domenica 31 gennaio 2010

Soldatini a cavallo.

Ho appena passato il mio solito paio di orette da Mediaworld. Ogni tanto ci vado, girolo qua e là guardandomi un po’ di megaschermi, calcolo le misure per dove metterli, controllo i PC e i Mc, faccio una puntata tra le telecamere e le macchine digitali confrontando le caratteristiche, insomma è il mio negozio dei giocattoli dove torno bimbo per un po’. Chissà da dove mi vengono questi mal di pancia. Credo che vengano da lontano, che siano una tara del passato, di un altro tempo. Quando ero piccolo, intendo piccolo piccolo, il soldo che girava era così poco che veniva sempre privilegiato il regalo utile, al limite, istruttivo, ma per i giocattoli, se li volevo, dovevo un po’ arrangiarmi. Avevo una gran passione per i soldatini di indiani e cowboy (allora tutti parteggiavamo per i cowboy e nessuno voleva tenere Toro Seduto e men che meno i Piedi Neri, salvo essere oggetto di lazzi infiniti) ma il pezzo più bramato era il fortino. Un mio amico ricco, ne aveva uno strepitoso, grandissimo, così almeno mi sembrava e quando arrivavo da lui a giocare, aveva già disposto una grande schiera di soldatini, di cui disponeva in gran numero; gli indiani tutti attorno al forte e il gruppo del 7° cavalleggeri all’interno, pronti per la sortita con il generale Custer in testa e io mi rodevo dall’invidia. Me ne ero costruito uno con tre o quattro scatole da scarpe, ritagliando le punte dei pali che poi avevo accuratamente disegnato sull’esterno ed era anche venuto abbastanza bene, ma non era la stessa cosa, ci giocavo io, ma non osavo certo esibirlo nei giochi comuni e poi mancavano i soldatini, che non è poco. Ne avevo solo qualcuno malandato e mezzo rotto, ma lì non si poteva sopperire con quelli ritagliati nel cartone. Così sognavo e desideravo, ma senza un piano preciso, perché non c’era una possibilità pratica di venire in possesso di uno stock di soldatini decenti. Però si era creata una routine obbligatoria a cui la mia mamma si era ormai rassegnata. Quando mi veniva a prendere all’uscita da scuola, giravamo largo fino alla Via Dante, lei mi comprava 20 lire di bellecalda bollente che io sbocconcellavo avidamente mentre andavamo verso casa. Quasi al fondo della via c’era però la fermata di rito. Si aprivano sull’angolo due vetrine del più bel negozio di giocattoli di Alessandria che si chiamava La fata dei bambini. Era assolutamente meraviglioso. La prima vetrina era più specifica per i maschi, una quantità di bellissimi soldatini disposti in schiere ordinate all’assalto di forti e castelli, scatole di costruzioni barocche e gigantesche su cui troneggiava il mitico Meccano n.5, che neppure i miei amici più ricchi possedevano, modellini di ogni tipo e un colossale plastico con una serie di trenini che si incrociavano a velocità folle. Beh, quelli erano talmente al di sopra del possibile che non li desideravo neppure, mi piaceva solo stare a guardarli. Sarei rimasto lì per ore, con il naso appiccicato alla vetrina, ogni tanto la mia mamma mi diceva: ”Dai andiamo.” Ma già sapeva che i primi due o tre richiami erano tempo perso, era solo per cominciare la trattativa e guadagnare posizioni. “Ancora un momento, mamma” imploravo; poi finalmente, in generale quando la bellecalda era finita e mamma mi aveva ben pulito le dita, col fazzolettino bianco che teneva nella manica, per evitare che ungessi il cappottino che mi aveva confezionato per Natale, dovevo staccarmi da quel bengodi e ce ne tornavamo a casa a fare i compiti. Ci sono passato davanti ieri, adesso c’è un malinconico negozio di frigoriferi. Sì, penso che venga da lì quell’atteggiamento che provo quando vado da Mediaworld, quando sto un po’ a guardarmi lo schermo Led da 62 pollici o l’home theatre con tutta quella serie di funzioni che non riesco neanche a capire e che di certo non è possibile desumere interrogando gli addetti. Forse anche allora la commessa della Fata dei Bambini, non avrebbe saputo spiegarmi come fare il mulino a vento con le pale che giravano col Meccano n.5, ma credo che in fondo, non fosse molto importante.

sabato 30 gennaio 2010

Laguna umida.

Il giorno dopo, alla bambina la febbre era scesa e decidemmo di fare un lungo giro in macchina traversando tutto il nord dello Yucatan fino a raggiungere la parte rivolta verso l’interno del golfo del Messico. La strada che tagliava tutta la foresta era una retta quasi perfetta che per decine di kilometri sembrava dividere il verde chiaro della massa di alberi, evidenziavano un terreno rosso e poco fertile. Più o meno a metà, Merida, una cittadina piuttosto anonima dove vi consiglierei di comprare un Panama, se vi serve naturalmente; li fanno lì, quindi a un acquisto a kilometri zero, tanto per essere à la page. Dopo altri duecento kilometri arrivammo a Celestùn, su una grande laguna, che è anche un immenso parco nazionale ornitologico. Ci prendemmo una lancha guidata da un vecchietto, Miguel, che sembrava dormire sempre, mentre la dirigeva adagio tra la foresta di mangrovie. E’ il classico posto dove si può far finta di essere Indiana Jones alla ricerca del tempio maledetto. Si scendeva, ogni tanto dove il terreno sembrava più solido, cercando, a fatica di camminare tra le mangrovie in precario equilibrio, fino a che non diventavano troppo fitte per proseguire a piedi. Ci aggirammo per ore scivolando tra anhingas, gli uccelli serpente ed egrette, per nulla timide e disponibili a mettersi in posa senza problemi, ma le centinaia di flamingos che stazionavano in fondo allo specchio di acqua, quando si levarono in volo, coprirono il cielo con tutte le sfumature del rosa, come in una debole fiammata tremolante. L’emozione fu così forte che, appena scendemmo dalla barca, Tiziana scivolò sulle tavole umide e batté una testata così forte che tememmo il peggio. Ma si sa, le donne hanno la testa particolarmente resistente e ce la fece anche quella volta. Cercammo di metterne insieme i cocci in un ristorantino lungo la spiaggia, bianca di minuscoli frammenti di conchiglie, caldissima e completamente deserta. Servivano dei camarones alla plancha in salsa tex-mex assolutamente enormi e deliziosi. Ne mangiammo molti, diverse porzioni direi, anche per lenire il dolore e tirarci su il morale e toccando il bozzo che gonfiava. Se ne ricorda ancora adesso della botta, poverina, però non è mai più scivolata da allora, su una barca almeno. Quando ritornammo sulla costa est, era ormai notte fonda, il giorno dopo ce ne saremmo tornati a casa, con la nostra borsa piena di esperienze nuove, sperando di aver capito qualche cosa tra le tante che avevamo visto, cercando di incasellare le emozioni per non perderle troppo in fretta. Sono tornato altre volte in Messico, è un paese dolce.

venerdì 29 gennaio 2010

Rosso sangue.

Il giorno seguente, lo dedicammo a Chichenitzà, forse il più conosciuto e visitato tra i siti Maya, oltre ad essere probabilmente il meglio conservato. Fu appena dopo un temporale che attaccammo la ripida salita alla piramide di Kukulkan, perfetta e bellissima, mentre il sole forte graffiandone impietoso i bordi, disegnava l’ondulazione del serpente piumato sul prato sottostante. L’ombra sembrava muoversi sinuosa sul terreno seguendone lenta le piccole asperità. L’aria era perfettamente pulita e ti consentiva di penetrare per chilometri la selva alle spalle dei monumenti di pietra bianca. Potevi contare le foglie lontane ad una ad una. C’era poca gente quel giorno in giro tra le rovine silenziose e lungo il muro basso dietro, il tempio dei giaguari, un gruppo di donne silenziose parevano attendere l’arrivo di qualcuno. Quando entrammo nel grande campo rettangolare del gioco della palla, eravamo soli. Sembrava di sentire cupi colpi di tamburo provenire da Tzompantli, il tempio dei teschi, la piattaforma che conteneva le teste di tutte le vittime sacrificate, e da un momento all’altro le squadre dei giocatori, passando lungo il fregio ornato di festoni di teschi in rilievo e di aquile che dilaniano i petti aperti per divorarne i cuori, dopo essersi a lungo purificate nella retrostante Casa del Sudore, sarebbero entrate, coperte dai mantelli di piume di quetzal a sfidarsi, a colpire la palla di caucciù coi gomiti e con le ginocchia per indirizzarla nel grande anello di pietra verticale su di un lato del campo, mentre la folla sui gradini gridava, inneggiando ed incoraggiando le squadre, per vincere ed annichilire gli avversari e permettere così al proprio capitano, il più meritevole di tutti, il preferito dagli dei, sarebbe stato condotto, ricoperto dalle vesti più belle nella sacra processione al tempio delle colonne, avrebbe lentamente salito la lunga scala santa fino alla cima del tempio dove era posto il Chak Mol, l’altare su cui, volontariamente si sarebbe disteso, mentre il sacerdote avrebbe alzato il grande coltello rituale di ossidiana verde, gli avrebbe squarciato il petto per prendere con le mani il cuore palpitante, lo avrebbe mostrato alla folla urlante, prima di gettarlo giù lungo la scala a fecondare la terra, a garantire raccolti migliori e la pioggia mandata da Chak, abbondante e fertilizzatrice. Ce ne andammo a sera dopo aver a lungo vagato tra le rovine, avendo forse preso troppo sole. La bambina sembrava scossa, andò a letto con la febbre alta.

giovedì 28 gennaio 2010

Passione bruciante.

