sabato 29 maggio 2010

Martin Gardner, un filosofo dei nostri tempi.

Qualche giorno fa, lo hanno già ricordato in molti, se n'è andato Martin Gardner. A 95 anni, segno ulteriore che coloro che cercano di far funzionare i neuroni, hanno più possibilità di campare, ci ha lasciato così un personaggio che per tutta la vita si è occupato di giochi logico-matematici. Giocava coi numeri e con le idee, sempre teso a dimostrare la preponderanza della ragione sull'accondiscendenza al non dimostrabile, sempre disponibile al dubbio. Era prima di tutto un filosofo come tutti i grandi matematici, ma ciò che lo attraeva maggiormente era entrare nel meccanismo dell'enigma, per scioglierlo, per trovarne il grimaldello che porta alla soluzione. Una delle chiavi della vita. Si era occupato anche di smascherare le pseudo scienze e le magie varie che sempre di più tendono a circuire la credulità dell'uomo sfruttandone il suo innato desiderio di trascendente. La sua rubrica su Scientific American, in cui inventava nuovi giochi o andava a riscoprire quelli antichi, da Lewis Carroll (altro straordinario matematico e poeta) al lontano passato, arricchendoli di varianti e divertenti osservazioni, aveva migliaia di appassionati. Io ne conobbi il lavoro alla fine degli anni '60, con la diffusione dell'edizione italiana. Eh sì, allora eravamo ragazzi strani, ma in grande compagnia e nel nostro covo di universitari in via Ormea, le nostre letture andavano da Le Scienze al Mondo di Pannunzio, l'Urania settimanale, Bertrand Russell e Linus con i commenti di Del Buono. Tutta roba che ci ha bacato le menti definitivamente, lasciandovi virus resistenti ad ogni tentativo di debugging, che non ci permette ancora oggi di accettare assunti senza almeno ragionarci sopra, metterli in discussione, esitare sempre prima di prendere per oro colato quello che ti vogliono far apparire come evidente, quasi scandalizzandosi se vuoi approfondire, se vuoi capire se il meccanismo sta in piedi o se ti prendono solo per il naso. Tanto per rimanere in tema, colgo l'occasione per proporvi qui un suo bellissimo e difficilissimo enigma tratto dal suo libro, che ho ripescato in fondo allo scaffale, a cui nel '69, per averlo, sacrificai due o tre settimane di paghetta e che mi travolse per sempre in questo mondo.
Una gara difficile.
Tre scuole - Washinton, Lincoln e Roosvelt - fecero un incontro di atletica. Ogni scuola un solo concorrente per ogni gara. Susanna della Lincoln seguiva il suo compagno campione di getto del peso. A casa il padre le chiese cosa aveva fatto la Lincoln.
- Lui ha vinto il getto del peso, ma Washinton ha vinto il meeting con 22 punti, mentre noi e Roosvelt siamo finiti alla pari con 9 punti.-
- E quali erano i punteggi per le gare?-
- Non mi ricordo, so solo che il primo riceveva un certo punteggio , il secondo un po' meno e il terzo come ovvio ancora meno, (tutti numeri interi) uguali comunque in tutte le gare. E non mi ricordo neanche quante sono state le gare, sai, a me interessava solo il getto del peso.-
- E chi ha vinto il salto in alto?-
Susanna, confermò che c'era stato, ma che non ricordava chi lo avesse vinto.

Non è facile (la spiegazione occupa assai più spazio dell'enunciato), ma c'è soluzione unica. Provateci anche voi. Quindi grazie Martin a nome di tutti quei ragazzi che hai appassionato a queste cose e se ne hai la possibilità, dove sei adesso, continua a giocare con le idee e prima di credere a quello che vedi, mi raccomando, chiedi spiegazioni.

venerdì 28 maggio 2010

Il Milione 14: Datteri e pesce secco.

Accidenti ragazzi, è quasi un mese che abbiamo abbandonato la carovana dei Polo negli sconfinati deserti persiani e credevo di averli ormai persi di vista, invece sono ancora da quelle parti (e quindi li raggiungiamo affannosamente, seguiti a breve distanza tra le dune dalla nostra vivandiera che ha già le casseruole fumanti -andate a dare un'occhiata, mi raccomando-, mentre loro procedono al ritmo lento della camminata del dromedaro), perchè in effetti a quel tempo, laggiù, c'era parecchio da curiosare e da valutare e la strada si calcolava a giornate di cavallo. Ricordiamoci che i nostri amici erano lì per cercare opportunità, si direbbe oggi, mica per fare i turisti e perdere tempo. Dunque proprio per questa ragione, invece di prendere subito la strada verso nord, che li porterà alla meta, vanno a dare un'occhiata sulla costa del mare arabico, che doveva essere piuttosto affollata, crocevia di strade che, via mare o via terra, portavano le merci da oriente verso occidente. Sulla strada certo si guardano attorno, rimanendo attoniti, credo, al vedere le mura di Bam.
Cap. 34/35
...in questo piano àe castella e città murate di terra per
difendersi......a Kreman (Kirman) sonvi le pietre che chiaman turchese in gran quantità che si cavan dalle montagne e hanno andanico (sorta di acciaio noto come ferro indiano) assai. ...In questo reame suoi frutti son dattari e pistacchi, frutti del paradiso (le banane) e altri che no son di qua. Avvi buoi grandi, bianchi come nieve, le corne grosse e ànno uno gobbo alto due palmi, son forti oltre misura e sono la più bella cosa da vedere.

Le sue osservazioni, ovviamente sempre calibrate a valutare quali siano le cose più preziose e commerciabili, non possono fare a meno di registrare la meraviglia che coglie tutti coloro che arrivano alle coste dell' oceano indiano, al vedere la quantità di frutta, i grandi zebù e in generale le differenze di vita causate da un clima assai difficile.
Cap. 36
...Passate due giornate, è lo mare Ozeano e un porto ch'à nome Cormons (Hormuz, già allora gli stretti avevano una posizione strategica) e quivi vegnono d'India per nave tutte ispezierie, drappi d'oro e denti di leofanti e altre mercatantie assai e da qui le portano per tutto lo mondo e da qui portano in India li più begli cavagli.

