperne di partire e anche lui ci venne a dare una mano a spingere, verso la leggera discesa, tanto per scaldarsi. Appoggiammo le mani dietro, ma quando la macchina partì, il mio collega si mise a gridare come un matto, non aveva i guanti e la pelle dei palmi era rimasta attaccata alla lamiera. C’erano 32°C sotto zero. Quando fa freddo, fa freddo.

venerdì 23 luglio 2010

Shui, Bing.

Quando fa caldo si pensa ad una sola cosa, fresco liquido che scorre. Tutto il mondo è paese; in Cina, dove quando fa caldo ufficialmente non si possono superare i 39,5 °C (a 40 °C la regola imporrebbe la sospensione del lavoro nelle fabbriche, vecchia legge che la moderna competizione economica ha fatto cadere in desuetudine, si prefeisce correggere il termometro per non turbare l'armonia), così come a Mosca, dove l'amico Ferox, boccheggiante mi invita a riflettere su questi due ideogrammi.

Il primo, Shuǐ - 水, l'acqua, è anche uno dei cinque elementi fondamentali e come tale riveste grande importanza anche nella lingua, dove il carattere e la sua semplificazione come radicale (ricordate le tre goccioline che cadono, con la terza che rimbalza graziosamente, usata in un gran numero di ideogrammi per dare l'idea di qualcosa di liquido? es: vino - 酒 , mare - 海) sono usati in un gran numero di parole.


L'acqua era fin dall'inizio rappresentata da tre linee sinuose verticali, una che sosteneva il flusso centrale con due rivoletti laterali, quasi fossero una graziosa cascatella, come armoniosamente viene raffigurata ancora nel carattere moderno, in cui i tre flussi sono un po' più contorti e paiono saltare tra i massi del torrente. Lo troviamo un po' dappertutto. Unito a Vento abbiamo Feng Shui - 风水, l'arte di costruire seguendo i concetti della natura che va di moda anche in occidente; pensate che ad Hong Kong il grattacelo della banca centrale, oltre ad essere messo di storto nella strada, ha anche un buco altro tre piani al centro per far passare il vento sfavorevole, perché così ha consigliato l'esperto.


Unito a Fiore dà: Shui Huà - 水花 , che significa Spray, concetto moderno reso con poesia, lo spruzzo raffigurato come un fiore di acqua profumata. Con Sciagura (costituito da Fuoco sotto al tetto, tanto per capirci) forma Shui Zai - 水灾, che significa alluvione. Perchè l'acqua può essere amica o nemica. "L' acqua sostiene la nave, ma può anche rovesciarla" recita il proverbio, cinese naturalmente. Ma con questo caldo l'acqua, la vorremmo solo nella sua forma solida. Ecco che quando l'acqua gela, sulla superficie forma venature e crepe, si raggruma in piccoli gruppi di aghi.


Così per dire Ghiaccio, Bīng - 冰 , il carattere mette le consuete goccioline accanto al segno di acqua, ma non ce la fanno a cadere in tre come di solito, dopo la seconda scesa fuori, la terza non ce l'ha fatta ad uscire, è rimasta bloccata, ghiacciata dentro il tubo, è così rimasto solo un ghiacciolo striminzito.


Secondo altri, i due trattini, forse indicavano due lingotti di bronzo, per evocare l'impressione di freddo che il bronzo dà al tatto; l'ennesimo proverbio cinese recita: "Il ghiaccio e' fatto di acqua, ma e' piu' freddo", per indicare forse che l' allievo, puo' superare il maestro. Ma io riesco solo ad avere in mente la graziosissima figlia del mio amico che implorava di avere un Bīng qī lín - 冰淇淋 , il flusso di gocce gelide, espressione poetica che raffigura solo un bel gelato!



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giovedì 22 luglio 2010

Gamberi croccanti.


Ma sì, il movimento lento estivo, comune a quanti sono ancora in città, invita alla calma ed alla meditazione e sapete per me cosa significa. Voglio quindi farvi una ulteriore segnalazione, valida per chi, Alessandrino, certamente già la conosce, ma a cui vale sempre la pena ricordarlo e per chi di passaggio da queste parti volesse una indicazione sicura. Il ristorante Il Duomo, in una conveniente posizione centrale, via Parma 28. Avrete lasciato la macchina nella vicina Piazza Libertà o nel comodo e semideserto parcheggio coperto di via Parma e dopo aver guardato in su verso i 108 metri del secondo campanile più alto d'Italia, vi metterete comodi nelle ovattate, due salette interne.