Volammo dunque, quella volta, sulla riviera maya per finire la vacanza che, anche per la bambina, era stata abbastanza faticosa anche se densa di emozioni piacevoli. Per la verità sconsiglierei a chi fosse interessato al Messico, questo tipo di vacanza marina, che, pur se di riposo, dà ben poco in più della riviera romagnola, con anche molti punti a sfavore per chi cerca queste cose. Anche località che un tempo erano meno affollate come Playa del Carmen, oggi sono ostaggio di una massa opprimente di gente che poco vi potrà dare dal punto di vista della conoscenza del paese, meglio allora scivolare più in giù verso i cayos del Belize che ha spiagge sicuramente più belle e più vicine al vostro immaginario del Caribe. Così, anche se il caldo d’agosto era davvero opprimente, noleggiammo l’ormai noto maggiolino giallo e ci spostammo prima verso Tulum, un piccolo sito della civiltà Maya ormai in declino, sorta sul mare attorno all’anno 1000 e che deve alla posizione straordinaria, il suo fascino. Immaginate lo sbalordimento di Juan de Grijalva che risalendo la costa vide per primo la cinta di mura sulla scogliera e dietro, gli edifici dipinti di colori accesi e il grande fuoco sulla torre di guardia; che stupore vedere i primi indios atterriti di fronte alla grande nave velata. Poi li sterminò quasi tutti naturalmente, ma sono state tutte anime guadagnate alla cristianità, quindi in fondo… Sotto le rovine, piccole spiagge deliziose dove rinfrescarsi senza riuscire ad evitare il sole, ma intanto, se non è il vostro primo giorno, sarete già orribilmente scottati come wurstel sulla griglia. Girovagammo lungo la costa, col parco divertimenti di Xcaret (anche qui deve esserci giustamente la Mirabilandia locale), ma avevamo la scusa della bambina che voleva vedere i Voladores e fare il percorso sotterraneo nelle caverne carsiche di un paio d’ore con pinne e maschera (mica male in verità) e uno strepitoso cenote vicino alla costa, un buco largo più o meno 300 metri e largo altrettanto, col fondo coperto di acque verdissima e scure che nascondeva chissà quali orribili misteri nelle sue viscere. La sera si finiva a Playa del Carmen, allora ancora un villaggio con una popolazione turistica numericamente accettabile e piccoli alberghi ancora spartani o in qualche bungalow lungo la costa. Un bel bagno ristoratore, una bella cena e poi a letto presto. Era mezzanotte, quando ci svegliò un gran frastuono e un rumoreggiare forte, fuori della camera che dava su un piccolo patio pieno di fiori. Dato che l’assembramento aumentava, ci alzammo per vedere cosa stava capitando. In realtà aveva preso fuoco la pensione vicina e le fiamme lambivano già il terzo piano. La stradina era piena di gente, mentre la proprietaria disperata gridava a tutti di prendere le proprie cose e di andare verso il mare. Corremmo dentro a svegliare la pargola che, assonnata non ne voleva sapere, poi mettemmo tutto sull’auto, bambina inclusa e parcheggiammo più in là sotto le palme. L’incendio era abbastanza imponente anche a una certa distanza. Si susseguivano le voci di bombole del gas in procinto di esplodere, mentre la proprietaria, italiana, che aveva lasciato soldi e documenti in un cassetto segreto, convinse il suo amore locale a sfidare le fiamme per andare all’interno a recuperarli; di fianco a noi, due ragazzi italiani, completamente straniti, che tornavano dalla discoteca poco più che in costume da bagno e che così rimasero, avendo tutti i bagagli nel punto dove più alte erano le fiamme. L’incendio perse forza, non essendoci più nulla da bruciare, verso le tre, quando non rimasero che spuntoni, travi annerite e fumo; finalmente arrivarono trafelati i bomberos da Chetumal, ma visto che non c’era più niente da fare, se ne andarono. Pare che, nel sottostante ristorantino, un gruppo di turisti avessero voluto assolutamente i gamberoni flambé e il cuoco, poco pratico, aveva provveduto, dando fuoco altre che ai camarones, anche al sovrastante soffitto di paglia che in un attimo si propagò al resto. Visto il risultato il proprietario ristoratore, timoroso delle conseguenze, si diede subito alla macchia e risultò rifugiato a Cuba nei giorni seguenti.

mercoledì 27 gennaio 2010

Un problema di memoria.

Dire memoria è una bella parola, ma bisognerebbe avercela la memoria di quelle cose e io non ce l'ho, non perchè Alzy abbia cominciato sulle mie cellule neurali la sua perfida opera di devastazione, ma perchè, nell'aprile del 46, quando sono nato, lui era già morto da tre mesi. Proprio per questo motivo, io sono stato chiamato Enrico come lui. Non l'ho neppure conosciuto, neanche in quel periodo della vita in cui la memoria ancora non si forma e tutto vola via soffocato dai bisogni primari, forse permanendo in qualche raro ed inconsapevole flash. Così dello zio Enrico, mi rimangono solo le poche cose che mi ha raccontato mia madre e una piccola fotografia formato tessera col cappello da alpino. Nella confusione del '43 fu preso con gli altri ragazzi, militari come lui, forse inconsapevoli di quanto stava succedendo, caricato su un treno merci e portato in Germania a lavorare in una delle fabbriche degli schiavi, credo come quella descritta da Primo Levi, a consumare in due anni la sua giovinezza e la sua vita. Il treno rimase fermo per ore nella stazione di Alessandria, ma mio padre, che era ferroviere, non lo sapeva che il cognato era su quel treno e per tutta la vita si rimproverò di non aver potuto fare qualcosa per cercare di farlo saltare giù da quel treno. Non so neppure dove fosse quel campo e cosa successe realmente. Quando fu liberato e riuscì a tornarsene a casa, qualche tempo dopo la fine della guerra, i suoi polmoni erano irrimediabilmente minati ed in due mesi se ne andò, senza riuscire a raccontare l'orrore che aveva dovuto subire sulla sua carne di ragazzo di venti anni, che non potè conoscere altro della vita. La mia mamma non mi raccontò molto di quella vicenda che segnò duramente i suoi genitori. Era così allora, la mia era una famiglia di gente semplice tesa a migliorare il futuro per me e poco interessata a rimestare il passato, anzi credo che cercasse di dimenticarlo, cercando di farlo scendere in un limbo incerto che lo rendesse meno sgradevole, una sorta di pudore di esibirlo, una voglia di edulcorarlo comunque, quel passato. Anche di politica si parlava pochissimo in casa, era evidentemente un argomento di cui le persone per bene, era meglio non si occupassero; una sorta di incubo di un passato in cui se facevi finta di niente stavi tranquillo, un timore che di nuovo arrivasse qualcuno a chiederti conto di qualche dichiarazione avventata fatta in un momento di distrazione. Anche a scuola le informazioni si fermavano al 15-18. Allora la storia moderna l'ho appresa a spizzichi e bocconi, qua e là, dalle letture, al cinema, dalle chiacchiere con gli amici, perchè allora non si parlava solo di calcio anche tra ragazzi, così si formavano le idee. Ma una visione più chiara dei fatti la ebbi solo a ventun anni in Polonia, a Oschwiencim davanti alla scritta Arbeit mach frei. Le cose apparvero subito più evidenti e la storia di mio zio meglio definita. Però in queste condizioni, non è semplice per me parlare di giornata della memoria. E' più una sensazione nascosta che sta lì senza apparire, senza voler mostrarsi più di tanto, che ti fa trasalire però, quando senti parlare certe persone, quando vedi girare di nuovo camicie e fazzolettini, anche se il colore non è lo stesso, però devono essere le stesse le teste, le facce, gli sguardi sprezzanti ed irrisori di quelli che, le questioni sanno come risolverle, le soluzioni finali sanno bene come trovarle e te lo promettono dietro un sorrisetto irridente di chi sente che il suo potere sta aumentando, con il consenso certamente, di chi la memoria non ce l'ha mai avuta. Povero zio Enrico, chissà cosa ne avresti pensato oggi se fossi ancora vivo, ma, tranquillo, io, per tutta la vita, anche senza una ragione specifica, non ne ho comprate mai di macchine tedesche.

martedì 26 gennaio 2010

Verde jungla.

Ci rimaneva un’ultima tappa irrinunciabile per completare il nostro breve giro guatemalteco, il sito archeologico di Tikal, nella selva del Peten, il luogo maya per eccellenza, il punto chiave della ruta Maya, il più grande e nascosto allo stesso tempo. Prendemmo un piccolo aereo per Flores, una cittadina su un lago nella piana costiera. Sembrava fragile, l’aereo, una quindicina di posti, un po’ stretti almeno per la mia stazza, ma quello che preoccupava di più era la provvisorietà delle strutture, lo schienale del mio sedile quasi divelto che non mi permetteva di appoggiare la schiena, pena precipitare sulle ginocchia del passeggero retrostante, i pannelli che penzolavano e poi la condensa che mi pioveva in testa e mi costrinse a tenere il cappello in testa per i quaranta minuti del volo. La bambina si divertiva al continuo beccheggiare dell’aeromobile, ma come volle il cielo riuscimmo a toccare terra senza danni ed anche quel rischio fu archiviato, a quel tempo poi non si paventava neppure Al Qaeda, quindi…Il Peten è forse la più rigogliosa e selvatica tra le selve tra Messico e Guatemala e la sensazione costante è che sia in continua lotta per cancellare la presenza umana da quei luoghi. Si vede chiaramente che basta poco tempo di non intervento perché la foresta riprenda il sopravvento e ricopra l’opera dell’uomo in un sudario verde e inconsapevole. Questo è accaduto a Tikal, si presume in pochi decenni dopo il suo misterioso abbandono attorno all’anno 1000. La selva si è ripresa il suo spazio in pochi decenni e ha ricoperto una città immensa, con costruzioni grandiose, cancellandola completamente alla vista. E allora ci si inoltra nel verde, lungo sentieri continuamente riaperti e ripresi dalla vegetazione che, anche il calpestio dei visitatori, mantiene aperti a fatica. Sei circondato da fruscii di animali sconosciuti, dalle strida rauche e dai colori squillanti dei pappagalli, dagli schiamazzi delle scimmie che ti inseguono sui rami alti degli alberi. Una analogia che si avverte solo in certi templi perduti in India o, credo, ad Angkor wat. Non è chiaro se questa area gigantesca sarà protetta dagli appetiti degli agricoltori e dalla loro fame di terre, ma per il momento addentrarsi nel fitto della boscaglia rimane una grande emozione. Camminammo a lungo nella foresta prima di arrivare alla Grande Plaza, dove due immense piramidi incombono con scalinate ripide e minacciose, assolutamente presenti. Rimanemmo nel sito quasi tutto il giorno ad osservare i tucani dagli immensi becchi gialli e i colori della farfalle, spostandoci lungo i piccoli sentieri tra un gruppo di templi e l’altro, indovinando, sotto ripide colline quelli ancora ricoperti di tronchi e liane, aggirandoci tra le strutture del Mundo Perdido, 38 strutture con una enorme piramide al centro, comprendendo senza fatica i significati nascosti della Casa del Sudore, sostando, quasi senza fiato nella calura pesante che avvolge l’Acropoli, arrampicandoci a fatica lungo le balze del tempio 4 per rimanere immobili a godere il sole che scendeva sempre più rosso dietro gli alti alberi lontani, tra nuvole dense e scure, mentre le cime delle piramidi lontane sfumavano nella foschia, emergendo con fatica nel verde che si faceva scuro. La pioggia ci colse sul sentiero del ritorno, calda e nemmeno fastidiosa e in un attimo ci inzuppò completamente, poco male, il giorno dopo saremmo approdati alla riviera maya, civiltà e turismo di massa garantiti, lasciandoci alle spalle i misteri scolpiti nella pietra.

lunedì 25 gennaio 2010

Acqua e fuoco.