Ecco in due parole valutato l'import-export di questo snodo chiave del commercio del XIII secolo. Ma il problema comune a queste areee di tutta la penisola araba fino allo Yemen, è il caldo incredibile a cui il nostro Marco non era certo abituato.
Cap. 36
...quivi è gran caldo e inferma la terra molto...e da marzo innanzi non si truova niuna cosa viva e verde sopra la terra se non lo dattaro....qui si fa vino di dattari e altre ispezie e chi non è uso a berne o a mangiar queste cose, 'l fa andare a sella e purgalo. Non usano nostre vivande che infermarebbero incontanente ; anzi usano per loro sanità pesci salati e dattari e con essi dimorano sani....essi adorano Malcometto e èvi sì gran caldo che se no fosse li giardini co molta acqua , ch'egli hanno, non camperebbero.

Questa sensazione di impossibilità a vivere non può non cogliere chiunque visiti questi paesi, assieme alla frequenza della maledizione di Montezuma (o sindrome del Faraone) così ben accennata nel caso di uso improvvido della cucina locale. Io ci casco sempre, come recentemente ho avuto modo di relazionare, ma proprio leggendo queste righe sono tornato per incanto ad un tremendo pomeriggio in cui attraversavo con fatica le stradine del mercato di Hodeida, un porto yemenita, già un tempo importante sulla costa del mar Rosso. Era agosto e oltre 50°C, l'aria ferma e spessa, quasi collosa, rendeva difficile il respiro. Tentavo inutilmente, in quel paese dalle ombre corte, di camminare a filo dei muri che nascondevano i bei giardini a cui faceva cenno il nostro, nella inutile ricerca di una protezione. Tra i banchi di pesce secco (lo stesso di certo che aveva visto Marco otto secoli prima) e di montagne di datteri accorpati in un'unica massa zuccherosa, attraversai la strada per spostarmi da una tenda all'altra, per raggiungere un piccolo ristorante che serviva spiedini e zuppe di pesce. A metà del cammino sentìi quasi un mancamento e solo grazie all'appoggio di Tiziana (donna di ferro che non soffre né il caldo, né il freddo, mio unico sostegno anche in giovinezza) raggiunsi una delle sedie scalcagnate, dove mi abbandonai sfinito anche se allora avevo trenta chili in meno di fardello da trasportare. Ci nutrimmo alla meglio sotto gli occhi sonnacchiosi di un tale che esibiva una grande jambia (il pugnale yemenita che tutti gli uomini devono portare) dal manico in corno di rinoceronte alla vita ed un gran bolo di foglie di qat nella guancia che continuava a masticare con aria sognante. Le osservazioni di Marco sull'effetto dei cibi locali trovarono conferma a partire dalle dodici ore successive.


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mercoledì 26 maggio 2010

Cronache di Surakhis 29: La manovra di bilancio; tagli e sacrifici.

Sacrifici, sacrifici. Questa parola continuava a martellare la testa di Albertus, pulsava con ferocia, facendogli gonfiare le vene sulle tempie ormai coperte di rada peluria grigia. Ma non c'era più niente da fare, inutile disperarsi, ormai il decreto sui tagli era stato promulgato e le conseguenze non si sarebbero fatte aspettare a lungo. Non c'era altra scelta che la fuga. Aveva preparato a lungo un piano, quando le voci sempre più frequenti e minacciose che andavano a scalfire la dura crosta di ottimismo che l'Imperatore sbandierava da mesi, erano diventate un tam tam generalizzato; adesso era ora di metterlo in pratica. Poche ore prima, tutti gli schermi olovisivi avevano mandato in onda a reti unificate il dibattito parlamentare in cui il Gran Ciambellano aveva esposto i punti chiave della Manovra. L'esposizione dettagliata dei provvedimenti con la pedissequa elencazione dei tagli necessari e previsti era durata poco più di mezz'ora. Twoseas parlava con voce bassa e monotona, senza usare mai la parola "sacrifici" come era stato precisamente imposto dal Lungocrinito, sarebbe stata di cattivo auspicio e avrebbe avuto un impatto negativo sul morale della popolazione. Tagli, tagli ed ancora tagli. Su questo soprattutto si basava il perno del provvedimento e tutti avrebbero dovuto dare il proprio contributo, anche i membri del governo e i loro sodali. Appena terminata l'esposizione, dai banchi dell'opposizione si era alzata qualche timida mano, ma le telecamere avevano subito zoomato sul viso serio del Ciambellano che stringeva ancora di più le fessure quasi chiuse sotto i suoi strumenti di visione spessi e antiquati. Era stato necessario vaporizzare solo tre deputati che insistevano per parlare e in pochi minuti si era passati a discutere del più importante provvedimento che avrebbe abolito la comunicazione verbale e scritta che non fosse di argomento sportivo e dio solo sa quanto ci sarebbe stato da parlare col Campionato universale di palla quadra che stava per cominciare. Albertus aveva preso subito la sacca che, preparata da giorni, stava nella parte posteriore del suo cubicolo al di fuori dell'occhio della telecamera principale, ed era uscito velocemente nella notte aggiustandosi alla meglio la maschera di respirazione sul volto. Non sentiva neanche le zaffate di puzza che la centrale a merda rilasciava in maniera copiosa durante le ore notturne. Raggiunse il bosco in fretta nonostante la sua menomazione. Se avesse continuato con quel ritmo avrebbe raggiunto il confine con le Badlands prima del sorgere della terza luna e sarebbe stato salvo. Nessuno lo avrebbe cercato laggiù. Si tolse la maschera respirando profondamente sotto gli alberi, gli effluvi della centrale non si avvertivano quasi più. Si sedette soltanto un poco, si ripromise, per riposarsi e chiuse per un attimo l'ultimo occhio che gli era rimasto. I sardar spuntarono come per magia tra i grandi tronchi neri e gli gettarono addosso la rete a induzione che lo immobilizzò all'istante. Non riuscì neppure a piangere mentre lo riportavano al centro di prelievo. Non lo consolava più di tanto il fatto che questa volta i Tagli sarebbero stati generalizzati, che ognuno avrebbe dovuto contribuire secondo le sue capacità e secondo la sua posizione. Come dettato con precisione dalla Manovra, i Tagli questa volta sarebbero stati rivolti a tutti. Ma Albertus non si faceva illusioni, sapeva bene che a lui avrebbero tagliato anche l'altra gamba, con la scusa che così sarebbe stato più bilanciato, mentre i giornali riportavano in prima pagina che a tutti gli esponenti politici sarebbero state soltanto tagliate tutte le unghie anche se per i dodecapodi non era uno scherzo, come aveva sottolineato il ministro della Funzione Pubblica, ripreso in un video mentre inaugurava un nuovo centro di sodomizzazione sociale. Niente mani nelle tasche dei contribuenti, aveva ricordato il Ciambellano, per effettuare le ablazioni testicolari di soppiatto come in passato, tutti tagli alla luce del sole. Non piangeva più Albertus mentre stava ormai nudo sul tavolo dei sacrifici; aveva capito che era stata Sylvia a denunciarlo durante il servizio obbligatorio settimanale di escort che rendeva alla locale sede di massaggi del partito. Le luci delle lampade si fecero più forti, quasi accecanti mentre le lame sottili degli agenti del fisco si avvicinavano asettiche.


