giovedì 25 dicembre 2008


...e BUONE FESTE A TUTTI....

mercoledì 24 dicembre 2008

Cronache di Surakhis: 4. Vigilia di Natale

Sono Zog, uno schiavo della miniera di Paularius. Come tutti gli altri sto scavando roccia nelle viscere di Surakhis, in un cunicolo basso dove passo appena trascinandomi il trituratore, inseguito dagli occhi stimolatori che controllano il mio ritmo di lavoro. Da quando Paularius ci ha impedito l'accesso telepatico ad Assbook per impedirci distrazioni , il rendimento è aumentato un po', ma siamo tutti un poco più tristi. Ero felice, quando vivevo sulla quinta luna di Auran IV, un mondo coperto di vegetazione, amato da tutti i cacciatori della galassia che ci vanno in vacanza per cacciare i Pulkis, gli stupendi uccelli piumati multicolori trasparenti. Me li portavano dopo la caccia ed io, nel mio piccolo negozio, li anestetizzavo per il trasporto. Per questa attività avevo impegnato tutto e quando la crisi aveva fatto crollare le cacce, avevo solo debiti e quando vennero a prendermi per portarmi al mercato degli schiavi, mi lasciai portare via come svuotato, senza volontà. Adesso sono qui da due anni e non so quanto resisterò ancora. Domani sarà il secondo Natale che passo nella miniera e non coincide certo con il giorno di riposo che abbiamo ogni mese, quando ci ammassiamo nella camerata a succhiare sbobba rinforzata da alcool di sorbo, aspettando le puttane che ci manda Paularius. Nessuno sa cosa significhi questa festa, ma è molto antica e si richiama in tutta la galassia alla pace, alla fratellanza, a lasciare da parte l'egoismo e le cose materiali; tutto un po' ridicolo per noi, qui che stiamo scavando. Adesso poi che hanno tolto tutte le sicurezze, ogni giorno aumentano gli incidenti. Come tre giorni fa, quando è franata la roccia sopra di me ed ho perso una gamba; ho dovuto staccarla con il trapanatore, mentre i Sardar di sorveglianza sghignazzavano incitandomi:- Forza che tanto ne hai altre sette e poi magari ti ricresce!- Noi aracnidi però soffriamo come gli umani.

martedì 23 dicembre 2008

Affanno

E' quasi Natale, se non ci sbrighiamo, si rischia che è già passato. Non c'è tempo per pettinare le bambole in questo Occidente ansimante, perciò oggi un haiku di Yosa Buson (1716.1783) vi sia sufficiente:

Tornando a vederli
i fiori di ciliegio, la sera,
son già divenuti frutti.


来て見れば夕の桜実となりぬ

lunedì 22 dicembre 2008

Ān

Chissà se è poi così vero che l'aggressività della specie umana sta tutta nella sua componente maschile? Questo è, quanto meno quello che si dice e la maggior parte dei fatti della storia lo conferma. Non c'è avvenimento tragico ed efferato del cammino umano che non ci racconti di impettiti uomini in divisa o di biechi personaggi acquattati nei loro palazzi a programmare stragi e violenze di ogni genere. Anche l'uomo singolo, il maschio, quando è solo, è quasi sempre aggressivo o comunque inquieto e si muove apparentemente senza senso alla ricerca di equilibrio o di un senso di completezza. La lingua cinese fa proprio questo concetto e lo definisce con il carattere Ān che significa: pace, serenità, quiete e come forma verbale: tranquillizzarsi, calmarsi. L'ideogramma è costituito dal segno di Tetto, sotto il quale vi è il segno che ormai vi è ben noto di Donna. Quindi: quando nella casa di un uomo c'è una donna, questo si calma, la smette di correre di qua e di là, diventa meno aggressivo; la sua serenità particolare si generalizza nella pace della comunità (a cui evidentemente non vengono più insidiate altre femmine). Questa attribuzione al genere femminile della responsabilità della serenità universale, forse è sopravvalutato, ma qualche cosa di vero ci dovrà pur essere, se nella progressiva maschilizzazione che il nostro modello di sviluppo attribuisce alle donne, questo lato diventa sempre più sfumato o per lo meno più trasversale. Attendo inferocite contestazioni a conferma di questo assunto.

domenica 21 dicembre 2008

Rosso rubino

"La place rouge était vide..." un ritornello che non riusciva ad andarsene. Che notti, quelle d'inverno a Mosca. Cominciano alle tre del pomeriggio a fine dicembre. Che pace andare a piedi verso la Piazza Rossa, dopo cena, da solo, con le suole spesse che fanno scricchiolare la neve nella immensa piazza deserta, mentre sotto i denti sentivi il gusto di ferro del freddo e dei fiocchi che non ce la facevano a cadere. Solo qualche sfarfallio, di tanto in tanto, a ricordare con qualche puntura sul viso la durezza morbida di quel mondo. Giravano pochi turisti allora e se ne stavano tutti rintanati all'Inturist, quando non se li trascinavano su vecchi torpedoni al Bolschoy o a Novodievicy. Sul grande spazio della piazza qualche guardia lontana, infagottata nel feltro sotto la shapka di ordinanza a far finta di non sentire il freddo, ad impedire che si attraversasse, chissà perchè, il grande spazio aperto. Sulla destra i magazzini GUM, che avevano chiuso appena uscita dalle sgangherate porte da cui usciva un soffio potente di calore teletrasportato, l'ultima truppa di matrioske che si erano aggirate tra i negozi che esponevano le ultime produzioni sovietiche, magari in fotografia , da prenotare. Il Cremlino incombeva sulla destra, quasi nascondendo l'incongruo mausoleo di Lenin dove le code di visitatori silenti si erano man mano diradate negli ultimi tempi, con la sua presenza silenziosa ma ammonitrice. Sull'alta torre Spaskaija, come mi ricordava sempre chi conosceva bene le cose, brillava comunque e forte la stella di rosso rubino. Ogni tanto si apriva lentamente il portale , le guardie si ponevano sull'attenti e dopo poco una Volga nera coi vetri scuri arrivava a velocità folle (chissà perchè poi) e si infilava senza rallentare sotto la torre scomparendo nei meandri del Politburò, forse a discutere dello sfacelo incombente, mentre i gerontocrati rimanevano fermi con l'occhio fisso ed il sorriso imbalsamato che li avrebbe dissolti. Che senso di immobilità statica nella grande piazza. In fondo, le cupole di San Basilio gigioneggiavano, fiamme multicolori a ballare il sabba dell'attesa di un evento prossimo. Poi, sazio, me ne tornavo al mostro ipertrofico del Rossia, una ferita inguaribile aperta poco lontano sui cadaveri di piccole chiesette ortodosse, percorrendo a piedi i larghi spazi deserti. Non serviva guardare attorno prima di attraversare; non passavano auto, non c'erano auto.