Io eviterei l'ammiccante dehors, causa zanzare, che in questa stagione cominciano a diventare fastidiose. Non sto ad elencarvi il menù succinto ma molto intrigante che potrete esaminarvi con calma nel sito ben curato qui e da cui ho tratto la foto; noi abbiamo approfittato, dopo un preantipasto gentilmente offerto, di delicate capesante su crema di zucchini con gamberoni croccanti leggerissimi, crudo di ricciola profumatissimo e gamberi e tortino caldo con noci, patate e spinaci con fonduta e tartufo nero; al primo raviolini del plin di orata e gamberi (avrete capito che ci piacciono i gamberi) dal sentore di mare, crespelline ai porcini e fonduta di toma e tagliolini alla chitarra con pomodorini e acciughe, ruspanti ma delicati, e tagliata di fassone tenerissima.

Dopo un pre-dolce al mango, la calda serata estiva vi farà scegliere tra i gelati e i sorbetti rigorosamente fatti in casa, come i pani e la petit patisserie che accompagnerà il caffè, il tutto ottimamente presentato. Dalla sterminata cantina (date un'occhiata alla carta!) sceglietevi una buona bottiglia. Noi non abbiamo potuto evitare di accompagnare il cioccolato con un bicchiere di barolo chinato Cocchi che vi metterà in pace col mondo. Un menu degustazione a 42 Euro vi potrà tentare, ma se vi contentate di due piatti più il dolce rimarrete sotto i 40 Euro, che mi sembrano un ottimo rapporto qualità/prezzo di questi tempi. Se volete portaci un amico, farete la vostra figura.


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mercoledì 21 luglio 2010

Il Milione 21: Fibra d'amianto.


Dunque riprendiamo la carovana dei nostri amici Polo che, dopo aver lasciato Kashgar, si trovano davanti all'immenso deserto del Gobi, dove tutto è limitato e difficile e nei bivacchi tra le dune si saranno accontentati di carne secca e al più insalate di cavoli (vedi la relativa ricetta di Acquaviva), avendo come unici compagni, i soli animali che possono affrontare questi spazi al limite della vita.

Cap. 56

...e qui àe l'entrata de lo grand diserto di Lop (Gobi) e è tamanto che si penetrerebbe a passare bene uno anno, ma per lo minore si pena lo meno a trapassare uno mese. Egli è tutto montagne e non avvi nulla da mangiare e molti uomini ne sono già perduti e questo gran diserto del sabion si traversa co' camegli.

Non c'è nulla di più affascinante e di più terribile dei deserti. Oggi ti ci puoi avventurare in auto e con ogni genere di sicurezza, eppure, se lasci il mezzo, se ti allontani pochi passi e superi la prima
duna, ti apri ad un nuovo orizzonte e non vedi più dietro di te la pista, ecco, ti senti subito perduto, si insinua dentro l'ansia di non ritrovare la strada, di non uscirne più. Oppure ti siedi e rimani a contemplare quell'immensità di onde di sabbia che si perdono lontane, ti confondi nel cangiare dei colori che le dipingono, diverse ad ogni ora del giorno, ti fai sommergere dalla mancanza di confini, dall'assenza di tutto. Non puoi non essere travolto da un assieparsi di sentimenti contrastanti, stupore per la bellezza, timore per l'assenza di vita, rispetto per il mistero di un ignoto che pure vorresti, scoprire, penetrare, conoscere.

Io sono sempre stato morbosamente attratto da questo ambiente all'apparenza ostile all'uomo e quando ho potuto, ho cercato di avvicinarmi, fossero le dune del deserto islandese, il reg sassoso algerino o il deserto di roccia egiziano, la sabbia infinita dell' erg di Zagora in Marocco, il rosso cupo del Namib, il giallo intenso del Rub-al Khali arabico o della Death Valley, il Tar indiano terroso o quelli dove sono solo arrivato ai margini come quello di Gibson in Australia o proprio il Gobi così ben descritto da Marco, come sempre in maniera essenziale e mercantile, perché anche qui non manca di segnalare cose utili, sfatando con concretezza chiacchiere e leggende.