Lasciammo Chichi mentre le ultime camionette cariche di gente se ne andavano dalle vie dietro alla piazza del mercato. La consueta corriera colorata ci portò ad Antigua, la prima capitale del Guatemala dopo la conquista, con le antiche vie che si incrociano perfettamente diritte, disegnando una pianta perfetta di quadras di case ad un piano con le sue piazze semideserte, con le chiese dove il barocco plateresco celebra i suoi fasti. Anche qui tre vulcani incombono sulla città, tre mostri furenti che ne hanno segnato il destino e la decadenza. Acatenango, Volcan de agua e Volcan de fuego, in cinquecento anni hanno devastato sedici volte la città con terremoti, eruzioni e inondazioni, alcune decisivi come quella che ricoprì le case di metri di fango bollente. Gli Spagnoli costruirono qui, edifici meravigliosi, forse tra i più belli del Nuovo Mondo, che furono via via spazzati dalla furia del fuoco o dell’acqua. Si dice qui si è evoluta una architettura di tipo darwiniano, perché nel tempo, sono rimasti in piedi solo i palazzi più solidi, quelli costruiti e poi rinforzati in modo più deciso e convincente. Qua e là ancora scheletri di edifici crollati o parti di essi che a fatica hanno resistito, colonne, pilastri che mantengono in piedi volte sostenute da interventi successivi. I sopravvissuti col tempo rinforzati, quelli più deboli e mal costruiti scomparsi nel passato. Una pioggia violenta ci accolse all’arrivo, che lavava le strade con furia, poi in un attimo un sole forte, con la violenza dell’altura si aprì con decisione un gran varco tra le nubi basse a cavallo dei vulcani incappucciati di un velo di fumo grigio. La città, bellissima, apparve pulita e splendente, quasi lucida dopo la pioggia mentre tutto l’orizzonte era attraversato da un grande arcobaleno a manifestare la gioia di aver pianto di quel grande cielo stanco. Si dorme in antiche stupende case coloniali, con arredamenti d’epoca, in camere che si affacciano su patios centrali fitti di piante rigogliose. Passeggiammo a lungo per le strade semideserte tuffati nell’atmosfera delle chiese buie, sui marciapiedi rialzati che bordeggiano le case dalle facciate grigie, come annerite dall’umidità. Incontrammo pochi indios, che camminavano lungo i muri scrostati in fretta, quasi si sentissero fuori posto in quel luogo così chiaramente marcato dalla cultura degli invasori, estranei sulla propria terra che però, di tanto in tanto si risvegliava per tentare di espellere con violenza il Vecchio Mondo che cercava di radicarsi nel Nuovo. Dappertutto incombeva un senso di provvisorietà, di attesa di qualche nuova tragedia distruttiva, di certo avvertita da sempre dagli abitanti che l’avevano costruita con l’orgoglio dei conquistatori e che poi, la violenza della natura aveva convinto ad abbandonare a poco a poco. Tornammo alla nostra posada che era già buio; in alto, nella notte , sul Volcan de fuego, bagliori rossastri illuminavano sinistramente la notte.

sabato 23 gennaio 2010

Oggetto misterioso 3: Marketing selettivo.

Dal mercato di Chichi, silenzioso ed inquietante, che abbiamo attraversato ieri, ci trasferiamo esattamente agli antipodi, più o meno nel centro-sud dell’ India, a Bikaner nel Karnataka, uno dei punti più a sud dove è arrivato lo splendore dell’impero Moghul. Tralasciamo gli splendidi palazzi, su cui torneremo un’altra volta e ritroviamo il nostro consueto terzetto che si aggira per un altro mercato, molto più vociante ed odoroso questa volta. Rajiv , il nostro autista, ci accompagnava passo passo, come se ci ritenesse bisognosi di tutela continua, mentre ci aggiravamo tra le bancarelle cariche all’inverosimile. Qui i venditori invitavano la folla dei passanti all’acquisto, esponendo la merce secondo le consumate leggi del marketing locale e soprattutto rivolgendo pressanti inviti all’acquisto, magnificando evidentemente la qualità e la convenienza dei prodotti offerti. Era un continuo susseguirsi di voci, di gesti che invitavano ad avvicinarsi, a scegliere, di sorrisi usati in modo sornione per coinvolgere i probabili clienti. Naturalmente, il kannada o l’hindi, sono lingue di difficile comprensione per noi, anche se la gestualità è più facilmente interpretabile, anche se Rajiv era molto disponibile a chiarirci le situazioni meno chiare. Una immagine tipica dei mercati dell’oriente è la disposizione della merce sul banco. La frutta in particolare sembra necessitare, per essere più attrattiva, di una perfetta geometria di esposizione, un look che dimostri assieme l’armonia della forma che filosoficamente non può essere disgiunta, in oriente, dalla bellezza formale ed in ultima analisi dalla qualità intrinseca. Quindi una perfetta piramide di arance, testimonierà anche della dolcezza e del gusto dei frutti offerti. Tanta perfezione e accostamento di colori, riesce a far passare in secondo piano gli odori decisi e certamente poco gradevoli che aleggiano nell’aria e anche quello che si calpesta mentre si procede tra la gente. Eravamo quasi al margine del mercato della frutta quando ci si presentò una situazione curiosa che vi propongo, a testimonianza che un bravo venditore deve conosce a fondo l’arte del commercio anche nelle sue sfaccettature mercantili più sofisticate. Passavamo infatti di fianco ad un banco completamente coperto da piramidi perfette e di diverse altezze digradanti, di mandarini enormi che avevano un aspetto assolutamente invitante. Il venditore rivolgeva a destra ed a sinistra il suo invito, ripetendo un mantra costante, ma quando vide il mio sguardo vagare come interessato sul suo prodotto e la mia mano scattare una foto, anche se distratta, pur non rivolto direttamente verso di noi, ma mantenendo lo stesso tono di voce, esplicitò la sua offerta in un comprensibile inglese, ritmata e ipnotica: - Four, one rupee; Four, one rupee; Four, one rupee.- L’offerta era allettante, data anche la bellezza golosa dei frutti, ma subito Rajiv mi informò: - Attenzione Sir (quando si gira in India, si ha sempre la sensazione di essere ricchissimi inglesi che visitano i loro lontani ed esotici domini) prima in Hindi diceva “16 per 1 rupia”- Diciamo che potremmo definirlo marketing personalizzato e commisurato ad una specifica fascia di clientela. Comprammo comunque i 16 mandarini suddetti che si rivelarono buonissimi, ma quello che mi colpì fu un banchetto appena al di là della zona della verdura, con un artigiano che produceva direttamente sul posto, mentre ingannava l’attesa dei compratori, dei bellissimi oggetti, utili in verità, che di norma vengono prodotti industrialmente e che costituiscono quindi l’oggetto misterioso di oggi. Le dimensioni sono di pochi cm. ed è perfettamente funzionante, tanto che lo utilizzammo subito nel volo che il giorno successivo ci avrebbe portato a Mumbai. Attendo spiegazioni.


venerdì 22 gennaio 2010

Profili di pietra.

Ancora un autobus colorato per raggiungere uno dei luoghi più noti del Guatemala. Sono in realtà tutti scuolabus usati statunitensi che, a fine carriera vengono smerciati da queste parti e subito ricoperti di colori sgargianti in tono con il sentire della gente. Per arrivare a Chichicastenango, il bus lascia la panamericana a Los Enquentros, e percorre una splendida valle laterale circondata da montagne che si stagliano contro il cielo blu cobalto con rare nuvole bianche. Chichi è un luogo talmente bello che non riescono a rovinarlo neanche le orde di turisti che vengono scaricati qui verso le undici del mercoledì e della domenica, da magnifici bus A/C e che per fortuna si levano dai piedi verso le due. Il punto clou è la piazza del mercato davanti alla scalinata della chiesa di Santo Tomas, che è stata fatta all'inizio del 1500 a somiglianza dei gradini delle piramidi maya e servono nella sostanza allo stesso scopo. Durante le cerimonie, chiamarle messe è un tantino azzardato, i Chuchkajaues, in sostanza dei capi preghiera, officiano e sui gradini attorno a loro si brucia incenso con un gran rutilare di turiboli, salmodiando parole magiche. La città ha un governo maya parallelo che si occupa di tutte le questioni locali e Chiesa cattolica e governo repubblicano nominano solo dei preti e dei formali rappresentanti, che curano i loro interessi ma non si fanno vedere. Non è opportuno salire i gradini, ma è possibile passare dalla porta laterale per entrare nella chiesa dal grande pavimento nudo coperto di aghi di pino e costellato di offerte, fiori, pannocchie di mais, bottiglie di liquore o di Coca Cola e candele colorate ovunque. C'è anche sangue secco per terra. Niente paura, ogni tanto qualcuno sacrifica una gallina. Qui sotto giacciono molti corpi di antenati sepolti come i re maya sotto le piramidi. Qui la gente è rude e si infastidisce facilmente, se ci capitate, vi suggerisco davvero una grande discrezione e rispetto, comunque se deponete qualche Quetzal sugli altari come offerta, sarete di certo guardati con occhio più benevolo. Oltre all'incenso ed alla resina si respira davvero un'aria di grande coinvolgimento, di antica partecipazione emotiva, che la penombra ed il mormorio dei fedeli accentua potentemente. Noi ci capitammo il sabato sera, pronti così per il grande mercato della domenica. E' il più famoso mercato del centroamerica e il fatto che si sia moltiplicate le bancarelle dedicate ai turisti non modifica nulla del suo fascino straordinario, anzi direi che ne aumenta ancora i colori e la confusione. Dormendo lì, però, si può arrivare al mattino presto per godersi l'arrivo dei venditori carichi di mercanzia, a piedi o sui vari mezzi di fortuna per trovare spazio sulla piazza, tra quelli che previdenti sono giunti la sera prima e hanno dormito sotto i portici antistanti. Al di là della merce, è l'assembramento più straordinario di visi e di vesti che vi può capitare di vedere nel centro-america. Nasi forti, zigomi pronunciati, fronti schiacciate quasi innaturalmente, occhi severi come fessure penetranti, pelle che sembra cuoio bruciato dal sole dell'altitudine, espressioni immobili e dure che sembrano giudicare, a cui, forse, li ha abituati la storia. Gli Indios convivono con la cultura che li ha sopraffatti, che spesso si è accanita contro di loro anche in tempi recentissimi, ma, silenziosi, resistono, ti guardano senza parlare, poi alla sera, quando i bus se ne sono ormai andati da ore, quando i pochi occidentali rimasti, passeggiano scattando di soppiatto quache foto rubata ai bimbi sulla schiena delle madri, riavvolgono le loro cose e silenziosamente ritornano da dove sono arrivati, quietamente, senza la confusione allegra, asiatica o africana. Sembra che aspettino.

giovedì 21 gennaio 2010

Miguel e la gallina.

Panajacel se ne sta pigra sul bordo del lago Atitlan ad aspettare i turisti e i saccopelisti che hanno voglia di raggiungerla e che, tra i funghi e il resto, paiono aggirarsi per le stradine in stato di semi-confusione mentale permanente, tanto che, come secondo nome i locali la chiamano Gringotenango, per stare in linea coi paesi circostanti. Però poche cose ti fanno stare bene come rimanersene seduti sulla riva a guardare il gioco di luci sull'acqua del lago o seguire il sole che colora il cielo dietro i vulcani. Passammo la sera sulla terrazza del nostro bungalow coperto di buganvillee della pensione Vision Azul a fare progetti ed itinerari. In quelle condizioni ti viene davvero la voglia di smettere di essere turista, di diventare viaggiatore e proseguire il viaggio portandosi con sé la voglia di non tornare più (cito eh, qui solo il meglio della letterarura e della poesia). La mattina dopo, l'alba rosata ci prese sul pontile mentre salivamo sul battello che, in mezza giornata, fa il giro del lago fermandosi nei vari paesi che sembrano scivolare verso l'acqua lungo le ripide pareti dei vulcani. Scendemmo prima a San Pedro La Laguna, dove tra i pochi latinos, il mercato è popolato solo da Maya Tsutuhil e Cakchiquel, i cui huipiles ricamati sembrano un inno alla serenità, un aggroviglirsi di fiori, uccelli e piante che coprono le spalle e il petto di tutti quelli che ti circondano, un rutilare di colori che, da soli illuminano la giornata. Casualmente finimmo in una scuola, una quarantina di bambini vocianti agli ordini di una maestrina giovane giovane. Lasciammo un po' di biro, di cui ho sempre buona scorta. Sul fronte opposto del lago, Santiago Atitlan, forse il più bello dei paesini, di cui percorremmo la salita ciottolosa che porta alla chiesa bionca che domina dall'alto. Qui si venera Maximon, un incrocio tra Giuda, una antica divinità maya e Pedro de Alvarado (il feroce conquistatore del Guatemala) rappresentato da una maschera di legno scuro con un grande sigaro. Tutto attorno una schiera di statue lignee di santi ricoperte da scialli ricamati che i fedeli preparano nuovi ogni anno e sull'altare, assieme alle croci, YumKax il dio maya del granoturco con l'uccello quetzal che legge un libro. Fede, superstizione, sincretismo, unico legame rimasto della propria identità devastata e quasi perduta? Parlano poco e non sorridono quasi mai queste genti, solo nelle vesti, le strisce di tessuto colorato tra i capelli, le lunghe fasce attorno alla vita, le camicette, i ponchos huipiles ricamati, paiono sfogare il loro interiore, il loro desiderio di non mollare, ricordando ancora una volta come dice Sill Scaroni che questo è l'anno 517 della resistenza indigena continentale. Ci fermammo ancora a godere del tramonto a Santa Caterina Palopo. Lì si fermavano pochi turisti frettolosi di rientrare prima che calasse il buio. Sulla banchina di legno malandata ci aspettava un bambino, che finita la scuola cercava di piazzare qualche stoffa ricamata dalle sorelle. Si presentò come Miguel Godoy Gutierrez de la Peña e, con astuzia consumata, si rivolse particolarmente a nostra figlia, mostrandogli i ricami un po' a fatica perchè aveva le braccine impicciate da una bella gallina marmorata che gli impediva di esibire il resto della merce. Arathy avrebbe preso anche la gallina ma ci limitammo a una bella fascia di mille colori. Era l'unico che sorrideva, Miguel, salutandoci, mentre il battello si allontanava dal molo di legno.