sabato 20 dicembre 2008

Il ventaglio Shan

Il Tai Ji Quan è una tecnica del corpo derivata da un’arte marziale cinese. Viene chiamata anche “meditazione in movimento” in quanto la serie di tecniche che vengono eseguite in sequenza, coordinate alla respirazione, sono finalizzate a dare al corpo equilibrio fisico e mentale e armonia di pensieri e di movimenti, secondo uno schema consueto in tutto l’Oriente, che non disgiunge mai l’attività fisica da quella spirituale. Il Tai Ji è una scansione continua di respiro e dinamica. Una simulazione di tecniche di lotta che nella realtà servono ad esercitare armonicamente ogni muscolo ed articolazione del corpo senza forzature o traumi. Ma il Tai Ji è anche uso simbolico della antiche armi cinesi. Nei luoghi dove era vietato portare armi, come nei palazzi imperiali, il guerriero teneva comunque con sé il ventaglio da guerra, uno strumento di cortesia trasformato in un’arma micidiale con stecche d’acciaio, fornita di lame affilate. Una cultura vecchia di millenni che ha sempre privilegiato la ricerca del'armonia fisica e mentale per raggiungere la serenità interiore, contrapposta ad un'altra cultura che ha messo al primo posto lo sviluppo, l'approccio analitico ai problemi, il benessere materiale e per questo è risultata vincente, tanto che ha travolto la prima avvolgendola in un abbraccio mortale. Ma se il benessere complessivo dell'individuo ne viene in effetti diminuito? Nei parchi delle città cinesi, solo anziani alle 6 del mattino praticano le forme del Tai Ji, abbarbicati per abitudine, non per convinzione, all'antico; forse irrisi dai giovani rampanti tesi a scalare le conquiste dei loro coetanei d'oltremare. Ma , Graecia capta ferum victorem cepit, e quindi un caldo grazie alle ragazze dell' Accademia Ohashikai ed alla loro Maestra Kinoué, che ieri sera, allo spettacolo organizzato dall' Associazione Il Melograno hanno dimostrato con grazia e tecnica il loro credere in una visione più completa della ricerca umana, muovendo con perfezione il ventaglio Shan, non per colpire alla gola un nemico reale, ma per affrontare e sconfiggere la parte oscura che è dentro di noi.

venerdì 19 dicembre 2008

Relatività e relativismo

Erano gli anni di piombo. In Italia si sparava per ideologia, ma ce ne accorgevamo solo dalla televisione e leggendo le pagine di giornali. A Sana'a, la capitale dello Yemen, invece avevano appena ucciso in un attentato il capo dello stato ed il paese era sull'orlo della guerra civile che dopo poco avrebbe portato alla riunificazione con lo Yemen del Sud. Per tradizione gli yemeniti vanno in giro armati e se non hanno armi da fuoco, il minimo che serve a dimostrare la loro mascolinità è la jambya, un grande pugnale ricurvo che viene donato al maschio appena raggiunge la maggiore età e che si porta triofalmente sul petto pronto alla bisogna.
Eravamo nella piazzetta centrale di Sana'a di fronte alla libreria internazionale che esponeva qualche giornale straniero e quasi senza che ce ne accorgessimo fummo circondati da una gruppo di uomini, chi più chi meno, tutti armati come si dice fino ai denti. Chi esibiva una pistola alla fondina, chi un kalashnikov appeso alla spalla con nonchallance, fino ad un alto vecchio con una lunga barba bianca che esibiva con fierezza un lungo moschetto. Mentre ci guardavamo attorno capimmo che si stavano commentando i titoli delle testate esposte all'esterno della libreria. Al centro, la famosa copertina del settimanale tedesco (Stern credo) che esibiva la pistola sul piatto di spaghetti e le foto del brigatista mascherato che dalla Vespa sparava al sindacalista genovese. Con grande cortesia, che subito dissolse le nostre perplessità, chi parlava inglese iniziò a dibattere con me (naturalmente nessuno si permise di interpellare Tiziana, bionda ed oltretutto neppure velata, come le rare figure oscure che scivolavano senza apparire rasentando i muri). Saputo che eravamo italiani, il più ardito, brandendo il mitra per avvalorare meglio il suo concetto, concluse la discussione dicendo: "Ma come potete vivere in un paese così pericoloso!". Era un ingeniere e qualche anno prima era passato dall'Italia per andare a Vienna e mi assicurò che le tre ore passate alla stazione Centrale di Roma erano state per lui una esperienza di terrore e paura che ancora ricordava. La compagnia si sciolse, era ormai sera. Tornammo al funduk che ci ospitava mentre le ombre che a quelle latitudini cadono improvvise come un sipario indaco, ci mettevano meno inquietudine del consueto.

