mercoledì 31 marzo 2010

Il Milione 6: Morti a Venezia.

E già, i due fratelli pensavano di farsi un salto ad Acri, mandare la missiva al Papa e tornare al più presto, che il mercante non ha mica tempo da perdere, chì se lavùra e il Gran Cane mica sta lì ad aspettare con la gente di tutto il mondo che va a fargli visita e ti frega qualche bel contratto. Invece il destino è lì che ti aspetta; arrivano in Terrasanta e la notizia fresca fresca che ricevono è che il Papa è morto e tocca aspettare che ne facciano uno nuovo.
Cap. 9
Li due frategli, udendo ciò pensarono di andare in questo mezzo a Vinegia per vedere loro famiglie e quivi trovò Messer Nicolao che la sua moglie era morta e erane rimasto uno figliolo di 15 anni ch’avea nome Marco e li due ristettero a Vinegia due anni aspettando che lo novo papa li chiamasse.
Pensate un po’ per due giramondo così, rimanere rinchiusi in città, immaginiamo zitti zitti a non raccontare nulla di quanto era loro occorso per non farsi soffiare le opportunità, si direbbe oggi e intanto a far piani per i futuri affari, cosa importare, cosa portare laggiù, da che parte tirava il mercato, magari accogliendo in città vecchi clienti con cui intessere nuovi rapporti di affari con le merci che si prevedeva di portare a Venezia a miglior prezzo. Chissà come, questa città ha mantenuto fino ad oggi un aura magica per tutti gli stranieri, siano Russi, sian Cinesi, la prima cosa che volevano andare a venere, arrivati in Italia e comprati alcuni paia di scarpe, era proprio la città della laguna. Mi ricordo che un anno ci sono andato ben undici week end ad accompagnare delegazioni composte da stanchi bietoloni e sognanti accompagnatrici che fremevano alla vista del Canal Grande. Avevo un giro fisso, tagliando per zone meno affollate e finendo invariabilmente in Piazza San Marco dove la comitiva non poteva che rimanere a bocca aperta davanti al duomo ed allo splendore della piazza. Le femmine si giravano attorno con occhi sognanti e mi lanciavano un languidissimo -spassiba Enrico- mentre illustravo loro l’armonia delle alternanze di vuoti e di pieni nelle ombre della facciata e nelle scansioni ordinate delle finestre sansoviniane, appoggiandosi turbate al mio braccio, mentre i vari presidient di turno annuivano col capo e grugnendo chiedevano dove stava il Danieli. Finivamo in quella meravigliosa hall a prenderci un aperitivo e tutti rimanevano basiti dai sapori d’Oriente che scivolavano lungo i mosaici e le arcate moresche. Questa città ha sempre fondato la sua fortuna su queste commistioni tra Europa e Asia, sulle occasioni e le ricchezze che offrono la mancanza di frontiere e l’apertura alle diversità del mondo. Che mondo fantastico allora, gente che percorreva tutto il Mediterraneo senza barriere, le idee giravano e si rinvigorivano in un fermentare sano e produttivo e privo di paure. Non avrebbero attecchito allora certe idee che portano solo a chiusure capaci di ottundere ogni vigore, a tagliare le opportunità, a rimanere soltanto col puzzo di fogna che sale dai canali e ingombra le menti. Il camminare per calle e callette segrete e poco popolate non deve essere però cambiato rispetto ad allora e la nebbiolina condita di odore di acqua morta di certe giornate di novembre sarà rimasto lo stesso che vedeva il giovane Marco, che sognava di seguire padre e zio, non appena avessero avuto notizie buone dal Conclave in atto. Chissà cosa mangiavano i Polo, certamente piatti ricchissimi di spezie (per attutire la puzza delle carni mal conservate), che tra l’altro erano appunto uno dei business migliori dell’epoca, ma di questo di certo ci renderà edotti la brava Acquaviva che ha postato qui un vero e proprio trattato di cucina veneziana del 1300 a cui vi rimando per la memorabile ricetta del Savore rinforzato perfecto per polastri e caponi. Io invece me li portavo sempre in qualche trattoria tipica, i miei ospiti, cercando di sgusciare alla meglio tra i siluri che i ristoratori lagunari sono abituati a tirare ai mercanti di passaggio. Mi ricordo una volta il mio capo, che portò tre pezzi grossi in un grazioso localino, strizzò l’occhio al cameriere dicendogli:”Mi faccia fare bella figura” e quando dopo il trionfo di pesce chiese il conto, eravamo nel ’95, gli arrivò un fogliettino scritto a mano con su Lit. 1.800.000 per sei persone. Diede del ladro matricolato al gestore, sorridendo continuamente per non farsi capire dai russi che scolavano gli ultimi calici di Cartize dandosi gran pacche sulle spalle, ma in risposta ebbe solo un allargar di braccia e un: “Me gaveva dito de farle far bela figura…” e subito fu trascinato sulla gondola dove già attendeva il mandolinista.


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martedì 30 marzo 2010

Invasioni barbariche.

Mala tempora currunt. Ma lasciamo la lingua dei padri, anche il vostro idioma andrà bene per descrivere quanto sta accadendo. La calata dei barbari, tanto paventata, tanto prevista ed ineluttabile si è concretizzata. Da anni erano tra di noi e lavoravano con malizia per abbattere l'albero che ci custodiva. Insinuandosi con astuzia nei cuori della gente, per imbarbarirli a loro volta, ingannando e blandendo per preparare il terreno alla calata. Sono scesi nella planizia, con ferocia con i loro cavalli ferrati, devastando la bellezza che incontravano senza mostrare pietà o sofferenza. Spargono sale al passaggio e sotto i loro zoccoli non crescerà più l'erba. Sono duri e spietati, incutono terrore nel debole e paura all'inerme, eliminano lo ius della nostra tradizione secolare, la nostra accoglienza, per sostituirla con la legge nuova della forza e della violenza, bruciando definitivamente la nostra cultura. Avevano Dei feroci ed estranei come loro, ma ne hanno cambiato l'aspetto, ora li chiamano come il nostro per meglio giustificare il loro imperio. Ormai siamo alla loro mercè, hanno occupato anche l'ultimo baluardo, la nostra civiltà è morta anch'essa in questo abbraccio mortale. Durerà questa occupazione? C'è chi dice che dopo la caduta dell'impero ci vorranno mille anni per avere un rinascimento, prima che il bello e l'amore riprendano il predominio sull'oscurità. E' gente pessimista che non vuol pensare ad un domani sereno Non posso crederlo, siamo nel 453 D.C. e non mi sembra possibile che tutto quello che è stato costruito venga dimenticato e scompaia. Ma adesso andiamoci a nascondere nelle capanne più buie, nelle nostre fattorie più nascoste ad aspettare che passi la notte, per non essere travolti noi stessi dalla dalla spada di ferro, dalle alabarde prepotenti e spietate. Aspettiamo l'alba.

domenica 28 marzo 2010

Il Milione 5: La Cina è vicina.



Spesso gli affari nascono per caso da incontri fortuiti, come quella volta che un tizio malmesso entrò dalla porta dicendo che voleva fare lo champagne e noi invece di cacciarlo a calci lo stemmo a sentire e si firmò il contratto più grosso della nostra storia. Così i fratelli Polo che da tre anni facevano flanella nelle taverne di Bukhara in attesa di qualche buon affare, incontrano per caso due ambasciatori del Grande Cane…

Cap.4

…e quand’essi vidono in questa città i due frategli, fecionsi grande meraviglia perché mai non aveano veduto niuno latino e dissono loro s’eglino voleano venire al loro Signore e egli li porrebbe in grande istato. Li dui frategli risposono: “Volontieri”.

Par quasi di sentire il manzoniano “e la sventurata rispose”, invece i Polo pescano il jolly della loro vita, perché dopo un anno di viaggio arrivano a Cambaluc, l’odierna Pechino, dove Kubilai Khan, nipote di Gengis ha ormai conquistato la Cina e fissato la capitale del nuovo regno e della nuova dinastia, gli Yuan. Giunsero nella città in un periodo straordinario, molto simile a quello attuale, quando la Cina stava diventando una grande potenza e si apprestava a diventare il paese dominante di tutto l’oriente, fondando le sue fortune sulla apertura agli scambi. Certamente i fratelli rimasero colpiti dalla ricchezza e dai fasti della città proibita che sorgeva nello stesso posto di quella odierna ma quello che sicuramente fece loro capire le potenzialità di quel contatto era la enorme possibilità di scambi e di commistione di culture diverse. Qui si radunava tutta l’Asia, lingue, religioni e scienze diverse si confrontavano liberamente e lo stesso Kubilai era affascinato dai saperi del resto del mondo. Par di vederli i Polo nelle taverne del quartiere dei mercanti, a mangiar ciotole di pollo coi funghi, armeggiando con le bacchette come me la prima volta, mentre i vicini mostravano loro l’uso corretto, allo stesso modo di un signore con spessi occhiali e giacchetta blu di Mao, frequentissima all’inizio dei ‘90, che a gesti mostrava a me e a mia moglie come porre indice e medio sotto, serrando col pollice e facendo presa col movimento dell’anulare. I pezzetti di fungo, cosparsi di salsa al glutammato scivolavano via come scaglie di sapone, tra i sorrisi compiacenti dei vicini. Adesso acchiappo anche le arachidi, ma che fatica. Ma non voglio scendere in particolari, se volete saperne di più sulla zuppa di pollo di Bei Jing (che non è questo semplice pollo e funghi) date un'occhiata alla ricetta originale da Acquaviva che, più che la nostra vivandiera è una vera e propria filosofa della cucina. Se oggi andate in Cina, sarete assediati continuamente da persone che vogliono saper della vostra terra, delle cose più belle che producete, delle vostre abitudini; avvertirete sicuramente da parte dei vostri interlocutori un senso di quasi inferiorità che li fa desiderosi di osservare e di imparare.