mercoledì 20 gennaio 2010

Colori e vulcani.

Lasciammo il Chapas la mattina presto con un pullman delle linee nazionali. E' un buon modo per spostarsi in Messico, poco costoso e assolutamente confortevole. Con questo credevamo di arrivare fino ad Atitlan come recitava il biglietto, ma nulla è più incerto della certezza. Dopo tre ore di selva arrivammo tranquilli alla frontiera guatemalteca. Ci mangiammo un paio di tacos ad una bancarella, quando vedemmo con orrore che stavano scaricando i nostri bagagli. Bisogna stare attenti ai bagagli, anche da quelle parti, così, presidiandoli venimmo a sapere che per proseguire bisognava cambiare mezzo. Ed eccolo finalmente arrivare sbuffando. Era quello delle pubblicità Alpitur, turisti fai da te, ahiahiahi! decisamente meno confortevole del precedente, soprattutto nella ricerca di una posizione che permettesse di tenere d'occhio che il nostro bagaglio, posto sul tetto, non venisse scaricato da mani distratte alle varie fermate. Dovemmo cambiare pullman altre due volte, man mano che si procedeva verso sud, attraversando paesi dai nomi dal sapore alessandrino/lombardo, Quetzaltenango, Momostenango, Huehuétenango (quest'ultimo più napoletano salito a Milano), sempre più sfasciati e ansimanti. I sedili erano da tre posti, considerando le chiappe ridotte degli Indios degli Altos; io, che occupavo più spazio del consentito, ero un po' stetto tra due donne che avevano posato una stia di galline nel corridoio, mentre la bambina e Tiziana si erano accoccolate dietro, con una vecchina che sonnecchiava con la testa bassa. Che differenza con i bus dell'oriente. Nessuno attacca bottone, nessuno che ti chiede quanti figli hai, da dove vieni, nessuno chiacchiera fino allo stordimento, soltanto la musicassetta sparava a palla musica locale. Solo facce di povera gente che ha voglia di essere lasciata in pace. Dopo San Francisco salirono anche due ragazzi italiani con gli occhi pieni dei colori che li circondavano, ebbri della bellezza della selva che copriva i fianchi dei vulcani. Quando salimmo sul bus colorato che doveva percorrere l'ultima ripida discesa verso il lago Atitlan, mentre trasporatavamo i bagagli, raccomandai loro di stare attenti al portafoglio, occhieggiante dalla tasca posteriore dei jeans di lui, che mi sembrava il più svagato. Ci ringraziarono, felici e sorridenti dell'avventura che stavano vivendo. Atitlan è uno zaffiro blu perduto fra tre coni vulcanici, una enorme caldera frastagliata con piccoli paesi sulle rive scoscese. Il filo di fumo che esce dal Volcan San Pedro ti ricorda che questa è terra ballerina, che ogni tanto pretende il suo pegno di vittime più o meno numerose. La superficie del lago sembrava uno specchio lucente in assenza del soffio dello Xocomil, il vento che verso mezzogiorno ne increspa la superficie. Nell'aria sottile dell'altura i colori, o forse le nostre sensazioni erano sovradosate, i nostri recettori li percepivano violenti ed estremi, eppure niente funghi particolari a colazione. Arrivammo che era quasi sera a Panajachel, un piccolo paese sulla riva nord, fatto di case bianche e di piccole villette coi giardini disordinati, dove il rigoglio della selva combatteva ogni giorno per riprendere il sopravvento sugli uomini che ci abitavano. Prendemmo i bagagli per andarci a cercare una pensioncina dove godere del lago per qualche giorno e salutammo la coppia di italiani che si guardavano intorno un po' straniti. Lui teneva una mano sulla tasca dei jeans, ma non aveva la voglia di imprecare. Gli avevano rubato il portafoglio.


martedì 19 gennaio 2010

Xiōng,Mèi,Jiě,Tài.

Ferox, che mi segue con fedeltà dal gelo sarmatico, mi fa notare quanto sia importante per i cinesi il concetto di famiglia e come di conseguenza, questo si riverberi sulla lingua, come di consueto. Di certo, la famiglia è uno dei grandi obblighi e dei punti fissi per quel popolo. E' noto il rispetto e la devozione verso i genitori ed in generale verso gli anziani della famiglia ed il ricordo religioso rivolto agli antenati. Chissà se in questa era di contaminazione, questo aspetto verrà conservato. La Cina, complice la politica del figlio unico, sta invecchiando al pari dell'Europa e questa grande massa di anziani nullafacenti (di cui io sono il classico esempio) comincia a creare anche là notevoli problemi di tipo economico-sociale, unita ad una generazione di bamboccioni viziatissimi (che laggiù vengono chiamati piccoli imperatori) che sta crescendo tra mille agi prima sconosciuti. Tra l'altro ricordo che tutte le minoranze (tibetane, uigure, ecc.) sono escluse da questi obblighi ed anche per questo odiate dalla maggioranza Han. Grande interesse quindi nell'esame degli ideogrammi che definiscono i rapporti di parentela. Partiamo dunque dal primo Xiōng - 兄, fratello maggiore. Qui si evidenziano, nella parte inferiore, le due malferme gambette del fanciullo che comincia a fatica a camminare, ma il carattere di Bocca sovrapposto ad esse chiarisce subito che questo è il fratello che già sa parlare, in un tempo in cui i figli si facevano uno dietro l'altro, si direbbe senza soluzione di continuità. Nel secondo: Mèi - 妹 si evidenzia a sinistra il ben noto (per chi mi segue)segno di Donna accompagnato da quello della pianta con l'aggiunta di un trattino orizzontale che sottolinea il fatto che il fusto sta per uscire dalla linea del terreno, che sta nascendo (ha infatti, da solo, il significato di Nascere), pertanto Sorella minore, quella nata da poco, in contrapposizione al terzo Jiě - 姐, sorella maggiore, dove la parte destra del carattere, che ha anche funzione fonetica, significa da solo Più avanti, quindi la ragazza più avanti con gli anni. E veniamo all'ultimo, il più interessante, secondo me. Tài -太, è un ideogramma tra i più usati e deriva, come certamente ricorderete dal comunissimo Dà - 大, l'omino con le braccia aperte che sta per Grande, con l'aggiunta di un puntino, una gocciolina tra le gambine. Significa Troppo e quel puntino è proprio quel qualcosa in più che trasforma il grande in troppo, la classica goccia che fa traboccare il vaso. Grande, colmo, pieno che di più non può contenere e basta quel puntino per renderlo esagerato, non sopportabile. Che c'entra Troppo con la famiglia? Se raddoppiamo il carattere, quindi Tài Tài - 太 太, due volte troppo e vi lascio immaginare l'iperbole, abbiamo un'altra parola comune della lingua cinese. La indovinate? Significa Moglie. Non aggiungo altro, ma voglio lasciare spazio ai commenti che di certo vorranno evidenziare le identità filosofiche che stanno alla base di tutte le comunità umane e di certo anche il fatto, innegabile, che se la lingua parlata è sicuramente di predominio femminile, quella scritta, la redazione delle regole fondamentali quantomeno, è stata di totale appannaggio maschile. Credo che anche Socrate, se pur non ha lasciato nulla di scritto, avrebbe concordato.

lunedì 18 gennaio 2010

L'importanza della musica.

E' inutile, volevo tenermi lontano dalla Russia per un po', ma è una calamita, ne vengo morbosamente attirato. E poi ero proprio un bel bambino, nel mio abitino grigio da prima comunione. Che c'entra con la Russia? C'entra, c'entra. Il collegamento mi è nato spontaneo dopo aver guardato il bel video che ha postato Annarita a proposito di bambini che cantano. Ora, quelli che mi conoscono sanno che ho una voce particolarmente poco adatta ad esibizioni che la mettano in gioco, eppure quando andavo alle elementari, il maestro di canto (c'era questa figura allora, incredibile) mi portava ad esempio come intonazione. Suonava in un fischiettino e io facevo "Laaaa..." e lui tutto tronfio "Ecco, sentite come si deve fare", mi portava in giro per le altre classi e io ero tutto contento. Poi credo che non si fece neanche il coro natalizio e lì finì la mia carriera di cantante, ma chi poteva dire se questa attitudine mi sarebbe mai servita nel corso dell' esistenza? Ed eccoci a Celijabinsk, una delle città siberiane più anonime e prive di interessi, appena la di là degli Urali. In un ennesimo gelido febbraio, io e Ferox eravamo alle prese con un difficile problema. In quel periodo, la Russia, essendo stata cattiva pagatrice aveva perso ogni credibilità commerciale internazionale (meditate, meditate) e ogni acquisto veniva fatto Stoprozientov predoplata (cento per cento pagamento anticipato). Ma anche quando il contratto era firmato era sempre molto difficoltoso ricevere i soldi; le carte si fermavano più volte in un meccanismo vischioso, transitando da un ufficio all'altro, mentre il cliente aspettava la merce e in Italia non si cominciava neanche il progetto se prima non era arrivata la grana. Avevamo firmato un contrattone storico, ma le settimane passavano e dei soldi neanche l'ombra, sempre in giro, rimandati da ufficio in ufficio, incastrati nella burokratija sovietica, quando arrivammo al famoso ufficio amministrativo che doveva firmare e soprattutto apporre i timbri rossi e rotondi sull'autorizzazione di pagamento. Entrammo con baldanza in un ambiente spazioso dove la capa responsabile, circondata da due indaffaratissime addette, non ci prese molto in considerazione. Ferox, dotato di un russo mirabile cominciò la sua opera affabulatoria, che fece subito breccia nella glaucopide biondona. Essere italiani è comunque un buon passepartout da quelle parti, anche se in un angolo la prima attendente non staccò minimamente la mano dal mouse e la seconda, dai lunghi capelli, continuò infervorata la sua attività. Ferox spiegò a Tanija (bisogna sempre entrare un po' nell'intimo con i Russi) la nostra impellente necessità di avere i soldi e chiarì le procedure da eseguire sulle nostre carte, ma anche se ascoltato, si avvertiva una certa sufficienza dalla controparte. Ci volevano giorni, controlli e comunque avremmo dovuto tornare tra una settimana. Chiedere era semplice ma fare tutta la procedura, non era facile come cantare una canzone. Ferox appoggiò i gomiti sul bancone e guardò fissa negli occhi colei che aveva nelle mani il nostro destino e propose: "E se ve la cantassimo una bella canzone italiana?". Istantaneamente anche Irina smise di fissare il solitario che aveva sul monitor e si girò verso di noi, mentre Natasha, le cui forma procaci erano avvolte in un morbido e pelosissimo golf cinese, cessò di limarsi le unghie, lavoro in cui era completamente assorta, ci guardò con occhi diversi e inclinò dolcemente la testa appoggiandola alla mano. Conoscendo l'affetto delle russe per Celentano, partimmo subito con Azzurro e mentre le tre grazie avevano gli occhi perduti nell'oceano della melodia, passammo ad 'O sole mio. Ferox, mentre mi faceva il controcanto, aveva estratto come per non parere i documenti dalla cartellina e li aveva disposti in bella mostra davanti a Tanija. Avevo appena attaccato Fenesta ca luciva e'mmo non luce, che già il famoso timbro tondo era comparso come per magia e calava implacabile sui fogli lasciando l'indispensabile marchio rosso del nulla osta. Le ultime note della canzone si fusero con il ticchettio del fax che trasmetteva alla banca il mandato di pagamento. Uscimmo nella neve che risplendeva in delicati cristalli al pallido sole alto nel cielo sereno invernale. Non sentivamo il freddo intenso. Due giorni dopo i quattro milioni di dollari erano nella banca italiana e i nostri progettisti cominciarono a tracciare le prime righe, l'uffico a ordinare i materiali, i ragazzi dell'officina a fare lo spazio dove sarebbe sorta la nuova linea.