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martedì 25 maggio 2010

Cambogia: Istruzioni per l'uso.


Adesso è ora di finirla con questa Cambogia. Ho visto che una parte preponderante dei miei amorevoli lettori si sono stufati e aspettano ansiosi che io cambi argomento. Intanto quello che mi ha dato questo viaggio, quello che questa mente, ottusa dal tempo, è riuscita a recepire, quello che ha creduto di capire, rimarrà dentro di me, non dico per sempre perchè le sinapsi si fanno via via più lasche, ma certe sensazioni mutano indelebilmente qualche cosa dentro e alla fine non sei più lo stesso di prima. Inoltre molte cose che sono state avvertite magari come poco importanti o trascurabili, lavorano all'interno, indipendentemente dalla tuo stato cosciente e alla fine qualcosa producono. Quindi lasciamole lavorare in pace. Però mi corre l'obbligo, alla fine del racconto delle sensazioni, delle nuances e degli stati d'animo, di dare una serie di indicazioni pratiche per coloro che, istigati da quanto ho detto, fossero colti dalla voglia di ripercorrere i miei itinerari. Dunque ecco qualche consiglio generico, ma credo utile. Se qualcuno vuole aggiungerne qualcuno , è benvenuto, arricchiremo il post in maniera utile (vero Jakie , Pierangelo o chiunque altro?).

1. Periodo di viaggio.

Se decidete come me, per aprile (parte finale del periodo secco) sappiate che è certamente il periodo peggiore in assoluto, quindi caldo disumano e perdita delle vedute più caratteristiche (e forse più belle) del paese, l'immensa distesa delle risaie verdeggianti e obbligo di vedere le zone degli abitatori delle acque nel periodo di secca, ma di contro avrete il vantaggio di non essere costantemente nel fango e sotto l'acqua (tra maggio e settembre), mentre se sceglierete il periodo migliore (ottobre-febbraio) sarete sommersi da una folla di turisti che vi faranno sembrare Angkor Wat una piazza San Pietro il giorno della Messa del Papa. Vi assicuro che vedere alcuni templi in solitudine è cosa assolutamente straordinaria. Inoltre non avrete mai problemi di prenotazione.

2. Trasporti e spostamenti.

In città il tuktuk è il mezzo perfetto in assoluto (trattare sempre il prezzo) mentre tra città e città il metodo migliore sono le molte compagnie di pulmann, confortevoli, frequenti, puntuali ed economiche i cui biglietti si possono avere anche presso l'albergo in cui starete.Utilizzare i trasporti in barca solo per fine turistico.

3. Comunicazioni.

Qualunque alberghetto, anche nei posti più sperduti, offre postazione internet gratis con cuffie e Skype. Al limite acquistare una SIM locale a 7 $. Ricaricando 10 $ si fanno una decina di telefonate in Italia.

4. Pernottamenti.

Ce n'è per tutte le tasche, ma se non avete esigenze eccessive, il costo di una miriade di guest houses con uno standard accettabilissimo (A.C, doccia e acqua calda) va dai 10 ai 20 $. (trattare anche qui il prezzo). Potrete anche farvele prenotare da quella precedente. A titolo di esempio segnalo Hotel Star in centro, nuovo, molto bello, camera a 15 $.

5. Cibo.

Cucina locale valida e non aggressiva, nei luoghi turistici contaminata da quella occidentale, quindi senza problemi. Solite precauzioni gastroenteriche (che io non rispetto mai e alla fine pago pegno). I ristoranti già belli vi sfameranno con 5$, a 10$ siamo già nell'elegante. Segnalo, ma solo come esempio. A Battambang - Geco Cafè, in centro (piatti unici sui 4$). A Siem Reap - La tigre de papier in Pub street (ma anche molti altri locali della via) piatti internazionali e khmer attorno ai 4 $, pizza ottima, birra alla spina 0,50$. A Phnom Penh - Khmer Suri, molto elegante (amok di pesce, germogli e vegetables, costine alla griglia super, pollo all'anacardo, spring roll e frutta + bevande per 4 persone a 32$ totali, in un ambiente molto gradevole. - Jakob's Well - cucina khmer e internazionale, stessi costi, dove contribuirete anche a una buona causa in quanto gestito da una associazione per la protezione dei bambini. Non fate follie per non perdere la Happy Herb's Pizza, si tratta certo di fogliette di marjuana come topping, ma in pratica è come se fosse rucola.

6. Mercati.

Trattate su qualunque cosa anche se si dichiara un prezzo apparentemente fisso. Al mercato Russo di Phnom Penh trattare attorno al 50%, negli altri attorno al 30% della richiesta iniziale. Ricordate che lo stesso prodotto è sempre presente da molte parti e una trattativa non conclusa vi farà capire che quel prezzo è troppo basso, così potrete regolarvi in quella successiva per lo stesso oggetto. Il venditore sa qual'è il prezzo minimo a cui può scendere, voi no e dovete scoprirlo. Eheheheeh, fa parte del divertimento.

7. Posti top imperdibili (tra quelli che ho visto).

Angkor Wat, Bayon, Ta phrom, Benteay Srey, Bang Mealea tra i templi. Museo Tuol Sleng. Un villaggio della gente delle palafitte. Il lago Tonle Sap. Phnom Banan e Phnom Sampeau a Battambang. I mercatini nei piccoli paesi. Cercate di imbucarvi in qualche matrimonio, ne troverete parecchi lungo la strada, si riconoscono dai tendoni arancioni.

8. Sicurezza

Nessun problema particolare in tutti i posti e a qualunque ora, totale assenza di pericoli vari, le grane solo per quelli che se le vanno a cercare (trane le ovvie cautele da usare in tutto il mondo).