Cap. 59
...quivi àe una vena onde si ha la salamandra che non è bestia come si dice, ché neuno animale puote vivere nel fuoco, ma da la montagna si cava e fa fila come di lana; poscia la si fa seccare e lavare e la terra si cade e rimane le file come di lana e si fanno panno da tovaglie che si pongono nel foco e divengono bianche come neve. Queste sono le salamandre e l'altre sono favole...

Ecco trovato e descritto anche l'amianto, che evidentemente ben si conosceva già allora. Il deserto metterà pure paura, ma gli affari sono affari.



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Pelle d'orso.

martedì 20 luglio 2010

Buon Compleanno.


Quando compie gli anni una persona speciale, è difficile trovare qualche cosa di davvero importante da dirle, specialmente se ti sta vicino da qualche anno e ti sembra di non trovare parole nuove per farle capire quanto è importante per te e come avere il privilegio di averla vicina sia un premio tutto sommato piuttosto immeritato (già da piccola aveva previsto chi le sarebbe capitato e forse un po' se ne doleva). Ma mi basta guardarla o sfiorarle una mano e lei mi ha già capito. Forse basta Buon Compleanno Tiziana.

lunedì 19 luglio 2010

Recensioni. Fleischhauer: Un enigna color porpora.

L'estate è il momento per le mie scarse letture, per cui i miei seguaci (ormai penso si potrebbe fondare una setta) non se ne avranno a male se ripesco cose vecchie e ben conosciute, ma questo passa il convento e vi dovrete accontentare, al più, dite la vostra. Dunque il libro, anche questa volta è un giallo da alto pascolo montano, ma con qualcosina in più. Intanto, questo Enigna color porpora, uscito otto anni fa, ha un congruo sottofondo storico, molto preciso e circostanziato.

Con i consueti artifici letterari del vecchio manoscritto ritrovato che si riferisce ad un fattaccio di alcuni secoli prima, il bravo, direi, Fleischhaueur, partendo da un famoso ed inquietante quadro del Louvre, Gabrielle d'Estrée al bagno, tenta di risolvere il caso misterioso della morte di questa favorita di Enrico IV. Un vero e proprio giallo storico, intricato e pieno di soluzioni parallele, approcciato in maniera rigorosa e quasi scientifica, ma al contempo di scorrevole e divertente lettura.

Hai voglia di vedere come va a finire e ti rinfreschi un periodo storico molto interessante, che magari hai un poco lasciato nel dimenticatoio. Ben descritti gli ambienti d'epoca e la situazione politica ingarbugliata del tempo, mantenendo una suspence dignitosa fino alle ultime pagine. Qualcosa in più di un semplice poliziesco a cui si dedica volentieri un caldo pomeriggio all'ombra carezzevole dei pini.

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sabato 17 luglio 2010

Cronache di Surakhis 31: La vergogna dell'onestà.