domenica 17 gennaio 2010

Finanziare la rivoluzione.

Il mattino dopo, affittammo un maggiolino per raggiungere alle rovine di Palenque. Anche il mezzo, tra i più comuni in Messico, serviva a tornare indietro nel tempo, con la sua forma così rassicurante e d’antan. La strada scendeva tortuosa e ripida con curve continue lungo i fianchi della montagna, nell’alternarsi di radure e di selva più fitta. I radi e corti rettilinei erano cosparsi di topes, piccoli dossi artificiali, che attraversano proditoriamente la strada per moderare la velocità, che spesso, purtroppo, compaiono a tradimento impegnando con severità le già esauste sospensioni di Herby, come avevamo battezzato il nostro mezzo. Prima di raggiungere la piana, le cascate di Agua Azul compongono un quadro di tale gradevolezza e frescura, mentre la temperatura si alza senza posa, da imporre una sosta per riprendere fiato, seduti lungo le rive del corso d’acqua a godere degli spruzzi e del colore dei salti eleganti che si susseguono lungo il bosco. Un quadro di Fragonard in cui le ninfe sono sostituite dai venditori di mocillas colorate che, senza invadenza si dispongono nei punti critici del passaggio. Poi Palenque, con i suoi monti di pietra che emergono dalla selva verdissima e che senti mossa dal desiderio di seppellire nuovamente e in fretta quanto a fatica è emerso dall’oblio dei secoli. Ci rifugiammo in un piccolo alberghetto con un giardino arruffato, dove una serie di amache ti riconciliavano con i kilometri percorsi e ti facevano prendere il ritmo corretto del paese. Il mattino dopo, la scoperta delle costruzioni che emergevano quasi a fatica tra le piante diradate per scoprire una nuova scalinata, una ulteriore piccola piramide, furono un entusiasmante percorso ad ostacoli pieno di sorprese continue e di faticose salite per esplorare il sito. La piramide di Pakal è naturalmente, il pezzo forte. Dopo averne indagato l’interno con la tomba del misterioso re alieno, rimanemmo a lungo seduti sugli alti gradoni della cima a sentire il sole che saliva nel cielo illuminando a poco a poco gli angoli più segreti della città morta, indovinando ai suoi estremi confini, nascosti dalla selva, altri monticelli, altri rigonfiamenti che di certo nascondevano le altre meraviglie che anno dopo anno vengono alla luce ad arricchire questo già splendido sito. La strada del ritorno fu assai più faticosa. Risalire la montagna sembrava penoso, forse per il rammarico di aver lasciato un luogo così intenso o forse perché l’usura del motore rendeva problematico l’arrampicarsi lungo le balze de Los Altos. Vicino ad Ocosinco, un paesetto di poche anonime case, improvvisamente un blocco, tutte le macchine ferme e la strada chiusa da barriere. Cercammo di capire cosa succedeva, mentre le macchine venivano fatte passare lentamente ad una ad una. Notammo con una certa preoccupazione dei mitra senza accenno di divise militari, se pure l’organizzazione della cosa pareva non troppo concitata e diremmo alla messicana, per essere pericolosa. Ci spiegarono che si trattava di un blocco dell’esercito di liberazione zapatista del mitico subcomandante Marcos, che chiedeva un contributo alla lotta, con tanto di blocchetto di ricevuta. Questa di Marcos è una storia abbastanza curiosa e indicativa delle tante incongruenze del paese. Detentore effettivo di un certo potere nella regione, la gente fa continuo riferimento alla presenza sua e dei suoi uomini e lo sente come una specie di difensore dei diritti di una popolazione dimenticata e deprivata delle esigenze elementari, mentre il potere centrale a volte tollera questa presenza ingombrante, anzi pare coesistere con questo antipotere senza troppi contrasti, in una sorta di vivi e lascia vivere, dosato da entrambe le parti; in altri momenti invece esplode in fiammate di repressione che amplificano l’importanza del movimento e lo rinfocolano. Comunque donammo i nostri 30 pesos alla causa, di cui purtroppo ho perduto la ricevuta, non si sa mai, con una certa eccitazione; tutto sommato una cifra onesta, considerato che non fummo discriminati in quanto visibilmente gringos. Anzi, mentre procedevo nell’operazione, incitai le mie due trasportate a riprendere in qualche modo la scena, documentando comunque tutta la fase estorsiva a futura memoria, ma mi giunsero solo borbottii di non fare il cretino e di non cercarmi delle grane, così passammo la barriera e mentre uno scalcagnato zapatista con bandoliera alla Pancho Villa, ci faceva un cenno di saluto con la mano, riguadagnammo la strada principale mentre il sole scendeva dietro la foschia tra gli alberi fitti della pianura lontana.

sabato 16 gennaio 2010

Carnevale della matematica n.21

Questo mese, il ventunesimo Carnevale della Matematica è ospitato da Chartitalia, blog di classifiche, politica e scienze. Vi invito ad andarci a dare un'occhiata perchè è una vera miniera di divertenti post a soggetto.

Inopinatamente e di certo per abbassare la media della qualità degli inyterventi, (non bisogna volare troppo alti) è stato citato anche il giochino del mio post: http://ilventodellest.blogspot.com/2010/01/cronache-di-surakhis-25-antiche-fonti.html

Il poncho ricamato.


Ancora pochi kilometri nella selva poi, un altro piccolo paese, Zinacantan, poche case sparse attorno ad una chiesa bianca profilata di giallo vivo. Era in corso una festa e tutto il sagrato era addobbato di colori e di festoni, mentre gli uomini con in testa il Majordomo ballavano al suono di una orchestrina . Suoni che curiosamente mescolavano sonorità latine a ritmi più cupi, più antichi e severi capaci di dare un senso di estraneità senza vera allegria. Gli uomini a piedi nudi, ballavano ritmicamente e anche rimanendo a prudente distanza era tutto un rutilare di colori vivacissimi che emergevano con prepotenza dai mille ricami delle loro camicie che la tradizione vuole preparate con cura dalle donne della famiglia. Questa è una delle principali attività delle donne Tzoziles che abitano questa parte della selva e si dice che se non è in grado di ricamare una bella camicia per il suo uomo, una ragazza non è ancora pronta per sposarsi. Lasciammo la piazza lungo un sentiero laterale senza dare nell’occhio, dopo aver visto l’interno della chiesa in tutto simile a quella di Chamula, con un piccolo specchio alla base delle statue lignee dei santi, dove il postulante per liberarsi della brujerìa, il malocchio, dopo aver preso la pozione di erbe suggerita dal curandero, esegue la limpia, raccontando la sua storia tra le lacrime e pregando fino a che la sua espressione non appare serena. Lo specchio la restituisce tale solo quando il dio-santo lo ha perdonato, dopo l’offerta magari di quattro uova e della lunga preghiera protratta fino allo sfinimento. Niente sacerdote, neanche qui, un cappuccino viene solo qualche volta all’anno per somministrare i battesimi e se ne va dopo aver celebrato una breve messa. Curiosando tra le case, il volto triste di una bimba che fungeva da butta dentro, ci invitò ad entrare in una capanna a due stanze. Nella cucina, con il fuoco al centro bolliva una gran pentola nera con verdure, mais e fagioli, mentre il fumo usciva dalla piccola apertura sul colmo del soffitto. Buttò dentro una gran manciata di chilli rossi come il fuoco e come i ricami che ornavano la sua camicia bianca, mentre nell’altra camera, la figlia grande lavorava su un telaio mobile una lunga pezza di stoffa colorata. Su uno sgabello in un angolo, un vecchio televisore in bianco e nero forniva il rumore di fondo dell’ambiente. Comprammo un sacco di cose e non solo per gli occhi tristi della bambina, poi prima di andarcene, la vecchia, con un calcolato coup de theatre, ci mostrò uno straordinario huipiles, una sorta di poncho, vecchio di qualche decennio, con un fittissimo ricamo di uccellini colorati disposti con ordine attorno al buco centrale, un lavoro talmente bello e piacevole da non poterlo lasciare là. Breve trattativa con la vecchia tzozile, di poche parole, ma rigida nella definizione del prezzo e ce ne tornammo alla macchina accompagnati per mano dalla bambina, che già sembrava avere gli occhi un po’ meno tristi. Tornammo a San Cristobal mentre calava la notte, felici come ragazzini e festeggiammo la serata a El Tuluc. Tortillas con formaggio fresco e infine un piatto imperiale: uno strepitoso filetto relleno de queso amarillo con espinachas, completamente avvolto da fette di bacon e, come diceva Tex Willer accompagnato da una montagna di patate fritte.



venerdì 15 gennaio 2010

Una chiesa silenziosa.