giovedì 18 dicembre 2008

Cronache di Surakhis: 3. Risolvere la crisi

L'umore di Paularius era ondivago e su opposte estremità, come la dura climatologia di Surakhis. La crisi sembrava al suo culmine; nel cielo le tre lune erano completamente nascoste dalla spessa coltre di nubi color cyano, mentre la temperatura scendeva sotto i - 80°C e cominciavano a flocculare fiocchi di neve di metano. Le borse di tutta la galassia erano in picchiata, cominciava una deflazione incontrollata che faceva gioire solo i ricchi pensionati dell'Impero, le banche prestavano crediti solo a chi dava figli, mogli ed un proprio organo in anticipo a garanzia ed il mercato languiva. Per fortuna che, da quando l'80% degli schiavi si potevano avere in affitto, aveva potuto liberarsi di quei mangiasbobba a ufo. Le agenzie di affitto ne sopprimevano la maggior parte, certo non si poteva mica fallire per mantenerli con le mani in mano, e comunque di quella gente se ne trova sempre e quando ci sarebbe stata la ripresa si poteva sempre istituire qualche tipo di tassazione con l'alternativa di dare un figlio in schiavitù. Ma non era quello il momento di pensare a queste cose. Con una faccia da funerale e la rabbia impotente che gli covava in corpo misurava a larghi passi il salone deserto, gettando un'occhiata distratta ai fiocchi verde-azzurri che danzavano al di là dei finestroni stagni. In questi frangenti gli venivano in mente i suoi primi anni a Surakhis, quando si arrabattava per sistemare il suo futuro e non aveva tempo per niente che lo distraesse; a suo figlio, che era arrivato troppo presto, quando non avevano ancora né denaro, né tempo da dedicargli. Lo avevano fatto sopprimere, anche se Lilya era tendenzialmente contraria e adesso, quando ci pensava, in fondo un po' gli spiaceva. Non aveva nessuno a cui lasciare la miniera e tutto il resto. Non poteva spendersi tutto in professionali intersex vegane. Quella sera aveva disdetto le solite due che Lalumai gli mandava dopo cena. Gli piaceva lasciarsi andare tra quei tentacoli morbidi, farsi cullare dalle loro trifonie lente e dissonanti, sentirsi sollecitare dalle ventose voraci che sembravano desiderare il suo corpo flaccido e puzzolente (tanto le Vegane non hanno narici), ma quella non era serata. Non riusciva a vedere uscite dalla crisi e anche se l'imperatore dai boccoli d'oro predicava ottimismo, i suoi contatti gli davano previsioni sempre più cupe. Lo risvegliò dal torpore un interfono di Kzwkhz da Larus che lo avvisava delle decisioni subcoperte del governo centrale. Iniziare a coprire la colossale montagna di debiti governativa moltiplicando i crediti teorici futuri, che si sarebbero potuti ottenere impegnando figli, nipoti e 3 o 4 generazioni a venire. Provocare una svalutazione colossale che liberasse lo stato dai propri impegni e rialzare i prezzi delle materie prime con una guerra generale. Il nemico era già pronto; l'immigrazione da Andromeda era ormai insopportabile per tutti, gente sporca, violenta e attaccabrighe, con smanie religiose incongrue. Il partito delle Camice Viola della Lega Trisex aveva fomentato una corretta campagna di avversione e ne bastonava qualcuno di tanto in tanto tra l'approvazione generale. La Chiesa Universale del Buon Amore era d'accordo, avrebbe dato il Deus Vult ufficiale. Così si sarebbe approfittato anche per sistemare le piccole pendenze ed eliminare quei bastardi di Orchitoidi. Un lieve sorriso lo illuminò e si forbì il muco che gli colava col bordo della tunica di morbido pelo di slot. Quasi quasi era il caso di interfonare a Lalumai.

mercoledì 17 dicembre 2008

Rosso corallo

"Il rosso è il colore del corallo, è il colore della gioia, della bellezza. Di questo colore devono essere le labbra di una donna. E deve avere la bocca piccola, gli occhi rotondi e delicati piedi minuscoli." Questo mi ripeteva sempre Chen, a Xi An, quando andavamo a cena tra le bancarelle del mercato notturno. Guardava le ragazze, dietro i banconi con l'occhio pensoso del mandarino che sceglie le concubine per il figlio. Aveva conosciuto la fame, Chen; era piccolo durante la grande carestia che uccise in Cina più di trenta milioni di persone e mi raccontava di sua madre che andava lungo i fossati, in campagna a cercare erba e radici da far bollire per dare una minestra alla famiglia, catturando se aveva fortuna, qualche rana o altro che si muovesse tra le canne. Erano stati anni terribili, per questo guardava con occhi sereni e compiaciuti l'abbondanza di cibi e di merci che traboccano da tutti i mercati cinesi. Era magro, con le guance incavate e gli occhi lievemente inespressivi, imperscrutabili. La fame antica non lo aveva reso vorace come capita a molti che hanno avuto questa esperienza di vita, ma mangiava poco e lentamente, senza il consueto rumoreggiamento di risucchi; guardandosi intorno, osservando, apparentemente indifferente, con le labbra atteggiate ad un leggero sorriso. Orgoglioso, ma pacato, con un atteggiamento di nobiltà nei modi e nella postura che non si impara, ma ci si porta dalla nascita. Parlava un italiano perfetto, con termini ricercati e precisi ed una pronuncia inusuale per un cinese, senza confondere la r con la l, imparato in una dura scuola e proseguita in anni trascorsi all'Ambasciata in Italia con compiti sfumati. Sceglieva le parole con cura e le diceva a voce bassa e suadente, guidandomi nella tortuosità dei contatti e dei complessi schemi di cortesia del suo paese. Rideva, ma sommessamente, dei miei tentativi di compitare qualche semplice carattere o mentre modulavo le diverse tonalità della pronuncia cinese. "Hai detto cavallo, non madre, signor An Li Ke." e mi correggeva con delicatezza. Sembrava sorridere della mia frustrazione di aver speso giorni in una estenuante trattativa per un impianto per produrre yogourth non andata a buon fine. Era come estraneo alla concitazione del business ed alla furia affaristica che percorreva il paese. Troppo nobile per farsi coinvolgere, troppo Tao per agitarsi per gli insuccessi. Lo turbava solo la bellezza delle foglie giovani del bambù, la nebbia azzurra che saliva sulle colline lontane, il pallido sole del tramonto, le carpe dalle scaglie dorate del lago, il rosso corallo delle labbra ed i piccoli piedi delle ragazze. Rimase poco con noi, di corsa in un mondo che gli apparteneva poco. Aveva mani lunghe e sottili Chen di Xi An.


martedì 16 dicembre 2008

Nán


Il carattere Nán, illustra in modo specifico quanto la scrittura cinese sia basata dall'osservazione della vita dei campi in una società che fino a pochi anni fa era esclusivamente agricola. E' costituito, come molti altri, da due ideogrammi sovrapposti, quello superiore mostra una risaia vista a vol d'uccello dall'alto, visione che certamente riempie il ricordo di chi ha goduto dei paesaggi del sud della Cina, con le colline trasformate dalla fatica umana in sterminate distese di minuscoli quadretti argentei dove il riso cresce, un pallido verde oro intriso di sudore. Quello inferiore, appunto la forza o la fatica rappresentata secondo alcuni dalla stilizzazione del tendine che attaccato all'articolazione tende il muscolo o, secondo altri, una vanga bidente, strumento proprio della maledizione del contadino, curvo a configgere nel terreno l'arma che nutrirà la sua famiglia. Uniti significano "maschio", proprio chi, con la sua forza fisica, trae dal campo i suoi frutti. Non mi vorrei soffermare molto sul particolare che, nella realtà, chi tirava l'aratro nei campi (l'uso degli animali come forza di lavoro agricolo, è sempre stato secondario in Cina) erano le donne, mentre l'uomo guidava l'aratro, ma si sa che qualcuno deve pur assumersi il diritto-dovere di dirigere, se no va tutto a catafascio! Il carattere Nan è quindi contrapposto a Nu (donna) che abbiamo già visto, e consiglierei a tutti coloro che pensano di visitare la Cina di impararli bene, in quanto, se si troveranno al di fuori dei grandi alberghi, nella necessità di accedere ad una toilette (厕所- cè suó , facile , basta ricordare "cesso") troveranno questi due simboli fuori delle porte. E' meglio non sbagliare la scelta, evitando così di creare disagio, in quanto i bagni cinesi all'interno di queste porte, sono comuni e senza divisori, per così dire, la si fa in compagnia.
Per aiutarvi a ricordare la pronuncia, vi segnalo uno scioglilingua di saggezza cinese che recita:
Nan de bu wei, nu de bu ai
che significa :
Uomo non cattivo, Donna non ama.