Cap. 6

..Il grande kane gli fece gran festa e dimandogli dello imperatore, di sua vita e di sua iustizia e del Papa, de la chiesa di Roma e di tutti i fatti de’ cristiani. I due frategli risposero bene e saviamente siccome savi egli erano e bene sapeno parlare tartaresco.

Insomma da bravi mercanti lo imbambolano e in breve li rimanda indietro.

Cap.7

Allotta Lo Signore fece le carte bolate che potessero venire per questo viaggio e impose gli l’ambasciata dicendo al Papa che gli mandasse 100 uomini savi che sapessero le 7 arti e che sapessero mostrare per ragione come la cristiana legge era la migliore e gli recassero anche de l’olio de la lampada ch’arde al sepolcro in Gerusalemme.

La Cina ha sempre avuto una grande disponibilità ad ascoltare, ma vuole essere convinta con la ragione e coi fatti e non con le parole. E’ un grande errore sottovalutarla e trattare con sufficienza il loro lavoro, disconoscendone i meriti e le potenzialità. Saranno nostri spietati avversari commerciali e ignorarli o pensare di poterne fare a meno sarebbe un tragico errore. L’autoesclusione alla torta più ghiotta dei prossimi decenni sarebbe un colpo mortale alla nostra esangue economia. Così i fratelli, che invece capiscono bene quale occasione si è loro presentata, se ne partono a cavallo e in tre anni se ne tornano a casa per preparare il business della vita, ma qui li aspetta una sorpresa.


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sabato 27 marzo 2010

Cronache di Surakhis 28: elezioni!

Alba radiosa, nuvole alte sfumate di tenero verde di primavera, vento leggero che portava lontano gli effluvi delle centrali a merda, dalla città verso le bidonville esterne, dove comunque gli abitanti avevano altro a cui pensare. Ma certo, le cose si stavano mettendo meglio, che senso aveva parlare ancora di crisi, come insistevano a fare Peninentes e Morigeratores, luridi spurghi di fogna, pessimisti e detrattori di ogni cosa, insistendo a tirar fuori dettagli come l'aumento delle soppressioni degli schiavi, una riduzione necessaria e sacrosanta per razionalizzare la produzione, quando i segnali di ripresa erano ormai evidenti a tutti. I trasporter per i resort di lusso della terza luna erano quasi raddoppiati, l'uso di Openminder, la miglior droga sul mercato aveva avuto un ottimo incremento e anche l'indice di cessione dei figli alle banche degli organi era cresciuto, tanto che potevi farti un fegato nuovo con poche centinaia di crediti. Però è inutile, c'è sempre chi vuol vedere, interessatamente, il bicchiere mezzo vuoto. Eppure tanto era stato fatto, anche nella direzione del risparmio della macchina imperiale. Per esempio si erano finalmente riuscite ad abbattere le folli spese delle campagne elettorali con l'introduzione del nuovo sistema di votazione, che in un sol colpo aveva risolto anche le infinite diatribe sulla manipolazione dei televoti che nascevano sempre dopo lo spettacolo elettorale Votando tra le stelle, sempre da parte dei soliti perdenti per altro, che andavano insinuando che pacchetti consistenti venivano inviati al calcolatore direttamente dal palazzo imperiale e dai suoi centri del controllo olovisivo. Paularius ne era particolarmente orgoglioso essendo stato uno tra gli ideatori del nuovo sistema, che stava lì sotto gli occhi di tutti, era solo una ottimizzazione scentificamente testata dei modi precedenti. La scienza statistica aveva fatto passi da gigante ormai e attraverso studi acclarati si era convenuto che non era indispensabile far votare tutti, cosa tra l'altro evidente anche senza fare gli intellettuali spocchiosi, ma bastava raccogliere i voti tramite un sondaggio. E' ovvio che anche questa forma aveva subito le solite ingiuste critiche, basate sul fatto che le opinioni di voto erano raccolte dai centri di polizia del regime. Si sa che a certa gente non va mai bene niente, ma per fortuna l'approfondimento degli studi aveva portato a restringere sempre di più il campione necessario ad aveve un risultato corretto, cioè a far trionfare gli uomini indicati dall'Imperatore, fino ad arrivare allo straordinario risultato di ridurre il campione ad una sola persona. L'UMA. L'uomo medio assoluto che racchiudeva con la sua decisione la decisione di tutti; quale più straordinario punto di arrivo per la democrazia. Finalmente il Popolo aveva nelle sue mani, per lo meno in quelle del suo rappresentante effettivo, il potere di nominare il governo del pianeta. Era stato scelto quindi un certo Durando Tritaminchie che viveva in un quartiere proletario di Harappa e di lì a poco sarebbero stati resi noti i risultati del suo voto. Paularius era tranquillo perchè il suo gruppo di Corruptores che stava trattando con Durando da alcuni giorni, aveva mandato di fare offerte a crescere senza limite, a fronte ad ogni tentativo dei Corruptores dell'opposizione. Se la sarebbe cavata, prevedeva, con l'esenzione dagli obblighi contributivi, un posto perpetuo al ministero delle tangenti sulle forniture sanitarie, una conduzione olovisiva per la figlia che voleva fare l'etéra nel famoso programma "A chi la do" ed una tessera di accesso al Club Dei Lenoni, circolo esclusivo che aveva a disposizione la più ampia scelta di covarianti sessuali dell'universo, incluse le Macrovulvae di Aldebaran III e le ambitissime Risucchianti della luna di Vega II. Comunque per tranquillità aveva trattenuto il resto della sua famiglia nel centro di sicurezza per accertamenti. Arrivò a casa mentre dagli altoparlanti stradali, l'olovisione annunciava tra squilli di tromba il radioso futuro del paese del governo dell'imperatore, appena confermato. Poteva andare a riposare tranquillo. La democrazia aveva trionfato ancora una volta.

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venerdì 26 marzo 2010

Il Milione 4: Bukhara e dintorni.


Avevamo lasciato i due buoni fratelli ad attraversare lande desertiche dove la brama di conoscenza e la voglia di andare alla fonte per fare affari migliori li spingeva. Erano in fondo terreae incognitae solo per loro, perchè lungo questa via c'era da sempre un flusso di mercanti che portava merci nelle due direzioni. Dunque eccoli al ritmo lento della carovana passare a nord del Caspio ed inoltrarsi nell'Asia Centrale che a quei tempi era assai meno periferica di quanto non lo sia oggi. Un crocevia di merci ricco e relativamente popoloso.
Cap. 4
Quando ebbono passato in ponente overo il diserto, vennero ad una città ch'ha nome Bakkara, la più grande e la più nobile del paese e non potendo passare più oltre dimorònvi tre anni.
Io ci sono stato sette anni fa, mi è sembrato che lì il tempo fosse ancora fermo a quei tempi, cristallizzato in un calmo oblio in attesa di qualche cosa che sarebbe dovuta accadere. Da una cinquantina di anni la città era stata conquistata da Gengis Khan ma aveva mantenuto il suo ruolo di centro di scambio e certamente allora c'era più vivacità e movimento. Il bazar era il fulcro di tutto. Enorme costruzione di mattoni rossi dalle volte alte, sotto le quali era bello indugiare al riparo della calura insopportabile dell'esterno. Era la fine di maggio e c'erano almeno 40° C, ma nei larghi corridoi del bazar non pareva di sentirli, grazie ad un gioco di correnti che il sapiente architetto aveva previsto. Trattai a lungo un tappeto che era stato usato come porta di una yurta e non mi resi conto che era più forte il piacere di stare lì a chiacchierare col venditore che non quello di portarmi a casa l'acquisto bene impacchettato e avvolto da un sottile spago di rafia. Rimasi poi a sorbirbi un buon thé ad un tavolino di un locale semideserto, immaginando il brulicare di vita e di mercanti che sedevano lì otto secoli prima. A sera, quando la temperatura sembrava concedere un poco di tregua, era così piacevole camminare attraverso questa città sentendo il suono antico dei propri passi che calpestavano le vie lastricate di storia, immobili come le vecchie botteghe da cui uscivano sentori di spezie e dalle quali, ogni tanto pareva di scorgere il musetto curioso di qualche pantegana a ricordo e monito che lì la peste è ancora endemica e presente, soltanto bloccata dagli antibiotici e non più prepotente e anch'essa vogliosa di andarsene a vedere il mondo a fare il suo mestiere di controllore dell'aumento demografico. Tre anni rimasero, a consolidare conoscenze ed a capire che verso est c'era ancora tanto da scoprire, tanti affari da fare. Tre anni ad aspettare una buona occasione che arrivò finalmente un giorno quando, forse mentre in una locanda erano intenti a mangiarsi un tradizionale plov, incontrarono casualmente, come capita a volte tra viaggiatori, un gruppo di ambasciatori del Grande Khane. Forse simpatizzarono, davanti ai piatti di riso fumante, risero e bevvero molto guardando le danzatrici che si muovevano per loro, seduti su morbidi tappeti e forse dopo una notte di bagordi, li invitarono ad andare con loro. C'era qualcosa di magico in quel plov che smosse le loro viscere (e vi assicuro che capita tuttora, quindi attenzione a non rimanere senza Bimixin) e li convinse a seguire la carovana il giorno dopo. Intanto, se anche voi volete provare le stesse sensazioni andate a curiosare nel carro delle salmerie che ci segue, dove Acquaviva, la nostra vivandiera, è quasi pronta e sta per servirci quel plov a volontà, ma non esagerate perchè è un piatto pesante e fate conto di non dover baciare nessuno nella prossima settimana.