L’auto che ci avrebbe portato a vedere due villaggi sulla montagna, ci aspettava fuori dell’albergo. Miguel dai grandi baffi spioventi si stringeva le spalle nella giacchetta leggera, silenzioso. L’umidità e la temperatura pungente delle prime ore del mattino rendevano gradevole il percorso tortuoso, anche in quell’agosto torrido. Arrivammo a Chamula dopo una sosta ad un cimitero cosparso di piccole croci di legno colorate. Ogni tomba, appena rigonfia di terra nera, conteneva diversi defunti della stessa famiglia, sepolti uno sopra all’altro, in tempi diversi. Nomi e date successive che si sovrapponevano nel tempo, in un abbraccio di eternità. La piazza del paese era semideserta, solo pochi ragazzini curiosi che fanno la posta ai nuovi arrivati, ma quando sei in tre, difficilmente dai troppo fastidio. Così entrammo nella chiesetta bianca con le profilature blu e verdi, che chiudeva la piazza, di soppiatto, quasi non visti. Questo è veramente un luogo magico, dove, a patto di stare acquattati e silenziosi nella penombra del fondo senza disturbare nessuno, si può assistere ai riti cristiano-maya in una atmosfera pagana ed allo stesso tempo di rara intensità. Si dice che il solo sciocco mostrare una macchina fotografica, abbia provocato violentissime reazioni, ma nessuno fa caso a chi si mescola ai fedeli con rispetto. Tutto il pavimento della chiesa, completamente vuota era cosparso di aghi di pini che riempivano l’aria di odore di resina, mescolato ad uno spesso fumo di incenso che rendeva l’ambiente ancora più oscuro, appena scandito dalle lame di luce che entravano dalle alte finestre. Le pareti erano circondate da piccoli altari con statue di legno di santi vestiti di stoffe colorate , croci e simboli diversi. I gruppetti di due o tre persone, famigliole o singoli, che entrano a chiedere grazie, sono passate prima dal negozio del Majordomo, a fianco della chiesa. Lui, dopo aver sentito il caso, ha prescritto la tipologia dell’offerta, il colore delle candele, il rituale da compiere e il Santo a cui fare riferimento. Le persone allora entrano e, dopo essersi fatto il loro spazio nel luogo indicato, scostano gli aghi di pino per mettere le candele, rosse per i soldi, blu per la salute e così via, tanto che tutto il pavimento della chiesa è pieno della cera sciolta, poi depongono le offerte, un uovo, una lattina di Coca Cola, una bottiglia di Tequila con cui viene irrorato ad esempio un gallo da sacrificare per ottenere la grazia richiesta, con una lunga preghiera, in ginocchio davanti al Santo specializzato nel settore. Segni di croci e prostrazioni pongono fine al rito, poi la gente se ne va in silenzio e lascia il posto ad altri. Si sente solo un brusio nell’aria pesante di odori forti e densa di fumo che ha annerito quasi completamente il soffitto. Una volta o due all’anno compare un prete, che fa finta di non accorgersi di quanto è successo nella chiesa e tiene una funzione a cui gli abitanti del villaggio e tutti quelli che abitano la selva degli Altos del Chapas partecipano mostrando grande devozione e facendo finta per un giorno che i loro dei si chiamino San Juan, San Francisco, San Antonio, San Miguel. Uscimmo dalla chiesetta quasi intontiti, la nostra bambina era molto colpita soprattutto dal silenzio che sembrava avvolgere tutto. In fondo alla piazza la macchina di Miguel, anche lui silenzioso, ci aspettava.

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giovedì 14 gennaio 2010

El rincòn proletario.

San Cristòbal de las Casas è una pigra cittadina coloniale distesa sui contrafforti digradanti delle montagne del Chapas. Le lunghe vie che si intersecano ortogonalmente, dividendola in quadrati regolari, degradano lentamente a valle, creando lunghi scorci dove la vista si perde lontana tra le brume delle nuvole basse. Una interminabile teoria di case ad un piano, dipinte a colori sgargianti ne scandiscono l’impianto preciso, interrotto dalle piazze dove sorgono maestose, le facciate dell’orgoglio latino, barocche all’eccesso, frastagliate di ornamenti complessi, totalmente ricoperte di fregi, in un horror vacui tipico del barocco coloniale. E’ una cittadina stranamente silenziosa, dove la gente cammina per le strade senza parlare, dove i molti mercati che, quasi per assimilazione al non lontano Guatemala, sono una esplosione di colori forti, di stoffe iridate persino eccessive nelle forme primitive che simulano uccelli dal piumaggio spumeggiante, piante e fiori rigogliosi, stilizzazioni e geometrie complesse, non risuonano mai di quelle grida, di quel brusio così comune ai luoghi di aggregazione del commercio di ogni parte del mondo. Questi mercati sono popolati di Indios, soprattutto di donne che al mattino presto portano le loro cose, si siedono, magari a terra e le espongono in silenzio tenendo al collo un bimbo. Sono visi duri, forse li potresti definire tristi, sono gli stessi che hai visto intagliati nella pietra delle piramidi dei templi. Sono volti di un mondo vinto, sovrastato da una civiltà differente a cui non cerca neppure di adeguarsi, diresti che la sopporta per sopravvivere, per andare avanti con rassegnata attesa. Anche la contrattazione, non dà la stessa soddisfazione degli altri luoghi dello scambio. E’ breve, stanca, se non si raggiunge subito l’accordo, non viene insistita, anzi la controfferta è spesso rifiutata, quasi con fastidio. Nell’aria si sente chiara la situazione di provvisorietà, di un potere centrale mal sopportato, di una forza di contrasto locale evidentemente tollerata per evitare problemi più grossi, dovunque incombe, non nominata, ma reale e costante, la presenza incorporea del subcomandante e dei suoi seguaci. Tutto ufficialmente è controllato dallo stato e dalla chiesa, ma la crosta esterna ricopre la verità sottostante del potere e delle credenze religiose locali, un sincretismo che accetta la forma esteriore di Santi e Madonne, ma che li sostituisce nella mente della gente con gli dei preesistenti che vogliono i loro riti, le loro offerte, le loro cerimonie. Le chiese stesse, sono un po’ spazi aperti, dove non vedi circolare preti tradizionali, che si fanno vedere solo in rare occasioni, ma luoghi dove la gente va, chiede le proprie grazie, offre candele, segue rituali particolari, personali. Noi ci muovevamo in questo mondo rarefatto, affascinati e quasi straniti da questa atmosfera così poco latina. Poi una sera, passeggiando per digerire un abbondante cena con tacos, guacamole, queso fundido e uno strepitoso asado di capretto presso un’ insegna che recitava “Rincon proletario – cocina economica” seguimmo un effluvio proveniente da una viuzza laterale. Un profumo di caffè intenso e gradevole che ci condusse in un piccolo negozio quasi interamente occupato da sacchi rigonfi, un piccolo banco e qualche sgabello di legno. Nel retro oscuro, delle artigianali macchine da tostatura svolgevano il loro lavoro silenzioso. Eravamo come completamente avvolti da un aroma intenso ed allo stesso tempo delicato. Miguel, appena qualificatici come italiani, ci prese in consegna stretta e ci volle far provare il meglio della sua produzione che spaziava tra tutti i migliori caffè della zona coltivati al di sopra dei duemila metri, su cui vantava conoscenze approfondite e competenza di comporre miscele di grande qualità. Ne testammo molte varietà, sotto i suoi sguardi compiaciuti, prima di assicurarcene un paio di chili da riportare a casa. Dormimmo poco quella notte, chissà se per l’altura o per l’eccitazione del viaggio a Chamula che avremmo fatto la mattina dopo.


mercoledì 13 gennaio 2010

Oggetto misterioso 2: soluzione, la toilette rajastani

Constato che la soluzione dell’oggetto misterioso è ancora lontana dalla soluzione, ma ammetto che era difficile. Dunque torniamo a quel giorno caldissimo in cui ero fermo davanti a quella capanna di fango e paglia del Rajastan. La donna era molto intimidita davanti alla non voluta invadenza dello straniero, ma la sua curiosità la rendeva comunque disponibile al contatto. Intanto arrivò anche Tiziana, che la rese meno sospettosa assieme al consueto gruppetto di bambini vocianti per la inattesa novità. Il nostro trasportato era ormai sparito tra le capanne ed Abu, svolse con cura la sua funzione di intermediario culturale, chiarendo che eravamo Italiani, paese completamente ignoto alla nostra gentile ospite, che intendeva innanzitutto mostrarci la sua attività abituale, quella di produttrice di piatti di foglie essiccate, in uso presso i ristoranti di campagna per disporre il cibo su una superficie protetta, anche se a perdere, una sorta di fast food indocampestre. Notando però la mia crescente curiosità verso l’oggetto che teneva tra le mani, me lo porse con gentilezza, facendo risuonare i campanellini interni che si confusero con la sua risata divertita, mentre noi cercavamo di capirne l’uso e l’utilità. Come avrete visto dall’immagine, l’oggetto è costituito da una superficie inferiore zigrinata da spuntoni un po’ consumati da un uso evidente, da una base cava, quasi una piccola cassa di risonanza, contenente dei pallini metallici liberi che sbattendo contro le pareti provocano un suono simile dei campanelli ed una parte superiore che funge da maniglia, modellato artisticamente a foggia di animale mitico. Abu cominciò a chiarircene l’uso, mentre Saritha, così si chiamava la donna, si copriva, un po’ vergognosa con il lembo più colorato del sari. Dunque lo strumento è una sorta di brusca e striglia e serve a scrostare dal fango e dalla sporcizia, soprattutto le piante dei piedi, in campagna non si usano le ciabatte, men che meno le scarpe, con la ruvida parte inferiore e pare sia piuttosto comune da quelle parti. Poiché questa operazione viene fatta in genere alla sera al rientro dal lavoro e durante le operazioni di toeletta, tenendo conto che, nonostante le difficoltà e la scarsità di acqua, gli indiani hanno una attenzione maniacale per la pulizia e la cura del corpo, il suono dei campanelli, provocato durante lo strofinamento, che si ode chiaramente al di fuori della capanna, segnala agli astanti che qualcuno, all’interno si sta lavando e quindi necessita di una certa privacy. Non potendo resistere oltre iniziai subito la trattativa e Saritha, ridendo, mi lasciò volentieri l’oggetto dietro pagamento di un prezzo di affezione. Anche Abu sghignazzava, quando l’Ambassador riprese sbuffando la strada per Jodpur dove arrivammo verso sera, quando l’ indaco delle case si confondeva col colore della notte che stava calando velocemente, mentre la calura della piana non accennava a dare tregua.


martedì 12 gennaio 2010

Cronache di Surakhis 25: Antiche fonti.