L’estate su Surakhis era torrida ed implacabile. Le nuvole cariche di cloro non riuscivano a schermare i raggi e durante il giorno non si scendeva mai sotto i 50°C. A quelle temperature non si sentiva neanche più la puzza delle centrali a merda e tutti si muovevano lentamente, come imbalsamati. Pochissima gente nelle strade, ben coperti dalle tute condizionate, qualche badante gentile e premurosa, come tutte le immigrate andromediane, incaricata dai famigliari di accompagnare un anziano in piazza. Lo lasciavano lì, ben esposto alla luce; in genere non durava più di due o tre ore. Alla sera i robopulitori risucchiavano la carcassa rinsecchita, senza sporcare nulla. Paularius era inferocito e non certo per la temperatura. Sembrava che d’estate si risvegliassero tutti i rompiscatole del pianeta. Avevano cominciato in sordina e di sorpresa. Certo Cesare, l’imperatore lungocrinito, non si aspettava che con una maggioranza del 99,8 %, il suo governo avesse dei problemi. I due membri dell’opposizione, un po’ dispersi tra i mille rappresentanti del popolo che lui aveva scelto accuratamente, si facevano sentire poco, sia perché aveva avuto cura di selezionarli tra i bonobo muti del continente sud, sia perché appartenevano a due partiti diversi ed in feroce lotta tra di loro. Inaspettatamente i problemi erano sorti invece proprio all’interno del PDM, il Partito del Malaffare, che tanta fatica gli era costato istituzionalizzare. Si erano create subito molte correnti, tutte in lotta tra di loro, i BG, Banditi Grassatori che intendevano conquistare tutti gli appalti solo con la violenza e senza stare a perdere tempo con la distribuzione di giuste tangenti, i SIM , un gruppo religioso simoniaco che pretendeva l’obbligo di trasformare le tasse in acquisto di speciali indulgenze, i CUL, Corruttori uniti liberi, a cui sarebbe bastato approvare una corretta tabella per i vari gradi di corruttele amministrative, contabili e della giustizia, volevano in pratica soltanto ordine e libertà mentre la FIG, Fondazione Interna Gaudentes et putaneros, non chiedevano altro di essere lasciati in pace nelle loro riunioni e di poter dare qualche ministero anche minore, come quello dello Spettacolo Porno, a una delle Vestales che utilizzavano per le loro manifestazioni culturali di approfondimento. Così, a causa delle delazioni incrociate, erano saltati fuori membri del governo che rubavano meno del dovuto; neoassunti, selezionati non secondo corretti gradi di parentela, ma in parte competenti nelle mansioni affidate loro; addirittura l’appalto per la fornitura all’Imperial Lupanare, era stato assegnato senza tangente, anzi pare che le dodici operatrici scelte, tutte diplomate in arti erotiche, fossero le più abili Stimolatrix di Nexus IV e nessuno degli invitati dell’Imperatore aveva lamentato alcunché. Il mondo andava proprio a rovescio. Questi farabutti, colti in flagrante, non solo non si vergognavano di queste azioni moralmente deprecabili e destabilizzanti per una società ordinata e funzionale, ma protestavano innocenza, si dichiaravano offesi e contrariati per le accuse, che asserivano false e pilotate, assicurando di poter dimostrare carte alla mano, di aver preso le giuste tangenti, di aver corrotto i pertinenti responsabili, di aver raccomandato parenti e amici. I loro sodali si dichiaravano fiduciosi in una sollecita risoluzione dell’incidente e generalmente chiudevano il fatto con un:- Ma se gli elettori li hanno votati, pur sapendo che erano onesti, vorrà dire che a loro va bene così, non vi pare?- Comunque qualche cosa bisognava fare. Paularius chiamò in interfono criptato (era stato l’unico modo per evitare di essere intercettati, dopo anni di tentativi per fare approvare la legge antiascolto) i due personaggi più compromessi e li convinse a dare dimissioni formali, con tutti gli onori e piccolo monumento alla memoria. Tra un paio di mesi, col ritorno del fresco nessuno si sarebbe ricordato di niente e sarebbero rientrati nel giro, magari come rifornitori di Vestales, che era sempre un compito gradevole.

venerdì 16 luglio 2010

Il Milione 20: Pelli d'orso.

I nostri amici Polo, che abbiamo lasciato tranquilli per un po', hanno superato Karakorum e i monti Altai e sfiorando il deserto del Taklamakan, chissà che caldo, e se ne vanno verso nord in cerca di strada più agevole. Non è ben chiaro se arrivano fino al lago Bajkal, che non viene citato specificamente, però di certo Marco descrive la regione circostante, l'attuale Burjatia, che era stata attravarsata durante la variante di viaggio di padre e zio, pochi anni prima.
Cap. 70

...una contrada verso tramontana, la qual si chiama lo piano di Bangu (Burjatia) e dura ben 40 giornate, a capo del quale l'uomo truova lo mare Ozzeano. La gente son chiamate Mecricci (i Mekrit che vivono a sud del Bajkal, nella zona di Chita, paese conosciuto solo dai giocatori di Risiko) e son salvatica gente; egli vivono di bestie e 'l più di cervi. Non hanno biade ne vino; la state hanno caccia e uccellagione assai, di verno non vi stae né bestie né uccelli per il grande freddo....