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giovedì 25 marzo 2010

Guggenheim a Vercelli.

Arrivano le rondini e con esse l'appuntamento annuale a Vercelli con le collezioni del Guggenheim. E' ormai una consuetudine imperdibile, anche perchè è l'occasione per rivedere cari amici con cui le ore passano veloci e con piacere. Quest'anno la mostra ha presentato una cinquantina di opere, pescate tra la collezione di New York e quella di Venezia, che percorrono un secolo di movimenti artistici illustrando con completezza le strade dell'astrazione a partire dai primi segnali che già si coglievano nel postimpressionismo di Cezanne e Seurat, passando attraverso Matisse, Braque, Legier e Delaunay per arrivare a Kandinsky, Mondrian ed ai mobiles di Calder, con una sezione finale dedicata agli italiani appartenuti a queste avanguardie, da Balla fino a Vedova. Non c'è niente da dire se non soggiacere al fascino del colore e se non sottolineare che tutta l'arte moderna e contemporanea ha bisogno (specie per gli ignorantoni come me) di un continuo e costante accompagnamento e di un adeguato commento, che noi abbiamo avuto, puntuale e competente, da un giovane, ma assai esperto storico dell'arte, che ci ha consentito quantomeno di cercare di capire e solo in questo modo di poter apprezzare e di goderne nella giusta maniera. Una mostra che vi suggerisco comunque di non perdere, anche perchè allo stesso tempo potrete scoprire il contenitore della mostra stessa, l' ex-mercato, ex Chiesa di San Marco, dove sono emersi affreschi di grande qualità, dei quali si è cominciato il recupero. Pensate che lungo tutte le pareti ed i soffitti delle quattro navate della enorme costruzione, ogni saggio esplorativo compiuto ha rivelato sottostanti affreschi, tali da far pensare al ritrovamento di uno dei più grandi cicli figurativi del quattrocento in Piemonte. Le parti di cui è appena terminato il restauro, sono affascinanti e tali da creare una grande attesa per quanto rimane da fare. Ma converrete con me che non di sola cultura vive l'uomo, è necessario nutrire la mente certo, ma non si devono trascurare le esigenze del corpo per non comprometterne la lucidità, d'altra parte, arte è quella pittorica, ma altrettanto può essere quella che si produce nel campo culinario. E qui abbiamo toccato un bel vertice che, naturalmente vi consiglio. Infatti, gli amici saggi ed avveduti, hanno scelto per la bisogna un interessante ristorante, da poco stellato dalla Rossa, Cinzia - Da Christian e Manuel al cui sito vi rimando, (C. Magenta 71, Vercelli) specializzato giustamente in risotti dal territorio. Qui potrete testare menù guidati da 5 a 9 portate che vi illustreranno lo lo stile dei due giovani chef. Noi abbiamo spaziato, dopo un preantipasto di stocafisso in salsa con sfoglia di parmigiano accompagnato da un buon flut di champagne, passando poi per gamberi rossi ai sapori d'autunno , bocconcini di astice ed un delizioso battuto di fassone con bagna caoda e uova di quaglia. La distinzione del ristorante sta poi nei risotti di cui avrete a disposizione una vastissima scelta (date un'occhiata al menù) e noi abbiamo navigato a vista tra la tradizionale panissa, un Carnaroli ai profumi dell'orto con crudo di spigola e un risottino verde con scampi freschi scottati. Profumi e sapori da sballo. Finale di dolci ottimamente presentati dalla Risaia d'inverno (crema, cioccolato su un lettodi riso soffiato) alla palla di cioccolato ripiena di cremino delicato da rompere con apposito martellino o il più classico zabaglione accompagnato dai tradizionali bicciolani vercellesi, il tutto preceduto da una entrée dolce gentilmente offerta dalla casa. Il caffè e la piccola pasticceria golosissima ci ha imposto di lasciare a malincuore questo luogo di delizie. Certo, la qualità si paga, ma per la verità eravamo ospiti; più di così!


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mercoledì 24 marzo 2010

Guì Xìng.

Oggi la carovana dei Polo a cui mi sono improvvidamente unito e con cui mi trovo benissimo (in verità sono degli eccellenti compagni di viaggio), si prende ancora una pausa in attesa di farsi raggiungere da Acquaviva che, come vi ho anticipato, dal suo raffinatissimo blog di cucina dai sapori internazionali, vuole onorarci unendosi a noi lungo il viaggio e come immaginerete le salmerie sono essenziali in una spedizione, quindi valgon bene una sosta. D'altra parte i fratelloni si fermarono a Kazan (Bolgara) per circa un anno, quindi giorno più o meno, che sarà mai! Certo che anche per loro e per il commercio in generale, una conoscenza, anche se non approfondita e limitata ad un lessico essenziale delle lingue dei paesi attraversati, è di vitale importanza per il mercante di tutti i tempi. Ecco perchè, seguendo le regole della tuttologia, impararle male, purchè siano molte, anche io ho sempre cercato di avere qualche rudimento, anche se minimo o parziale degli idiomi con cui sono venuto a contatto. Certo non si deve avere la presunzione di credere di parlarle, queste lingue, ma la conoscenza anche minima di qualche frase risulta sempre utile e fa sempre simpatia nelle trattative commerciali. Tra l'altro si notano anche interessanti punti in comune tra lingue magari lontanissime. Ad esempio la parola "caro" (utilissima nelle trattative) ha la stessa doppia valenza materiale di "costoso" e spirituale di "prezioso, vicino affettivamente" anche in russo e in cinese. Così veniamo agli ideogrammi di oggi. Infatti quando si chiede ad un cinese "Come ti chiami?" si usa la frase "Tu (tuo) caro cognome? - Ni gui xing? " E' interessante il carattere xìng 姓, costituito da due parti, la sinistra (nu - donna) e la destra (sheng - nascere), in quanto nell'antichità la società cinese era decisamente matriarcale ed il cognome procedeva per via matrilineare, mentre guì - 贵, (caro, prezioso) è preso qui nella sua accezione spirituale. Si noti come il carattere sia composto dai due più semplici, zhòng - 中, che significa nel mezzo e più sotto, jiàn - 见, che significa vedere. Cioè, bisogna guardare ben dentro a una cosa o nell'intimo di una persona, per scoprirne, la preziosità, il valore, la rara unicità. Ma appaiata a questa è necessario ben conoscere un'altra frase fondamentale: "Tai gui la!" pronunciata con enfasi e rincrescimento allo stesso tempo, che significa "Troppo caro!" basilare in tutte le trattative di mercatura. Certo i Polo la conoscevano bene in tutte le lingue, senza fare confusioni e a tal proposito, mi torna alla mente una situazione divertente occorsa a mia suocera quando tanti anni fa volle partecipare, soddisfazione di una vita, ad un viaggio organizzato nelle lontane Indie. Molto amante dei mercati e desiderosa di sperimentare l'arte della contrattazione alle bancherelle del lontano paese, era tuttavia sprovvista dei mezzi tecnici necessari, padroneggiando soltanto l'idioma piemontese oltre all'italiano. Prima della partenza, quindi cercammo di addestrarla a fondo, ma si sa che ad un certa età imparare le lingue è difficile. Ci limitammo quindi a due sole espressioni inglesi, assolutamente basilari: How much? - Quanto costa? e Too much! - Troppo caro! con cui ritenevamo fosse possibile condurre degnamente qualsiasi trattativa. Giunta quindi al mercatino tibetato di Jampath Road a Delhi, si precipitò immediatamente tra i banchi, affascinata dal rutilare travolgente dei colori e dagli odori indiani e innamoratasi subito di alcune deliziose pashmine che formavano una cascata di morbidezza, riempiendo completamente l'ingresso di un negozietto, prese il coraggio a due mani e si diresse con decisione verso il sonnolento venditore che stava appollaiato su un trespolo di fianco all'ingresso. Si piazzò davanti al tipo e puntato il dito verso l'oggetto dei suoi desideri lo apostrofò con sicurezza con un deciso: "Too much". Il venditore, ormai rotto a tutti gli approcci commerciali, allargò le braccia e sembra abbia contestato qualcosa dal significato presupponibile di: "Lo so, ma tutto aumenta, vuol dire che le farò un bello sconto." Come sempre, quando c'è la volontà di capirsi, la trattativa andò a buon fine e la bella sciarpa fa ancora bella mostra di sé dopo venti anni.

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martedì 23 marzo 2010

La supposta (debolezza) di Obama.