Ma soprattutto: lasciarsi andare al ritmo del paese. E buon viaggio.




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lunedì 24 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 18: Cavoli nordcoreani.


Eccoci tornati alla base, con la fretta degli ultimi giorni prima della partenza. La furia di aver dimenticato qualcosa, la frenesia degli ultimi acquisti ai mercatini, il rammarico di quanto non si è riuscito comunque a vedere, a partire dai ragni di Skun, e per non aver programmato qualche giorno in più, la sottile malinconia di lasciare i nuovi amici appena conosciuti. Così si va per un'ultima cena d'addio al ristorante Nord Coreano, una chicca da non perdere. Infatti, pare che questo paese, un po' chiacchierato abbia pensato bene di fare una operazione di immagine, aprendo questo ristorante dove viene servito un menù tipico, circondati da tutte le bellezze del paese. Una gigantografia del monte innevato più alto della Nord Corea campeggia sul fondo e una serie di cameriere veline, volteggia qua e là con grazia orientale. I clienti sono tutti Coreani del sud, in giro per affari che affollano rumososamente i molti tavoli dell'ampia sala. Il re del pasto è il famigerato kimchi, ovvero il cavolo fermentato, che accompagna tutti i piatti tipici del paese; Pare che sia un ottimo disinfettante naturale per lo stomaco, che fornisca vitamine e sali minerali in abbondanza e che prevenga il cancro, quindi kimchi a gogo. Abbiamo poi avuto germogli di soia e verdure, deliziosi agnolotti fritti, un bel pescione grigliato con patate e melanzane e gran finale con un pollo talmente carico di peperoncino da far gonfiare le mucose tenerelle degli occidentali disabituati. Intanto le tenere camerierine, che le malelingue dicono esser tenute strettamente segregate all'interno dell'albergo, scelte accuratamente dopo lunghe selezioni, per avvenenza e fedeltà al regime, cessano la loro funzione di amabili servitrici e salgono sul palco per esibirsi in uno spettacolino di musica e karaoke apprezzatissimo dai presenti. Pensate dunque alla mia sorpresa quando quattro sorridenti e gioiose fanciulle cominciano ad intonare un assolutamente inatteso Happy birthday dear Enrico, tra gli applausi che il folto pubblico, con gli occhi, che fiumi di birra e vino di riso avevano ormai ridotto a fessure indistinguibili, rivolti verso di me, mi indirizzava con calore. Gli amici, dispiaciuti che avessi passato il mio genetliaco solo e disperso tra le jungle del nord, hanno pensato di farmi questa improvvisata che un po', devo dire, mi ha commosso. Lo spettacolo è poi proseguito fino al gran finale in cui si inneggia alle bellezze del paese e si rimarca il fatto che la nazione è una e una sola, mostrando a tutti il dito indice alto verso il cielo. Seratina deliziosa. Cerco così di vincere l'affanno immotivato dell'ultimo giorno. Si passa qualche ora sul lungo fiume, dove il Tomle Sap incontra il Mekong, per diventare un immenso mare ancora prima di cominciare il delta. Qui la vita scorre serena, i venditori di cibi di strada passeggiano tranquilli; vicino, piccoli templi dove signore ben vestite pregano e offrono bastoncini di incenso, prima di andare da un ragazzino accoccolato con una grande gabbia stipata di uccellini. Per una piccola mancia se ne prendono uno tra le mani, rivolgono gli occhi al cielo e poi lo lasciano andare, donandogli la libertà. Un tenera illusione, certo anche loro sapranno che i volatili, addestrati, torneranno presto dal loro carceriere, in una sindrome di Stoccolma animalesca, ma questa illusione di liberare un' anima, ha comunque un prezzo e forse risponde ad un bisogno interiore che non è necessario giudicare. Un ultimo salto alla collina del Wat Phnom, il tempio della città, nel cui giardino, una gran folla si raduna a vedere spettacoli, a sentire musica, a giocare al tradizionale volano coi piedi e dove molti vanno a pregare. La cima della collina è dominata dall'alto stupa bianco e seduto sotto gli alberi, respiri l'ultima aria di Phnom Penh, circondato da monaci arancioni, che ti paiono così giovani, così concentrati, così assorti nella loro meditazione, da non accorgerti quasi che la maggior parte di loro sta muovendo velocemente i pollici per digitare SMS sui cellulari che tengono distrattamente, anche se discretamente, appoggiati tra le pieghe dei grandi mantelli arancioni.

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Coccodrilli a colazione.

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domenica 23 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 17: Coccodrilli a colazione.