Accidenti se faceva freddo su quella riva ghiacciata del Bajkal. -32°C, mi assicurava Valentin, scrollando la testa perchè non faceva più quel bel freddo sano di un volta, mentre mi mostrava la lunga pista percorsa dai camion sulla superficie di ghiaccio spesso quattro metri che attraversava diritta l'immenso lago da una sponda all'altra. Ci voleva vendere corna di cervo e bile di orso, cose che, forse si trattavano anche 800 anni fa. Per le pellicce c'erano dei giri loschi, tutta roba che aveva già le sue strade, al pari di diamanti, petrolio e compagnia bella.

Nel ristorante dell'albergo ci ordinò una Okha bollente (vedere qui la ricetta di Acquaviva), la minestra/zuppa di pesce di lago che qualcuno dei tanti puntini neri lontani, fermi per ore sul ghiaccio davanti a un buco nel ghiaccio verde, aveva pescato. Sul fianco una bottiglia di vodka e una trivellina per bucare la superficie. I pesci presi, di fianco, già belli che surgelati, una catena del freddo cortissima. In testa pesanti colbacchi di volpe o di ondatra. Questa, lo aveva già capito Marco, è terra di pellicce e l'amico Zhenja pensa ancora adesso alle magnifiche pantofole di pelle di orso che gli riscaldavano le serate moscovite davanti alla televisione. Terra estrema, selvatica e selvaggia, piena di mistero, dove l'estate dura un giorno, dove l'uomo non è contadino, dove è subito sera e le stelle sono difficili da guardare.
Cap. 70

...e vi dico che questo luogo è tanto verso la tramontana che la tramontana (la stella polare) rimane arietro verso mezzodie...

Quando si dice esageriamo!





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giovedì 15 luglio 2010

Si fa presto a dire UFO


Quando scoppia la calura e tutti sono in vacanza non ci sono notizie da pubblicare, così, come diceva un mio amico, d'estate escono fuori gli UFO, che in Italia si chiamano OVNI. Certo qui da noi non ci sono problemi, né crisi, né ladri della cosa pubblica da cacciare o chi se li è votati è ben contento di averli ed è infastidito di sentirne parlare, ma di qualcosa i telegiornali devono pur parlare, quei minuti vanno riempiti. Così dopo Belen che molla Corona ed Ely che non si sposa più, saltano fuori i dischi volanti. Mi direte, ma anche in Cina? Per forza, quelli copiano sempre tutto e si dovranno pure mettere al passo. Laggiù li chiamano fei die (碟) "piattini che volano".


Però loro sono sempre un po' esagerati. Sarà che sono arrivati per ultimi al benessere, sarà che voglio far vedere di non essere gli ultimi della classe, ma le cose le fanno in grande. Ecco dunque che qualche giorno fa dalle parti di Hang Zhou, salta fuori un bel disco volante che fa le solite cose, gira, osserva, vola qua e là per un'oretta e poi se ne va. Di più, lo vedono in migliaia di persone, mica qualche vecchia guardia rossa piena di birra di riso, lo fotografano a più non posso (vedi la foto in testa al post), addirittura chiudono degli areoporti al traffico, mica chiacchiere. Il telegionale mostra i filmati. Anzi se volete vedere un telegiornale cinese che è sempre un'esperienza clikkate qui; poi parte il consueto insabbiamento governativo, forse non è vero che abbiamo chiuso gli aeroporti, la notizia non è confermata, i blogger sono cortesemente invitati a cancellare la notizia e lì quando ti invitano, non è che ci si può rifiutare, sarebbe scortesia.


Tutte cose già viste, come a Barnaul nella Russia Asiatica il 26 gennaio 2001 alle 16.28, quando un OVNI era rimasto più di un'ora ai margini della pista di atterraggio prima di andarsene tranquillamente come da relativi segnali radar registrati. Oppure come il famoso avvistamento di Caselle del 1973 quando un Ovni aveva stazionato ed effettuato manovre sull’aeroporto torinese per circa un'ora e mezzo, muovendosi tra gli zero e i 4000 km/h, tracciato dai radar e seguito nei suoi movimenti da alcuni aerei di linea dell'Alitalia e uno da turismo. Anche qui, una telefonata da Roma mise poi a tacere la vicenda con alcuni consigli "convincenti".