lunedì 15 dicembre 2008

Il rasoio a due teste.

Era magrissimo il nostro contatto di Kharkov, secco e allampanato, il viso scavato con una barbetta semi incolta sugli zigomi appuntiti, gli occhi neri ed infossati ancor più evidenziati da spesse lenti. Pareva uscito direttamente da Delitto e castigo, con il suo cappottino nero, stretto e leggerissimo nonostanteil gelido inverno ukraino. Così quel mattino, stando impettito, con i folti sopraccigli aggrottati, ci annunciò, come sempre a bassa voce, che ci avrebbe ricevuto il direttore di un grosso Kombinat che aveva un progetto interessante per le mani. Uscimmo, calcandoci le schapke in testa, nel gelo sferzato dal vento teso della pianura, e in una mezz'ora una Zigulì malandata ci scaricò dentro la fabbrica. Il glavny ingenier ci fece fare il giro di ricognizione, mostrando anche quello che non poteva nascondere: montagne di materiali abbandonati, macchinari decrepiti, presse Quassy anteguerra, patina di ruggine a ricoprire ogni ferro visibile, maestranze qua e là assorte a fingere di lavorare. La fabbrica produceva rasoi elettrici (ne avevo appena comprato uno di campione ai magazzini Zum in centro al prezzo di circa un dollaro) ed il progetto, nell'ambito delle nuove possibilità previste dalla ventata di liberalizzazione economica della glasnost, era produrre un nuovo modello, copia esatta del Philips, da esportare in valuta, per cui occorreva la fornitura di una serie di stampi. Il direttore e il presidente in gran pompa ci spiegarono il progetto. Era gente giovane e tutto sommato sembravano determinati a entrare con decisione nel nuovo corso. Parevano decisi a cogliere le opportunità nel nuovo vento che irrompeva in una URSS squassata dai propri problemi profondi. Mentre ci illustravano minutamente l'idea, andammo nella stalovaija aziendale, dove in una saletta VIP, un rubiconda operaia travestita da cameriera ci servì i piatti più ghiotti della mensa, tra cui il famoso pollo alla Kiev, ripieno di burro fuso che morso con disattenzione colò improvvidamente a macchiarmi la cravatta tra l'ilarità generale. Ma nella trattativa commerciale, tutte queste cose fanno simpatia e infatti, terminata la bottiglia di vodka eravamo tutti molto in sintonia, tranne il nostro magrissimo Alexey che senza appoggiarsi allo schienale della sedia beveva con metodo, senza ridere, limitandosi di tanto in tanto a proporre una pridladjenija all'amicizia tra Italia e URSS, levando il bicchiere che poi beveva tutto d'un fiato con grande serietà. Aumentata la confidenza, andai più a fondo nel progetto, chiedendo agli aspiranti capitalisti che prevedevano di vendere il nuovo rasoio a 10 dollari (e già brillavano loro gli occhi, resi più tondi dai sorsi di vodka Gorilka) quali fossero i costi di produzione che avevano calcolato, per capire in quanto tempo potevano rientrare dell'investimento. Mi guardarono con occhio sospetto, poi, dopo una lunga pausa il Presidente sbottò: "Ma perchè, è proprio necessrio saperli questi dati?". Gli spiegai che se il costo fosse stato di 11 dollari forse il business non sarebbe stato molto valido. Lui ci pensò un po', poi guardando sconsolato il direttore, emise un lungo sospiro e si aprì la diga. "Gospadin Enrico (tovarish già non si usava più), noi cerchiamo di adattarci al nuovo corso, ma non è facile. Un tempo il piano ci diceva che dovevamo produrre 100.000 rasoi all'anno; ci mandavano tanta plastica, tanto filo di rame e tutto il necessario; noi li facevamo sempre uguali e qualcuno se li veniva a prendre e se li portava via, che funzionassero o no. Se la roba non arrivava in tempo o se non se li ritiravano e stavano a marcire sotto la neve , ufficialmente era come se li avessimo prodotti; mettevamo la foto degli operai meritevoli ogni mese nella bacheca e tutti erano contenti. Adesso tutti si lamentano; le operaie vogliono più soldi (e qualcuna fa anche difficoltà ad essere, diciamo così, gentile con i capi), bisogna preoccuparsi che arrivi la materia prima, studiare un nuovo modello come se quello vecchio non tagliasse la barba, vero Kolija che la taglia benissimo? -e il glavny ingenier assentiva col capo- preoccuparsi di venderlo e adesso arrivate voi e ci raccontate che bisogna anche preoccuparsi di quanto costa farlo. Darogoy Enrico, per noi è troppo dura, non so ce ce la faremo a star dietro a tutto questo". Ce ne andammo in un turbinio di neve guidati da un sempre più impettito Alexey, una figura nera e sottile che ci traghettava verso l'uscita, tra i capannoni del zavod. Quel rasoio mi sta funzionando ancora adesso, seppure in modo approssimativo e lascia le guance rosse e irritate come la carta igienica dell'epoca che si chiamava "la vendetta di Stalin", ma ultimamente mi faccio poco la barba.

domenica 14 dicembre 2008

La mandola

Un piacevole sabato passato con gli amici. Per il piacere che mi ha dato la loro compagnia voglio dedicare a loro queste parole di Li Po:

Ascoltando la mandola.