Accidenti, non l'avrei mai detto! Nel senso che non ci avrei scommesso un centesimo. Invece stavolta il bello e abbronzato ce l'ha fatta. Devo dire che questo mio stupore deriva dal fatto che con l'America sono un po' prevenuto, sempre in un sentimento altalenante tra l'ammirazione e il disagio per un paese così creativo, eppure prepotente e spocchioso, così razzista e allo stesso tempo con il più funzionale melting pot del mondo. Un paese dove contano incredibili personaggi teodem e che ha saputo inventarsi il neocreazionismo, ma dove esiste una possibilità di class action unica ed efficace. Dove si inquina più che in tutto il resto del mondo, ma allo stesso tempo si spinge sull' energia verde contemporaneamente alla ricerca OGM. Dove la libertà del mercato permette a tutti di avere opportunità per prendere l'ascensore sociale, ma si combina il peggior patatrac economico della storia, pretendendo anche di insegnare agli altri come si fa. Il paese che vuole spiegare in tutte le cose quale sia il sistema migliore e poi non ne indovina una, quando interviene all'estero essendo capace solo di usare le bombe. Il più potente che perde tutte le guerre. Ignorante di ogni cosa avvega all'estero, ma deciso ad imporvi la sua way of life con la forza. Capace di attirarsi antipatia e ammirazione, invidia ed emulazione. I paesi che più la avversano come Cina e Russia, nella pratica più ne sono attrati e la copiano pedissequamente, soprattutto nella parte culturalmente più deteriore. Sembrano dei bamboccioni ingenui ed ignorantissimi, ma pericolosi quanto mai, considerata la pistola nella fondina e la preoccupante facilità con cui la estraggono. Vedi un personaggio come la Palin e te ne ritrai inorridito e impaurito e poi si va a votare e vince Obama. Nenche su di lui avrei scommesso. Si vede proprio che non capisco niente. Mi pareva molto più avvantaggiata la Clinton, donna e per di più cornuta ma sveglia, ideale acchiappa voti, invece no, salta fuori lui e sbaraglia il campo. E subito dopo, ancora dubbi, forse è sopravvalutato, dopo la sbornia iniziale, fara una magra fine, gli taglieranno le gambe, lobby e camere gli imporranno calma e gesso. Non è mica come in quei paesi dove chi comanda ha un parlamento con una maggioranza straripante costituita di quasi dipendenti ai tuoi ordini. Li sì che puoi fare quello che vuoi; sì, quello che vuoi per i tuoi affari, ma quando si tratta di fare qualcosa per il paese puoi sempre dire che non ti lasciano lavorare, che ti impediscono di fare le cose, che queste democrazie sono veramente poco efficienti, che se uno avesse il potere assoluto allora sì che potrebbe fare. Invece l'abbronzato non si lamenta, ha contro tutti, lobbisti con denti da squalo, due camere incarognite ed in bilico, la destra che lo vorrebbe sbranare, la sinistra terrorizzata di perdere le prossime elezioni. Ma lui lavora, si dà da fare, convince, parla e tira diritto verso lo scopo. E' lì che vedi il grande statista, non gliene importa nulla che il fare le cose giuste faccia perdere voti, se sono giuste si fanno e basta, alla faccia dell' America retriva ed egoista, calvinista e puritana per cui la povertà ce l'ha chi se la merita. A cercare di riconquistare la simpatia del mondo che è una cosa importante anche se hai la forza delle armi e puoi imporre la tua volontà con le bombe. Tira dritto Benedetto, fai ancora più grande il tuo paese, scrivi la storia, ficcagli la supposta fino in fondo. Gli altri Benedetti, gli unti dal Signore, gli ominicchi facciano le loro concioni nei loro paesi morenti che non hanno neanche più la forza di un colpo d'ala, che ai polli di Renzo hanno tagliato anche quelle.

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lunedì 22 marzo 2010

Il Milione 3: peste e corna.


Beh, il nostro Marco aveva ben chiaro in testa di voler scrivere per tutti quelli che avessero interesse alla conoscenza del mondo, andando oltre le semplificazioni del sentito dire, ben conscio che conoscere gli altri significasse innanzitutto cominciare ad intendersi e ad apprezzarne i lati positivi e comunque portasse ad un arricchimento utile.

Ma proseguiamo nel primo viaggio esplorativo che i due Polo (padre e zio) avevano fatto qualche anno prima, lungo la cosiddetta Via della seta del Nord, quando li avevamo lasciati in Soldania su mar Nero, che corrisponde alla attuale Crimea, dove le repubbliche marinare avevano dei punti commerciali di riferimento. In particolare ancora oggi sono ben visibili le mura di una cittadina nei pressi di Yalta chiamata (in russo) Forteza Genovesa, avamposto dove ben protetti, avvenivano gli scambi con le genti dell'interno. Erano porti franchi dove giungevano genti da lontano a scambiare merci, come oggi al gran mercato di Odessa. Da lì cominciava sempre l' espandersi delle grandi pestilenze endemiche dell'Asia centrale che arrivavano in Europa a seminare la morte. Peste e colera che i marinai trasportavano oltremare. Ero a Sinferopoli una quindicina di anni fa e la città era tappezzata di manifesti che imponevano di bollire l'acqua del rubinetto, mentre gli ospedali erano intasati di casi di colera. Le persone giravano per la strada con pezzuole sul viso e non ti dava la mano. Ma la curiosità ed i racconti di genti incontrate nei mercati che narravano di lontane meraviglie e di grandi regni, li spinge ad andare oltre:

Cap.3

...Quand'è furono dimorati alquanti dì in Soldania, persaron di andare più oltre e missonsi in cammino tanto cavalcarono che pervennero a Bolgara e ad un' altra città la quale ha nome Ontaca alla fine delle Signorie del Ponente sul grande fiume...ed oltrepassatolo andarono per uno diserto lungo diciotto giornate e non trovarono niuna abitazione ma Tarteri che stavano sotto loro tende e viveano di loro bestiame...

E' facile immaginare il senso di straniamento che avranno provato lasciando la costa sicura e popolata per penetrare l'immensa pianura sarmatica da Kazan (Bolgara) fino al Volga per poi percorrere territori sconosciuti fino agli Urali meridionali ed oltre. Ottocento anni dopo, la vista del Volga ghiacciato mi lasciò ugualmente smarrito per le sue dimensioni inusuali e le lunghe giornate trascorse in treno attraverso la Baskiria da Samara a Ufa, circondato da un paesaggio sempre uguale dove l'uomo è assente, mi davano il senso di procedere nel nulla. Si dice in Russia che cento anni non sono tempo e cento chilometri non sono distanza. Ma in quel tempo non si pensava di dover arrivare almeno un' ora prima per il check-in e si poteva procedere secondo ritmi meno stressanti.


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venerdì 19 marzo 2010

Il Milione 2: a Costantinopoli per guadagnare.

Bene, bene, dai commenti al post di ieri, vedo un certo interesse all'argomento e quindi mi ci butto subito a pesce essendo uno dei miei favoriti. Intanto tenete sempre d'occhio la mappa che allego, che descrive l'ipotesi del percorso del nostro Marco, da cui si vede che un po' tutta l'Asia sia stata bene percorsa ed investigata, dopo di ché dobbiamo dire due parole sul libro. Infatti questa, che è una delle prime opere di letteratura davvero europea, vi ricordo, stesa in francese d'oil, misto a molti italianismi, da Rustichello da Pisa sotto dettatura, ebbe un immediato successo e fu subito tradotta e ricopiata più volte e pensando che allora i libri se li ricopiavano a mano, non è cosa da poco. Il motivo del successo, secondo me, sta proprio nell'essenza dell'opera. Non è solo un romanzo o un racconto di viaggio, come qualcuno lo ha definito, e neanche quello che si può catalogare come la prima guida turistica. Certo, è vero infatti che par di leggere la Lonely Planet Asia, con precise indicazioni di quanto tempo ci vuole a cavallo da una città all'altra o che nel tal posto si è ospitati degnamente in buone locande o ancora di fare attenzione ai mariuoli del tal posto che ti fregano il portafoglio. In realtà, sempre secondo me, è un vero e proprio manuale del mercante, con indicazioni e note necessarie a chi si voleva mettere in viaggio per fare affari; ecco quindi che si precisa dove comprare le merci migliori ed al minor prezzo, dalla bambagia alle spezie richiestissime o le pietre prezione o altro, sempre attento al valore delle cose ed alla convenienza dello spostare merci da un luogo all'altro per trarre profitto dalle differenze di valore. Si direbbe un manuale sull'arbitraggio, un trattato sulla globalizzazione e sui vantaggi della delocalizzazione ante litteram. Addirittura vengono segnalati i rapporti di cambio tra argento ed oro, sottolineando la convenienza di una piazza rispetto alle altre. In quei tempi di relativa pace e di conseguenza di crescita economica, ecco che tutti gli aspiranti mercanti si gettarono a pesce sul volume, ansiosi di avere informazioni utili. Certo in quei tempi gli unici viaggiatori erano i soldati ed i mercanti e non lo facevano per diletto. La molla del guadagno spingeva questa gente, ma chi non aveva la curiosità di conoscere, la voglia di capire il mondo e la sua vastità, improvvisamente disponibile, non aveva la voglia di andare al di là di una tratta già conosciuta e certa. I Veneziani erano tra i più intraprendenti ed è per questo che la Serenissima, pur piccola, cominciò il suo percorso di supremazia commerciale e politica nel Mediterraneo. Gente aperta che sapeva vedere nelle diversità, occasioni e vantaggi, che andava a cercarsi le opportunità dove c'erano, senza richiudersi a riccio nella sciocca difesa di un indifendibile particolarismo becero e ignorante, prodromo del declino economico e mentale, ma queste son cose di tempi successivi. Certo il buon Marco non parte alla cieca. Padre e zio, già accorti mercanti, giravano dalle parti di Costantinopoli a cercare buone occasioni e da lì ebbero le notizie che li spinsero al primo viaggio esplorativo verso est. Sentiamo Marco:
Capitolo 2…messere Matteo Polo e suo fratello venuti da Vinegia nella città di Costantinopoli con mercatantia, per guadagnare, partironsi in nave e andarono in Soldania….
Ce li immaginiamo certo, i due mercanti che partono da Piazza San Marco e vanno a Costantinopoli che era un po' lo snodo dei traffici con l'Oriente(e vorrei sottolineare quel "per guadagnare"; il mercante si diverte solo così, solo dopo si può fermare un attimo a considerare, a pensare). Era il1260 e la città era appena tornata in mano ai Bizantini. Santa Sofia aveva subito danni, ma non irreparabili e tutta la città era in fermento ricostruttivo dopo i disastri prodotti dalla IV crociata (che incidentalmente ricordo, saccheggiò l'impero Bizantino fregandosene di Saraceni e Terrasante varie). Paragonando il centro, con la Istambul di oggi, si può dire che mancavano solo i minareti e già si vedeva Galata e la torre allora diroccata dal saccheggio crociato ed in piena ricostruzione. Le mura semidistrutte dall'assedio, forse non differivano molto dal loro aspetto odierno. Era terra Genovese, ma quello che la accomunava alla cittàdi oggi era proprio la sua posizione chiave, un crocevia di commerci, di mercati, di scambi e occasioni. Quando passeggiavo nei bazar di Istambul, certo il profumo forte ed aggressivo delle spezie, i colori dei tappeti distesi davanti alla mille botteghe, le grida dai venditori che cercano di invitarti a fare un buon affare erano le stesse che avevano sentito i Polo quasi otto secoli prima. Gli stessi sguardi, lo stesso interrogarsi se quello sarebbe stato l'affare della vita, la stessa voglia di fermarsi, contrattare, scambiare zecchini con bisanti, tetradramme e piastre o lire o dollari contro merci. A Costantinopoli, a Istambul, comincia la voglia di "mercatantia" che in fondo mi ha accompagnato, anche se praticata per conto terzi, per tutta la vita.