Stoung è solo un piccolo paese sulla strada per Phnom Penh, la Lonely neanche lo nomina. Uno slargo sulla nazionale, un distributore di benzina, la guesthose di fronte e una serie di piccole strade laterali che si perdono nella campagna tra le risaie. Il fiumiciattolo che scorre di fianco, lo Stoung appunto, è ridotto ad un rigagnolo e pescarci l'acqua da trattare con l'acquedotto, è diventato un problema. Nella cittadina un po' di attività, che vanno dagli allevamenti di coccodrilli di cui si può gustare lo spezzatino in molti locali, ad un piccolo imbottigliatore di acqua, il mercato, una piazza dove ieri sera si proiettava un film all'aperto con un improvvisato schermo fatto con un grande lenzuolo, una storia d'amore tra le risaie. Qualche bancarella con i palloncini da rompere con le freccette per vincere un pelouche o una scatola di biscotti, una festa di paese come tante, in tante parti del mondo. Dalla terrazza, la vita ti scorre sotto già la mattina presto. Proprio davanti alla fermata degli autobus una donna ha aperto un tavolino. Ha due grandi contenitori, uno pieno di noodles, l' altro di una broda dove galleggiano frammenti di difficile riconoscimento e verdure varie. La gente si avvicina, lei prende un piatto di metallo smaltato, lo passa in un secchiello pieno di acqua lurida per sciacquarlo, poi con una mano afferra una manciata di noodles, li ricopre con una mestolata di di brodo e li serve in mano ai clienti con un paio di bacchette prese da un mazzo che spunta da un bicchierone di latta. I clienti si siedono su una panca di fianco e in pochi minuti si pappano la colazione e restituiscono le stoviglie con qualche centinaio di Riel. La donna ripassa il tutto nel secchiello e le rimette tra quelle pulite. In mezz'ora ha servito almeno una trentina di persone, un'attività commerciale assolutamente redditizia. Nel paese infatti c'è movimento, girano soldini, il mercato è colmo di merci, dappertutto pubblicità di telefonini, il prodotto più ambito. I miei amici hanno lavorato qui per una settimana, è stato fatto qualche arginello a valle per garantire un po' di acqua fino all'arrivo del monsone e adesso che l'acquedotto è stato dotato di un sistema automatico di clorazione ed è stata fatta l'istruzione al personale, tutto funziona bene e si prevede che gli allacciamenti aumenteranno in maniera consistente. E' passato qualche anno da quando è entrato in funzione e il drastico calo dei problemi legati a malattie gastroenteriche è un segno molto rassicurante. Però il progetto per un terzo acquedotto è fermo, mancano i fondi per adesso, la Comuntà Europea per il momento ha altro a cui pensare e non si sa quando si potrà parlarne in termini concreti. Per il momento ci si contenta di questi piccoli interventi, per farlo funzionare meglio in modo che dia qualche reddito da poter reinvestire nell'impresa. Non è male vedere che quando qualcuno chiacchiera poco, ma ha buona volontà di fare, le cose funzionano. Anche perchè quando le cose vanno avanti, comincia a girare un volano positivo che coinvolge un po' tutto. Noi ce ne torneremo oggi nella capitale, ancora un paio di giorni e finirà anche questo mio percorso. Siamo qui ad aspettare il pulmann che purtroppo non si fermerà a Skun, lungo la strada, dove la specialità sono gli enormi ragni pelosi, che vengono serviti fritti in grandi canestri, dicono gustosissimi; all'autogrill troveremmo solo grilli in composta e uccellini appena schiusi glassati, ma sono specialità per amatori, io mi sono già riempito a colazione con la famosa omelette di cipolle, vanto della guesthouse Sokimek. Mentre trascinavo il mio valigione verso l'uscita, per poco non calpestavo due topini che correvano verso la cucina, ma erano decisamente lenti per essere topi, ho guardato meglio e mi sono tranquillizzato, erano solo due blatte, marroni e carnose, un po' grosse davvero però.

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Solo nella foresta.

venerdì 21 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 16: Solo nella foresta.


Oggi sarà una giornata lunga. Alle 5:00 la donnina della pensione Bun Nath, che io mi ostino a chiamare Bunpàt grazie al costo, mi ha preparato la consueta omelette col riso. Anche il proprietario, ancora assonnato, viene a salutarmi con grande calore. Guardo ancora la postazione internet free (4 PC con cuffie e Skype in una pensione da 13 $ a notte), le loro tastiere con appiccicati i caratteri cambogiani e i loro windows taroccati e poi salto sul costosissimo mezzo che ho dovuto procurarmi per questo lungo giro fuori dai sentieri battuti. Questo è uno degli svantaggi di muoversi da solo. Questa tour mi costerà quanto le quattro giornate precedenti, albergo compreso, un bel verdone da cento, ma anche se ho trattato alla morte come un cammello egiziano, non sono riuscito a scendere sotto questa cifra. L'autista è un ragazzotto dall'apparente età di dodici anni, con le unghie (di tutte le dita, non la consueta mignolesca) talmente lunghe, da sperare che non mi afferri il collo se non lo mancificherò, le mie giugulari ne sarebbero irrimediabilmente tranciate. Per ora la strada è buona e risale verso le foreste del nord, che a poco a poco diventano più fitte, gli alberi più alti, i bassi arbusti, più impenetrabili. I gruppi di capanne diventano più rari ai bordi della strada, circondati dal verde in piccole radure di terra rossa che una agricoltura primitiva tenta di strappare al bosco, secondo il devastante modo del taglia e brucia. Forse pochi sanno che i maggiori danni all'ecosistema forestale del mondo non lo hanno fatto le multinazionali del legno, ma i milioni di agricoltori primitivi che ancora oggi usano questa tecnica; ma questo è un lungo discorso che va ad inficiare tutta la religione del buon selvaggio che conosce e ama la natura e si guarda bene dal mettersi contro la Grande Madre Terra che conosce e