Ha una mandola il prete buddista di Chou:
Scende dalla montagna dei Sopraccigli
Verso Ponente, e la suona per me.
Suoni vibranti che somigliano al brusio
D’una foresta di pini mossa dal vento.
Come lavato dall’acqua del fiume
Il mio cuore si sente pulito.
Il dolce suono
S’unisce ai tocchi della campana lontana.
Insensibilmente scende la notte,
E i monti si smussano nella nebbia leggera.

venerdì 12 dicembre 2008

Gioventù bruciata

Erano appena avviati i fabulous sixties. Ma com'è che avevamo tutti quell'aria da James Dean, da gioventù bruciata? (io un po' meno per la verità, c'era già una lieve tendenza alla pinguedine e i grassi non sono mai maledetti). Qualcuno aveva sentito per la prima volta She loves you e diceva che la musica era cambiata anche se quando andavamo a ballare c'era l'orchestra (non si chiamavano ancora "complessi"), che Arturo Testa aveva una bella voce, ma stava passando. In effetti si avvertiva che qualcosa stava cambiando, che tirava un'aria diversa, ma chi poteva immaginare i cinquanta anni successivi. Se penso alle giornate passate seduti su una panchina a quello che si diceva dei giovani di allora, a tutte le nequizie che si pensava avrebbero commesso; vien da ridere. Gli anziani sono sempre gli stessi e dicono le stesse banalità da duemila anni. Ripetiamo oggi le stesse parole di Seneca e siamo convinti di dire grandi verità. Forse noi non abbiamo saputo cogliere l'occasione morale che veniva dal dopoguerra. La voglia di fare e di fare bene si è tramutata in una generazione che ha ammirato e praticato la furbizia come dote, ma il mondo andrà avanti come prima. Passerà la crisi, molti piangeranno, altri faranno soldi, a meno che il Grande Impero non decida di risolvere il problema, come sempre in passato, con una Grande Guerra, sperando di sistemare i suoi debiti con una colossale svalutazione. Del fatto che voleranno le atomiche, a chi comanda non frega molto. Anche dopo quelle, comunque il mondo in qualche modo andrà avanti e ci saranno sempre i ragazzi come te, Lauro, che passavano ore ad aggiustarsi il ciuffo e a farsi ammirare dalle ragazze. Per inventare Fonzie hanno copiato il tuo format.

giovedì 11 dicembre 2008

Hăo

In Cina in tutte le formule di saluto viene usato questo carattere, che significa "buono", un po' come da noi "salve", insomma un augurio o un auspicio che la persona che si saluta stia bene, fisicamente e moralmente. Dovunque andrete in Cina, vi sentirete sempre rivolgere con un sorriso un Ni hao (tu buono), un cordiale saluto valido per tutti. E' interessante esaminare l'ideogramma, che è composto da due caratteri più semplici. Quello a sinistra che abbiamo già visto (nǔ) significa "donna", mentre il secondo (zǐ ) significa"bambino". Ed in effetti che cosa c'è di più bello di una donna con un bimbo in braccio, due piccoli segni per illustrare la positività, che diventa augurio, serenità, tranquilla gestione di una quotidiana accettazione dell'essere. Affrontare il presente senza paure, reali o precostituite da chi ha interesse ad averci pavidi ed impauriti per poterci meglio imbavagliare. Forse proprio dalla tanto vituperata Cina, che peraltro ha situazioni e atteggiamenti per noi inaccettabili, ma assolutamente congrui ed indifferenti per la quasi totalità dei suoi abitanti, arriverà l'aiuto e la sponda per tirare fuori dal guano chi con spocchia e disprezzo aveva spiegato al mondo ignorante ed ossequioso quali devono essere le corrette procedure economiche.

mercoledì 10 dicembre 2008

Compagni di scuola

Cosa conduce un gruppo di over ... a sfidare le intemperie, le nevi della nuova glaciazione, ad abbandonare le tranquille serate accanto al caminetto con la copertina sulle ginocchia per ritrovarsi e raccontarsi il piacere di rivedersi di tanto in tanto? Certo qualcuno si dà malato, qualcun altro non si ricorda qual è la sera giusta (è vero che gli anni passano). Forse, però, è tutto racchiuso nelle parole che mi ha scritto l'altra sera Gian Maria e che vi riporto tal quale:

-E' tardi e domani devo alzarmi presto, ma voglio dirti che proprio in questo giorni credo che il periodo che abbiamo vissuto insieme a scuola ci abbia dato qualcosa di speciale. "I migliori anni" e mi sembra - anche adesso - che quei migliori anni siano continuati, anno dopo anno; i sogni ho continuato a farli e spesso si sono avverati; canto le canzoni di allora - ricordo i testi, le melodie, gli autori e i cantanti come se fosse oggi; ricordo le figurine di allora; gli autori latini, greci e italiani, la storia, la mitologia, l'onestà, il rispetto, l'educazione, il risparmio, lo studio, l'educazione civica e l'educazione fisica; la messa, la novena di Natale, Gelindo, la via crucis; l'esame di coscienza, l'esame di quinta ginnasio, la coscienza di zeno; la gita scolastica, la festa in casa di pomeriggio, col mangiadischi; l'università, il fidanzamento, il lavoro, la famiglia; la maturità (quella vera, non la fine del liceo), l'equilibrio, la riscoperta di certe cose; il sentire le stesse cose con le persone care; buona notte.-

martedì 9 dicembre 2008

Meno stato, più mercato?