Vi segnalo che in concomitanza con questa serie di post del viaggio di Marco, nel bellissimo blog di cucina di Acquaviva che vi invito a seguire, comincerà l'esposizione di una serie di ricette che trovereste oggi in quei luoghi e che forse avrebbero gli stessi sapori che ha provato il nostro eroe.
Quella di oggi riguarda un classico di Istambul: l'involtino di riso in foglie di vite.

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giovedì 18 marzo 2010

Il Milione.

Un personaggio del passato che invidio e cui cui guardo ammirato come ad un punto di riferimento? Ve lo dico subito, Marco Polo. Facile, direte voi, ma come si fa a non restare affascinati dalla sua vita in tutte le sue sfaccettature. Giovane e desideroso di vedere il mondo, di andare sempre al di là, di conoscere in maniera pratica e financo utilitaristica. Cercare di capire tutto quanto era diverso, non disdegnando di godere del meglio. All'apparenza mai accidioso o intento a sottolineare le cose negative che certo, ci sono dappertutto, ma pronto piuttosto a concentrarsi sugli aspetti positivi, atteggiamento che in generale porta vantaggi a tutti. Mercante che ha saputo unire la curiosità all'interesse personale. Persona di successo comunque e dovunque, sempre ammirato per la sua capacità ed intelligenza, amante di un rischio valutato e calcolato che lo ha predisposto ad una vecchiaia serena ed augurabile. Anche banfone al punto giusto, che di certo amava colorire un po' i suoi racconti, tanto da farli apparire del tutto inverosimili o fantasiosi, eppure così reali e concreti da risultare guida e fondamento per chi, dopo, volle ripercorrere i suoi cammini. Sì, sì, che grande voglia di identificazione con questo uomo che viveva in un mondo ed in un periodo tutto sommato aperto e libero, in uno spazio temporale in cui erano appena finiti i grandi scontri crociati e le scaramucce dei localismi non impedivano quasi per nulla i movimenti degli uomini e delle idee. Se non si considerano i tempi di percorrenza, in un certo senso, era più facile muoversi per il mondo allora che adesso. Niente barriere o passaporti, ma lo spazio libero che l'eterno mercante ha sempre sognato. Gli unici vincoli dati dalla mancanza di voglia e di intraprendenza, dalla deprivazione di curiositas che ti impedisce di prendere le vie del mondo. Ogni volta che riprendo in mano il Milione, mi si apre il mondo ed ultimamente mi sono accorto che, quasi per intero, leggendo la descrizione puntuale ed accorta, in quei luoghi descritti, ci sono proprio stato, durante quaranta anni di viaggi e di spostamenti, per il mio piacere, per caso o per esercitare proprio l'arte della mercatura, come Marco. Ma la cosa più straordinaria è che leggendo quelle pagine, mi sono reso conto che delle cose e dei posti raccontati, essendo questi riconoscibilissimi, avrei potuto dare quasi le stesse descrizioni, a testimonianza che tanti luoghi del mondo in ottocento anni, non sono cambiati, nella sostanza, quasi per nulla. Così ho pensato che di tanto in tanto riprenderò una pagina del libro, che vi incito a leggere con attenzione soprattutto se siete appassionati del mondo, appaiandola alla mia esperienza personale in quei luoghi. Vi lascio allora con l'incipit del libro su cui meditare, attenzione, è una minaccia!


Capitolo I

Signori imperadori, re e duci e tutte le altre genti che volete sapere le
diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete
questo libro dove troverete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi
delle genti d’Erminia, di Persia e di Tartaria, d’India e di molte altre
contrade…..


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mercoledì 17 marzo 2010

Orrori o errori?.

Per uno a cui piace scrivere, fare errori di ortografia è un bel problema. E non parlo degli errori di battitura, quelli che la smodata dimensione dei ditoni, anche se se ne usano solo due, o le atrofie provocate dall'artrosi deformante tipiche dell'età avanzata, sono facilmente identificabili e scusate, come il salto di lettera o la battitura del tasto viciniore, ma di quelli grassi, grossolani, che fanno rizzare i capelli anche agli illetterati e che fanno cadere le braccia al lettore più sprovveduto. Orrori più che errori, non ci sono dubbi, non leggerezze o sbadataggini. Altra cosa dalla sciatteria giovanile, di non mettere le maiuscole, i giusti spazi, una punteggiatura decente o addirittura le deprecate abbreviazioni da sms, che ti segnalano come appartenenza ad una categoria, di status se non di età. Ma possibile che 'sto tipo non sappia che ingegnere si scrive senza la i, vien subito da dire e tu perdi immediatamente la credibilità, vieni assimilato alla torma di ignoranti che dicono la Naik di Samotracia. Ebbene confesso, io sono tra questi. Certamente un incentivo a questo difetto genetico (mi illudo che sia così) è stato dato dai correttori automatici di cui sono corredate queste macchine infernali, grandi aiuti, ma incentivi ad una pigrizia mentale che aiuta a scivolare nell'oblio neuronico, catatonizzando le sinapsi che presiedono all'ortografia. Per fortuna che amici cari, si affrettano a segnalarmi almeno gli errori più appariscenti e vergognosi, quelli da matita blu per intenderci, i più delicati addirittura in forma privata per sottrarmi allo schiaffo del pur limitato pubblico. Io, vergognoso, mi affretto alla correzione, ma rimane in fondo un senso di caduta delle braccia, difficile da recuperare psicologicamente, che lascia un sapore di inadeguatezza che non fa piacere. Tra l'altro, non posso neanche accusare l'età e la distrazione derivata dalla naturale necrotizzazione dei collegamenti tra le aree cerebrali, perchè questo accadeva anche quando la mia testa doveva essere nella situazione migliore e più fresca. Non dimenticherò mai il mio primo tema (allora così si chiamavano) di quarta ginnasio. Si arrivava da scuole medie di buona qualità, con una valida palestra di latino. Il professor Calorio, che mi sembrava anzianissimo e di grande severità, aveva subito chiarito che le cose sarebbero mutate decisamente e che da noi si pretendeva un deciso salto di qualità, sia espressiva che di contenuti e subito nei primi giorni ci mise d fronte al primo compito in classe da svolgere sull'argomento: Perchè ho scelto il Liceo Classico. Mi arrabattai alla meglio e consegnato il mio foglio, attesi ansioso il verdetto che arrivò puntuale la settimana successiva. Il buon prof, entrato con passo lento e si sedette alla cattedra, posando con aria stanca e un po' delusa il mazzo di compiti. Poi iniziò un pistolotto su come in generale il livello medio degli studenti fosse caduto così in basso, non avendo trovato nei nostri lavori idee, forma e sintassi adeguata al luogo dove ci trovavamo. Su questo però, ci si sarebbe potuto lavorare, si poteva capire che dovessimo ancora maturare una capacità di scrivere che, se aiutata a crescere, sarebbe potuta arrivare ad un fine decente con il giusto esercizio, ma la cosa non ammissibile era che ci fossero ancora delle lacune pesanti sul versante della semplice ortografia. Cose da far rizzare i capelli, che da sole, metterebbero in ombra tutto il senso dello scritto, rendendolo ingiudicabile. Pensate, ci disse, che c'è addirittura uno, che mi ha scritto: "anchio" tutto attaccato, senza l'apostrofo, cosa che non solo deve essere sottolineato con la matita blu con doppio segno, ma circondato da quattro linee blu (la cosiddetta bara) e non voglio aggiungere altro. Così, tra brusii inorriditi, cominciò la distribuzione, mentre tutti si chiedevano chi avesse mai commesso quell'abisso di perversione. Quando fu pronunciato il mio nome, mi avviai timoroso verso la cattedra e, arrivatovi davanti, sentii su di me due occhi di bragia ed una voce stentorea che pronunciava il tragico verdetto: "Ah, e lasciò una pesante pausa di sospensione, eccolo qua il reo!" e mi scagliò di malagrazia il compito che le carcate correzioni della matita, tra cui spiccava la famosa bara blu, avevano reso un po' stazzonato. Nessuno osava parlare e mi avviai al posto con la testa bassa, senza tentare neppure una escusatio di facciata, seguito dalle occhiate in tralice di compatimento dei miei nuovi compagni che evidentemente mi stavano già catalogando tra gli ignorantoni. Nei cinque anni successivi, non ebbi mai un gran rapporto con la composizione di italiano, tanto è che alla maturità dove uscii con un inopinato sette, ottenuto grazie ad un orale magistrale (già premonitore del fatto che avrei poi vissuto di chiacchiera), lasciai stupitissima e anche un po' offesa la giovane professoressa di lettere che ci aveva condotto nella terza liceo, che non mi aveva in grande stima. Quindi per il futuro, faccio appello a voi, sapete che non è una mia colpa, ma un difetto genetico che non riesco a migliorare e ne sanno qualche cosa le mie deliziose ex-colleghe che provvedevano a bonificare i miei documenti, senza bacchettarmi troppo. Comunque, prometto, cercherò almeno di rileggere.