rispetta. Nessuno, specialmente chi ci campa sopra, vuole ammettere che l'uomo è un parassita inquinatore del pianeta per il solo fatto di vivere e di esistere. Beng Mealea, la mia prima meta di oggi, è un grande complesso templare perso nella jungla, poco frequentato e di raro fascino. Il mio pulmino (che spreco, nove posti tutti per me solo) si ferma nel vicino villaggio che, di primo mattino è però, già sveglio ed in piena attività. Lo gnomo, privo probabilmente di corde vocali, mi indica un ponticello su uno stagno, che poi si rivela essere il grande fossato che circondava il tempio e si dispone alla cura delle sue mani, brandendo una grande limetta da unghie, dopo aver abbassoto lo schienale del mezzo. Passo il ponte e mi inoltro nel bosco. Un paio di cartelli all'ingresso, assicurano che gli Italiani hanno sminato con cura tutta l'area (speriamo abbiano lavorato bene; che curioso però, prima una ditta italiana ha guadagnato per vendere queste porcherie, poi il nostro stesso paese ha speso un sacco di soldi per andare a toglierle; misteri del commercio internazionale). Comunque mi tengo al centro del sentiero segnato, anche per le esigenze fisiologiche, come suggerisce la Lonely; meglio farsi trovare in una posizione imbarazzante che avere qualche sorpresa peggiore. Comunque non c'è un'anima viva. Poi tra grandi alberi slanciati dalla corteccia bianca e sfilacciata, un basso muro in rovina. Entro attraverso un varco, probabilmente un portale crollato e dopo poco il tempio emerge tra il verde fitto, soffocante. Tutte le costruzioni, basse e pesanti sono avvolte dalla jungla che ha lavorato a lungo, insinuando le sue radici maligne tra le pietre, sollevandole, indebolendone le strutture principale, tentando di vincere l'opera umana scalzandone le fondamenta, rivoltandone le pietre ad una ad una come fossero un gran mazzo di carte da mescolare e confondere. Ma non è stato così facile o per lo meno ci vorrà ancora un po' di tempo per finire il lavoro. I muri perimetrali, anche se ricoperti di grandi tronchi sono ancora ben riconoscibili e le basse torri, anche se in apparente equilibrio instabile, puntano ancora orgogliosamente verso gli scampoli di cielo che si aprono tra la massa verde che si affanna cercando di ricoprire il tutto. (Frase fatta: E' un posto magico). Rimango a lungo a godermi questa lotta muta, immobile solo in apparenza; intorno soltanto i suoni della foresta. Dopo un po' una scultura grigia, rannicchiata alla base di uno stipite sembra muoversi, lentamente. Di fronte a situazioni inusuali, la mente dà risposte imprevedibili, fa apparire mostri in fondo ai laghi, muta animali in uomini. Mi avvicino con cautela. Non era pietra, ma un custode che mi guarda senza espressione, come l'Avatar di un viedeogioco. Senza parlare, fa un cenno e si avvia lungo il cornicione esterno. Lo seguo meccanicamente lungo un percorso quasi obbligato, arrampicandomi su cumuli di pietre crollate, di livello in livello, aumentando il grado di difficoltà. I cortili interni sono colmi di pietre crollate, qualche stupa ha ceduto definitivamente alle forze preponderanti del bosco, altri sembrano precariamente in bilico, pochi resistono con sereno orgoglio. Giriamo a lungo nell'interno del tempio, secondo un percorso apparentemente casuale, ma forse obbligato. Di tanto in tanto, il mio Vigilio si ferma, mi indica un portale un po' nascosto, una statua che emrge a fatica tra le rovine, oppure semplicemente guarda uno scorcio, come colpito egli stesso, che qui ci vive, da questa bellezza straordinaria. Poi abbassa la testa e si riavvia. Non mi sono accorto, ma sono già passate due ore quando ci ritroviamo ad un altro varco del muro di cinta. Lui si ferma, è arrivato ai confini del suo mondo e mi libera, previa mancetta, per lasciarmi tornare nel mio. Giro un po' nel villaggio; c'è una piccola scuola gremita di ragazzini che si scopre essere un orfanotrofio. Vorrei entrare a dare un'occhiata, ma una americanotta tarchiata all'ingresso, mi fa capire che non è 'ccosa, anche se i ragazzi, dal cortile, mi salutavano con gran vigore. Così torno a risvegliare il mio Caronte unghiuto. Altre due ore per una cinquantina di chilometri per raggiungere un sito ancora più selvatico. Koh Ker, l'antica capitale abbandonata da oltre mille anni nelle foreste del nord. Su un'area di 30 chilometri quadrati rimangono una quarantina di templi ancora incredibilmente ben conservati. Per ogni piccolo quadrante un rassicurante cartello che indica il paese che ha partecipato allo sminamento, questa era una delle aree più ricche di questi deliziosi oggetti. Non sto più a tediarvi sul fascino di queste costruzioni, nascoste tra gli alberi, ognuna da ricercare nel bosco tra le radure con qualche capanna qua e là. Nel tempio più grande, una immensa piramide grigia, incontro diversi bambini che tornano da scuola con una gran voglia di famigliarizzare col naso lungo. Faccio la consueta distribuzione di biro, sempre apprezzatissime, ricordatevene, quando andate in questi luoghi, e percorro chilometri a piedi. Anche il caldo sembra mordere meno o forse sarà la magia del posto che non lo f sentire. Comunque andarsene è difficile, ma mancano ancora un paio di orette per arrivare a Stoung, la mia meta di questa sera, dove mi aspettano gli amici, che hanno quasi finito il loro lavoro all'acquedotto locale. Altro che sognare nella jungla. Lì c'è gente che ha sete, qui invece si chiacchiera soltanto. Un po' mi sento in colpa, ma quando arrivo alla Guesthouse Sokimec, davanti al distributore, sono talmente stanco che neanche mi accorgo che non c'è ancora corrente e le pale del ventilatore cominceranno a girare, forse, tra un paio d'ore. Non 'c'è neanche il lavandino, né lo sciacquone, anche se hanno appena montato una tazza nuova di pacca, ma la casserola di plastica dentro al secchiellone pieno funge benissimo e poi per 4 dollari a notte cosa pretendi.