Paularius si sistemò i cuscini nella sua ovattata camera della gioia e del riposo, in attesa dell’arrivo di una Consolatrix, che aveva convocato dopo la fine del banchetto. Le cose si erano ormai sistemate, la calma era ritornata in città e la rivolta degli schiavi finalmente sedata con danni collaterali accettabili. Certo l’organizzazione di tutta quella baraonda non era stata facile, ma Paularius poteva ben dirsi soddisfatto per aver concluso positivamente una rogna che solo poche settimane prima appariva di difficile soluzione. Lui, come capo locale della Gilda della Purezza, aveva diversi incarichi sotterranei e quando la Cosca lo aveva convocato per avere il suo aiuto, si era reso disponibile anche con una certa soddisfazione. La zona sud della città era costituita da migliaia di grotte, ormai completamente popolate dai clandestini Andromediani che erano stati agevolati ad insediarsi laggiù per essere utilizzati nella raccolta delle venefiche vipere di Zug, che popolavano il deserto alle spalle della città e della cui bile, i Surakhiani erano ghiottissimi e che nessuno più raccoglieva a causa della pericolosità dei loro morsi. Le perdite tra gli Andromediani erano accettate soprattutto da loro stessi e la raccolta era estremamente economica in quanto in generale non venivano pagati, lasciando però loro libero accesso alle immondizie della città, di cui si potevano nutrire a piacimento e senza controllo. In fondo anche Paularius aveva il suo tornaconto in quanto aveva la concessione di tutta la zona delle grotte e i clandestini gli pagavano un corretto affitto concedendogli un famigliare all’anno per la sua banca degli organi. Purtroppo, recentemente, il Consiglio Comunitario Intergalattico aveva modificato il meccanismo dei contributi sulla bile di vipera, accusando ingiustamente i Surakhiani di lucrare, denunciando una produzione dieci volte superiore alla realtà e la raccolta non era più conveniente neanche utilizzando gli schiavi Andromediani. Il consiglio della Cosca avrebbe voluto eliminarli in fretta con una rapida derattizzazione a gas di tutta l’area, ma Paularius ritenne di proporre una soluzione meno criticabile, soprattutto, paventando il sicuro intervento di quei rompimarroni di Morigeratores sempre pronti a sollevare grane. Avrebbe mosso lui le acque, aumentando gli affitti delle grotte e limitando l’afflusso di spazzatura edibile, fino a far partire la rivolta. Da Spartacus in poi gli schiavi si rivoltano sempre e le squadre di bravi cittadini organizzati, che già mal sopportavano la puzza che veniva dal quartiere periferico, che non era più mitigato neanche dagli effluvi della vicina centrale a merda, non si sarebbero fatti pregare ad organizzare qualche divertente caccia all’Andromediano. Adesso dopo una settimana, i disordini erano finiti ed anche gli ultimi riottosi clandestini erano diventati carne da bollito e tutto era rientrato nella normalità. Peccato per gli affitti pensò Paularius rigirando tra le mani l’ultimo pezzo che aveva comprato ad un’asta di documenti antichi. Era un appassionato ed aveva una grande collezione di quelle carte che illustravano la riprovevole ed insopportabile (almeno per lui, un vero liberale) storia dell’intolleranza dell’umanità. Si accinse alla lettura della antica carta infragilita, comprata ad un’asta di antichi reperti, che diceva:”Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua. Molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche di legno nelle periferie e quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo case fatiscenti. Si presentano in due e dopo pochi giorni diventano sei o dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili e molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina e sovente davanti alle chiese, donne vestite di scuro e uomini anziani invocano pietà con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere, sono molto uniti tra loro e sono generalmente dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano perché si è diffusa la voce di stupri consumati dopo agguati in strade periferiche. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere e non hanno saputo selezionare tra coloro che vengono per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti e di attività criminali.” Era un antico documento che veniva da Sol III, che un tempo chiamavano Terra, una Relazione del Congresso degli Stati Uniti d’America riguardante gli immigrati di un lontano paese che si chiamava Itavia o Italia. Non si leggeva più bene nella carta ingiallita. Era chiara solo la data :1912. Che gente incivile, pensò Paularius, gonfiando il materasso ad aria. Poi posò il documento nella teca, la Consolatrix aveva suonato.


N.d.R. Il documento è riportato da La Stampa del 09.01.2010


lunedì 11 gennaio 2010

Campanellini indiani. (Ogg. Misterioso 2)

Eccoci alla seconda puntata dell’oggetto misterioso. L’ambiente è costituito dalla sconfinata piana di terra rossa del Rajastan occidentale. Avevamo lasciato alle nostre spalle la solitudine del deserto del Tar, popolato di rari dromedari e le mura dorate di Jaisalmer, la città delle splendide haveli, le case dalle ricche facciate traforate a formare pizzi di pietra e la nostra Ambassador bianca percorreva pigramente una strada diritta che sembrava non finire mai, in direzione sud nell’attesa di veder comparire all’orizzonte Jodpur, la città blu, con le sue piccole case dipinte di color indaco. Mentre noi due sonnecchiavamo sul sedile posteriore, gettando di tanto in tanto un’occhiata al paesaggio monocorde, Abu, il nostro autista, preso da un attacco di logorrea irrefrenabile, chiacchierava con un tizio a cui stavamo dando un passaggio e che avevamo raccolto ad una malandata stazione di servizio. I due avevano cominciato una animatissima discussione in Hindi frammisto a molte parole inglesi, a sottolineare una necessità di ricercare terreni comuni che evidentemente sono obbligatori in un paese dalle circa settecento lingue e dialetti. I due proseguivano imperterriti utilizzando, per meglio capirsi, anche una mimica prepotente che richiedeva un frequente ed animato gesticolare, cosa divertente a vedersi per il passeggero, ma un po’ più preoccupante quando la foga contaminava il nostro autista che, per meglio farsi intendere, abbandonava il volante con entrambe le mani, mimando i concetti troppo complessi per essere espressi dalle sole parole. Fortunatamente la strada era diritta e il traffico scarso, così si proseguiva senza grandi problemi, anche se per meglio approfondire i concetti, Abu aveva addirittura spento la radio, che teneva di solito fissa su una stazione di musica bolliwoodiana che, su cui amava canticchiare, ridendo allegro. Dopo un tempo indefinibile, arrivammo ad un gruppo di case, anzi di capanne, lungo la strada. Non si poteva neppure dire un villaggio, poche costruzioni di fango e paglia pressata con tetti di paglia e un pozzo poco lontano. Davanti alle case, qualche animale da cortile ed un gregge di capre che tentava di strappare dalla terra rossa i pochi steli secchi che aveva lasciato la calura estiva. Il nostro passeggero era arrivato e dopo esssersi profuso in mille ringraziamenti scomparve dietro un basso muricciolo. Scendemmo anche noi, guardati con una certa curiosità da un gruppetto di bambini eccitati dalla novità. Mentre mi aggiravo tra le capanne curiosando, ma senza riuscire a buttare un occhio oltre le aperture scure, sentii un tintinnio che proveniva da quella a me più vicina, come un fremito delicato di campanellini, ritmato e quasi ipnotico. Mi fermai per un momento, cercando di capire cosa stava accadendo, per indovinare qual’era la pratica in corso. Dopo un po’, i rumori cessarono e mentre Abu veniva a cercarmi, dalla capanna uscì una donna, piccola e di età indefinita con un sari verde, povero, ma drappeggiato con eleganza naturale, con cui si copriva, certo per timidezza, una parte del volto. Rimanemmo così in piedi ad osservarci, lei mi guardava come per capire cosa mi portasse in quel luogo, io cercando di capire cosa stesse facendo e cosa fosse quella cosa che teneva stretta nella mano destra. Lo guardavo così intensamente, quel piccolo oggetto in cui si indovinava la forma di un animale mitico con una spessa base in cui certo erano nascosti i campanellini che avevo udito, che Abu, l’intuitivo, senza che io chiedessi, lo prese dalle mani un po’ ossute della donna e me ne spiegò brevemente l’interessante uso e significato. Non ci sarei arrivato da solo, pur vivendo il momento ed il contesto in prima persona. Chissà se qualcuno dei miei attenti lettori riesce ad interpretarlo. E’ di ottone e lungo circa una decina di cm. ed ha un uso pratico. Attendo commenti esplicativi. Premi consueti.

domenica 10 gennaio 2010

Che casino!

Un anziano ex collega del mio suocero 93enne, mi ha preso in grande simpatia, così, oltre ad avere il privilegio di essere stato omaggiato del favoloso mirto che produce con passione, ho potuto avere tra le mani una serie di suoi raccontini d’epoca di grande spasso. Era insomma un blogger ante litteram anche lui. Ieri poi mi ha inviato un tariffario di prestazioni di una famosa Casa torinese del 1927 che mi consiglia di appendere tra due foto della stessa epoca, che ha avuto modo di apprezzare in casa mia, rappresentanti il lato A ed il lato B di una gentile ospite di una delle case in questione. L’esame del preziario evidenzia e conferma un fatto classico, che qualunque bene se offerto in condizioni consentite e non irregolari, è assolutamente calmierato ed i prezzi sono molto più accessibili che in condizioni di maggiore irregolarità. Infatti si può vedere che il prezzo della prestazione semplice è di 1,50 Lire, che stando alla tabella ISTAT della svalutazione della moneta a partire dal 1886 corrisponde a poco più di un Euro del giorno d'oggi, in linea con le fomose mille lire al mese, stipendio da impiegato dell'epoca, apparentemente sproporzionato, diremmo oggi al costo di utilizzo di asciugamano e sapone che arrivano addirittura ad un terzo della prestazione medesima e, se vogliamo decisamente economico come divertimento di massa, sembra che equivalesse più o meno ad un biglietto del cinema. Certo doveva essere un consumo piuttosto rapido, se il cosiddetto quarto d'ora costava più del doppio della prestazione semplice. In ogni caso dovevano essere ambienti tutt'affatto particolari e, credo, dei quali si è completamente perduto il senso. Ricordo che un mio anziano collega veterinario, raccontava che il suo primo lavoro era stato quello di essere chiamato in una di queste case per visitare e tagliare la coda a sette gattini appena nati. Ci andò di mattina, quando le signorine erano appena svegliate e particolarmente inclini a vezzeggiare il giovane neo-professionista di bell'aspetto. Il compenso fu pattuito appunto in sette mezz'ore, in modo proporzionato all'intervento. Nella divertente lettera di accompagnamento, poi mi informa anche del fatto che, documentazione alla mano (leggi altro cartello originale) nel 1942, beninteso per casa di pari qualità, la tariffa era salita a Lire 10 compresa I.G.E (che usando le stesse tabelle valutative corrispondevano a circa 5 Euro odierni, ma si sa, in periodo di guerra i prezzi salgono). Io non ho informazioni dirette di questi ambienti, in quanto benché abbia una certa età, ricordo soltanto, quando, bambino, ingenuo ma già piuttosto curioso, in famiglia sentivo nominare una certa senatrice Merlin che stava incomprensibilmente, almeno per me, chiudendo della case, peraltro già chiuse. Però ho ancora un chiaro ricordo dell’I.G.E., tassa antenata dell’IVA, in vigore quando cominciai il mio percorso di lavoro al Consorzio Agrario, che il Rag. Filiberto detto Penna Bianca mi incaricò di calcolare su tutto il listino, fornendomi di carta, penna e una vecchia Brunsviga a manovella, un vero cimelio storico che ho invano cercato di recuperare in seguito. Non conoscevo invece la storia di questa tassa che, come mi racconta per conoscenza diretta l’ex-militare, era stata ideata dallo zio di un suo compagno di Accademia e vicino di letto in camerata, certo Guarino finanziere torinese, caduto in disgrazia durante il fascismo, che però Mussolini, che ne aveva grande fiducia, consultava in segreto. All’epoca, la prova del pagamento della tassa, il corrispondente dell’attuale scontrino fiscale, era costituita da apposita marchetta che si applicava materialmente su ogni merce scambiata, ad esempio sul cartoccio di prosciutto dal salumiere. Ora, pare che nelle case suddette, alla sua introduzione, la marchetta venisse per gioco, applicata dalle prestatrici d’opera direttamente sull’attrezzo interessato, trattandosi, più che mai, come mi ricorda l’amico, di una imposta sull’entrata. Da allora in poi la marchetta ha assunto una valenza quanto mai simbolica, potremmo dire una categoria kantiana. Certo beati i periodi in cui i prezzi possono venire stampati su targhe metalliche, tanto raramente cambiano. Oggi, in cui ci raccontano che l’inflazione è al minimo storico, in due anni, il ticket dell’autostrada è aumentata del 30%, ma sarà senz’altro solo un compenso pagato per l’operazione Alitalia. Sempre di casino si tratta, insomma.

sabato 9 gennaio 2010

Saltamontes del Sumidero.