martedì 16 marzo 2010

Celodurismo e dintorni.

Eh sì, bisogna proprio dirlo, siamo la razza superiore, nessuno lo può negare e prima o poi domineremo il pianeta, anzi secondo me lo stiamo già dominando. Fa freddo, ma abbiamo saputo difendercene e ben coperti abbiamo ripari sicuri, dove dormire e riposare tranquilli. Sappiamo procurarci cibo a sufficienza con gli strumenti che da soli abbiamo costruito e comunichiamo tra di noi, facilmente. Questa capacità di fare, ci assicurerà il potere assoluto su tutto quello che ci circonda. Siamo forti e spietati e facciamo quello che è giusto fare. Certo, non come quegli altri; esseri inferiori che si aggirano a branchi senza saper bene cosa vogliono, brutti con le loro facce prognate e lo sguardo stupido. Sanno solo ballare attorno al fuoco, gli sciocchi e cantano con ululati chiocci. Non sanno nenche bene parlare tanto che quei suoni gutturali che emettono per cercare di comprendersi, sembrano più suoni di animali che di uomini. Forse ritengono che basti tracciare disegni su una parete e provare piacere a guardarli o dondolarsi qua e là, o che stare ad ascoltare i racconti che il loro capo branco fa prima di dormire, sempre che riescano a capirlo, sia una forma di intelligenza superiore alla nostra, migliore del fare le cose che servono invece di gingillarsi in chiacchiera. Si credono superiori, questi Neanderthal da strapazzo, pensano che noi siamo cattivi e feroci, loro amano tutti, gli sciocchi. Ma noi non staremo con le mani in mano a sopportarli mentre perdono tempo a divagare su una terra che deve essere completamente nostra. Abbiamo visto che c'è un accampamento vicino al fiume. Loro dormono nelle caverne della balza di roccia vicino all'ansa più grande. Mi hanno detto che le hanno dipinte tutte di mille colori, con animali che corrono nella savana e tante mani rosse e nere che cercano di afferrarli; che perditempo, non vanno a cacciarli, fanno riti e obbediscono ad un uomo debole e malfermo sulle gambe, invece di abbandonarlo in fondo a qualche forra come sarebbe giusto ed affidare le sorti del gruppo a qualcuno forte, deciso e duro, quello che sa prendersi tutte le donne della tribù. Questa notte mentre loro dormono saremo là, attorno a loro come animali feroci e quando scenderemo urlando non avranno neppure il tempo di afferrare quelle pietracce appena sbozzate, che cose più tecnologiche non sanno fare e con le nostre armi più moderne, lance e lame ben scheggiate di nera ossidiana, li uccideremo tutti. Magari ci terremo qualche donna per divertirci, ma non lasceremo fare loro figli; noi Cro-Magnon non mescoliamo il nostro seme alle razze inferiori.

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lunedì 15 marzo 2010

Carnevale della Matematica n. 23


Vi segnalo il Carnevale della matematica n. 23, questo mese veramente eccezionale, dall'ottimo Popinga. Tra l'altro io sono nato il 23...quindi!

Zhòng.

Chi è stato in Cina lo sa. Se cammini per una città cinese, sia per strada, sia in un parco, che in un qualsiasi luogo pubblico è molto difficile che si possa provare il senso della solitudine, la sensazione agorafobica di vuoto, di mancanza della presenza umana. Dovunque e comunque sei circondato, premuto, affastellato da una moltitudine infinita di persone, una calca infernale che scorre ai tuoi lati e davanti e dietro di te senza quasi lasciarti lo spazio per respirare. Se avete dei problemi a stare in mezzo alla folla in spazi ristretti, la Cina non è il vostro posto, diciamo che praticamente siete perennemente circondati da persone indaffarate alle quali, tra l'altro, questa densità mostruosa non dà alcun fastidio apparente. Le stazioni sono luoghi ben rappresentativi di questa situazione. Appena varcato un ingresso, debitamente incanalati in un flusso di persone, ci si trova imbottigliati in ambienti dove non è possibile muoversi con facilità in una direzione scelta, specialmente se non si sa ancora con precisione dove si deve andare, ma si viene, per così dire portati da una corrente principale che si muove all'interno della massa vivente, bisogna allora cercare di defluire lateralmente alla corrente stessa per potere uscire dal fiume e riuscire a fermarsi ai lati, dove stazionano grandi gruppi di persone intente a mangiare, a chiacchierare o semplicemente a riposare, per decidere il da farsi ed individuare quale sarà il giustro refolo di folla che vi porterà nel luogo da voi prescelto. Il tutto molto chiassoso e condito con spinte e pressioni da ogni parte, tutte considerate regolari e non da ammonizione. Però la folla disordinata ha un suo ordine intrinseco e si governa in vari modi, con cartelli, con ordini dati con voce stentorea, con sistemi ammiccanti e suasivi. In effetti la lingua cinese, che come sappiamo descrive i concetti con dei segni e spesso con dei pittogrammi, non ha dubbi per rappresentare la folla. Ben conosciamo il simbolo dell'omino in piedi con le gambe aperte che significa appunto Uomo, persona (Ren). Ebbene basta vergarne tre di omarini, due in basso e uno sopra per rappresentare con un gruppetto di uomini quasi visti in prospettiva, ottenendo Zhòng - 众, la folla, la moltitudine, tanti uomini raccolti nello stesso posto. Magari da portare in piazza, da fare marciare ordinatamente, da mettere al lavoro nei campi o anche da lasciare tutti assieme anche se separatamente davanti ad una televisione, da cui si può parlare, convincere, indottrinare. Cosa non facile da fare, perchè non è da tutti avere la capacità di accalappiare la folla, così mutevole e ondivaga. Bisogna avere capacità, mezzi e grande determinazione, doti che sono appannaggio di pochissimi, gli altri invece andranno bovinamente ad aggiungersi ai tre omini del carattere di oggi, un altro segnetto nel mucchio, un altro mattoncino nel muro perchè è così facile, così semplice, così tranquillo e senza pericoli seguire la folla gridando viva o abbasso. Ecco perchè il proverbio cinese dice: "E' più facile seguire la folla, che farsi seguire da essa".

domenica 14 marzo 2010

Elezioni regionali.