Sono sempre stato attratto dagli scambi, dalla trattativa, dal fascino del mercato in quanto tale e dalla mentalità mediorientale che lo accompagna. Forse un'altra delle mie vite precedenti mi ha lasciato questo imprinting. Ero nato vicino alla costa in quella che i Romani, i nuovi padroni del mondo, chiamavano Arabia Felix. In realtà non ne sapevano quasi nulla e immaginavano che da noi venissero tutte le spezie che amavano molto e ci compravano in quantità. Io due volte all'anno risalivo la costa del mar Rosso con una piccola carovana carica di incenso che scambiavo con mercanti in arrivo da isole lontane dell'Oriente di cui i Romani non sospettavano neppure l'esistenza. Era autunno o primavera quando arrivavo a Petra. Che sensazione; si dormiva fuori città. Poi il mattino, fresco e pulito, con il mio vestito più bello, attraversavo il lungo sif di roccia che conduce all'ingresso e facevo il mio ingresso nella città davanti alla mia piccola carovana come un principe che arrivasse d'oltremare. Credo che fosse uno dei più grandi mercati del mondo ed era tutto un brulicare di mercanti, di faccendieri, soldati, profeti e adepti di sette religiose che fermentavano da quelle parti in maniera mai vista. Tutti predicavano la Verità, altri, i più scaldati del momento ce l'avevano con noi, i mercanti, che ci interessavamo più di affari che di filosofia. Ma di questa gente ce n'è sempre stata, mi diceva mio nonno, poi ogni tanto si decidono, ne fanno fuori qualcuno e non se parla più per un po', fino a quando non salta fuori un altro matto, che si tira dietro un po'di sfaccendati. Quella volta aspettai due giorni prima di incontrare Rufus Macrinus. Era sveglio, più degli altri Romani e non aspettava sulla costa l'arrivo delle merci, ma saltando un passaggio, arrivava fino a Petra ed era da anni il mio migliore cliente. Parlavamo la lingua franca del Mare Nostrum, ma lui intendeva perfettamente anche il Nabateo, anche se faceva finta di non capire. Ogni volta cercava di farmi raccontare da dove arrivava il mio incenso, poi faceva finta di credere alla storia che lo coltivavo io stesso nelle mie terre a sud di un deserto impossibile da traversare e non tirava neanche troppo sul prezzo e mi versava con sussiego aurea argenteaque sextertia (nel lavoro, se non ficchi qualche parola in latino qua e là, non sembri aggiornato, così, ut mercaturam adiuvare, facillime latinam linguam loquor). Non amano la trattativa questi Romani, hanno fretta di concludere, vogliono tornarsene a Roma. Questa città deve essere ben straordinaria, 50 volte più grande di Petra; mah, Rufus ama esagerare, specialmente quando racconta della sua città, dell'imperatore, delle ricchezze, dei palazzi e delle genti di ogni paese che la popolano. Vuole concludere in fretta caricare i sacchi di incenso sugli asini e raggiungere la costa e la nave che lo aspetta per tornare a tuffarsi nella confusione cosmopolita della sua terra. Cerca sempre di portarmi nelle nuove taverne di moda, che servono tutti cibi elaborati con quello schifo di garum che piace tanto ai Romani. Non apprezza il lento scorrere del tempo, bere con me l'infuso nero, amaro ma forte e profumato delle bacche di Kava che viene dalla mia terra e parlare un po' del senso della vita, prima di trattare le merci. Non apprezzerebbe certamente la solitudine del deserto del sud, delle grandi dune sabbiose con le sfumature di colori del tramonto che si perdono all'infinito. Le notti sotto il cielo stellato davanti al fuoco tra racconti di avventure e ricordi di mondi lontani e di ricchezze ancora da scoprire. Lui ama il fasto della città, mi racconta di grandi spettacoli, di arene con uomini che si combattono e si uccidono per il piacere della folla che urla, di eserciti che partono alla conquista del mondo, di dame carichi di gioielli che arrivano da luoghi che non ho mai sentito, vestite di damaschi e di tessuti costosissimi che arrivano dai Sini. Nel nostro ultimo incontro mi ha fatto capire che presto arriverà anche qui un grande esercito e che questa terra di teste calde sarà finalmente pacificata per sempre. Basta con questo bailamme di religioni che portano solo caos. Pax romana per tutto il mare nostrum e mai più teste calde in Palestina. Un gran sognatore, Rufus, intanto mi ha pagato l'incenso il doppio di sei mesi fa. Con la crisi che gira, il lusso tira sempre.

sabato 6 dicembre 2008

Concitazione

Non c'è più tempo, debbo partire , in fretta, le nevi non aspettano. Allora per meditare in questi tre giorni solo un piccolo haiku di Kobayashi:

世の中や蝶の暮らしも忙しき

In questo mondo
anche la vita della farfalla
è frenetica.

venerdì 5 dicembre 2008

Godere del sole

Una elegante quartina di Li Po dice:

Anche quel vecchio muro,
anche quel cane magro,
anche il gelo nel secchio
gode del sole, stamane.

Il tempo passa e mi pare che ogni giorno diminuisca il mio attaccamento verso gli oggetti. Il desiderio di possedere, per mettere lì, per avere in disponibilità; la voglia che ti prende quando vedi cose e le vuoi morbosamente, ti sembra di non poterne fare a meno, con l'appagamento di un'istante nel momento dell'entrata in possesso, che subito svanisce come il flash dello stupefacente. Molti indiani, giunti ad un crinale della vità davano le sostanze ai figli e si dedicavano alla cura dello spirito. L' auspicata vittoria dell'essere sull'avere. L'auspicato ed auspicabile predominio del pensiero sulla contabilità. Sempre meno mi interessa l'esaminare una cosa, coccolarmi nell'assunto che è finalmente mia, disporla o riporla nel mio territorio, difenderla psicologicamente da chi vuole privarmene; sempre più mi rincuora l'avvertire sensazioni, godere di profumi, sapori, sentimenti, osservare il bello e sentirmene appagato e quindi lasciarlo all'appagamento di altri che in questo modo nulla mi tolgono, magari mi arricchiscono nella condivisione. Questo è un grande dono che portano gli anni che passano.
Ciò detto, scusate ma devo lasciarvi, devo assolutamente andare daMediaword a vedere dei plasma da 52 pollici, dopo Natale certo ci saranno sconti epocali e me ne arraffo uno; ho già fatto posto nel tinello!