Poi verrà l'autunno e altri problemi più importanti verranno e gli UFO se ne torneranno da dove sono venuti fino alla prossima estate. E il fresco si porta via anche i cerchi nel grano, essendo poi quest'ultimo ormai mietuto. A proposito date un'occhiata a questo comparso a Poirino il 13 giugno, una vera opera d'arte. Quei burloni però conoscono bene la matematica a giudicare dalle formule che ci ficcano dentro. Va bé, ho capito, anche se sono solo le 7:00, fa già caldo e i neuroni sbattono contro le pareti dello scatolotto, vado a farmi un bel bicchierone di tamarindo gelato, così si rinfrescano le idee.



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mercoledì 14 luglio 2010

Per un caro amico.


Quando qualcuno ci lascia è sempre una cosa triste. Anche se è una piccola palla di pelo di cui non sei mai riuscito a vedere bene gli occhi, che però indovinavi acquosi e pieni di tenerezze e di affetto. Felici solo per il fatto che ti poteva stare vicino, che poteva sentire la tua presenza. Era un caro amico dei miei cari amici e per questo, un poco, era diventato anche amico mio.


Aveva adottato anche me nella cerchia dei suoi affetti e anche quando sentiva la mia mano che lo accarezzava, muoveva freneticamente la sua coda pelosa, anche se magari, vecchio com'era, non ne avrebbe avuto voglia. Faceva sempre più fatica a camminare, però avrebbe voluto sempre accompagnare i suoi amici in montagna, pur di stare con loro, perchè l'affetto è più forte della fatica e dell'età.


Noi, da vecchi diventiamo biliosi e ce l'abbiamo con tutti e con tutto. I cani no, anche in questo sono diversi da noi; l'affetto che sanno dare, non diminuisce mai, forse perchè non sono capaci di tradire. Anche a me mancherà molto il vecchio Pinco e mi piacerebbe solo pensare che ha avuto una vita ragionevolmente lunga, serena e felice. Ed è stato tanto amato. In fondo non è una cosa che possono dire in molti.



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martedì 13 luglio 2010

Sono un tipo da chinotto.

Sarà il caldo o lo spunto che mi ha dato oggi l'ottimo Bressanini, ma la chiacchiera di oggi la voglio fare su quello che bevevo da ragazzino. Intanto fin verso i tredici anni bisogna considerare che non avevamo il frigorifero e così son sempre stato perseguitato dalla voglia di bere un bicchiere di acqua fresca. Certe cose forse ti entrano dentro e diventano parte del Dna. Oggi, se l'acqua non è bella gelida non mi disseta, ma la maledizione deve avermi sempre accompagnato, quando viaggiavo in camper, il frigo non ha mai funzionato bene, negandomi sempre il piacere della frescura che il liquido gelato ti procura scendendo nella gola riarsa. Mah. A casa mia si beveva l'acqua "viscì" ovverossia l'idrolitina del Cavalier Gazzoni che mio padre confezionava due volte al giorno sciogliendo le bustine di polvere misteriosa dentro le bottiglie con la macchinetta che ancora conservo. Ha continuato ad essere l'unica bevanda della sua vita, fino a due anni fa quando se ne è andato a 96 anni, l'acqua minerale liscia che gli comperavo ogni tanto, non la beveva, sapeva di niente. Bisogna dire che era assolutamente imbevibile quell'acqua divenuta frizzantissima e il suo gusto di lisciva l'ho ritrovato solo anni dopo nelle acque minerali gasatissime dell' Unione Sovietica, una specie di Barjomi occidentale ante litteram dunque. Non c'erano i succhi di frutta allora, ma non crediate che non si bevesse come dice il marketing, con gusto. La faceva da padrone il tamarindo Erba, spesso sciroppo viola dal gusto particolarissimo e piacevole; la goccia spessa scendeva, versata con attenzione e si spandeva come una nuvola scura nel liquido trasformando l'acqua fiacca, in una bevanda deliziosa e dissetante. Anni dopo, non si trovava più, soppiantato da infami sciroppi di bassa qualità e minore prezzo, di certo cinesi o similari, direbbe il TG1. Mio padre, tanto insistette col direttore del suo vicino supermercato che ripresero le forniture ed ancora oggi lo ritrovo e lo serbo come un presidio slow food. A Torino invece andava per la maggiore la menta Sacco specifica di Pancalieri, noblesse obblige. Le bibite, a quel tempo in cui non esisteva la cocacola, erano pochissime e quasi tutte di produzione locale, tranne forse l'aranciata San Pellegrino, ma solo per gente di alto rango. Io, invece ero gente da chinotto, non da spuma però, considerata robaccia da bar, dove veniva spillata da bottiglioni doppio litro. Invece l'unica bibita accessibile per i ragazzi, era la gazzosa, archetipo di tutte le bibite future. La facevano in bottigliette di un vetro spessisimo e di seconda scelta, quasi granuloso e con diverse gradazioni di verde. Ad Alessandria, chissà perchè, era chiamata la Bicicletta. La bottiglia era tappata da una pallina interna di vetro lattiginoso verde pallido che la pressione del gas tratteneva contro il collo e che si premeva col pollice verso il basso per aver accesso al prezioso liquido. Poi si rompeva la bottiglia (alla faccia del recupero) e si prendeva la biglia che faceva premio su quelle di coccio. Chi ne aveva di più era più ricco o un grande bevitore, oppure era più bravo a giocare a spannacetta. Poi vennero le biglie multicolori, arrivammo sulla luna e anche quella perse la sua aura di status simbol. Che sete, adesso vado a farmi un bel bicchierone di tamarindo gelato. Salute papà.
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lunedì 12 luglio 2010