Certo l'Europa è una vecchia signora demodée e priva di slanci. Ha finito gli ormoni e si preoccupa solo, ricca e decrepita, delle rughe della pelle che mostrano la sua irrimediabile discesa e non pensa né si preoccupa per la quantità di neuroni che ogni giorno le si spengono nella testa, i giovani che diminuiscono o se possono se ne vanno. L'Italia va ancora peggio, ormai infettata dal virus di un declinio inarrestabile e si lascia andare come quei vecchi in un triste ospizio, ossessionati solo dai problemi della sicurezza, che infermiere interessate istillano loro ogni giorno assieme al Valium, per sedarne gli ultimi momenti di lucidità. In fondo non è nemmeno spiacevole accettare un allettamento definitivo, in un bambagismo senza spigoli, che ti fa guardare con occhio benevolo l'amoralità dei comportamenti, che ti fa superare il disgusto per la corruzione istituzionalizzata, accettata comunque perchè almeno così qualcosa si fa, senza un moto di ripulsa quando ogni volta che scoperchi una pietra, vengono fuori i vermi. Il tutto condito con la più classica invidia dell'anziano verso il potere smaccato, che non ha potuto avere o che non ha più o che se ancora ne detiene uno scampolo non vuol mollare a tutti i costi perchè gli mantiene l'illusione della gioventù, il potere che serve ad avere danaro e sesso, le due ossessioni dell'uomo. Ma scendiamo ancora più giù lungo le ripe scoscese delle Malebolge ed arriviamo alla mia terra, alla mia città popolata di vecchi accidiosi che tali, per tradizione erano anche da giovani, già nati vecchi; una città che da 80 anni non ha saputo mai innovare, ma che è scesa lentamente verso il basso, perdendo a poco a poco ogni suo punto di eccellenza. Il mio amico Ping, quando viene in città dalla Cina, si meraviglia di ritrovarla sempre uguale. - In 20 anni, avete fatto tre case nuove e un ponticello che va bene per la Barbie.- Eh già, da loro, una città come la nostra la rifanno in un anno. Ora le toglieranno anche quello scampolo di Università che manteneva, con qualche ragazzo, un minimo di presenza giovanile. Città specchio di una regione, il Piemonte ormai diventata simbolo nazionale della decadenza, delle occasioni perse, delle rimostranze su come si doveva fare. Quadro troppo pessimista e negativo? Lo specchio e la conferma di tutto questo sono le elezioni regionali alle porte. Ieri un amico, acuto osservatore del dibattito politico, mi faceva notare una cosa interessante. Con l'aria che tira, le elezioni le vincerà certamente un personaggio di una forza politica dichiaratamente milanocentrica, proveniente da un'area del Piemonte che non si sente affatto piemontese, ma lombarda. Un partito che non ha mai fatto mistero di considerare il Piemonte come un'area depressa da tenere come serbatoio di voti, ma da depredare progressivamente di ogni attività economica utile alla crescita. Chiedetelo ai dipendenti del San Paolo, vi faranno un bel quadro di come sono contenti da quando quella che doveva essere un'unione alla pari, ha spostato l'asse del potere completamente ad est. Anche la piccola Cassa di Risparmio di Alessandria è stata assorbita da una banca milanese. Il Gruppo del Credito Valtellinese è venuto a fare shopping da noi, dove ormai tutto è in svendita. Un Governatore della regione di tal fatta completerà l'opera? Se questo avverrà, non bisogna piangere, io credo che abbiamo quello che ci meritiamo. Pensate che un argomento come questo non viene neppure utilizzato dalla sua avversaria politica. Forse neanche ci pensa più il piemontese tipo, abituato a pensare sempre al ribasso, a ridurre le spese, a resistere con quel poco che ha fino a quando arriverà la mietitrice a toglierlo dalle grane, di potersi ancora permettere la Mercedes (Bresso).

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venerdì 12 marzo 2010

Le ruote del sole.

Era l'ultima tappa del nostro viaggio in Orissa ed ogni giorno era stato denso di sensazioni e immagini da mandare a memoria. Avevamo tenuto per ultimo il grande tempio di Konarak, una delle attrazioni architettoniche più famose dell'India. Ci arrivammo di mattina presto da Puri, percorrendo le piccole strade lungo gli argini delle risaie. Quando ci venne incontro, colpito di lato dai violenti raggi di luce che penetravano tra gli scampoli di azzurro lasciati liberi da una gonfia nuvolaglia quasi nera, ci aggredì con lo stesso impatto di grandezza che hanno in tutto il mondo altri monumenti simili, da Stonehenge a San Pietro, al Borobudur, alla Città Proibita, alle Piramidi di Tikal. Il tempio di pietra ocra dedicato a Surya, il Sole, è costruito con le sembianze di un immenso carro, identico per forma a quelli del Ratha Yatra ed è noto soprattutto per le stupefacenti 24 ruote di pietra, alte più di tre metri, finemente scolpite, che simulano quelle dei carri processionali. Tutte le pareti sono completamente ricoperte di spettacolari altorilievi di ogni dimensione che non lasciano spazi di riposo all'occhio, in una sorta di horror vacui estremo. Vi sono descritte in fregi che avvolgono l'intero tempio, processioni rituali di animali, di uomini, mostri, divinità, episodi dei libri sacri e in una serie di metope più grandi e dal tratto più raffinato, un'altra delle esplosioni della scultura erotica, già nota per i più famosi templi di Kajurao. Si rimane attoniti e non riesci a smettere di guardare ogni immagine, ogni gruppo di figure, ogni lunga teoria di elefanti che con elegante leggerezza sembrano scivolare attorno al grande carro immobile, ma che pare sul punto di mettersi in marcia da un momento all'altro. Una trina finissima istoriata nella pietra, tutto intorno ai corpi che languidamente sembrano lasciarsi andare al continuo rincorrersi delle sensazioni fisiche e mentali del Tantra. La bellezza delle ruote, su cui sono stati scolpiti anche i chiodi per poter procedere lungo la strada fangosa senza intoppi, lascia senza fiato tutti i visitatori, che procedono in silenzio, fermandosi di tanto in tanto ad ammirare le sfumature del colore della pietra mentre la luce, condizionata dal monsone, varia continuamente. Ci rimanemmo parecchio, poi, rifocillatici con qualche banana rossa che Prakash ciaveva procurato in uno dei tanti banchetti di frutta che circondavano il sito, riprendemmo la strada per Bubaneswar, verso l'areoporto, silenziosi. Anche Prakash, solitamente chiacchierone, non parlava e il salutarci fu un momento di grande commozione. Ci ricordò che la breve sosta iniziale e la puja al tempietto di Ganesha, avevano sortito l'effetto desiderato, di avere un viaggio privo di problemi, ma soprattutto ricco di momenti da riportare dentro di sé, per migliorare noi stessi. Sereno, ma allo stesso tempo meditativo. Si era in un certo senso, affezionato a noi ed in particolare alla nostra ragazza, che sentiva di certo come una dei suoi e a cui strinse a lungo le mani, guardandola negli occhi prima di lasciarci. Aveva l'occhio umido, come noi del resto, e non sembrava neppure badare troppo alla busta che gli avevamo lasciato e che stropicciava distrattamente, salutandoci, per indovinare l'entità del contenuto.



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giovedì 11 marzo 2010

Fedeli e preghiere.

Eravamo ormai a Puri la città santa, sede del grande tempio dedicato a Jagannath, il Signore dell'Universo. Questo Dio venerato diffusamente in Orissa, è piuttosto curioso e si ricollega ad una forma secondaria di Khrishna, già avatar di Vishnu, ma il suo aspetto esteriore è assolutamente lontano dai canoni classici della mitologia Hindu. Contrariamente a tutti i suoi colleghi, ricchi di braccia e mani e occhi che contorcono i loro corpi in tutta la barocca iconografia religiosa, il nostro Signore è sempre raffigurato con un tozzo tronco appuntito, senza braccia né gambe, dipinto di nero e altri colori vivaci con enormi occhi tondi che osservano i fedeli come un manga giapponese. E' accompagnato dal fratello Balarama anch'egli avatar di Vishnu, uguale a lui ma colorato in bianco e dalla sorellina Subhadra, rappresentata da una piccola statuetta dalle stesse sembianze ma con le braccia, posta tra i due fratelloni. La triade fissa i fedeli con occhi incantati dagli altari di molti templi orissani, ma è a Puri che la devozione collettiva si scatena, in particolare durante le grandi cerimonie del Ratha Yatra, in cui le tre statuette, poste su giganteschi carri alti oltre dieci metri vengono portati in processione lungo i tre kilometri della via sacra fino al tempio che sta al termine dela via. I tre carri riccamente addobbati vengono distrutti al termine della festa a cui partecipa oltre un milione di persone e ricostruiti l'anno successivo. Potete immaginare il bailamme proprio di tutte le città che campano di religione, percorse in lungo ed in largo da frotte di pellegrini che si affastellano attorno ai punti chiave della devozione. Cambiano le statue, le lingue, le preghiere, ma la ricerca del divino è molto simile in ogni parte del mondo e spesso però è fonte di nervosismo e irritazione, verso chi è fuori dal gruppo. Tra l'altro da queste parti sono abbastanza fumantini, i mussulmani li han fatti filare via quasi tutti, mentre ai cristiani che han sempre tenuto un profilo basso, di tanto in tanto bruciano qualche chiesa, se poi qualcuno non vuole uscire e rimane dentro vuol dire che ci teneva proprio. Verso gli Adivasi animisti, invece c'è abbastanza tolleranza, anzi, data la totale non considerazione verso gruppi ritenuti assolutamente inferiori, si può dire che non gliene può importare di meno. Dunque eravamo al centro della grande piazza da dove parte la processione, occupata quasi interamente dal più grande dei tre carri, quello di Jagannath, ma l'entrata al grande tempio non è concessa agli impuri non credenti, ragion per cui, accedemmo, pagando il giusto, al tetto della vicina biblioteca da cui si ha una buona visione di insieme dell' interno del tempio stesso. Una fiumana di gente, girando attorno ai carri che stavano per essere smontati, si accalcava all'ingresso premendo per entrare, ognuno con in mano le proprie puje, frutti o fiori o altre piccole offerte, altri gruppi si attardavano per poter entrare tutti assieme e non disperdersi; canti e salmodie si levavano dalla folla e dall'interno del tempio assieme a fumi di incenso che i sacerdoti producevano preparando le varie cerimonie. Dal tetto la visuale era interessante, ma nostra figlia sembrava molto interessata a capire da vicino e per così dire, toccare con mano. Prakhash, si guardo intorno, poi la prese per mano e le disse: Fingi di essere mia figlia e non parlare mai.- Scesero le scale e si avvicinarono al portale di ingresso dove due robusti bramini seminudi sorvegliavano vigili e con due pesanti bastoni in mano, che nessuno si intrufolasse senza diritti. Vi assicuro che seguimmo l'ingresso nel tempio con occhio un po' preoccupato, ma subito la folla che premeva li nascose alla nostra vista. Riemersero dopo una mezz'oretta, Prakhash più sereno, la ragazza un po' frastornata. Avevano girato i meandri oscuri degli interni, dove pressati dalla gente, mille mani approfittavano per "aiutarla" a procedere o a salire le strette scalette. Un bagno di umanità abbastanza intenso comunque. Ci mescolammo ai mille sari colorati che percorrevano la via sacra ed andammo verso il mare, poco lontano, dove le onde forti si frangevano con un rumore sordo sulla battigia. Un pesante odore di incenso e di ghi bruciato pervadeva le strade.