giovedì 4 dicembre 2008

Cronache di Surakhis: 2. Non si può aver tutto gratis

L'allineamento delle tre lune rendeva l'atmosfera elettrica come al solito. La crisi, già, la crisi, si faceva sentire anche su Surakhis e Paularius era preoccupato , ma fino ad un certo punto. La pietra di Baum era comunque un prodotto per ricchi e quindi il consumo era stabile, ma il prezzo della polvere di scarto, che era oltre il 90% della resa della miniera e serviva come incrementatore degli organi sessuali di oltre 80 razze in tutta la galassia, era crollato a minimi storici. La gente pensa meno al sesso durante le crisi, ma prima o poi i prezzi sarebbero risaliti, quello è un mercato che tira sempre in tutti i sensi, pensò sogghignando. D'altro canto anche il costo degli schiavi era sceso parecchio, specialmente i terrestri venivano via per niente; da quando era saltato il sistema dei mutui, metà del pianeta era in svendita e te ne davano tre al prezzo di due. Quindi bastava saper aspettare e lui il tempo l'aveva; intanto interfonò a Lalumai che gli mandasse due intersex di Vega, un po' formose come piacevano a lui, tanto per passare la serata. Si spostò nel taschino della cappa argentea il contatore dell'aria e si sdraiò sulle pelli di kavoki rilassato ad aspettarle. Era un gesto spontaneo ormai, nessuno ci faceva più caso. Già, da quando venti anni prima l'aria era stata privatizzata, a tutti era stato applicato alla mandibola il filo di lycron con il contatore e in effetti non dava fastidio per niente. Della cosa si era cominciato a discutere quando era diventato imperatore provvisorio del Sacro Impero il Piccolo e nonostante tutte le opposizioni fossero contrarie, ma si sa quelli sono sempre contrari a tutto, ma di proposte concrete non ne fanno mai, dopo circa un decennio un coraggioso pool di privati aveva fatto partire la prima di una serie di centrali di depurazione, che in un anno filtravano tutta l'aria del pianeta. E dire che prima toccava andare in giro con le maschere, eppure qualcuno aveva il coraggio di lamentarsi adesso per il contatore, che non dava nessun fastidio. Anche il costo era sopportabilissimo e poi bastava respirare piano con concentrazione zen per consumare di meno. La popolarità del Piccolo era salita molto con l'aria più pulita, tanto che era riuscito a farsi prolungare il mandato a vita e anche adesso che aveva più di cento anni e lo tenevano su con tubi e sonde, ma tra lifting e trapianti di pelle sembrava un giovanotto, i sondaggi dei suoi olovisori dicevano che era molto amato. Inoltre coi contatori si era risolto bene anche il problema della sicurezza, bastava regolare un po' gli erogatori dalla centrale e le teste calde si calmavano subito e se qualche criminale non stava a posto, un clic all'interruttore e il caso era risolto. Anche quello dei prezzi dell'aria era un falso problema. Certo, di tanto in tanto aumentavano un po, d'altronde gli azionisti dovevano pur essere compensati dell'investimento (anche lui aveva una piccola quota nella centrale di Lind), ma esistevano le protezioni sociali e le esenzioni. Se una famiglia non si poteva permettere la bolletta dell'aria, bastava dare un figlio in schiavitù o una figlia al Centro del Benessere Sessuale e ti esentavano per dieci anni. Certo non si può aver tutto gratis, gli schiavi esistono per questo e a loro non viene fatta pagare l'aria e non hanno neanche il contatore. Però per certa gente non va mai bene niente, sono pregiudizialmente contro il sistema e adesso ci si deve sopportare questi cortei di Orchitoidi dell'Aria Libera che vorrebbero l'abolizione universale dei contatori. Approfittano del fatto che non si possono deossigenare; quei puzzolenti bastardi respirano acido solfidrico.

mercoledì 3 dicembre 2008

Белые березы

Gli Urali del Sud non sono che alte colline dai profili arrotondati e coperti di fitti boschi di bianche betulle. In una valletta laterale, appoggiato al crinale, il gigantesco parallelepipedo sovietico dello Yangantau Sanatorij domina la gelida esse d'argento della doppia ansa del fiume, pietrificata dai -25% di un gennaio spalmato di perestroika. Il vento teso della Bashkiria è cessato e passeggiare nei boschi illuminati dal sole pallido è piacevole anche se la pelle è un po' intorpidita, anestetizzata. Eravamo arrivati la sera prima, per concludere un contratto per l' imbottigliamento dell'acqua mineral-solfo-ferro-iodo-radioattiva, comunque più miracolosa di quella di Lourdes, che sgorgava dalla sorgente termale della zona e a cui faceva capo un centro di "vacanza e benessere" zeppo di lavoratori meritevoli che trascorrevano lì la loro quindicina di riposo (in russo, essere in vacanza e riposare si traducono con la stessa parola). Dovevamo essere ricevuti dal direttore del complesso per avere l'autorizzazione ad imbottigliare la preziosa acqua, convincendolo che non sarebbe stato turbato l'equilibrio dell'ambiente. Così dopo un'abbondante colazione a cetrioli e panna acida, nella dacia di legno odoroso che ci aveva ospitato, io ed i colleghi ci avviammo verso l'ufficio del luminare, attraversando prima i giardini coperti di neve, poi la piscina terapeutica e l'ampio salone dove gruppi di matrioske insaccate in grandi divani di similpelle, ci guardavano passare con simpatia. "Balshaija Italijanskaja delegazija" mormoravano, commentando tra di loro l'inusuale avvenimento di cui l'intero complex era al corrente. La Delegazija, nell'URSS, dava sempre una sensazione di grande importanza ai fatti ed agli avvenimenti, che venivano di norma sanciti da grandi documenti con abbondanza di vistosi timbri, preferibilmente rossi e rotondi, con un finale di brindisi e abbracci. Lo scienziato aveva un assoluto fisique du role, magro e allampanato, barba imponente e occhio infuocato, dostoievskiano direi. Ci ricevette in un ufficio semplice, da studioso che ha dedicato la vita all'indagine dei benefici effetti che la Sua Acqua dava ai corpi malati. Lo lasciammo parlare a lungo con aria grave e convincente, gli demmo le necessarie rassicurazioni, ma prima di concederci il benestare, volle che, senza indugio ci sottoponessimo ai trattamenti idroterapici offerti dalla casa. Pur essendoci già dichiarati assolutamente convinti, non potemmo sottrarci alla prova e fummo quindi condotti in uno scantinato sulfureo dove scorreva l'acqua benedetta. Io, avendo ingenuamente dichiarato dolori ricorrenti alla schiena, fui sottoposto prima alla vista del figlio dello scienziato, studioso anch'esso e specialista di schiene, che mi manipolò a lungo, scrocchiandomi rumorosamente la colonna e sentenziandomi un futuro difficile con la necessità di costante terapia termale. Il mio collega, a cui era stato esaminato con cura un ginocchi dolente, fu quindi avvolto in candidi panni e introdotto in una sorta di lavatrice da cui uscivano vapori sulfurei, mentre io venni inserito nudo in una bara di similplexiglass, in cui veniva pompata dalle profondità della terra un soffio bollente e medicamentoso. Fummo abbandonati lì per circa un'ora, mentre il collega si lamentava di tanto in tanto e solo le nostre teste emergevano dai loculi danteschi, scambiandoci occhiate interrogative. Fummo infine liberati, il documento stilato, i timbri opportunamente apposti, forti abbracci e baci suggellarono la cerimonia. Terminammo la serata nella dacia con sashliki ben grigliati e una selva di bottiglie di vodka vuote e mentre Robert, il dolcissimo e gentile ingeniere (un vero amico) che sarebbe stato responsabile dell'impianto, che aveva ormai gli occhi sbarrati ed inespressivi dietro le spessissime lenti, ci guardava senza vederci. Lo mettemmo a letto e finalmente ci addormentammo. Il mattino dopo, mentre i raggi del sole doravano la crosta gelata del sottobosco, pur lamentandosi per il fortissimo mal di testa postsbronza, Robert ci accompagnò nella valle all'ufficio postale, dove avevamo prenotato 24 ore prima la telefonata in Italia per comunicare l'accordo. Versammo i 200 rubli pattuiti per tre minuti ed alle 9:30 come previsto, l'enorme addetta, una autentica Tamara Press della cornetta, ci indicò con gesto stanco una cabina, dove tentammo inutilmente di avere la linea. Delusi, tentammo di farci restituire il denaro, ma Tanija ci spiegò che noi avevamo pagato la "possibilità" di telefonare e se non c'era la linea non era certo colpa sua. Tornammo alla dacia con calma, i telefonini e Skype erano ancora di là da venire.