giovedì 20 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 15: Case sul fiume.

Oggi pausa dalla realtà virtuale dell'archeologia e tuffo nella realtà reale del popolo dell'acqua. In Cambogia ci sono centinaia di migliaia di persone che vivono sull'acqua. Sui fiumi e sull'immenso lago Tonlé Sap che occupa tutta la parte centrale del paese, espandendosi e riducendosi di cinque volte, gigantesca cassa di espansione in cui rifluisce anche l'acqua del Mekong, quando l'intensità del monsone impedisce al mare di ricevere la massa di precipitazioni. La straordinaria ricchezza biologica di questo bacino, ha consentito lo svilupparsi di una vera e propria civiltà lacustre, fatta di villaggi di palafitte, di case-barca, di zattere galleggianti, di insediamenti provvisori che sfruttano a seconda dei periodi le parti affioranti durante le secche. In aprile il livello minimo consente a queste genti di spingersi avanti nel lago, su isolotti affioranti e argini malfermi che con l'abbassarsi del livello, vanno ricoprendosi di verde tenero e provvisorio. Kampong Khleang è il più grande insediamento fluviale del paese e si sviluppa per alcuni chilometri lungo le rive di un immissario minore del lago. La strada per arrivarci abbandona la nazionale ad una quarantina di chilometri da Siem Reap e percorre un alto argine lungo il bordo destro del fiume. Di tanto in tanto gruppi di capanne si raggrumano, in vicinanza di uno slargo, attorno ad uno spazio sterrato e polveroso dove subito trovano spazio i banchi di piccoli mercati improvvisati. C'è un gran movimento di biciclette, motorini e carri colmi di derrate; a volte la strada è occupata parzialmente da stuoie coperte di riso messo a seccare al sole, diversamente i bambini sono padroni assoluti degli spazi di fronte alle capanne. Il fiume a lato è ormai un rivolo secco maleodorante, una fogna imputridita che non riesce neppure più a scorrere verso valle, una poltiglia fangosa in cui finisce tutto quanto e da cui comunque la comunità trae vita, cibo e acqua. Man mano che ci si avvicina all'area più popolosa, si rimane impressionati dall'altezza delle palafitte che emergono dal fondo del fiume e che mostrano chiaramente dove può arrivare il livello durante la piena. Le capanne ed anche le case meglio strutturate sembrano in precario equilibrio su sottili pali di oltre dieci metri di altezza, sottili e fragili all'apparenza, che forse proprio per questo si moltiplicano fino a formare una fitta ragnatela di liane a cui le abitazioni, più che sostenute, paiono appese. La gente le raggiunge con lunghe scale appoggiate agli ingressi, alcune fungono da negozi, altre da officine o magazzini. Dappertutto la vita ferve vorticosa. Sullo spazio centrale una camionetta con tanto di megafono fa propaganda elettorale, scommetto promettendo meno tasse e più riso per tutti. Un sentiero fangoso scende verso un imbarcadero affollatissimo di natanti di ogni tipo, incuneati tra nasse giganti, bilance e trappole di canne e marchingegni per la cattura del pesce di grandi proporzioni. Una cooperativa di pescatori ha capito che i turisti rendono e ti porta a fare un giro fino al lago per un paio d'ore per una cifra esorbitante. Ma almeno sono soldi che rimangono qui, nella comunità e non sembrano un furto. A passare tra le case galleggianti guardando la vita che scorre attorno a te, par di guardare un film neorealista. Tutti ti salutano, anche se si stanno lavando alla meglio immersi nella melma giallastra, qualcuno rema veloce per portare ad un vicino mercato una barca piena di frutta, altri tornano dal lago carichi di foraggio acquatico o col risultato della pesca. Al contrario di quanto si avverte quando si gira per le campagne, dove sempre provi una sensazione di tranquilla pigrizia, di serena lentezza, qui tutto ha un aria più frenetica e caotica; forse per il sovraffollamento o per il senso di sporcizia e di disordine, anche se allegro, che traspira dalla difficoltà di vivere in queste condizioni. E' un giro istruttivo, che ti mostra come si riesca ad andare avanti in assoluta "normalità" anche in situazioni che, solo descritte, potrebbero sembrare insostenibili. Quando la barca mi riporta sull'argine, faccio un lungo giro a piedi tra le baracche, mi sembra più opportuno chiamarle in questo modo, per cogliere ancora qualche frammento di vita, per cercare di capire quanto sia adattabile la specie umana. Poi il mio tuk tuk riprende la via del ritorno. Ci fermiamo ad un banchetto che vende riso e cocco, cotto dentro a grosse canne di bambù. Ormai l'intestino si è placato oppure si è piano piano abituato. A tutto ci si abitua, anche condizioni impossibili possono diventare vita quotidiana, assoluta normalità. Al ritorno, liquido il mio driver dopo quattro giorni, con una generosa mancia, più dello sconto che mi aveva fatto dopo una estenuante trattativa. Dappima non capisce, poi mostra la sua soddisfazione Rado, sì come l'orologio, che ha appena preso la patente e spera al più presto di mollare il tuktuk e di passare ad un auto vera. Un progresso sociale che lo rende pieno di orgoglio e di speranza. A sera mi porta in centro a Pub Street, ma non vuole essere pagato, dice che gli porterò fortuna.


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mercoledì 19 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 15: Manghi maturi.

Oggi lascio l'area di Angkor per godermi il Benteay Srey, forse il tempio più raffinato della Cambogia. Anche se sono solo le sette del mattino l'aria calda arriva a zaffate, fastidiosa come colpi di phon dati con distrazione da un parrucchiere ubriaco, quando i capelli sono già asciutti. Andiamo verso colline lontane ed i piccoli gruppi di capanne che sfilano lungo la strada sono sempre più miseri ed essenziali. Nei grandi orci disposti intorno ai muri di foglie secche di palma, un residuo di acqua piovana verdastra, segno che la stagione secca è al suo culmine. Anche se di tanto in tanto si addensano masse minacciose di nuvole nere, il cielo non è ancora disposto a lasciarle sfogare, a consentire che l'acqua scorra a torrenti per ridare vita e speranze ai campi bruciati, alle gole arse. Si sente lontano, qualche tuono, mendace segnale di una promessa che anche oggi non sarà mantenuta. Il tempio isolato nella jungla è l'ennesima scoperta, rosso di pietra corrosa dal tempo, circondato da un fossato ormai trasformato in scarna palude in cui i loti sbocciano con fiori bianchi e violetti. Sono come al solito solo ad inoltrarmi nel sentiero che conduce al basso portale d'ingresso; un guardiano assonnato, mi controlla di malavoglia il biglietto e finalmente posso fare un giro attorno ala cinta muraria da cui si godono splendide viste del complesso. Entro dalla porta nord, dove la consueta orchestrina di invalidi da mina, la cui presenza mi suggerisce che non rimarrò solo a lungo, comincia un concerto personalizzato per il suo unico spettatore. Non posso sottrarmi e lasciato il consueto obolo, entro tra i muri cadenti e cammino nei cortiletti ricoperti di piccole costruzioni. Tutta la costruzione è estremamente armoniosa e proporzionata. La parte centrale poi, è anche completamente leggibile e completamente conservata. I fregi che ricoprono le facciate, i frontoni, gli stipiti e gli architravi sono di tale raffinatezza da farti rimanere a lungo davanti ad ognuno, per poterli apprezzare, con calma, in questa luce fantastica che colora tutto di arancio scuro. Le volute complicate delle foglie e dei rami si intrecciano in modi complessi; le divinità raffigurate, nelle loro posizioni più steretipate, ma ricche di dettaglio, impressionano per la loro accuratezza. Hai voglia di fermarti a lungo, scambiando solo il tuo respirare corto con quello più disteso e pieno della foresta, dalla quale viene una continua serie di rumori, di sbattere d'ali, di grida d'animali. Rimango ancora, seduto davanti ad un lingam imponente circondato ancora dai residui delle devozioni, finchè non arriva un gruppo di giapponesi a spezzare l'incanto e a ricordarmi che comunque bisogna andare. Intorno il bosco, nelle cui radure si insinuano le risaie, è ricco di vita; ogni pozza è la salvezza per qualche bufalo stanco. Risaliamo ancora la collina, fino allo Kbal Spean, un luogo santo nel fitto della foresta, che si raggiunge dopo un faticos(issim)o cammino, lungo un sentiero contorto e ripido, tra alberi giganteschi che ricoprono di rami il cielo, da cui pendono liane a rendere ancor più problematico il procedere. Il torrente, meta del cammino è però quasi in secca e le sculture fatte in secoli di devozione sulle rocce del fondo, sono quasi tutte affiorate ed allo scoperto. I mille lingam che devono fecondare le acque che, carezzevoli, scorrono su di loro, ricoprendoli appena, emergono asciutti e neri, come inutili e sterili, in attesa che il monsone arrivi. Tutto però è coperto di muschio verde e le radici gigantesche ricoprono il suolo assediando lo spazio dove il torrente tenta di farsi largo tra le foglie secche, molte delle quali, invece, sono farfalle giganti che si alzano appena al mio passare per posarsi subito dopo a confondersi con il bosco. La cascatella è anch'essa un rivolo. Seguo il torrente per qualche centinaio di metri per osservare tutte le divinità che le forme delle rocce scure hanno suggerito nei secoli e poi scendo lentamente a valle. Verso il fondo incontro una coppia di coreani che sale sbuffando; devono ancora soffrire parecchio. Ancora il pomeriggio dedicato al complesso di templi della zona di Roluos. Attorno al Ba Kong è pieno di venditrici di manghi. Grandi, gialli, maturi e profumatissimi. Ne faccio scorta pregustandone la delizia della polpa morbida e succosa. Mi vedo già all'opera col coltellino svizzero, con le mani tutte sbrodolate di sugo appiccicoso; sempre il purgatorio prima di conquistare un pezzetto di paradiso. Chissà perchè tutti questi frutti fantastici hanno un nocciolo così grande?