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mercoledì 10 marzo 2010

Mare nero.

Lasciammo le foreste, dove a poco a poco le radure diventavano più vaste e lasciavano completamente lo spazio alle zone coltivate. Questa volta la strada correva lungo argini malfermi e fangosi, dove l'acqua diventava l'elemento predominante, sotto ed attorno a noi, oltre a quella che continuava a cadere dal cielo. Eppure nonostante il fango e gli schizzi, il monsone ha sempre una sensazione di lavacro purificatore, di pulizia. L'acqua porta via i residui, lo sporco, il marcio dalle strade e forse dalla testa della gente. Dappertutto è un continuo lavarsi. Dietro o di fianco ad ogni capanna vedi ragazze, donne con grandi recipienti di alluminio che si lavano i capelli o a mollo fino alla vita, seminude nelle pozze, riparandosi un poco con i bordi colorati dei sari tesi attorno a sé. La pioggia cade battente, ma senti arrivare le risa degli scherzi e di chissà quali prese in giro. Arrivammo finalmente al mare, anticipato da immense lagune da circumnavigare a fatica, lungo file interminabili di palmeti alti e piegati dal vento. Qua e là montagne di cocchi con ragazzi intenti a pulirne le noci, a scorticarne la fibra, a farne ammassi da lavorare successivamente. Sulla riva, villaggi di pescatori poverissimi, anche questi Adivasi, ma all'apparenza più integrati con il mondo induista, dai quali si distinguono solo più per l'aspetto dravidico più piccolo e scuro, ma forse proprio per questo all'apparenza, ancora più poveri e disperati. Le capanne sul bordo del mare apparivano più malandate, circondate di sporcizia ed affastellate le une contro le altre, dove una umanità dall'aspetto triste, composta di donne con una miriade di bambini silenziosi e nudi, attendeva con lentezza alle incombenze quotidiane. Tutta la spiaggia intorno era coperta di escrementi e delle scorie della vita quotidiana; verso la spiaggia, decine di legni putrescenti delle barche più malandate che abbandonate sul bagnasciuga attendevano la definitiva dissoluzione per rientrare nel ciclo naturale, che da Visnù il creatore porta fino a Shiva il distruttore. La ruota infinita delle nascite e delle morti che caratterizza l'esistenza, lo schema da cui per queste genti non c'è speranza di uscire. Una cappa triste che incombe ancora più della impossibilità di un miglioramento delle condizioni di una vita misera, anche solo per qualcuno di loro. Oltre la battigia, le onde alte e violente del golfo del Bengala, di un mare scuro, grigio pece come il cielo da cui non lo separa più neanche l'orizzonte, si ergono come bastioni facendo impennare le barche dei piccoli uomini scuri, quasi impedendo loro di lasciare la riva o peggio, di ritornarvi, per punirli della loro impudenza di voler affrontare l'Oceano, obbligati dalla fame, anche se il dio dei mari non lo vorrebbe. Lasciammo il villaggio con un senso di vuoto nel cuore, ripercorrendo la spiaggia lentamente sotto la pioggia, seguiti da cani magri ed infidi che stavano comunque a distanza di sicurezza, usi di certo a subire il bastone o la pietra in caso di incauto avvicinamento. Non avevamo però troppo tempo per riflettere, intenti come eravamo ad evitare di calpestare le scorie della vita che ricoprivano quasi completamente la sabbia bagnata e scura.



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martedì 9 marzo 2010

Heavy rain.

Scusate lo sfogo di ieri, ma non ne potevo più di sentire scemenze in televisione, che di patata si occupa spesso per la verità, anche se in modi non consoni ed il sole primaverile aveva ringalluzzito le mie velleità di divulgatore parascientifico. Oggi invece la giornata è tornata bigia e pioverà tra poco (anzi in verità si è messo a nevicare). Qui da noi la pioggia è comunque triste e credo che il fatto, abbia una influenza culturale netta, forse perchè quando piove fa anche freddo e ci si irrigidisce nei pastrani, stringendo le spalle e anche i diametri delle arterie che portano il sangue al cervello. Secondo me questo incattivisce la gente e la fa richiudere in sé stessa, magari la speculazione filosofica diventa più intensa, ma la voglia di confrontarsi e di socializzare diminuisce. Col monsone è un'altra storia. Quella non è pioggia. Quella è acqua. Acqua a cateratte che viene gettata giù dall'alto come le secchiate dai balconi. Placa il caldo, aiuta la vita, mette allegria e voglia di vivere. Quell'anno in Orissa, il monsone era particolarmente intenso. Non è che la pioggia venisse tutto il giorno uguale e fastidiosa, invogliandoti a rinchiuderti sicuro per ripararti, ma capitavano momenti in cui sembrava che il cielo ti si rovesciasse addosso dandoti delle mestolate liquide in faccia, alternate a spazi di pioggerella fine e quasi tiepida, con le gocce che ti colavano sul viso e che sembravano asciugarsi ancora prima di inzuppare i vestiti. Di quando in quando usciva il sole, subito rovente e cattivo che pareva asciugare tutto in un attimo, lasciando solo un senso generale di umidità che pervadeva l'ambiente in maniera omogenea, confondendo acqua e sudore al punto da farti desiderare che al più presto cadesse la successiva razione di monsone benefico. La gente usciva allegra dalle capanne, approfittando delle pause tra i rovesci più forti ed a gruppi andavano versi le risaie trasportando in testa in pesanti fagotti o con grandi bilancieri, i mazzi delle piantine verde oro da trapiantare. Qualche uomo coperto solo da un minuscolo dothi bianco attorno alle anche, portava sulle spalle un piccolo aratro di legno a chiodo, residuo di una agricoltura primordiale che solo il clima rendeva meno avara. Nessuno cercava riparo dall'acqua, tenendo in testa al più grandi cappelli di paglia a cono per evitare la più grossa. La strada quasi rettilinea che tagliava le foreste del Sud dell'Orissa era stretta e piena di buche fangose dove l'Ambassador bianca, che Prakash lavava inutilmente ed ossessivamente ogni mattina prima di partire, procedeva ad una media dei venti all'ora per non lasciare qualche semiasse lungo i bordi delle risaia, cosa che ci lasciava tutto il tempo per osservare con calma la vita pulsante nelle radure dove le piccole camere circondate dagli arginelli fangosi rialzati con corte zappe, si andavano a poco a poco trasformando da specchi lucidi di acqua fangosa in verdi superfici ordinate il cui confine era segnato da file di donne chinate con i sari colorati rialzati fino alle cosce, che al nostro passaggio arrestavano per un po' il lavoro per osservarci e mandare un saluto. Il mare era ancora lontano e quell'India rurale, se pur durissima e carica di problemi, non dava assolutamente le impressioni di pesante e addirittura fastidioso senso di disperazione delle bidonville metropolitane. Come in tutti i paesi del mondo la povertà mi è sempre sembrata più serena nelle campagne che ai margini della città, dove assieme ai problemi della mancanza di tutto quando dà la dignità all'uomo, si assomma anche lo stridore dissonante del contrasto con l'esibizione della ricchezza, che il paragone rende fastidiosa e opprimente, direi odiosa nel suo disinteresse egoista. Sarà una serenità fasulla quella delle campagne, ma la gente in generale ride quando le parli e ti fa sentire anche un po' meno in colpa. Mica tutti però. Fermammo l'auto per lasciar passare una famigliola che andava verso il suo campetto. La madre, piccola e carica di piantine era già avanti con il suo bimbo legato sulla schiena, il padre magro comminando davanti alla copia di bovini aggiogati più magri di lui, portava sulla spalla l'aratro di legno e si fermò a sorvegliare la strada, mentre un bambino, tutto nudo, con un enorme cappello a cono, portava un piccolo bilancere sulle esili spalle di bimbo con due pentolini alle estremità, forse il pranzo della famiglia. Si fermò in mezzo all'asfalto a guardarci non sapendo bene cosa fare, mentre armeggiavamo con le macchine fotografiche sotto l'occhio orgoglioso del genitore, poi scoppiò in un pianto dirotto, forse provocato dalla vista di quegli alieni bardati di tute spaziali che lo puntavavano. Scelse, saggiamente la via della fuga, correndo sull'asfalto sconnesso mentre il babbo, sganasciandosi dalle risate, ci salutò a lungo, augurandoci buon viaggio.

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Where I've been - Purtroppo ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 98 su 250!