martedì 2 dicembre 2008

La scuola di Atene

Al termine di lunghi anni di studio, la scuola di retorica di Atene, poneva gli allievi di fronte ad un difficile esame finale, al fine di potersi fregiare del titolo di Oratore. Veniva data una tesi strampalata o palesemente falsa e lo studente doveva convincere il suo pubblico della assoluta coerenza dell'assunto e dimostrarne la veridicità. Solo se gli astanti si dichiaravano concordi nell'accettare la dimostrazione vi era la promozione. Naturalmente non era così semplice dimostrare che nel mare non c'è acqua o che piove all'insù, ma i bravi studenti avevano una tecnica derivata dai lunghi anni di applicazione da utilizzare. Si cominciava intanto con una lunga serie di verità inoppugnabili a sostegno dell'assunto (mai usare falsità per dimostrare una cosa falsa, si viene subito scoperti e si perde di credibilità), luoghi comuni e banalità varie, poi qualche mezza verità, e qualche balla bene infiocchettata e ben nascosta tra le cose vere, di cui nessuno di norma si accorge; poi si infarcisce il tutto con argomenti attinenti , ma che nulla hanno a che vedere con la veridicità della tesi, ma su cui ogni persona di buon senso non può che essere a favore (es. il cancro è una cosa dannosa e io sono per combatterlo! e chè, c'è qualcuno invece a favore del cancro?), infine si fa comparire chiunque obietti qualcosa, come un farabutto o quantomeno un cretino ignorante e il gioco è fatto. Ecco la sconcertante sensazione che ho avuto domenica sera guardando Report, dove la giornalista che ritengo migliore in assoluto, mi ha deluso profondamente. Gabanelli, in un Report sull' agricoltura ha utilizzato appieno questa tecnica e siccome è troppo brava, un paio di volte qua e là, ha anche smentito la tesi precostituita del servizio (che il mondo può essere salvato solo dall'agricoltura biologica impiegata al 100% su tutto il pianeta) dicendo ad esempio:- E' però vero che gli antiparassitari sono necessari e che bisogna usarli.- Ma lo ha detto così sommessamente e di lato, che certo nessuno se ne è accorto, perchè quando si celebra una Messa, gli adepti diventano molto nervosi con chi mette dubbi sulle Verità Rivelate. Una chicca straordinaria, poi l'utilizzo degli archetipi, dalla parte dei Cattivissimi inquinatori, un giovane manager rampante che difendeva l'indifendibile con sciocca arroganza e di un agricoltore inquinatore, alto, bello e ricco e sfruttatore dei poveri negri; mentre dalla parte dei Buoni, il contadino della favola, barba incolta, volto ingenuo sfatto dalla dura fatica di una terra avara, ma amico della natura e non del suo portafogli, coronato dalla sua scelta di abbandonare una città covo del Male. Ci ha risparmiato, la Gaba, un primo piano sul volto rugoso e cotto dal sole e sulle mani callose che tenevano la marra (non la vanga, strumento troppo moderno e già testimonial di un'Agrikoltura Cattiva, della Kimica, della Plastika). Che delusione dalla mia giornalista preferita! Sono certo che il governo, sentendo l'aria del consenso, varerà provvedimenti a favore e sostegno dell'agricoltura biologica (comincia a farmi orrore questo termine privo di significato), mentre toglie quelli a favore di chi investe in energia alternativa. Di questo non ne parla nessuno, si vede che non fa notizia.

lunedì 1 dicembre 2008

Davanti alle coppe piene

E' scesa ancora la neve. Cosa c'è di più piacevole che trascorrere la domenica con persone care che ti hanno preparato con affetto cibo e compagnia. Perchè l'età che avanza, alla maggioranza delle persone, invece della serenità della consapevolezza, induce tristi rimpianti di giovanilismo e splendori passati spesso sopravvalutati?

Dice ancora Li Po:

Davanti alle coppe piene

Lo zefiro in corsa verso levante ci visita;
Sfiora nei calici il vino che appena s’increspa.
I fiori aperti cadono dai rami;
Cullati dal vento amoroso abbracciano il suolo.
La bella s’inebria, il roseo volto s’arrossa;
Ahi, muore il fulgore del pesco e del pero!
Il tempo bugiardo nasconde le tracce e fugge;
Tu puoi danzare ma il sole s’inclina a Ponente.
Tu puoi serbare ancor la gaiezza dei giovani,
Ma i tuoi capelli sono già tutti bianchi
E ti lamenti invano!

Non so cosa avesse Li Po sul suo tavolo, ma io avevo:

Focaccia con crema di porri e sesamo, Belga con Fromage blanc
Insaccato di capocollo e salamella semipiccante di produzione familiare.
Lumache Bourghignonne
Sformatine di baccalà mantecato e riso Venere Nera
Plin alle erbette con ragù
Medaglioni di filetto ai carciofi e terrina di patate alle erbe fini
Semifreddo all'arancia maison
Kiwi del frutteto
Arneis 2007- Nebbiolo 2005 - Barbaresco 1977

Tutto il vegetale appena colto a Kilometri 0,015 essendo orto e frutteto a 15 metri (per soddisfare l'amico Merinos, anche se non era a km zero, mi scuserà, non si è potuto fare di meglio). Forse invece Li Po aveva soltanto vino di riso e involtini primavera in salsa di soia. Grazie ancora Dada!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 104 (a seconda dei calcoli) su 250!