Ma il Messico non significa soltanto grandi conurbazio- ni e l’affollamen- to frenetico del Districto Federal, l’altra realtà è costituita da un paese grandissimo con scenari naturali di rara bellezza. Quella volta prendemmo un aereo verso sud, sorvolando i vulcani con le punte coperte di neve e piccoli sbuffi di fumo a ricordare il tormento profondo di questa terra, i suoi turbamenti interni e sotterranei che la attraversano, che non le danno pace, che continuamente travagliano la vita di chi la abita. Tuxla Gutierrez è la porta del Chapas, il grande territorio del sud, dove tra montagne e foreste, vivono ancora più di sette milioni di indios che parlano e vivono come prima, che contano gli anni dalla conquista , come dice la mia amica Sill Scaroni nel suo blog che vi invito a seguire, año 517 de la resistencia indigena continental. Il Chapas si stende tra valli ed alte montagne, ad una quota che taglia le gambe se senza accorgerti, allunghi il passo. Sei sempre attorno ai duemila e la temperatura è fresca, moderata da pioggerelle frequenti, coi fianchi delle montagne coperti da nebbioline azzurre e da una umidità che costringe la gente a stringersi nei piccoli ponchos colorati che coprono loro le spalle mentre si incamminano nella selva. Prendemmo un’ auto che ci portasse fino a San Cristobal de las Casas, il centro più importante e noto. Duecento kilometri di una strada di montagna, tortuosa e stretta dietro a vecchie corriere colorate. Cercai di intavolare una discussione con l’autista con la scusa, come faccio di solito, di cercare di capire qualcosa della terra che sto attraversando, in realtà con la segreta motivazione di rallentare la marcia il più possibile, considerati gli strapiombi che si vedevano al fianco della Carretera National, priva di protezioni. Ma il nostro driver era insolitamente silenzioso e poco incline a socializzare, mentre rimaneva assolutamente insensibile ai miei propositi di rallentare la marcia. Questa mancanza di comunicativa, come rilevammo in seguito era piuttosto comune tra la gente degli altipiani, forse la diffidenza di chi per secoli ha dovuto subire assalti continui alla propria terra, alla propria cultura diversa, un patrimonio da sopprimere o almeno tacitare per potersi appropriare di tutto, uniformando, omologando, cancellando il passato a favore di un presente più utile ai propri fini. Ma la selvatichezza di questa terra non riesce a lasciarti insensibile, con i suoi scorci estremi e sa vincere anche la preoccupazione per un traffico tutto sommato pericoloso, per lo meno a giudicare dalle carcasse di mezzi abbandonati sui bordi della strada o sul fondo delle scarpate. Se capitate da queste parti però non mancate la sosta a metà strada, un piccolo villaggio su uno specchio di acqua verde, con un minuscolo imbarcadero e un ristorantino che serve melon e chorrizo e anche cavallette fritte (las saltamontes son animales muy limpios, assicurò il cameriere) come appetizer, una specie di chips insomma. Poi mentre l’autista si prende il tempo del giusto riposo sotto un pergolato, voi salirete su una grande barca azzurra che vi condurrà per una ventina di kilometri lungo una delle meraviglie naturali del paese, il Cañon del Sumidero. Il fiume, dapprima largo, si restringe progressivamente in gole con le pareti a picco alte qualche centinaio di metri, coperte di muschio verde da cui scendono cascatelle di acqua che prima di arrivare al pelo del fiume sono ormai vaporizzate completamente e riempiono l’aria di una specie di polverio umido che coprirà il telo impermeabile con cui avrete prudentemente protetto vesti e materiali fotografici. Lungo il tragitto, che la barca percorre a velocità vertiginosa con curve continue in cui i bordi arrivano alternativamente al pelo dell’acqua, sarete affascinati dagli stormi di pellicani, aironi, garzette che popolano il fiume e per la verità anche piccoli caimani, ma lontani, composti pigramente sulle rive, che non vi appariranno troppo minacciosi. Un tripudio di vita selvatica che lascia attenti e senza parole, ad ogni ansa del fiume con una nuova sorpresa . Dopo un paio d’ore, il ritorno all’imbarcadero dispiacerà e, facendo attenzione a non scivolare sul fondo viscido, qualcuno ci casca sempre sbattendo delle belle capocciate sul bordo, scenderete dalla barca paghi e pensierosi ed in questo modo disattenti alle consuetudini che comunque vengono ricordate per iscritto sul bordo della stessa imbarcazione: no olvide dar las gracia$ al conductor, con un carattere che non lascia dubbi. L’autista era pronto con il motore già acceso, San Cristobal con le sue chiese barocche popolate di statue di legno di santi sincreticamente sovrapposti ad antiche divinità pagane, aspettava pigramente sul fianco basso della collina.

venerdì 8 gennaio 2010

Tequila reposado.

Di tipi strani in Messico ce ne sono tanti. Girando nei vari ambienti ci sono tante occasioni per apprezzarli. D’accordo, magari trovi dei gruppi di donne che attraversano l'autostrada come in un fumetto di Tex Willer, ma di certo non incontri lo stereotipo del tipo col sombrero che fa la siesta, ma un certo modo di prendere la vita mi sembra che sia abbastanza comune. Forse gioca in questo stereotipo la particolare gentilezza e cortesia della maggior parte delle persone che si incontrano, sia nel lavoro che nella vita normale. Io penso che un ruolo importante abbia anche il particolare tipo di spagnolo che si usa da quelle parti, infarcito di una quantità esagerata di diminutivi e di vezzeggiativi, spesso accoppiati o triplicati in una sola parola, anche se lo spanglish comincia ad essere invadente. Se chiedi qualcosa, sempre te la faranno “ahorita”; per un ragazzino, non basta chico, ma subito diventa chiquito o chiquitito e così via, una carineria che, in verità non mi è mai sembrata solo di facciata. Quanto al lavoro, sarà anche vero che negozi ed uffici aprono tardi e ci senti una atmosfera abbastanza rilassata, ma nelle fabbriche si rusca eccome e ho notato anche una certa efficienza. Noi avevamo un rappresentante abbastanza particolare. Si chiamava Xavier , sempre indaffaratissimo con telefoni, fax, cercapersone, e-mail e sempre in corsa tra un aereo e l’altro, ma di una cordialità travolgente che quasi non ti lasciava spazio. Il fatto è che aveva quasi ottanta anni, sette figli e un numero imprecisato di nipoti. Ci teneva a sottolineare che il fondatore delle sua numerosissima famiglia era arrivato in Messico alla fine del 1500 e vantava conoscenze in tutti i settori. Dalla sua casa, una tranquilla villetta a Guadalajara, lontano dalla confusione del Districto Federal, muoveva i suoi contatti con dinamicità assoluta, partendo ogni lunedì per i suoi lunghi giri d’affari, rappresentando diverse aziende italiane e degli Stati Uniti. Io ero sempre stupito dalla sua verve e non mancavo di fargli notare che, non essendo più un ragazzino forse era il caso che trovasse qualche chico a cui lasciare adagio adagio il sentiero del business. Lui mi guardava allora con l’occhio un po’ triste e ribatteva pronto: -Que dices Enrique, si no puedo trabajar, io me muero – E subito rispondeva a qualche telefonata urgente. Si rabbuiò solo quando ad un mercatino comprai una vecchia foto di Pancho Villa di cui gli chiesi notizie, viste dal di dentro. Borbottò a lungo e poi aggiunse : -іAsesino!- girandosi dall’altra parte. Certo, per la vecchia nobiltà hispano-europea, non c’era spazio rivoluzionario. C’era invece una atmosfera gradevole a Guadalajara, nei suoi locali tradizionali del centro storico, dove potevi mangiare un delizioso spezzatino di toro con un tequila reposado dalle sfumature calde e legnose. Nei ristoranti la gente parlava a voce bassa senza infastidire i vicini, anche la presenza dei turisti caciaroni era minima e poco invasiva. Prima di venir via, l’ultima volta che ci vedemmo mi regalò una bottiglia di tequila reserva especial, con una etichetta dedicata che non ho ancora avuto cuore di aprire. Gli ho mandato gli auguri a Natale e alla mia domanda: - ¿Siempre trabajas? - ha risposto conciso ma deciso : - Siempre.- alla faccia del sombrero e della siesta; credo che vada per gli ottantacinque.

mercoledì 6 gennaio 2010

Xiào


Accidenti, qui è tutto un pianto greco, dovunque mi giro sento solo gente che si lamenta. Per carità, comodo dire così, se ti gira quanto meno normale, però ho la sensazione che un certo ottimismo, per lo meno come atteggiamento di base, migliori la qualità della vita. Anzi pare che ridere per qualche minuto al giorno abbia un riflesso significativamente positivo sulla salute. Sarà; ad esempio i cinesi, tanto per dirne una, ci hanno sempre creduto. Colgo un suggerimento di Ferox che mi segnala un carattere molto interessante e che calza a pennello con quanto detto. Prendiamo dunque l’ideogramma Xiào che significa proprio “ridere”. E’ diviso in due parti come molti altri. La parte inferiore è decisamente ideogrammatica, rappresenta un uomo che china la testa nell’atto di ridere, sempre molto controllato, mi raccomando, non sta bene il lasciarsi andare ad atteggiamenti scomposti, che deformano i tratti del viso in modo volgare, direbbe il vecchio abate assassino del Nome della Rosa. Niente esagerazione, ma equilibrio, compostezza, armonia. Quindi chiariamo subito che ridere per i cinesi non significa sghignazzare, ma appena di più che sorridere. Un filino, quanto basta per capire la differenza, per dimostrare che chi lo fa si diverte per sé stesso, non solo per mettere a suo agio chi sta con lui. E volendo sottolineare proprio questa levità, questa compostezza, ecco che arriva, mirabile, il tocco di genio, la parte superiore del carattere, che è anche la chiave di ricerca del carattere stesso. Presa da sola è Zhu, il prezioso, delicato, flessibile bambù, sempre presente, col suo verde pallido ad ornare ogni giardino che si rispetti, che si piega alla forza bruta, ma resiste incrollabile, non si lascia strappare, spezzare; più tu eserciti la forza, più lui ti vince, ti taglia le dita. Così deve essere la risata, come il fruscio della canne tenere di un ciuffo di bambù, deve accarezzare con un suono allegro l’ambiente, deve rendere ancora più bello il volto di una donna, più simpatico quello di un uomo. Saper ridere in Cina è fondamentale, per una trattativa commerciale, per intrattenere i propri ospiti, per trattare con le persone. Mai mostrarsi irritato durante una relazione d’affari, mai perdere la pazienza, ma ridere e bere il thé. Bisognerà che scriva un trattatello per il mercante in Cina prima o poi. “Se non sai ridere, non aprire un negozio” recita il più classico dei proverbi cinesi e secondo me i cinesi, di motivi per ridere ne hanno parecchi, anche se tutto il resto del mondo li snobba come copiatori infaticabili e basta. Per gente che ha avuto genitori che andavano a strappare l’erba nei fossi per mettere qualcosa nella pancia, qualche passo l’hanno fatto e non li ha certo aiutati nessuno, casomai hanno cercato di buttarceli in quel fosso; tutto merito loro, del loro lavoro e della loro determinazione. Un senso di sacrificio, che magari da queste parti latita un po’. Si sghignazza di più, certo, ma mi sembra che si rida di meno.

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