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martedì 18 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 14: Pesci pulitori.

Il grande circuito si dipana attraverso una serie di templi disposti attorno all' East Baray, una colossale piscina di ben 8 chilometri quadrati, scavata a forza di braccia oltre 1000 anni fa. Le conoscenze idrauliche di quel periodo sono impressionanti e tutte messe al servizio del riso, l'unica ricchezza di questo paese, che ne ha garantito per secoli lo sviluppo. Solo alcuni secoli dopo nella pianura Padana si arrivò a conclusioni simili, irregimentando le acque sempre a beneficio del riso. I templi sono lontani tra di loro, nascosti nel bosco fitto e uniti da un lungo e malandato nastro di asfalto. Colossali anch'essi, piantonano la pianura con la loro presenza segreta, come sentinelle di un passato remoto a guardia di una fortezza Bastiani ormai scomparsa e che nessuno più ricorda. Così sfilano il Preah Khan, immenso monastero in rovina con le sue fughe di cortiletti e le basse colonne in pietra; il Neak Pean, un tempio indù, che sorge come un isola nel centro di cinque grandi piscine quadrate che isolano il suo stupa centrale come un fiore di loto in uno specchio d'acqua tra gli alberi alti; il Ta Som, anch'esso con i grandi volti dello stile Bayon, immoti ed incuranti che ogni pietra sembri sul punto di crollare definitivamente; l'East Mebon, un altro tempio montagna di mattoni rossi, creato come una gigantesca isola al centro del Baray, che domina tutto lo spazio circostante e infine il Pre Rup, molto simile e ancor più imponente e ben conservato, con le sue bellissime sculture, vicino a alle quali, godersi la vista della selva che lo circonda, dall'alto, mentre il calore meridiano leva un tremolio soffuso che impedisce all'occhio di spingersi più lontano, che lo costringe solo ad immaginare spazi più vasti ed infiniti. Il resto del pomeriggio deve esser forzatamente dedicato al riposo, ad aspettare l'ombra della sera, la tregua nella lotta quotidiana contro il caldo. Così dopo, diventa piacevole passeggiare nei quartieri più popolati del centro di Siem Reap, questa cittadina che sta crescendo a dismisura attorno ai grandi alberghi e alle centinaia di piccole ed economiche guest houses che ogni giorno spuntano come funghi. Il turismo dà una grande chance di lavoro a migliaia di persone, naturalmente con le sue luci e le sue ombre. A questo proposito van dette due parole su uno dei problemi di cui spesso si parla riferendosi a questi luoghi. Il turismo sessuale è di certo una piaga forte del sud-est asiatico. Per la verità qui mi è parso assai meno aggressivo che in altri luoghi analoghi, Thailandia in testa. Io, che ho usato molta cautela, essendo nella tipica condizione dell'anziano bavoso che viaggia da solo con scopi inconfessabili, quindi ben individuabile e catalogato facilmente come probabile cliente, non sono mai stato, in verità oggetto di proposte dirette e non ho visto signorine all'assalto, nelle strade dove alligna il turista. Se si esclude qualche mototassista che portandoti a casa, ti chiede con discrezione se sei interessato ad uno special massage, direi che non ho neanche avvertito la cosa. Quindi concluderei che certe situazioni, senza parlare poi della prostituzione dei minori, se la vuoi, devi proprio andartela a cercare, magari andando un un apposito locale, che nella pubblicità dei depliant, segnala la dicitura Friendly girls. Ci sono è vero miriadi di saloni di massaggio sospetti, ma diciamo che questa arte è una peculiarità del luogo e sicuramente molti di questi sono assolutamente seri, anche perchè il lavoro viene svolto spesso su poltrone e lettini direttamente sulla strada. Grandi cartelli campeggiano vicino ai negozi: total massage, head massage, feet massage, four hands massage e così via. Sono molto tentato, ma un cartello che recita "Fish massage", mi attrae e respinge allo stesso tempo. A quale parte del corpo si riferirà? Sono sospettose e malfidato, ma un ragazzotto e una gentile signorina insistono molto per avermi come cliente, mostrandomi con cortesia il luogo dove avviene l'operazione, il marciapiede pochi metri più avanti. La cosa mi convince, unita al costo moderato di 2 dollari e mezzo inclusa birra. In effetti il passaggio è sbarrato da una grande vasca, circondata da un papapetto che funge da sedile, una sorta di piscinetta per bambini, sul bordo della quale ci si siede immergendo i piedi nell'acqua illuminata da potenti faretti. All'istante centinaia di pesciolini non più grandi di qualche centimetro accorrono attorno alle vostre estremità e cominciano la loro opera indefessa, con un' inarrestabile serie di piccoli morsi intesi a divorare le pelli secche e morte dei vostri stanchi piedi. Una sensazione bizzarra di un lieve solletichìo a cui ci si vorrebbe sottrarre ed allo stesso tempo resistere. Una piacevolezza senza pari che dura un quarto d'ora, giusto il tempo per finire la birra. Poi, leggero come una piuma, via, verso un Lok Lak di pollo di cui, nei commenti di ieri, l'amica Jakie vi ha lasciato la ricetta.

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