Sportivo è una parola grossa.


Si fa presto a dire: non sei sportivo. Intanto se uno è grasso, diciamo leggermente sovrappeso, non più di una trentina di chili certo, questa menata dello sport come metodo per consumare calorie, oltre che terribilmente noioso e privo di interesse, diventa anche una sorta di stress psicofisico che non fa bene, anzi è di certo foriero di più gravi problematiche. Se poi anche lo sport come spettacolo diventa delusione e noia, allora andiamo a goderci una serata al fresco tra le frasche, con una fetta di anguria in mano che è meglio.


Aver visto un campionato del mondo mediocre, con una finale tra squadre mediocri, buone solo a tirarsi calcioni nello stomaco, le migliori comunque tra tanta mediocrità, con partite condizionate da errori di arbitri mediocri, mentre la tua nazionale è stata cacciata come ultima del girone più debole e scalcagnato, è sintomo chiaro di un mondo che si è adagiato e si crogiuola nella crisi e nell'impotenza, nell'incapacità di reagire al sopruso e all'arroganza, con l'intelligenza, la ragione, la bellezza; piegandosi all'oscurantismo, alle religioni, all'immobilismo del potere più becero. Siamo diventati tutti grassi nel cervello, ci siamo adagiati in comode nicchie di benessere in cui la mancanza di fame, ha fatto nascere la pseudocultura dello slow food.


Eppure nel dopoguerra eravamo tutti bei bambini che parevano volenterosi di fare, figli di un baby boom che sembrava voler cambiare il mondo. Veramente io, magro magro non lo sono mai stato, anche quando, piccino, la mia mamma mi portava dal fotografo con la maglietta che mi aveva fatto ai ferri con relativo fiocco di palline al collo (ero peraltro un bellissimo bambino, come si può ben vedere, e tale sono rimasto), salvo un brevissimo periodo servito ad intortare quella poverina della mia GS (gentile signora) che evidentemente, obnubilata dall'amore, avrà creduto che sarei rimasto bellissimo per sempre; diciamo che ero un bambino grassoccio, anche se molto carino. Un po' molle in verità, che non riusciva ad arrivare in cima alla pertica e per questo motivo tentava sempre di farsi esentare dalle lezioni di educazione fisica, per evitare la derisione dei malevoli compagni.


Allora andava di moda la pallacanestro nelle scuole, i maschi erano una quindicina per classe e anche coi cambi qualcuno doveva rimanere fuori giocoforza. La palestra del nostro liceo era una cantina piuttosto vecchia e piena di spigoli, pericolosi anche per giovani dalla vitalità prorompente. Così era necessario che qualche allievo a caso venisse messo a protezione delle esuberanze liceali. Così toccava sempre a me fare da paraspigoli, dopo che alla prova dei fondamentali tre passi, non riuscivo mai a buttarla nel cesto. In effetti, però, non provavo alcuna frustrazione. Forse da lì nasce la mediocrità di una nazione.





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